di Silvia Albertazzi

 

[È uscito da poco, per PaginaUno, Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta, di Silvia Albertazzi. Ne presentiamo un estratto].

 

Il primo disco di Leonard Cohen esce alla fine del 1967. E’ intitolato semplicemente Songs of Leonard Cohen e reca in copertina, su fondo mestamente nero, un primo piano dell’autore senza alcuna pretesa artistica, quasi una foto per documento d’identità ingrandita e virata a seppia. Sul retro, un’immagine ancor più incongrua, anch’essa priva di valore artistico: uno dei dipinti votivi che Cohen amava collezionare, forse di origine messicana, raffigurante a colori accesi una giovane donna, probabilmente una santa, lambita dalle fiamme. Difficile immaginare qualcosa più lontano dai colori e dalle atmosfere visionarie e floreali che hanno caratterizzato l’estate di quell’anno, la summer of love del ’67.

 

Fin dalla copertina, il primo album di Cohen sembra porsi come antitesi del disco che, in quello stesso anno, secondo molti critici, ha cambiato la storia del rock and roll, Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles: alla grafica pop, colorata e ricca di riferimenti iconografici della famosissima copertina realizzata per i Beatles da John Haworth e Peter Blake si oppone il minimalismo austero e anonimo di quella coheniana; per il Sergente Pepper si intreccia un collage di volti noti, i “cuori solitari” cui si rivolge la sua band, personaggi celebri che l’osservatore è invitato a riconoscere; sulla copertina di Cohen, c’è solo un volto, sconosciuto ai più, il cui sguardo sconsolato e l’assenza di sorriso suggeriscono un “cuore” ben più “solitario” di quelli raffigurati nel collage beatlesiano. Leggendo le pagine che le biografie coheniane dedicano alla genesi di questo disco, si può ipotizzare che l’espressione triste nella foto fosse dovuta alle molte difficoltà incontrate durante la registrazione (non ultima il cambio di produttore), a una scarsa soddisfazione per il risultato ottenuto, o magari addirittura a un ripensamento sulla scelta, alquanto azzardata, di cercare a trentaquattro anni il successo, in un mondo a cui, di solito, gli artisti si affacciano nella tarda adolescenza e, purtroppo, spesso neppure arrivano alla trentina. Certo è che nella foto di copertina Cohen somiglia proprio a quello che non voleva diventare: un professore universitario, uno di quei tizi con le “mani lorde di virgole” aborriti dal suo alter ego Breavman. “Cercavo una soluzione che mi permettesse di essere uno scrittore e non dover insegnare all’università”, ha più volte replicato a chi gli chiedeva il perché della sua scelta musicale […]

 

Se è certo, dunque, che il passaggio alla musica avviene in primo luogo per motivi economici (con le vendite dei libri, che pure hanno avuto un certo riscontro di critica e hanno fatto di lui un personaggio chiave della cultura canadese, non si riesce a sopravvivere, neppure nell’isola di Hydra), non va però dimenticato che Cohen suonava e cantava fin da ragazzino. […] L’amore per la parola cantata da sempre accompagna Cohen, così come fin dalle sue prime prove poetiche egli dimostra di non accettare una netta distinzione tra poesia scritta e poesia in musica: diverse sue liriche, nelle prime due raccolte, si intitolano semplicemente “Canzone”, mentre i suoi versi spesso riprendono la musicalità e i ritmi delle ballate popolari. S’è già visto come, nella raccolta Parasites of Heaven, appaiano tra le poesie i testi di alcune canzoni, che saranno incise in tempi differenti, e più volte rimaneggiate prima di arrivare alla versione definitiva, ma che, è bene sottolinearlo, o nascono già come canzoni oppure, nei pochi casi in cui sono musicate in un secondo tempo, subiscono modificazioni anche notevoli rispetto al primo testo a stampa. […] Poesia, narrativa e canzone sono, dunque, per Cohen, espressioni letterarie sullo stesso piano, modi di comunicare tra i quali l’autore può giostrare a suo piacimento: tutti modi di essere scrittore. Del resto, più o meno nello stesso periodo in cui è folgorato dalla poesia di García Lorca, tra i quindici e i sedici anni, Cohen viene anche a contatto, con la musica popolare, grazie a Irving Morton, un folk-singer e attivista di sinistra che, in un campeggio estivo per ragazzi ebrei (proprio come quello dove Breavman si ritrova a fare il sorvegliante) gli insegna i brani contenuti nel People Booksong, una raccolta in cui, accanto alle canzoni di protesta americane, si potevano trovare canti antifascisti francesi e canzoni della guerra civile spagnola.

 

Per il giovane Leonard, queste canzoni, con i loro testi rimati e ritmati e le loro musiche incalzanti, costituiscono un primo incontro con la parola musicata che sarà alla base di tutto il suo percorso poetico. Non va dimenticato che, nel 1967, Cohen ha già alle spalle un’esperienza decennale di recital poetici con accompagnamento musicale: i suoi primi reading su musiche jazz risalgono, infatti, al 1957 e dal quel momento si moltiplicano le sue letture poetiche con accompagnamento di chitarra. Le parole lette da Cohen spesso si avvicinano già al canto; non si tratta tanto, per lui, di recitare, quanto di interpretare la musicalità del testo, come farà, soprattutto in età matura, anche con le canzoni. Non stupisce allora che John Hammond, produttore di Bob Dylan e Johnny Cash, scommetta su questo letterato ultratrentenne, che certo non ha le physique du rôle né della rock star né del performer country, perché riconosce nelle sue canzoni un’originalità che viene proprio dalla loro stessa essenza poetica. […] Quella originalità che colpì tanto Hammond consisteva, in primo luogo, proprio nel potere incantatorio, ipnotico, dell’intreccio tra i testi di Cohen, le sue melodie e la sua voce – monocorde, nell’opinione di alcuni, “una calda voce da baritono che a tratti si fa rauca per la disperazione”, “un voce straordinariamente sensuale, che distilla un clima di intimità” secondo altri […] Chi ascolta Cohen per la prima volta è incantato dalle sue canzoni: incantato, ovvero, secondo l’etimologia latina, “legato dal canto”, introdotto dal canto in uno spazio sacro. La canzone coheniana appare come una sorta di cerchio dell’incantesimo, che isola l’ascoltatore dallo spazio-tempo quotidiano, introducendolo in una dimensione magica in cui si celano, dietro un immaginario che spesso sconfina nella mitologia fantastica, sentimenti e angosce universali, riflessi nello specchio magico della poesia, cui si accede attraverso il “canto che lega”.

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