di Guido Mazzoni

 

[Una prima versione breve di questo intervento era uscita qualche mese fa su «Alias». Faceva parte di una serie di articoli dedicati alla crisi della critica letteraria].

 

Si potrebbe dire che la critica moderna è in crisi fin dal suo etimo, si potrebbe dire che incarna lo spirito della modernità, quello che si esprime nel diritto di rifiutare le autorità e di giudicare i valori tramandati, ma sarebbe un modo per spostare la discussione senza cogliere il problema. Per due secoli il nesso tra critica e crisi è rimasto un tema da circolo colto e non ha in alcun modo scalfito il ruolo di chi scriveva di letteratura o la insegnava; negli ultimi decenni la crisi è così profonda che il dibattito critico più importante dell’ultimo quarto di secolo ha avuto, come tema, la crisi della critica. La discussione ha coinvolto cinque generazioni di intellettuali, da Harold Bloom a persone che oggi hanno fra i trenta e i quarant’anni, e si è diffusa in tutti i paesi occidentali in forme sempre più scettiche, stanche e disilluse. Se il compito della filosofia, diceva Wittgenstein, è indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia, in questo caso la mosca ha fatto per molte volte il giro della bottiglia e ha visto che non c’è uscita. Nel frattempo la crisi si è aggravata, e basta leggere in sequenza alcuni dei libri che hanno scandito la discussione in Italia per cogliere bene questo slittamento[1]. Negli altri paesi dell’Europa occidentale succede più o meno la stessa cosa (negli Stati Uniti la critica è diventata da qualche decennio un’altra cosa e richiederebbe una discussione a parte).

 

Eviterò di sbattere un’altra volta contro il vetro e mi concentrerò su ciò che sta al di fuori. Il destino della critica non è interessante in sé; è interessante come metonimia di ciò che accade alla cultura in una società che per la prima volta è diventata democratica. Peraltro il dibattito sulla critica non circola da solo; fa parte di un insieme di riflessioni che hanno come tema un gruppo di crisi correlate: la crisi della scuola, dell’università, dell’editoria di qualità, della letteratura di ricerca e, nella letteratura di ricerca, della poesia. Vanno prese come sintomi; dicono che la cultura umanistica tradizionale si trova spiazzata dai cambiamenti che la società ha subito, con cronologie diverse a seconda delle storie nazionali, negli ultimi cinque decenni. In Italia lo stato delle cose cambia fra la seconda metà degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, fra la fine del lungo Sessantotto, la ristrutturazione capitalistica dell’editoria e la nascita della televisione privata, quando si chiude il Novecento e comincia un’altra epoca. Internet, i social network e le riforme scolastiche endemiche degli ultimi anni hanno reso più veloce e violento un processo che stava già avendo luogo. Che cosa è accaduto?

 

Il primo elemento della metamorfosi è la scolarizzazione di massa. Nel 1961 circa il 15% delle donne e il 25% degli uomini accedeva all’istruzione superiore dopo le scuole medie; oggi la percentuale per entrambi i sessi è sopra il 90%[2]. La quantità dei libri posseduti e letti è andata aumentando parallelamente alla crescita della scolarità: nel 1965 solo il 41,5% delle famiglie aveva in casa un volume e solo il 5% ne aveva più di cento; nel 2015 le percentuali sono salite al 93% e al 21% circa[3]. Si tratta della più grande conquista delle socialdemocrazie e delle cristiano-democrazie postbelliche insieme al sistema sanitario nazionale. Benché sia incompiuta (il tasso di abbandono alla scuola secondaria resta alto, il numero di laureati rimane basso, quasi il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno[4]), rappresenta comunque una trasformazione egualitaria profondissima, l’equivalente, nell’ambito della cultura, della nascita del ceto medio. Ma questo risultato prodigioso, grazie al quale quelli come me hanno avuto accesso all’università, cambia i presupposti del sistema e mostra retrospettivamente ciò che tutti sanno e che molti dimenticano, e cioè che nel campo della cultura la società dei notabili ha resistito più a lungo che nel dominio della politica. L’umanesimo tradizionale era espressione di un sistema chiuso, nato su un privilegio oggettivo e popolato da persone che, se viste da lontano, condividevano quasi tutto e proprio per questo potevano istituire un dialogo, o comunque conservarne l’illusione. Quando il sistema si allarga, quando il pubblico della letteratura diventa più ampio, disgregato e diseguale, le autorità di un tempo vacillano, il dialogo diventa difficile, le cerchie si diversificano e i loro rapporti si fanno sempre più superficiali. Allo stesso modo diventa inevitabile che i canoni si rimodellino secondo le esigenze di un pubblico più largo: in questo senso il dilagare del midcult in letteratura è un fenomeno automatico che cambia le gerarchie economiche e simboliche, colonizza lo stile culturale dei quotidiani, entra nelle scelte degli editori e nella cultura degli insegnanti[5]. L’equivalente in filosofia e nelle scienze sociali è il dilagare della theory[6].

 

Il secondo elemento è ciò che Michel de Certeau, parlando delle assemblee del Sessantotto, ha chiamato la presa di parola[7]. Alcuni decenni più tardi, in un contesto diverso da quello cui pensava De Certeau, internet e i social network hanno portato alle masse un diritto che la cultura precedente riservava a un’élite di persone addestrate a questo scopo: il diritto di esprimersi in una sede pubblica, di essere autori. La fase eroica dei siti culturali a metà degli anni zero ha rappresentato un passaggio decisivo e uno choc; qualche anno dopo i social network hanno amplificato questo processo. La presa di parola generalizzata ha l’effetto di distruggere le mediazioni sgretolando ogni autorità e riducendo a opinione ogni idea e giudizio di gusto. È un processo che coinvolge anche la più oggettiva forma di autorità, quella sancita dalla divisione del lavoro intellettuale, dallo specialismo. La letteratura e la critica ne sono uscite stravolte, e prima ancora ne è uscita stravolta la politica.

 

Il terzo elemento è la nascita di una nuova cultura umanistica, diversa da quella che si impara a scuola, ma che per molti aspetti ha lo stesso ruolo della prima. Le generazioni diventate adulte dagli anni Sessanta in poi sono nate in una sorta di bilinguismo: prima di incontrare la cultura tradizionale sono cresciute incontrando la cultura pop – quel sistema di autori, opere, generi nato dalla comunicazione di massa e fatto di cinema commerciale, televisione, fumetti, musica, giornali, moda, pubblicità, e poi videogiochi, internet, social network, che si è progressivamente sovrapposto alla cultura ufficiale trovando presto una forma di consacrazione. Se la cultura che si impara a scuola è ancora quella delle classi dirigenti tradizionali, la cultura pop è ciò che tiene insieme la società di massa sorta nel secondo Novecento, tendenzialmente interclassista e divisa in nicchie, in sottoculture. L’intreccio fra questi due sistemi genera mescolanze e conflitti: conflitti sulla gerarchia fra i linguaggi (nel sistema dei media la letteratura è un’arte del tutto secondaria) e sull’atteggiamento verso le opere. La cultura pop deflaziona il rapporto fra cultura e verità, e fra cultura e Bildung; il consumo e il piacere hanno un peso maggiore di quanto non accada nella cultura umanistica ufficiale; le guerre fra gusti e fra valori vengono risolte con un blando atteggiamento relativistico; gli scontri sono inconsciamente feroci, ma non è necessario produrre gerarchie e canoni espliciti, così come non è necessario discutere pubblicamente di gusti o di valori, perché ognuno ha i suoi e li asseconda in territori separati, e la somma complessiva è affidata al verdetto del numero, quello che si esprime nel mercato, nella democrazia e nel mainstream. Oggi la cultura pop è l’unica che interessi all’opinione pubblica. La morte dei cantanti è un evento collettivo, la denuncia di un’attrice di Hollywood scatena un movimento, un discorso di Oprah Winfrey ai Golden Globe può trasformare un personaggio televisivo in una potenziale candidata alla presidenza degli Stati Uniti, mentre la vita e le opinioni degli intellettuali tradizionali contano solo nelle nicchie, nelle presentazioni davanti ai venticinque lettori e in alcuni inserti culturali. Da quando si sono dissolti i grandi partiti di massa del secondo Novecento, nessuna forza politica chiede opinioni agli intellettuali tradizionali se gli intellettuali non sono stati assorbiti dalla cultura pop. Delle quattro grandi forze politiche che si sono contese la vittoria alle ultime elezioni italiane, l’unica che conservava un rapporto tenue con la cultura di una volta era il Partito democratico; e tuttavia i muri di una delle ultime Leopolde erano pavesati di citazioni da Saint-Exupéry («L’uomo scopre se stesso quando si misura con l’ostacolo», cose così) e l’unico scrittore citato era Alessandro Baricco. Per la politica contemporanea gli intellettuali tradizionali sono solo dei tecnici, degli esperti di settore.

 

Il quarto elemento è l’ethos culturale del nostro tempo, quell’individualismo e quel tribalismo radicali che assumono come alfa e omega dei propri discorsi la prima persona singolare e un noi microcomunitario. Anche in questo caso, come per la presa di parola, questo atteggiamento matura quando la contestazione degli anni sessanta e settanta si distacca dalla cultura di sinistra del XIX e del XX secolo ed entra in una fase espressivista e identitaria. Lo slogan che si presta a riassumere questo ethos è lo stesso che fu adottato dal movimento femminista nei primi anni Settanta: partire da sé. Se i presupposti di un simile modo di porsi sono del tutto legittimi (decostruire la falsa universalità dei canoni dominanti, svelare il potere che sta sotto la presunta oggettività dei valori ufficiali, mostrare che le differenze esistono e vogliono esprimersi, e che nulla le tiene insieme se non i rapporti di forza), l’effetto complessivo è la balcanizzazione del campo, il delirio della particolarità. Ne nasce o una guerra per bande, o, più spesso, un regime di indifferenza reciproca, un cuius regio eius religio sedato dalle regole della correttezza politica o dalla distanza territoriale. Chi ha passato qualche mese negli Stati Uniti e si trovato davanti alla galassia esplosa dei cultural studies e della theory conosce bene questo stato di cose. Dall’altra parte del campo troviamo una struttura di senso opposta che si richiama al mito moderno della scienza come unica forma di sapere oggettivo. Per la critica letteraria la scienza coincide di solito con la storia erudita e con la filologia – i beni-rifugio cui si ricorre in mezzo alla crisi, facendo appello a un senso comune positivistico nato dall’equiparazione delle scienze dello spirito alle scienze della natura, refrattario alla riflessione, convinto che basti studiare oggettivamente qualcosa, magari qualcosa di marginale o irrilevante, per fare un gesto sensato, come se quello che è stato detto negli ultimi centocinquant’anni sulla struttura circolare dell’interpretazione e sull’utilità e il danno della storia per la vita non fosse mai esistito. Questo paradigma rimane egemone nell’università italiana. Oggi chi non aderisce agli opposti estremismi dell’oggettività tardopositivistica o del soggettivismo esploso ha l’impressione di navigare contro due correnti speculari dello stesso Zeitgeist.

 

Vista da fuori, la bottiglia può essere letta come un’allegoria di quella crisi dei corpi intermedi che è un tratto fondamentale del nostro tempo, e di quella tendenziale parità fra tutti i modi di sentire (la formula è di Martin Amis)[8] che si afferma quando non ci sono più le condizioni per discutere e l’unico principio preso per buono è che uno-conta-uno. La cultura tradizionale viveva grazie a istituzioni che si sottraggono alla legge del numero e rimandano a un principio di competenza, cioè di autorità: istituzioni pubbliche statali (scuole, università, musei), ma anche imprese private che, come certe case editrici o collane editoriali, non tendono solo al profitto. È grazie a questo welfare culturale[9] che la letteratura e la discussione sulla letteratura conservano un ruolo nella formazione dei cittadini: se un giorno queste istituzioni cambiassero politica, tutto sarebbe molto diverso. È probabile che il mutamento avvenga per slittamenti progressivi, com’è sempre successo – come quando i valori e opere borghesi sono entrate nella cultura di Ancien Régime e l’hanno trasformata nel corso di un processo durato secoli. Gli intellettuali delle generazioni successive assumeranno la metamorfosi come un punto di partenza e considereranno ovvio e impercepibile ciò che, per gli intellettuali delle generazioni precedenti, era stato uno scandalo o un problema. Si stanno formando una società e una cultura con meno elementi di coesione, meno canoni collettivi, e più tribalismo, nelle quali i conflitti vengono risolti dalla divisione del mondo in mondi e dal numero, cioè dal nomos del mercato e della democrazia liberale. È il compimento di un processo che attraversa la modernità e le dà il carattere suo proprio. Uno dei versi più belli e più terribili di Montale dice «ognuno riconosce i suoi».

 

[1] Nel 1993 Segre parlava soprattutto delle contraddizioni interne alla critica letteraria; nel 2005 Lavagetto si soffermava sulla sua perdita di funzione; nel 2013 Luperini assumeva il disinteresse sociale come un dato. Un’impressione identica si ricava leggendo le due serie di interviste che «Allegoria» ha pubblicato a dodici anni di distanza, nel 2001 e nel 2013. Cfr. C. Segre, Notizie dalla crisi, Torino, Einaudi, 1993; M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Torino, Einaudi, 2005; R. Luperini, Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013. La crisi della critica, a cura di D. Brogi, M. Ganeri, G. Mazzoni, in «Allegoria», 37, 2001, pp. 85-94 e 40-41, 2002, pp. 231-34 e Cinque domande sulla critica, a cura di G. Policastro e E. Zinato, «Allegoria», 65-66, 2013, pp. 9-99.

[2] Istat, L’Italia in 150 anni. Sommario di statistiche storiche, Roma, Istat, 2011, Cap 7. L’istruzione, Iscritti alla scuola o all’università per livello di istruzione, sesso e anno scolastico o accademico – Anni 1861/1862-2008/2009, pp. 355-57.

[3] Istat, La produzione e la lettura di libri in Italia, Allegati, tavole (“La lettura”)

https://www.istat.it/it/archivio/108662

[4] https://www.istat.it/it/archivio/178337

[5] Cfr. D. Macdonald (Masscult e Midcult, 1960), da poco ripubblicato in traduzione italiana, e G. Simonetti, La letteratura circostante, Bologna, Il Mulino, 2018.

[6] B. Carnevali, Contro la Theory, LPLC, 19 aprile 2017.

[7] M. de Certeau, M. de Certeau, La Prise de parole (1968), trad. it. La presa della parola e altri scritti politici, Roma, Meltemi, 2007.

[8] M. Amis, The War Against Cliché. Essays and Reviews, 1971-2000, trad. it. La guerra contro i cliché. Saggi letterari, Torino, Einaudi, 2014, p. 5.

[9] Sul welfare culturale cfr. G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 17.

 

[Immagine: Bibliothèque Nationale de France, foto di Guido Mazzoni].

9 thoughts on “Democrazia e critica letteraria

  1. “ Mercoledì 19 gennaio 2005 – Stamani mi sono svegliato pensando alla democrazia, cioè alla gente. Mi è venuto in mente Calvino, anzi quel diario in cui si parla di Calvino – « 25 novembre 1992 – Mi ricordo le ultime ore di Calvino. Pensandolo a Siena in quell’ospedale che conoscevo benissimo – l’ospedale in cui la nonna non-morì – mi sembrava di avvertire come un brusio sullo sfondo un respiro o un lamento ma senza dolore piuttosto la voce – cavernosa – della tribù che accompagnava quell’agonia pubblica il suono sordo – bestiale – di un’emozione fatta di stupore ma anche di approvazione (una voce che mi è sembrato di udire non di rado lungo questi dieci anni). I sacrifici umani. » -, così ho pensato che quella che c’è, più che democrazia, andrebbe chiamata « tribalismo ». Comunque si chiami, resta il fatto che io mi ci trovo malissimo, cioè non ci posso proprio stare. Ho pensato anche che, fermo restando che ho scoperto da parecchio tempo che questa « democrazia tribale » non ha nessuna intenzione di volermi bene, sarebbe forse meglio tornare alle vecchie abitudini, cioè a odiarla senz’altro io. Sicuramente andrà a finire male, ma, almeno, potrei, per così dire, morire da vivo, invece di trascinarmi, come faccio, come una specie di cadavere ambulante. “.

  2. Io, scusate se sono ripetitivo ma rappresento lo spirito del tempo, vorrei capire di cosa si sta parlando. Sono un appassionato di calcio. Nel calcio ci possono essere giocatori in crisi, squadre in crisi, movimenti calcistici in crisi. In tutti e tre i casi si può discutere sulle cause, ma tutti sono d’accordo sul significato. Non si vince più. La critica letteraria è in crisi in che senso? Non ci sono più critici letterari? Non sono più capaci? Sono più poveri, non scopano, bevono – io vi ascolto, a me potete dire tutto – che succede? Possiamo avere un dato, un parametro? Così a occhio mi pare che stiamo a un livello metafisico, la crisi della crisi.

  3. “ Venerdì 10 aprile 1998 – Non ho mai cessato di riflettere sulla curiosa circostanza che, a quanto mi fu riferito, fino dai primi tempi del mio arrivo alla biblioteca, qualcuno aveva avuto la spiritosa idea di darmi un soprannome. Il soprannome, in quella biblioteca grande come un paese – nei paesi, si sa, ognuno ha un nomignolo – era: « Livingstone ». Non ho mai cessato di riflettere sul fatto che il nomignolo « Livingstone » – di cui apprezzavo la comica perspicacia – stava a significare molte cose fra cui: 1 che io davo l’impressione di essermi perso 2 che io davo l’impressione di essere un tizio venuto da fuori, da lontano, da un altro mondo 3 che io davo l’impressione di essere in viaggio, di essere una specie di viaggiatore, anzi di esploratore 4 che il luogo in cui mi trovavo era una specie di Africa, di « continente nero », popolato da negri, da selvaggi, anzi, pascarellianamente, « servaggi ». L’anonimo inventore dell’appellativo – forse un’inventrice? – si era fatto interprete di qualcosa di « terribilmente collettivo », qualcosa come una vox populi, un’opinione pubblica. Era, pensai, qualcuno che, pur non essendo un « servaggio », stava lì fin da prima, ci stava bene, ci voleva restare. In quell’Africa in cui io ero capitato assolutamente per caso – questo non avevo nessuna intenzione di negarlo -, la « sua Africa », i suoi « servaggi » – io comunque non avevo nessuna intenzione di portarlo/a via di lì. “.

  4. Sembra sempre importante banalizzare il femminismo. Ma balcanizzare e oggettivare è la rivoluzione passiva a lungo raggio della cultura tradizionale. Invece partire da sé è ciò che avviene, come ha spiegato il femminismo, che l’umano universale non è uno.

  5. Ognuno riconosce i suoi e poi che fa? Se ne sta coi suoi?
    Manca alle “foto di realtà” di Mazzoni – precise, aggiornate ma elusive – un’interrogazione più decisa dei conflitti sociali sordi,soffocati, latenti.
    Scrive: «Se la cultura che si impara a scuola è ancora quella delle classi dirigenti tradizionali, la cultura pop è ciò che tiene insieme la società di massa sorta nel secondo Novecento, tendenzialmente interclassista e divisa in nicchie, in sottoculture. L’intreccio fra questi due sistemi genera mescolanze e conflitti: conflitti sulla gerarchia fra i linguaggi (nel sistema dei media la letteratura è un’arte del tutto secondaria) e sull’atteggiamento verso le opere».
    Non è, dunque, che l’ignori (i conflitti) o non li veda. Ma si ferma alla loro superficie. Vede solo i conflitti tra culture, tra linguaggi. O « le guerre fra gusti e fra valori». E finge di credere (o crede davvero) che essi siano risolti (o risolvibili) con «un blando atteggiamento relativistico». Forse perché si è convinto che si tratti di scontri solo « inconsciamente feroci». O che non è più «necessario produrre gerarchie e canoni espliciti». O che non serva «discutere pubblicamente di gusti o di valori, perché ognuno ha i suoi e li asseconda in territori separati». E allora – è vero – non avrebbe senso alcuna critica (letteraria o d’altro tipo). Nemmeno quella di questo saggio.
    Pare gli sfugga che quanto accade (negli USA, in Europa, in Italia) possa non solo preparare ma sta già producendo scontri non ricomponibili – ad es. quello sulla questione dei migranti o del falso reddito di cittadinanza del governo Salvini-Di Maio – e tragici per una parte delle popolazioni (e non solo per gli umanisti o i critici letterari). Non li vuol vedere. O almeno non ne parla.
    Anche in questo scritto mostra il prima e il poi:« In Italia lo stato delle cose cambia fra la seconda metà degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, fra la fine del lungo Sessantotto, la ristrutturazione capitalistica dell’editoria e la nascita della televisione privata, quando si chiude il Novecento e comincia un’altra epoca». Sorvola però su come si è passati dal prima al poi; e quali conflitti atroci (non solo nell’editoria o sulle televisioni) ci furono negli anni ’70 della “svolta” e quanto quell’ “acqua passata” inquini quella che scorre oggi sotto il suo sguardo.
    Perciò Mazzoni può parlare di « ciò che accade alla cultura in una società che per la prima volta è diventata democratica». Dando per scontato che democratica lo sia (e lo rimarra?). Sebbene la stessa « mosca [che] ha fatto per molte volte il giro della bottiglia e ha visto che non c’è uscita» sottolinea che « nel campo della cultura la società dei notabili ha resistito più a lungo che nel dominio della politica». O che, malgrado questo allargamento della democrazia, « il numero di laureati rimane basso [e] quasi il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno», eccetera.
    Allora questa « trasformazione egualitaria profondissima, l’equivalente, nell’ambito della cultura, della nascita del ceto medio» da chi può essere applaudita o difesa? Quanto vale quel « risultato prodigioso» che ha toccato un certo numero di «quelli come [lui, che] hanno avuto accesso all’università», senza per questo *cambiarla*, vista la permanenza/resistenza della «società dei notabili»?
    Scrive ancora: «L’umanesimo tradizionale era espressione di un sistema chiuso»; poi «il sistema si allarga, quando il pubblico della letteratura diventa più ampio, disgregato e diseguale, le autorità di un tempo vacillano, il dialogo diventa difficile, le cerchie si diversificano e i loro rapporti si fanno sempre più superficiali».
    Dunque, tutta qua la democrazia? Un certo allargamento, un alone più vistoso di *cetomedisti* (diversi di loro magari anche di origine “proletaria”), « un pubblico più largo» attorno ad immarcescibili notabili? E solo democrazia di «presa di parola» (o magari di chiacchiera) o affermante il « diritto di esprimersi in una sede pubblica, di essere autori»? E concesso dall’alto, poi che «internet e i social network [l’] hanno portato alle masse» o affermato dal basso? (Che non pare la stessa cosa).
    Sconsolata e lamentosa è la presa d’atto della irrilevanza del ruolo degli intellettuali. Ma, scusa Mazzoni, prima – ai tempi in cui invece che Baricco c’erano (ai margini) Vittorini o Fortini – era diverso? Per gli intellettuali critici (tradizionali o periferici) e per quanti subivano i conflitti sociali (sordi, soffocati, latenti), la musica non era quasi quella di oggi? E perché mai quei nostri antenati non si fermavano alle colonne d’Ercole dell’ «ognuno riconosce i suoi»?

  6. È sempre e prima di tutto un problema socio-politico. La gente, come la politica, fa mediamente sempre più schifo.

  7. A me è sembrato un ottimo articolo, chiaro e chiarificante. Certo è un articolo descrittivo e vuol essere in qualche modo rassicurante: per “slittamenti progressivi” si arriverà a un nuovo status quo che non stupirà più nessuno.; e Mazzoni fa l’esempio dell’infiltrazione graduale dei valori borghesi nella cultura ancien régime.
    Il problema, secondo me, è che i valori borghesi erano, già agli albori, qualcosa di forte, potente e consapevole, mentre adesso di forte e potente non vedo proprio nulla. Il problema non sarà che, culturalmente parlando, dopo la borghesia non sono emerse altre classi sociali?

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