di André Malraux, traduzione di Stefania Ricciardi

 

[È appena uscito nei « Classici Contemporanei » Bompiani La condizione umana di André Malraux, premio Goncourt 1933, nella nuova traduzione di Stefania Ricciardi. Ne pubblichiamo un estratto per gentile concessione dell’editore].

 

Le dieci e mezzo della sera

 

‘Speriamo che l’auto non tardi ancora,’ pensò Chen. Nell’oscurità totale, non era proprio certo di riuscire nell’impresa, e presto gli ultimi lampioni si sarebbero spenti. La notte desolata della Cina delle risaie e delle paludi aveva raggiunto il viale quasi abbandonato. Le luci torbide delle città brumose che filtravano dalle fessure delle imposte socchiuse, attraverso i vetri offuscati, si spegnevano una per una: gli ultimi riflessi si ancoravano alle rotaie bagnate, agli isolatori del telegrafo; si attenuavano di minuto in minuto; ben presto Chen li vide solo sui pannelli verticali coperti di ideogrammi dorati. Quella notte brumosa era la sua ultima notte, e ne era soddisfatto. Sarebbe saltato in aria con la macchina, in un lampo rotondo che avrebbe illuminato per un attimo quell’orribile viale e imbrattato un muro di uno schizzo di sangue. Gli tornò in mente la più antica leggenda cinese: gli uomini sono i parassiti della terra. Il terrorismo doveva diventare una mistica. Solitudine, innanzitutto: occorreva che il terrorista decidesse da solo, eseguisse da solo; la forza della polizia è nella delazione: l’assassino che agisce da solo non rischia di essere denunciato. Solitudine definitiva, perché è difficile per chi vive fuori dal mondo non cercare i suoi. Chen conosceva le obiezioni mosse al terrorismo: repressione poliziesca contro gli operai, richiamo al fascismo. La repressione non potrebbe essere più violenta di quanto non fosse già, il fascismo più evidente. E forse lui e Kyo non avevano in mente gli stessi uomini.

Non si trattava di mantenere nella loro classe, per liberarla, i migliori uomini oppressi, ma di dare un senso a quella loro oppressione: ognuno doveva ergersi a responsabile e a giudice della vita di un padrone. Dare un senso immediato all’individuo senza speranza e moltiplicare gli attentati, non tramite un’organizzazione, ma attraverso un’idea: far rinascere i martiri. Pei, scrivendo, sarebbe stato ascoltato perché lui, Chen, sarebbe morto: conosceva quale peso avesse su un’idea il sangue versato per quell’idea. Tutto ciò che non fosse il suo gesto deciso si sfaldava nella notte dietro cui rimaneva nascosta quell’automobile che stava per arrivare. La foschia, alimentata dal fumo delle navi, cancellava a poco a poco in fondo al viale i marciapiedi non ancora deserti: alcuni passanti affaccendati camminavano uno dietro l’altro, sorpassandosi di rado, come se la guerra avesse imposto alla città un ordine supremo. Avanzavano in un silenzio generale che rendeva la loro concitazione quasi irreale. Non portavano pacchi, banchi di mercato, non spingevano carrozzelle: quella notte, sembrava che la loro attività non avesse nessuno scopo. Chen guardava tutte quelle ombre che scivolavano senza far rumore verso il fiume, con un flusso inspiegabile e costante; non era forse il Destino stesso quella forza che li spingeva verso il fondo del viale dove l’arco illuminato delle insegne appena visibili davanti alle tenebre del fiume evocava le porte stesse della morte? Sprofondati in torbide prospettive, gli enormi ideogrammi si perdevano in quel mondo tragico e sfocato come nei secoli; e come giunta a sua volta non dallo stato maggiore ma dai templi buddisti, la tromba militare dell’auto di Chiang Kai-shek cominciò a risuonare sorda in fondo al viale semideserto. Chen strinse la bomba sotto il braccio con gratitudine. Solo i fari fendevano la foschia. Preceduta dalla Ford della scorta, l’intera macchina spuntò quasi subito: ancora una volta Chen ebbe l’impressione che avanzasse straordinariamente veloce. Tre risciò ostruirono all’improvviso la strada, e le due auto rallentarono. Cercò di ritrovare il controllo del respiro. L’ostacolo era già disperso. La Ford passò, l’auto arrivava: un macchinone americano affiancato da due poliziotti aggrappati ai predellini; dava una tale impressione di forza che Chen sentì che se non fosse avanzato, se avesse indugiato, si sarebbe scansato suo malgrado. Prese la bomba per il manico come una bottiglia di latte. L’auto del generale era a cinque metri, enorme. Le corse incontro con una gioia estatica, ci si gettò sopra con gli occhi chiusi.

 

 

Si riebbe dopo qualche secondo: non aveva avvertito né udito lo scricchiolio delle ossa che si aspettava, era sprofondato in un globo abbagliante. Non aveva più la giacca. La mano destra stringeva un pezzo di cofano coperto di fango o di sangue. A qualche metro, un cumulo di detriti rossi, una superficie di vetro infranto su cui brillava un ultimo riflesso di luce, dei… Ormai non distingueva più nulla: prendeva coscienza del dolore, che in meno di un secondo varcò la soglia della coscienza. Aveva la vista annebbiata. Eppure sentiva che il luogo era ancora deserto: i poliziotti temevano una seconda bomba? Soffriva con tutta la carne, di una sofferenza neanche localizzabile: ormai era sofferenza assoluta. Qualcuno si avvicinava. Ricordò che doveva prendere la rivoltella. Tentò di raggiungere la tasca dei pantaloni. Non c’era più nulla: né la tasca, né i pantaloni, né la gamba; solo carne maciullata. L’altra rivoltella, nella tasca della camicia. Il bottone era saltato. Afferrò l’arma dalla canna, la capovolse senza sapere come, tirò d’istinto la sicura con il pollice. Alla fine aprì gli occhi. Tutto girava, in modo lento e invincibile, come un grande cerchio, eppure non esisteva nient’altro che il dolore. Un poliziotto era lì vicino. Chen voleva chiedergli se Chiang Kai-shek era morto, ma era già in un altro mondo: un mondo in cui quella stessa morte gli era indifferente.

 

Con tutta la forza di cui era capace, il poliziotto lo rigirò con un calcio nelle costole. Chen urlò, sparò in avanti, a caso, e la scossa rese ancora più intenso quel dolore che credeva senza fondo. Stava per svenire o morire. Fece lo sforzo più atroce della sua vita: riuscì a introdursi nella bocca la canna della rivoltella. Prevedendo una seconda scossa, ancora più dolorosa della precedente, rimase immobile. Una furiosa tallonata di un altro poliziotto gli contrasse tutti i muscoli: sparò senza accorgersene.

 

2 thoughts on “La condizione umana

  1. “Una delle numerose metafore che sono le manifestazioni visibili delle neurosi personali di cui tutti si soffre, e che si estrovertono coi più svariati contenuti: il vitalismo frenetico e la religiosità cieca, la mania antiquaria fine a se stessa o lo sperimentalismo sessuale più spericolato o la fissazione sulla fabbrica. (E si capisce che non sto pensando solo ai dolori dei miei infelici coetanei: basta del resto riflettere sulle neurosi di Bacchelli o Malraux, non meno macroscopiche e impressionanti che quelle di Tennessee Williams o di William Burroughs).”

    Alberto Arbasino, Ritratti italiani, Milano, Adelphi, 2014, p. 346

  2. “La lotta impegnata dalle prime bande che avevano attraversato il canale, doveva essere stata tremenda, poiché ad ogni passo si vedevano gruppi di cadaveri, armi, cartucciere vuote, zaini. Vi erano spagnuoli ed insorti confusi insieme, immersi in vere pozzanghere di sangue.
    – Avanti!… – ripeteva sempre Hang-Tu, che udiva gli spari diventare sempre più fiochi e più radi.
    Avevano già percorso, correndo a precipizio, due chilometri e stavano per cacciarsi dentro un bosco, quando il chinese, che si trovavano dinanzi a tutti, vide sorgere da terra un uomo che aveva la fronte spaccata da un colpo di sciabola e che gli disse, con voce morente:
    – Fermati!… capo… Siamo stati… distrutti… Più.. innanzi… vi è la… morte…”
    – Siete stati distrutti!… – urlò Hang, con disperazione.
    – Sí… capo…
    – E Than-Kiú?
    – E Than-Kiú… – mormorò il ferito, con un filo di voce. – Si.. l’ho… veduta… è stata…
    – Parla!… Affrettati!… – gridò Hang-Tu – , vedendo che il disgraziato stava per ricadere.”

    Emilio Salgari, Le stragi delle Filippine. Edizione a cura di Mario Spagnol, Milano, Mondadori. 1974, p. 194

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