di Claudio Giunta

1. Quando ho cominciato a studiare all’università pensavo che della letteratura si dovesse parlare più o meno così:

 

Il caso di A è esemplare non foss’altro per il modo con cui è stato trattato il problema dell’oggetto (2). Qui la soluzione adottata, vale a dire 2ab, è tanto più seriamente gravata da sospetti di dualismo, in quanto 2b è dato sotto forma di glossa, e fra i due termini, anche strutturalmente, esistono solo rapporti di meccanica giustapposizione (2a, nella seconda strofa […], 2b, come in nota, nell’ultima parte).

 

O così:

 

La dinamica tensiva testo-lettore mentre rinvia ad un significato relazionale del testo, che si realizza di volta in volta nelle articolazioni della circolarità domanda-risposta-domanda, sottrae il lettore all’arbitrio del soggettivismo solipsistico, trasformando la soggettività esistenziale in soggettività etica in quanto ermeneutica.

 

Oppure così:

 

Noi siamo più portati a indagare non solo quali strutture economico-sociali siano state alla radice dell’innologia cristiana e dell’ode rinascimentale ma quali alla radice della mens claudeliana: a chiederci quali determinazioni di classe abbiano operato in Claudel sì da condurlo, attraverso una serie di mediazioni che divengono, ma che all’origine non sono, soltanto ‘culturali’, a ricercare quell’eredità (l’ode rinascimentale e l’innologia) invece di un’altra.

 

Pensavo significa che l’iniziativa era mia: non erano quelli gli unici modelli, al liceo ne avevo incontrati altri più, come dire, amabili; e altri ne avrei conosciuti negli anni dell’università, anche dentro l’università. Studiosi che mi piacevano – per esempio Baldacci – non pensavano e non scrivevano così, e in realtà neanche la maggior parte dei professori che ascoltavo a lezione. Ma l’ambiente agiva: e l’ambiente mi diceva che mettersi davanti a un libro e provare a dire ciò che pensavo di quel libro non era davvero sufficiente, che dovevo trovare il mio posto nel vasto campo della ‘scienza della letteratura’, e che potevo, a scelta, fare il critico-analista (primo esempio) o il critico-filosofo (secondo) o il critico-ideologo (terzo). A seconda della scelta, oltre che di un punto di vista, si sarebbe trattato di impadronirsi di un linguaggio che col linguaggio della letteratura aveva solo mediatamente a che fare.

 

Poi è successo che ho imparato l’inglese. L’avevo già studiato al liceo, ma male. E non era ancora cominciata, almeno per la piccolissima borghesia, l’epoca delle vacanze-studio in Inghilterra. L’ho imparato meglio durante gli anni dell’università, e subito dopo, grazie a borse di studio di istituzioni americane e grazie a una fidanzata americana. Ho letto le milletrecento pagine di United States di Gore Vidal in una settimana. Poi i saggi di Lionel Trilling, di Edmund Wilson, poi sono andato a recuperare le riviste su cui critici come Trilling e Wilson pubblicavano le loro recensioni. Poi gli scrittori-critici come Auden o Updike, quindi i più giovani come Martin Amis, David Foster Wallace, Zadie Smith. Sono stati incontri importanti, per me, soprattutto perché il loro inglese mi ha aiutato a migliorare il mio italiano: tutto il gergo che avevo assimilato negli anni dell’università, leggendo i manuali di teoria letteraria, ha cominciato a sembrarmi non soltanto inutile ma ridicolo.

 

Non da tutti ma da molti di questi autori ho assorbito una certa diffidenza circa lo studio accademico della letteratura, soprattutto quando lo studio riguarda autori contemporanei. Nel mio quadernetto di citazioni ne ho due che non sottoscriverei al cento per cento, ma che mi sembrano contenere una considerevole dose di buon senso. La prima è di Gore Vidal, e si riferisce a un’edizione dell’epistolario di Francis Scott Fitzgerald:

 

Il professor Broccoli [il curatore del volume che Vidal sta recensendo] si frega le mani nell’introduzione alla Correspondence: «Sappiamo di Fitzgerald più di ciò che sappiamo di ogni altro suo contemporaneo perché lui ci ha conservato il materiale. Il migliore tra gli studiosi di Fitzgerald è stato Francis Scott Fitzgerald». Battendo a macchina queste parole ho il senso di una perfetta follia. Studioso di Fitzgerald? Uno capisce che ci sia bisogno di studiosi di Dante, Rabelais, Shakespeare. Ma studiosi di uno scrittore popolare contemporaneo? Tutto questo non è un po’ fuori proporzione?[1]

 

La seconda citazione è di Philip Larkin (nel mio pantheon americano c’è posto anche per qualche ospite inglese), ed è la risposta a una domanda fattagli da Robert Phillips della Paris Review:

 

– Lei cita Auden, Thomas, Yeats e Hardy come precoci influenze nell’introduzione alla seconda edizione di The North Ship. Che cosa in particolare ha imparato dallo studio di questi quattro poeti?

– Oh, Gesù Cristo, non si studiano i poeti! Li leggi e pensi: «È meraviglioso, com’è fatto, potrei farlo io?». Ed ecco come s’impara[2].

 

Ho copiato queste considerazioni nel mio quadernetto perché mi fanno sentire meno solo e meno in colpa, e in qualche modo giustificano il mio modesto interesse per la critica della letteratura contemporanea fatta dagli accademici e più in generale, temo, a mano a mano che gli anni passano, il mio modesto interesse per, diciamo, il lavoro accademico sulla letteratura tout court (e dico temo perché un professore di letteratura che si disinteressa del lavoro dei professori di letteratura dovrebbe invitare anche i suoi studenti a nutrire lo stesso disinteresse, e cioè dovrebbe astenersi dal formare degli specialisti di letteratura, con le conseguenze che s’immaginano). Col passare del tempo, questa mia tendenza a schivare la critica italiana e a interessarmi a quella anglosassone si è acuita, si è aggravata (perché troppa estraneità al proprio contesto, come ho detto, può essere rischiosa), e una buona mano gliel’ha data internet, che offre l’opportunità di ascoltare vedere leggere qualsiasi cosa gratis, o con poca spesa, a qualsiasi ora del giorno o della notte. Nel complesso, riflettendo a posteriori, direi che niente ha avuto sulla mia vita culturale matura un’influenza paragonabile a quella di applicazioni come Flipboard e Pocket, che permettono di crearsi una propria rassegna stampa e di archiviare tutte le cose interessanti che si trovano in rete su riviste come il New Yorker o la New York Review of Books o la London Review of Books o The Atlantic o decine di altre simili. Sia ringraziata la techne.

 

2. Dei saggi che leggo su riviste come quelle che ho appena citato apprezzo soprattutto tre cose.

 

La prima è ovviamente che la qualità media dei contenuti è piuttosto alta, anche per la banale ragione che le grandi riviste in lingua inglese possono contare su un pubblico internazionale, possono attingere a una schiera molto ampia di collaboratori e possono pagare bene questi collaboratori. Martin Amis ha rievocato una volta i tempi aurei anteriori alla crisi petrolifera dei primi anni Settanta, tempi in cui a Londra si poteva vivere di collaborazioni alle riviste culturali: «Gli storici della letteratura la conoscono come l’Età della Critica. Cominciò, possiamo dire, nel 1948, con la pubblicazione di Note per la definizione della cultura di Eliot e La grande tradizione di Leavis. Cosa ne decretò la fine? Una risposta brutale consisterebbe in una parola di quattro lettere: OPEC. Negli anni Sessanta si poteva vivere con dieci scellini la settimana: uno poteva campare a scrocco dormendo sul pavimento delle case di amici e facendo il ‘critico letterario’. Poi, all’improvviso, dieci scellini fu il prezzo di un biglietto dell’autobus»[3]. Non so se la cesura sia da collocare nei primi anni Settanta, e non so come se la passino oggi i critici inglesi; ma la New York Review of Books, per esempio, l’unica rivista a cui io sia abbonato, continua a pagare molto bene i suoi contributori, e perciò può sceglierli tra i migliori specialisti delle varie discipline. Non contano soltanto i soldi, ma i soldi contano. Nello zelo per la cultura finalmente liberata, aperta a tutti, dimentichiamo spesso di notare che in Italia sono sempre di meno le occasioni di guadagnare qualche soldo con una recensione. Le riviste culturali chiudono, o sopravvivono a stento. Fino a non molti anni fa riviste come Il Mulino e l’Indice dei libri del mese pagavano i loro contributori, oggi non più. E per tutti quelli che si occupano di libri è ormai abbastanza normale sentirsi chiedere un saggio o un articolo senza che l’argomento denaro venga neppure sollevato: s’intende che la transazione non ne prevede – c’è l’onore, c’è la visibilità, c’è il piacere di partecipare a un’iniziativa culturale meritoria. Di fatto, l’unico spazio culturale che assicuri una qualche remunerazione è quello offerto dalla stampa nazionale. Di qui la ressa un po’ imbarazzante per essere chiamati a collaborare; e l’incapacità di dire di no quando un no sarebbe opportuno, cioè quando la richiesta da parte del quotidiano o del settimanale riguarda cose, argomenti sui quali una persona seria non ha niente da dire, e anzi su cui una persona seria non dovrebbe dire niente.

 

Quanto alla qualità di questi pezzi molto modicamente pagati, è chiaro che nessuna generalizzazione è possibile. Ma da un lato l’esigenza di tenere dietro giorno per giorno all’agenda culturale con i suoi anniversari, le sue mostre, i suoi defunti illustri, obbliga soprattutto i quotidiani a un’iperproduzione di livello necessariamente medio-basso; dall’altro, gli articoli di approfondimento culturale o gli elzeviri (oggi think piece) hanno un carattere più spesso polemico che onestamente informativo, cioè mirano a fomentare il dibattito più che a presentare al lettore in maniera oggettiva una determinata questione o oggetto culturale. Si discute molto, sui nostri giornali, ma si spiega poco (basta confrontare i nostri obituary a quelli dei giornali anglosassoni: dai primi non si riesce quasi mai a formarsi un’idea attendibile del profilo del defunto, dai secondi sì). A me piacciono invece quegli articoli o saggi in cui si spiega per bene, analiticamente, come funziona una certa cosa (un libro, un quadro, una macchina, un patto tra nazioni nemiche) e perché funziona o perché non funziona. Anche su questo c’è una pagina intelligente di Gore Vidal. Sta parlando di Somerset Maugham, uno dei non molti scrittori contemporanei che Vidal ammira, e cita due righe di una sua biografia scritta da un accademico americano, Robert Calder, due righe nelle quali si liquidano con troppa leggerezza le doti di narratore di Maugham: «La sua carriera – scrive Calder – è stata soprattutto un trionfo della determinazione e della volontà, il successo […] di un uomo non naturalmente dotato come scrittore». Commenta Vidal:

 

Solo un maestro di scuola ignaro di come la letteratura viene fatta può avere scritto una frase del genere. Come è facile dimostrare, Maugham era molto bravo a fare ciò che faceva. Ora – questa domanda è per il voto finale – che cosa faceva? Descrivi, per favore. Sfortunatamente, non ci sono molti buoni descrittori (critici) in una generazione. Perciò mi ci metterò io[4].

 

Segue una lunga, articolata analisi di che cosa e di come Maugham scriveva, un’analisi che si fonda sui libri pubblicati da Maugham, e che è abbastanza sicura dei suoi mezzi da non aver bisogno di quei puntelli o alibi che sono i minuti dati biografici (quelli che Calder accumula inutilmente nel suo libro), le lettere, le varianti… E alla fine, un giudizio sintetico che non teme di tracciare una linea tra ciò che è vivo e ciò che è morto di Maugham:

 

Salverei i racconti e alcuni dei racconti di viaggio, ma butterei via gli ormai scialbi drammi teatrali, e aggiungerei al bagaglio di Maugham Lo scheletro nell’armadio, un piccolo perfetto romanzo, e, sentimentalmente Acque morte. Infine, Maugham verrà ricordato non tanto per le sue opere quanto per la sua influenza sul cinema e sulla televisione.

 

Naturalmente, per scrivere cose del genere ci vuole, oltre che personalità, spazio: servono cioè pagine, non righe; e la New York Review of Books o The Nation non sono il Corriere della sera. Ma, fatte le debite proporzioni, le ‘segnalazioni’ di cento parole non vanno bene. Come lettore, mi aspetto che il recensore entri nel merito, che riassuma e giudichi, e mi faccia sentire la sua voce. Non amo i giudizi non argomentati, soprattutto quando riguardano cose complicate o persone la cui opera o il cui pensiero non possono essere sintetizzati in uno slogan; e soprattutto quando sono giudizi negativi. Invece la contrazione degli spazi, nei giornali di carta (poche pagine per la cultura, troppe novità di cui parlare, molte pressioni da parte delle case editrici), ha portato alla proliferazione di queste schedine, che non servono a niente, o al fiorire di pareri immotivati e perentori (per esempio io sospettavo che un tale intellettuale, fino a qualche tempo fa molto visibile nei media, fosse un mediocre, ma ne ho avuto la conferma quando ho letto le dieci righe di recensione a un certo libro, dieci righe in cui erano disperse battute come questa: «Per chi crede che Karl Popper fosse un grande filosofo e Bruno Bettelheim un grande psicanalista». Sono cose facili da dire e da scrivere, anche perché solleticano la propria vanità; ma appunto per questo non andrebbero né dette né scritte). È vero: contrattosi lo spazio sulla carta, quello spazio si ritrova adesso in rete, anche in Italia, nei blog e nelle riviste culturali. Ma, a parte la qualità spesso mediocre dei pezzi pubblicati, si tratta di nicchie piccolissime, che non compensano del tutto la perdita sul fronte della stampa generalista.

 

3. La seconda cosa che mi è sempre piaciuta, nella saggistica anglosassone, è la qualità della scrittura: ho sempre amato lo stile chiaro e distinto dei critici e degli scrittori che ho citato sopra (Wilson, Trilling, Vidal), uno stile che è funzionale a un discorso che si rivolge a un pubblico non sterminato ma ampio abbastanza da non tollerare bizantinismi. Ricordando il fondatore della New York Review of Books Robert Silvers, Fintan O’ Toole ha scritto: «Credeva che esistesse qualcosa come ‘il lettore generale’, e che la vita pubblica dipenda dall’esistenza di uno spazio comune in cui le idee possono essere condivise, assorbite, rimuginate, discusse. E se c’è il lettore generale dev’esserci anche lo scrittore generale. Se eri abbastanza fortunato da scrivere per la New York Review of Books, dovevi essere pronto a condividere ciò che sapevi o pensavi senza arroganza o sussiego»[5].

 

Arroganza e sussiego si trovano invece in abbondanza in Italia nei settori della produzione culturale, dalle antologie scolastiche in su, sicché non è sorprendente – e appare anzi ben intonato al carattere nazionale, al suo rapporto retorico con la cultura – il fatto che su un quotidiano di larga diffusione sia possibile leggere cose di questo genere, che sembrano avere l’unico scopo di trasmettere al lettore ignaro il brivido dell’incontro con un feticcio del pensiero filosofico:

 

Il Dio dell’Acqua esalta la fluidità proteica (W. Otto) delle rappresentazioni del divino. Proteo (protogonos!) è il suo primo nato, la sua immagine più veridica. Egli è capace di assumere l’aspetto di quanti esseri viventi abitano la terra, ma anche quello di ogni elemento. Perfino Fuoco può diventare il Vecchio del Mare! Mai fisso, mai afferrabile, mai contenibile in un nome, simbolo della stessa energia che conduce al porto la nave e che la distrugge, che si distende serena ai piedi delle terre e che le squassa e sconvolge, riaffermando così la propria arcaica signoria: gaieochos, ennosigaios […]. La terza navigazione è quella stessa di Socrate, dove l’apallagé radicale dalla doxa dei molti (polloì-kakoì!) non è che l’inizio del ritorno a sé, all’anima-psyché organo di ogni theoria, condizione trascendentale di ogni conoscenza […]. Questa è dipartenza radicale e senza ritorno: essa è concepibile, sì, soltanto al termine del viaggio dell’anima lungo tutto il Reich der Verstand (Kant), ma ne rappresenta insieme la trasgressione.

 

Qui – e qui vuol dire, ripeto, le pagine di un quotidiano nazionale – lo scrivente non fa altro che sbobinare sulla tastiera le idee che gli passano per la testa senza curarsi del fatto che il lettore (anche il lettore esperto di letteratura classica) capisca o no, e condendo questo monologo con uno stuolo di ‘autorità’ parte peregrine (Walter Otto) e parte ovvie (Socrate, Kant), e citazioni decorative da lingue che il medio lettore non conosce o ha dimenticato: Gaieochos, ennosigaios, il Reich der Verstand… Non credo di avere mai trovato mistificazioni del genere nei giornali stranieri che mi capita di leggere: libero ciascuno di decidere se è una distinzione della quale andare fieri oppure no; ma si può immaginare come avrebbe reagito Robert Silvers – il nemico dell’arroganza e del sussiego degli intellettuali – di fronte a un simile sconcio.

 

Ora, una novità che apprezzo particolarmente, nei saggisti anglosassoni delle ultime generazioni (gente come Daniel Mendelsohn, John Jeremiah Sullivan, Zadie Smith o Chuck Klosterman), è che, rispetto a quella dei maestri novecenteschi che ho citato sopra, la loro scrittura si è fatta ancora più brillante, arguta, e a volte francamente comica. Il fatto è che il repertorio delle cose criticabili si è – ed è una fortuna – ampliato enormemente, e quando si parla di film o di TV o di canzoni si tende ad adoperare un linguaggio diverso da quello che si adopera per parlare di libri. O comunque: chi oggi si occupa di libri ha anche esperienza di film, TV e canzoni, e anzi a volte si occupa professionalmente di libri e di film e di TV e di canzoni, e questo fa sì che i confini tra l’una e l’altra retorica vengano spesso trasgrediti con mutuo vantaggio, perché la serietà che si riservava alla letteratura si estende adesso agli audiovisivi, e un po’ della leggerezza che è consustanziale alla critica degli audiovisivi si comunica alla critica della letteratura.

 

Questo nuovo linguaggio, che è poi anche un modo nuovo di guardare le cose, stenta a trovare spazio in Italia: per limiti connessi al nostro modo di scrivere di questioni culturali, per l’età media di chi ne scrive e soprattutto, direi, per un certo conservatorismo dei responsabili delle terze pagine. È come se un po’ tutti – tanto chi scrive quanto chi legge – fossero usciti ieri col massimo dei voti dal liceo classico. E forse è così. Ma da una prospettiva del genere ogni mutamento culturale, anzi ogni allargamento dell’ambito della cultura, finisce per essere percepito come un segno di declino o come una concessione al cattivo gusto. Ho conservato le due pagine della cultura del «Corriere della sera» del 10 agosto 2011. Contengono una recensione di Cesare Segre a un libro di Paolo Cherchi che s’intitola L’irresistibile declino della critica (quando la letteratura perde prestigio); un articolo di Giorgio Montefoschi dal titolo Nostalgia della conversazione nella società del frastuono; un articolo di Guido Ceronetti dal titolo Ma forse gli alieni sono già arrivati. In taglio basso c’è un necrologio per Rosa Calzecchi Onesti. Ma è come se il necrologio proiettasse la sua cupezza sul resto della pagina: si respira ovunque un’aria di rassegnata costernazione. Segre constata che tutto si corrompe, tutto – arte, critica, pubblica conversazione – scolora in questo, cito, «clima crepuscolare». Montefoschi inizia domandandosi «Che fine ha fatto, nel mondo occidentale, la conversazione?». E l’occhiello spiega: «In Italia si è perso il gusto del pacato scambio di opinioni. Domina ovunque un rumore aggressivo tipico delle risse televisive». Ceronetti fantastica di mandare un SOS agli alieni per salvare «il nostro malconcio pianeta», e conclude che «bisogna accogliere la verità parallela alla conoscenza scientifica (non sottostante, ma parallela) rivelata dai testi portati dalla risacca dei secoli, verità che è psichica e telepatica nella sincronicità junghiana». Da pagine del genere il lettore ricava l’impressione di vivere in un’epoca di verticale decadenza culturale, una decadenza dalla quale può forse salvarci soltanto il ritorno a Omero o ai classici della religione – la Genesi, le Upanishad. Sono opinioni rispettabili, in parte anche condivisibili, ma qui non importa misurare i torti e le ragioni, importa osservare come tutte muovano dal presupposto che l’appannamento o l’eclissi di determinate forme tradizionali della cultura umanistica corrisponda all’eclissi della cultura tout court. Si hanno occhi solo per guardare ciò che muore, non ciò che di nuovo prende vita nel solco di quella tradizione. Mi pare che il punto di vista anglosassone per come l’ho definito sin qui sia spesso meno parziale, o più equilibrato, o più propenso a reagire positivamente ai mutamenti, e mi pare che ciò rifletta anche un diverso modo di considerare il proprio ruolo di intellettuali. Il che ci porta al punto seguente.

 

4. La terza cosa che apprezzo nella saggistica anglosassone ha a che fare con l’atteggiamento che questi intellettuali tengono nei confronti dei lettori e degli argomenti che affrontano, o se si preferisce con la qualità della loro voce. Per apprezzare la differenza conviene ricordare come suona invece, generalmente, la voce degli intellettuali italiani, e per ricordarlo mi servo di un aneddoto molto divertente raccontato da Carlo Fruttero nel suo libro di memorie, un aneddoto che riguarda Giulio Einaudi e la sua casa editrice[6].

 

«Non feci mai parte – scrive Fruttero – della sua cerchia intima, non ne subivo il leggendario fascino, non andavo oltre il rispetto e la gratitudine». Rispetto, perché «negli anni Trenta, quando il fascismo non solo era vincente ma sembrava solido, durevole […], il giovane Einaudi, con pochissimi altri, non ci cascò, capì che la grande cialtronata era effimera e sarebbe finita presto o tardi nel peggiore dei modi»; e gratitudine per averlo assunto come redattore a venticinque anni. Nel 1956 la rivolta in Ungheria scatena in Via Biancamano «un’esplosione che sbriciolava anni di materialismo dialettico, centralismo democratico, terza via, via italiana al comunismo, aperture e chiusure ai cattolici, sfumature eretiche, temibili deviazionismi e migliaia e migliaia di saggi, studi, articoli interamente dedicati al Paese Guida». Soprattutto, in Via Biancamano si discute, si litiga, non si crede alle proprie orecchie («Compagni massacrati da compagni, è incredibile, è pazzesco! Ma no, non è affatto pazzesco, è normale, rispondevamo noi»).

 

Una sera, mentre la radio dice che a Budapest si combatte nelle strade, Einaudi chiama a casa Bollati: vuole mandare un appello all’ONU a nome della casa editrice. Bollati incarica della traduzione Fruttero, «l’anglista ufficiale della maison». Ricorda Fruttero:

 

Mi sentii morire, lottai disperatamente per evitare quella prova funesta. A cosa poteva mai servire un simile documento? Nella bolgia di una così grave crisi internazionale cosa gliene poteva fregare all’ONU dell’indignazione di una casa editrice torinese, illustre finché vuoi, ma insomma… Una goccia nell’oceano, un’iniziativa perfettamente inutile e perfino ridicola, se permetti. Ma loro non la pensavano così, la casa editrice aveva una notevole influenza morale, un alto prestigio etico in Italia e in Europa, la sua voce doveva essere presa in considerazione dal mondo intero.

 

Così Fruttero esegue, tentando un impossibile slalom tra le formule dell’ufficialità italiana. «C’erano le solite cose, “ferma presa di posizione”, “fiduciosa speranza”, “valori democratici”, “ripudio d’ogni violenza”, “sangue innocente”, “comune sforzo per la Patria”, e così avanti da un cliché all’altro». Fruttero finisce di tradurre che è notte, e a quel punto si tratta di andare alla posta centrale per spedire il telegramma. Lui e Bollati arrivano alla posta, vanno dall’unico impiegato in servizio, che conta le parole e dice una cifra. «Fu qui che la farsa entrò nella rivolta di Budapest». Perché i due non hanno con sé denaro a sufficienza. Rinunciare? Fruttero sarebbe di quest’idea, Bollati no. Einaudi abita a due passi, basta andare a chiedere i soldi a lui. Arrivati sotto casa, i due non si azzardano a suonare, perché sono le due del mattino. Raccolta un po’ di ghiaia, la tirano contro i vetri della camera da letto, e dopo un po’ la porta-finestra si apre e compare Einaudi in un bel pigiama celeste. Bollati gli spiega la situazione, Einaudi lo ascolta senza fiatare, poi rientra in casa, torna coi soldi, li tira a Bollati e poi richiude la porta-finestra, sempre senza dire una parola. I due tornano alla posta, pagano il dovuto, rimontano in macchina e tornano a casa nella città deserta. Conclude Fruttero:

Era stato un giorno di troppe parole, dette, gridate, ascoltate, lette, scritte, decifrate, e quel silenzio veniva come un soave soffio di piume. Immaginavo vagamente un remoto impiegato dell’ONU che in questi istanti, cravatta slacciata, stanco quanto noi, registrava il nostro appello a New York. Cosa ne avrebbe fatto? Dove lo avrebbe messo? In archivio? Nel cestino? In quella macchina che trancia i fogli in tante striscioline? Non ne seppi più niente, in ogni caso, e non ne parlai mai più con Einaudi e con Bollati.

 

Ho sempre amato questo raccontino, dalla prima volta che l’ho letto, sia perché è scritto splendidamente sia perché, se lo si tratta come allegoria, spiega bene certi tratti degli intellettuali italiani che mi sono sempre sembrati respingenti, tratti che invece non trovo o trovo di rado negli intellettuali anglosassoni di cui sto facendo l’elogio.

 

Il più respingente, per me, fra questi tratti respingenti, consiste nel declinare spesso il proprio impegno culturale in maniera ideologica, come dedizione a una causa. Non solo quando parlano di storia o di politica, ma anche quando parlano di romanzi o di film molti intellettuali italiani lo fanno non tanto alla luce dei propri gusti o di una loro idea della letteratura o del cinema che si sono formati coll’esperienza quanto aderendo a un sistema di pregiudizi che hanno cominciato a fabbricarsi sui banchi della scuola e dell’università, giurando sulle parole dei maestri: e il romanzo o il film devono passare al filtro di quel sistema, di quei pregiudizi. Non è stata soltanto una prerogativa degli intellettuali einaudiani su cui ironizza Fruttero, anche se è certamente tra di loro che la dedizione alla Causa ha prodotto i guasti più gravi e più duraturi: nei decenni passati – per tenersi nei confini della letteratura – ci sono state anche un’ideologia strutturalista e un’ideologia semiotica, produttrici entrambe di un numero infinito di saggi oggi giustamente dimenticati, e ci sono oggi, tra le tante, un’ideologia postcoloniale, una gender-oriented, una foucaultiana-bourdieusiana che fruga tra le pieghe dei testi per scorgervi le tracce di un pervasivo dominio. Sono tutte prospettive legittime se applicate (come talvolta càpita) con discrezione; ma soprattutto all’interno dell’università – là dove cioè si crede di dover insegnare non a leggere ma a interpretare la letteratura – tutti questi spunti interessanti hanno l’incoercibile tendenza a irrigidirsi in Metodo o Sistema, e l’uno e l’altro mi sembrano essere più spesso un ostacolo che un ausilio alla critica, almeno per come io la intendo.

 

È anche colpa di questa scolastica se leggendo i critici italiani, che dovrebbero parlare con la loro voce, si avverte spesso l’intenzione di parlare a nome di un gruppo. Al mio orecchio questo effetto di eco – il «noi» a nome dei quali si parla nel terzo dei brani che ho citato all’inizio di questo discorso – non è gradevole. Nei pochi maestri è la presunzione di spiegare agli altri come si deve pensare e come si deve vivere: il tipo di presunzione condensata nel verso «Proteggete le nostre verità», che mi commoveva quand’ero adolescente e che adesso trovo stomachevole. Nei molti allievi è gregarismo, e spesso è stupidità. Molti, specie tra gli intellettuali, non sanno vivere senza una Causa. A me invece piacciono quelli che senza una Causa vivono benissimo, soprattutto quando il rovescio dell’impegno culturale – come nell’aneddoto di Fruttero – è o pretende di essere l’impegno politico. C’entra anche l’esperienza personale: gli insegnanti migliori che ho avuto tenevano ben distinte le due sfere; quelli che confondevano le due sfere – a lezione, nella vita – erano per lo più dei ciarlatani o dei vanesi. Naturalmente, provo molta gratitudine per i primi, nessuna per i secondi. Ebbene, questa distinzione di ambiti tra cultura e politica mi pare venga rispettata quasi sempre dagli scrittori anglosassoni ai quali cerco d’ispirarmi (tutt’altro, naturalmente, è l’orientamento nei dipartimenti di Humanities delle università: ma non è di questi che sto parlando).

 

Ma anche al di là della sfera politica, mi piacciono in generale gli intellettuali senza saldi princìpi, quelli che sono pronti a barattare le loro poche idee-guida con idee-guida diverse ogni volta che la realtà, o quello spicchio di realtà che sono i libri, fa loro sospettare che persistere nelle vecchie convinzioni o nei vecchi metodi sarebbe un errore. Sono liberale nelle letture (come in ogni altra cosa, spero), ma mi piacerebbe che tutti leggessero un saggio di una decina di pagine del sociologo Albert Hirschman che s’intitola Having Opinions – One of the Elements of Well-Being?, per imparare a non vergognarsi di avere idee incerte e sfocate su un sacco di cose, e anzi per imparare a diffidare degli strong-opinionated, soprattutto quando costoro derivano le loro convinzioni dall’«adesione globale a un’ideologia»[7]. Fortini ha scritto una volta che la saggistica «presuppone sempre un’etica, una filosofia, una fede, insomma una verità che non parta dal senso comune»[8]. Credo che gran parte degli intellettuali italiani sottoscriverebbe un programma del genere, mentre io la penso esattamente all’opposto: non mi piace che in filigrana, nelle pagine che leggo, s’indovini l’adesione a un’etica, una filosofia, una fede, una verità; e non mi dispiace, invece, se il saggista costeggia intelligentemente il senso comune, quello che come avverte l’adagio inglese – there is nothing less common than common sense – non è comune affatto.

 

Non avere princìpi o idee forti su niente è anche una garanzia contro il rischio di essere retorici, cioè di dare troppa importanza a se stessi e alle proprie opinioni. Nell’aneddoto di Fruttero la posa retorica era il telegramma spedito all’ONU; la reazione antiretorica, e ben anglosassone, era l’ironia di Fruttero: «Nella bolgia di una così grave crisi internazionale cosa gliene poteva fregare all’ONU dell’indignazione di una casa editrice torinese, illustre finché vuoi, ma insomma…». Ma l’allegoria qui funziona particolarmente bene, perché quella posa retorica, quell’esagerato concetto di sé, gli studiosi e gli intellettuali italiani lo succhiano col latte. Primi nel tema, nella versione di latino al liceo, essi non faticano troppo a convincersi che – per citare la mia vecchia insegnante di Lettere – «le arti e il pensiero siano le uniche attività degne dell’Uomo». All’università, la lettura di De Sanctis, Croce, Gramsci, con l’importanza esagerata che questi autori attribuiscono alla mediazione degli intellettuali, li conferma non solo nell’idea di essere migliori rispetto a tutti quelli che non dedicano la loro esistenza alle arti e al pensiero – ciò che presto, in tempi tanto mutati rispetto a quelli di De Sanctis, Croce e Gramsci, li espone a delusioni cocenti – ma anche di dover prestare la loro voce e la loro azione per un’opera eroica di emancipazione: operai, donne, migranti sono stati, negli anni, il loro personale – e ovviamente narcisistico, e totalmente vano – Appello alle Nazioni Unite. Ne deriva da un lato, sotto la boria dei concetti e delle ideologie, una ridottissima comprensione della vita pratica, uno spaesamento rispetto alle necessità dell’esistenza, uno spaesamento del quale uno dei primi colpevoli era, secondo Bobbio, l’edificio idealistico costruito da Gentile, che «ci abituò a vedere nello studio di problemi concreti una fatica da manovale e che per conto suo risolse i grandi problemi del tempo di cui ebbe una coscienza distorta in incredibili spire verbali, in oscure tautologie, in formule ad effetto»[9]. Dall’altro lato, la retorica dell’Appello all’ONU rispecchia un fraintendimento del proprio posto nel mondo, una patetica sopravvalutazione di sé. La frustrazione, il risentimento, e il senso di catastrofe che trapela dalla pagina del «Corriere» che ho citato sopra vengono anche da questo doppio equivoco, a proposito della realtà e a proposito di se stessi: dalla pretesa insomma di incarnare, anziché uno dei tanti punti di vista possibili sulle cose, «una filosofia, una fede, una verità».

 

Naturalmente non bisogna pensare che l’atteggiamento dei saggisti anglosassoni che mi sono cari sia l’opposto di quello che, caricando molto le tinte, ho appena descritto. Ma in linea di massima il senso critico di questi scrittori non è reso ottuso né dal risentimento né dal sussiego, e le cose intelligenti che dicono sembrano pronunciate da una voce più libera, la voce di chi non intende formare delle coscienze ma solo portare argomenti che rendano più ricca e più varia la conversazione tra le persone interessate. Al posto della Causa, nei loro scritti, c’è un’infinità di casi concreti su cui si cerca di riflettere senza pregiudizi. È il genere di atmosfera che mi piace respirare.

 

[Già pubblicato sulla rivista «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», 9 (2018), pp. 267-78]

 

[1] Gore Vidal, United States. Essays 1952-1992, London, Abacus 1993, p. 294.

[2] Philip Larkin, Required Writing. Miscellaneous Pieces 1955-1982, London, Faber & Faber 1983, p. 67.

[3] Martin Amis, The War Against Cliché. Essays and Reviews 1971-2000, New York, Vintage International 2002, pp. xii-xiii.

[4] Gore Vidal, Maugham’s Half and Half, in United States. Essays 1952-1992, London, Abacus 1992, pp. 228-50 (alle pp. 236-37).

[5] Fintan O’ Toole, On Robert Silvers, in «The New York Review of Books», 11 maggio 2017, p. 35.

[6] Carlo Fruttero, The Night of the Telegram, in Mutandine di chiffon, Milano, Mondadori 2010, pp. 100-10.

[7] Albert O. Hirschman, Autosovversione, Bologna, Il Mulino 1997, p. 109.

[8] Franco Fortini, Saggi italiani, Milano, Garzanti 1987, p. 295.

[9] Norberto Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Torino, Einaudi 1986, p. 4.

[Immagine: Washington Square, New York]

16 thoughts on “L’educazione anglosassone che non ho mai ricevuto

  1. “ Venerdì 27 giugno 2003 – Quarant’anni di « scienza della letteratura »: per arrivare a Carlo Lucarelli. È strano? Magari non è strano per niente. “.

  2. l’autore può preferire lo stile diciamo alto-borghese e liberal dell’accademia anglosassone piuttosto che quello paludato della critica accademica nostrana (effettivamente è dura dargli torto) ma occhio a pensare che il primo non sia anch’esso un codice con i propri stilemi e proprie regole interne da imparare
    per buttarla in battuta mi verrebbe da dirgli di non fare l’italiano medio che pensa che il problema siano sempre gli altri, più seriamente suggerirei dosi maggiori di Foucault o anche solo un saggio del citato David Foster Wallace e cioè “Autorità e uso della lingua” che si trova in “Considera l’aragosta”, soprattutto un passaggio dove l’insegnante Wallace parla a uno dei suoi (ipotetici ma non troppo) studenti, scusate la lunghezza della citazione:

    Non so se te l’hanno detto, ma quando ti trovi in una classe di Inglese al college in pratica stai studiando un dialetto straniero. Questo dialetto si chiama Inglese scritto standard. [Breve visione d’insieme dei principali dialetti statunitensi alle pagine 106-7]. Parlando con te e leggendo un paio delle tue tesine, sono giunto alla conclusione che il tuo dialetto primario è [una delle tre varianti di Ins comuni nella nostra zona]. Adesso, lascia che ti dica chiaramente una cosa nella mia veste ufficiale di insegnante: l’Ins che parli correntemente presenta una serie di differenze fondamentali rispetto all’Iss. Alcune di queste differenze sono grammaticali: per esempio, le doppie negazioni vanno bene nell’Ins ma non nell’Iss, e l’Ins e l’Iss coniugano certi verbi in un modo completamente diverso. Altre differenze hanno più a che vedere con lo stile: per esempio, l’inglese scritto standard ha la tendenza a utilizzare molte più subordinate verso l’inizio della frase, e mette in evidenza la maggior parte di queste subordinate con virgole, e secondo le regole dell’Iss, la scrittura che non si comporta così di solito appare «incoerente». Ci sono migliaia di differenze del genere. Quanto di tutto questo sapevi già? [risposta STANDARD = qualche variazione su «Dai voti e dai commenti ai miei temi so che i prof di Inglese pensano che non sono bravo a scrivere»]. Be’, ho una notizia buona e una cattiva. Ci sono professori d’inglese altrimenti in gamba che non sanno che esistono altri dialetti inglesi validi a parte l’Iss, perciò quando ti correggono i temi probabilmente ti scrivono cose del tipo: «Coniugazione scorretta» o «Qui ci vuole una virgola» piuttosto che «In Iss questo verbo si coniuga diversamente» oppure «In Iss qui ci va una virgola». Questa è la notizia buona: non è che tu non sia bravo a scrivere, è solo che non hai imparato le regole specifiche del dialetto in cui vogliono che tu scriva. Forse non è una notizia poi così buona, che ti abbiano abbassato il voto per degli errori in una lingua straniera che non sapevi nemmeno fosse una lingua straniera. Che non ti lascino scrivere in Ins. Forse ti sembrerà ingiusto. Se così è, probabilmente non ti piacerà nemmeno quest’altra notizia: neppure io ti lascerò scrivere in Ins. In classe da me devi imparare a scrivere in Iss. Se ti va di studiare il tuo dialetto primario e le sue regole e la sua storia e in che modo si differenzia dall’Iss, benissimo – ci sono dei libri fantastici scritti da studiosi di Inglese nero, e ti aiuterò a trovarne qualcuno e ne parleremo insieme se ti va. Ma lo faremo fuori dalla classe. In classe – nella mia classe di Inglese – tu dovrai scrivere e padroneggiare l’inglese scritto standard, che potremmo chiamare tranquillamente «Inglese bianco standard» perché è stato elaborato da persone bianche e viene usato da persone bianche, specie quelle istruite, da gente bianca potente. [Le reazioni a questo punto sono troppo varie per poterle standardizzare]. Ti rispetto abbastanza da dirti quella che secondo me è la dura verità. In questo Paese, l’Iss è percepito come il dialetto dell’istruzione, dell’intelligenza, del potere e del prestigio, e chiunque, di qualunque razza, etnia, religione o genere, voglia avere successo nella cultura americana deve essere in grado di usare l’Iss. Così Stanno le Cose. Saperlo può renderti felice o triste o profondamente incazzato. Puoi pensare che sia razzista e ingiusto e decidere qui su due piedi di passare ogni minuto della tua vita da adulto a batterti, e forse dovresti, ma voglio dirti una cosa: se vuoi che le tue argomentazioni siano ascoltate e prese sul serio, devi comunicarle in Iss, perché l’Iss è il dialetto che la nostra nazione usa per parlare a se stessa. Gli afro-americani che hanno avuto successo e sono diventati importanti nella cultura statunitense lo sanno; è per questo che i discorsi di King e X e Jackson sono in Iss, è per questo che i libri di Morrison e Angelou e Baldwin e Wideman e Gates e West sono scritti in un Iss assolutamente da paura, è per questo che i giudici e i politici e i giornalisti e i medici e gli insegnanti neri comunicano in ambito professionale in Iss. Alcune di queste persone sono cresciute in case e comunità in cui l’Iss era il dialetto nativo, e queste persone se la sono passata molto meglio a scuola, ma quelli che non sono cresciuti con l’Iss a un certo punto si sono resi conto che dovevano impararlo e acquisire la capacità di scriverlo correntemente, e così hanno fatto. E [nome dello studente], imparerai a usarlo anche tu, perché ti ci costringerò.

  3. Problema di fondo: alla critica universitaria italiana si paragona la saggistica americana di diffusione generale, da New Yorker o da New York Review of Books. Il termine di paragone più adatto sarebbero invece gli universitari americani di tendenza, come Homi Bhabha, Frederick Jameson, Judith Butler, e ora anche l’eco-critica. Buona lettura!

    Inoltre, forse è meglio imparare che «le arti e il pensiero sono le uniche attività degne dell’Uomo» che non che l’America bianca abbia la missione di conquistare e governare il mondo, come si insegnava nelle scuole del democraticissimo Connecticut ancora negli anni ottanta. Ricerche consigliate in Google: “Manifest Destiny” e “Muscular Christianity”. L’ideologizzazione della scuola americana è molto, molto più pesante di quella della scuola italiana.

    Ciò detto, che una certa critica anglosassone di orientamento generale sia un bel modello di chiarezza, leggerezza e modestia ideologica, è verissimo. Chi vi si è avvicinato di più, tra gli universitari italiani, è stato Elio Chinol, che sarebbe giusto ricordare, anche come romanziere. Tra gli universitari inglesi, invece, chi meglio coniuga profondità e semplicità è, credo, Frank Kermode, “a true blessing, not at all in disguise”.

  4. Da qualche anno vivo e lavoro in una universita’ americana, e molti dei miei colleghi scrivono sul Guardian, la NYRB, LRB, e le altre arriviste che Claudio Giunta ammira. Ci chiacchiero spesso — elevator talk, small talk, deep conversations — e con alcuni ci incontriamo perfino ogni settimana per un reading group, in cui dopo aver letto lo stesso libro lo discutiamo.

    Se i miei colleghi dovessero commentare questo saggio credo che sarebbero soprattutto divertiti dall’esterofilia che lo ispira e scriverebbero un pezzo sul fatto che la parola ‘esterofilia’ esiste soltanto in italiano ed esprime un sentimento a loro estraneo. Quando loro si sforzano di essere ‘so European’, si guardano bene dal mostrarlo, e quando non ci riescono si arroccano ancora piu’ fieramente nel loro orgoglio americano. Perche’, non facciamoci illusioni, il loro ego non e’ agile quanto la loro prosa, e anche in questa accademia si incontrano non pochi tartufi.

  5. Beh, la NYRB, l’unica rivista alla quale sei abbonato, va bene, ma non e’ proprio cutting edge.

    Quelle di frontiera, veramente cool, sono quelle nuove, come LARB o n+1 …

  6. Caro Claudio Giunta, grazie per questo interessante articolo.

    Sarei curioso di sapere che cosa lei pensa del pezzo di Pierpaolo Portinaro sull’Italian Theory pubblicato ieri su questo sito. Portinaro riflette sul valore del pensiero italiano da esportazione e su come cerchiamo di venderci (senza virgolette) all’estero. Ma ci sarebbe anche da discutere sulle ragioni per cui l’Italian Theory, e prima la French Theory, riscuotano tanto successo negli Stati Uniti.

    Dopo aver letto le sue considerazioni su cio’ che dovremmo importare dagli Stati Uniti, mi piacerebbe sapere se lei pensa che abbiamo anche qualcosa da esportare e che cosa questo possa essere.

  7. Il paragone non è tra pari: l’equivalente anglosassone della critica universitaria italiana non sono i saggisti per il grande pubblico, da New Yorker o New York Review of Books, ma gli universitari di grido: Homi Bhabha, Judith Butler, l’ecocritica. Buona lettura.

    Poi: meglio l’educazione umanistica italiana delle versioni di latino che l’idea della missione di conquista e governo insita nell’America stessa (bianca e protestante): vedi alla voce “Manifest Destiny.”

    Ciò detto, una certa critica inglese è deliziosa. Frank Kermode è la miglior sintesi di profondità, competenza e semplicità espressiva. A blessing.

  8. Ci sono altre due doti irrinunciabili dello stile angloamericano: l’understatement e l’autoironia. Un vero saggista British parla poco di sé, preferisce l’oggettività delle cose e degli “argument”. Una frase simile, ad esempio, “grazie a borse di studio di istituzioni americane e grazie a una fidanzata americana. Ho letto le milletrecento pagine di United States di Gore Vidal in una settimana” la concluderebbe così: “e lei, ovviamente, mi ha lasciato”.

  9. “Ma nelle stanzette che si inscatolanom una dietro l’altra nei labirinti dei Colleges, si deve star tanto bene a leggere e a fumare a pipa! La strada per andare e venire dal mondo è perduta. I rumori del mondo non giungono che traverso innumerevoli strati e spessori come nella campana dei palombari.”

    Emilio Cecchi, Pesci rossi, in Saggi e vagabondaggi. Milano, Mondadori. 1961, p. 100

  10. “Una cosa che mi ha sempre colpito, nelle città e paesi anglosassoni, è la serena familiarità con la quale, nel bel mezzo agli edifizi moderni, sopravvivono e convivono vecchi sepolcreti, ed altre polverose testimonianze del Tempo e della Morte. […]
    Arrivando a Nuova York, e cominciando a girellare, una delle prime e più forti impressioni, nei pressi di Wall Street, è d’uno di questi piccoli camposanti, a fianco d’una chiesetta, fra le moli di cupi palazzi bancari.”

    Emilio Cecchi, Vagabondaggi, in Saggi e vagabondaggi, Milano, Mondadori, 1961. p. 599

  11. Mi sa che qualcosa, nella retorica dell”argomentazione in questo saggio non funziona. L’ opposizione di fondo che si vuol veicolare è tra la leggerezza a-ideologica della saggistica anglosassone e la pesantezza oscura, adorniana, impegnata e/o specialistica della casta novecentesca italiana, in cui – come vero emblema o testa di turco, campeggia lo spettro di Franco Fortini.
    …E come mai un saggista addirittura vicino a Lukacs, brillante come Cesare Cases, per nulla americanizzante, dialogava con Fortini e con i Piacentini, pur dando prove esemplari di indocile leggerezza ironica e di ‘facilità’ comunicativa? Ricordo solo a titolo di esempio quando i Quaderni piacentini sconsigliarono la lettera delle Storie naturali di Levi, il memorabile intervento difensivo, polemico e ironico di Cases: Difesa di “un” cretino, ripresa nel titolo di un articolo fortiniano che, sempre sui Piacentini, aveva assunto paradossalmente le parti dell’indifendibile sistema dei valori “sani” propugnati da un giovane comunista su Vie nuove. L’involucro umoristico (la parodia di una lettera burocratica all’ “Onorevole redazione” da parte di un vecchio collaboratore “che ha ingoiato molti rospi per meritare la di Lei benevolenza”) e la retorica antifrastica dell’abiura (“riaffermo solennemente che preferisco Sheckley a Goethe, Bob Dylan a Beethoven, Sade a Hegel e a Lukács e Céline a Primo Levi”) servono a Cases per veicolare una netta presa di posizione sulle divergenze e convergenze fra i piani ideologico e estetico. La finta leggerezza di Cases irride pesantemente la versione vulgata della dialettica negativa, secondo la quale, essendo ormai nella “società amministrata” Auschwitz “dappertutto”, i disvalori di Céline sono di necessità più rivoluzionari dei valori dei “cretini resistenziali” come Levi. A dimostrazione che non occorre essere per forza seguaci di Rorty e disinibiti americanizzanti per fare della buona saggistica, e che la “vecchia” critica dell’ideologia era (è) capace di una scrittura decisamente non accademica né oscura.

    Tuttavia mi sia lecito farmi forte del sullodato articolo di Fortini per ricordare che la questione essenziale, in questo momento, è quella politica. (…) Céline aveva, sì, capito tutto quando Primo Levi era rimasto ancora a Dante, ma evidentemente aveva capito troppo, perché vedendo Auschwitz dappertutto prima ancora che ci fosse, quando poi ci fu davvero si entusiasmò all’idea che qualcuno facesse sul serio e, se nn ci spedì lui Primo Levi, benedì chi ce lo spediva

  12. I commenti che precedono immagino provengano dall’ambiente a cui lei stesso, Giunta, appartiene: docenti (universitari e non), ricercatori, studenti e forse anche cultori a vario titolo. Lettura illuminante. La sua opinione trova conferme nella imbarazzante immediatezza dei fatti. Ma non si illuda, non si libererà di Loro. Le appartengono, e lei a Loro. Pensava Thomas Bernhard, in fuga dalla Gentzgasse, che – le persone che ho sempre odiato e odio adesso e sempre odierò sono tuttavia le persone migliori, che io le odio ma sono commoventi, che Vienna la odio ma Vienna è commovente, che queste persone le maledico ma non posso fare a meno di amarle, e mentre correvo, correvo, giunto ormai nel centro della città, pensavo che questa città è comunque la mia città e che queste persone sono comunque le mie persone e sempre lo saranno, e correvo, correvo – (T. Bernhard, A colpi d’ascia, Adelphi 1990).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *