di Iain Chambers

 

[È uscita da poco, per Meltemi editore, la nuova edizione di Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale di Iain Chambers. Pubblichiamo un estratto della nuova introduzione, intitolata Note su una modernità migrante].

 

La nuova edizione di questo volume è stata suggerita dall’attualità persistente dei suoi argomenti. Oggi si assiste a una chiusura culturale che culmina nell’isteria socio-politica generata dalla questione dell’immigrazione, accompagnata dalla difesa rigida di un’identità e di un “io” che si rinchiude nella illusoria sicurezza di un luogo. Dinanzi alla minaccia immaginaria dello straniero e del mondo cosiddetto “esterno” (che ormai “esterno” non è), questa “chiusura” sembra ignorare i movimenti, spesso turbolenti e sconvolgenti, dei complessi processi storici e culturali del mondo attuale. Per rispondere alla sfida della migrazione bisognerebbe invece rinunciare a quella politica dell’identità stabile, che si nutre della spiegazione razzista che conferma l’inferiorità dell’altro e dell’altra. Il razzismo non è una patologia individuale, ma una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo.

 

E questo fondo di conservatorismo culturale si estende ben oltre gli attuali schieramenti sociali e politici. Nessuno vuole essere disturbato. Per questo, anche la difesa dell’attuale organizzazione di un campo del sapere (e del potere) è anch’essa data per scontata, nonostante neghi il senso di qualsiasi grammatica critica. Di fronte alle innovazioni proposte da un approccio interdisciplinare, reso ulteriormente destabilizzante dalla provenienza altra, come nel caso degli studi culturali e postcoloniali, si difende la propria identità  culturale cercando rifugio nell’autorità delle tradizioni e delle istituzioni locali.

 

In questo contesto, gli argomenti elaborati nelle pagine seguenti vogliono suggerire una sfida culturale: si tratta di argomenti che cercano di trasmettere un invito a ripensare (e riconfigurare) la storia e la cultura in cui saranno eventualmente recepiti; trattano della storia e della cultura occidentale, certamente, ma anche di quella più immediata e viscerale. Come una piccola scheggia, questo volume aspira al senso inaspettato dello spaesamento per promuovere un rapporto radicalmente diverso, più inquietante, con la propria formazione storico-culturale.

 

E poiché questa è la direzione ricercata, il tema di fondo che propongo è pensare con la migrazione; così che da oggetto di indagine sociologica o culturale – e dunque ridotta a un fattore esclusivamente economico o a una crisi politica – la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ben più ampia nella comprensione della modernità. Ciò significa, evidentemente, rinunciare agli inquadramenti finora usati per spiegare la migrazione, superando così le piatte logiche basate su fattori di push e pull, per andare oltre la superficie fino alle più profonde disuguaglianze della giustizia economica, politica e culturale negata che struttura e dirige il nostro mondo. E questo implica, in ultima analisi, che la questione non può essere semplicemente concentrata sul corpo del migrante reso spettacolo – che vive, annega e muore ogni giorno nei notiziari – ma ci trascina nel cuore dell’attuale economia politica, nei suoi modi di dirigere e disciplinare l’ordine del mondo (Cuttitta 2012). Come i confini, presumibilmente stabiliti per mantenerla fuori, la migrazione rivela una realtà stratifi cata e multidimensionale che solleva questioni che toccano il nucleo stesso del nostro comprendere (Mezzadra e Neilsen 2014).

 

La natura stessa della conoscenza, imbricata e trasmessa in quella precisa formazione storica e culturale che chiamiamo modernità occidentale, è resa vulnerabile dinanzi a ciò che eccede il suo linguaggio e le sue leggi. Andare oltre questi  limiti e la loro riconferma dello status quo significa iniziare a esplorare il divario tra legge e giustizia. Dopo tutto, i migranti sono letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo. Si produce il soggetto legale in contrapposizione a quello che non viene riconosciuto. In altre parole, la rappresentazione legale e politica richiede la rimozione e la repressione di altri corpi umani, facendo di loro degli oggetti esclusi che permettono il passaggio e la riproduzione delle distinzioni esclusive della legge (Bernardini e Giolo 2017).

 

I migranti emergono dagli interstizi di un’iscrizione nazionale dello spazio, con i propri confini e la propria legislazione, e vengono registrati attraverso processi di identificazione e meccanismi di sorveglianza che vanno da radar e banche dati alle politiche geopolitiche e alla ricerca sociologica. Ma nessuno nasce illegalmente o migrante. È su questo fulcro che le idee astratte di giustizia, identità e appartenenza acquisiscono il volto concreto di storie e vite, drammaticamente urgenti e immediate. Ciò che viene tenuto fuori – corpi estranei, altre storie e culture – al fine di mantenere il presunto ordine omogeneo di chi è dentro ora insiste per avere la propria parte nella narrazione.

 

La pretesa universale di una logica dialettica, che cerca di sostenere la sovranità singolare del soggetto, la nazione e la storia stessa, vacilla mentre la sua casa filosofica viene spinta oltre le coordinate sicure. A questo punto, il migrante si trasforma da figura astratta del pensiero filosofico – il volto generico dell’altro (Lévinas) – in corpo in carne e ossa che attraversa il confine e sovverte l’ordine stabilito, poiché non può essere registrato o assorbito senza necessariamente cambiare quell’ordine. Nell’attraversare e andare oltre a un ruolo filosofico di conferma dell’ordine esistente, il migrante sfugge ai confini astratti predefiniti per lui e per lei. Non si tratta solo del conflitto sociale o politico che gravita intorno al diritto di muoversi e migrare, ma anche di una questione epistemologica.

 

Nell’elaborazione di questo volume avevo tentato di mettere in conversazione il pensiero italiano post-nietzschiano,  heideggeriano e “debole”, con il femminismo, il posizionamento del corpo sessuato e il soggetto postcoloniale. Questa risonanza critica (allora, e forse tuttora, raramente riconosciuta negli ambiti nostrani) sarebbe servita a fare breccia nel muro del pensiero. Si tratta, infatti, di recepire l’alterità sia come forza filosofica, su cui si reggono le differenze che muovono il pensiero, sia come presenza corporea e potenza storica che minaccia e interroga le posizioni esclusivamente filosofiche. Così si opera un taglio per creare, come dicevano Michel Foucault e Edward Said, un’interruzione da cui elaborare nuovi inizi. Qui, mettendo insieme la dialettica hegeliana di padrone e schiavo con la rivolta fino alla morte degli schiavi di Saint Domingue/Haiti – che lottavano per la libertà a loro rifiutata e intendevano spezzare le catene di tale dialettica (una rivolta che Hegel ben conosceva) – si entra in un’altra genealogia della modernità che ci porta da Toussaint L’Ouverture a Aimé Césaire, Frantz Fanon, Derek Walcott, Stuart Hall, James Baldwin, Malcolm X, Bob Marley… Tutti uomini, quindi anche questo un filo certamente limitato, in una tessitura storico-culturale che ci spinge a interrogare criticamente anche questa narrazione che arriva dal basso, inizialmente dai ponti delle navi e da sotto le onde dell’Atlantico nero (Paul Gilroy), nella moderna triangolazione politico-economica di Europa, Africa e Americhe.

 

Ci si avvicina allo smantellamento dei binarismi su cui i discorsi politici, culturali e critici dell’Occidente si sono appoggiati per gestire la loro egemonia sul pianeta: centro-periferia, Europa-il resto, bianco-nero, progresso-sottosviluppo, maschile-femminile, autentico-falso… Si incomincia a rendere “queer” e estranea a sé stessa la cultura che pensa di essere sempre in grado di rendere il mondo trasparente alla sua volontà.

 

Ciò che una volta era stato collocato fuori, oltre i confini del nostro mondo, e lì confinato e spiegato da una gestione coloniale, il razzismo “scientifico” e la disciplina emergente dell’antropologia, ora non può più essere tenuto a distanza critica. La separazione e l’isolamento degli altri come semplici oggetti di interesse politico, culturale e filosofico ora crolla e trafigge il presunto centro con le loro insistenze come soggetti storici.

 

Così viene promossa una modalità di conoscenza ingovernabile, un senso di essere e divenire del mondo che non rispecchia né rispetta una singola immagine o autorità. Fa parte di una condizione critica che è più di quanto le critiche esistenti possano accogliere. Le vite precarie dei migranti contemporanei, affermando il diritto di muoversi, migrare, fuggire, non solo scardinano il modo in cui dovrebbero rispettare il posto assegnato loro dalla storia; ma segnalano anche la modalità precaria contemporanea della vita planetaria (sia umana che non). La violenza legale che gestisce il regime migratorio esistente in Europa, sul Mediterraneo, lungo il confine tra gli Stati Uniti e il Messico, nelle acque settentrionali al largo dell’Australia, propone una struttura politica concepita per dissuadere, far tornare indietro e, infine, lasciare morire. È una necropolitica, per dirla con le parole del filosofo camerunense Achille Mbembe. Tutto questo vuol dire che pensare con la migrazione non può essere contenuto nei termini stabiliti esclusivamente dalle risposte euro-americane. La migrazione moderna è allo stesso tempo anche un modo in cui l’Africa, l’Asia e i molteplici sud del pianeta si propongono all’interno della modernità; e il modo in cui si promuovono inevitabilmente viola e indebolisce le categorie applicate loro dal nord egemonico. Un certo paradigma qui si rompe. Ora i suoi frammenti devono essere riassemblati in un altro spazio non ancora autorizzato e messi in movimento da altri ritmi.

 

[Immagine: Mercato Esquilino].

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