di Valerio Magrelli

 

[È appena uscito da Einaudi Le cavie, un volume che riunisce le sei raccolte di Valerio Magrelli: Ora serrata retinae (1980), Nature e venature (1987), Esercizi di tiptologia (1992), Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il sangue amaro (2014). Il volume contiene in coda anche dodici testi inediti, alcuni dei quali anticipati nel 2015 su LPLC, nella rubrica di Inediti a cura di Massimo Gezzi. Ne pubblichiamo altri sette, ringraziando l’autore e l’editore].

 

da Guida allo smarrimento dei perplessi (2016)

 

 

I.

Questa è la mia preghiera del mattino

 

[…] nous devrions pourtant […]

C. Baudelaire

 

Questa è la mia preghiera del mattino:

controllo il mio cc ma come password

ogni volta ritrovo la tua data

di nascita.

Passo l’intero giorno senza pensarti mai,

eppure non c’è alba in cui dolente

tu non mi vieni incontro,

mentre effettuo un bonifico,

come un Lazzaro uscito dalla tomba.

 

Ti levi dal sepolcro del computer

e mi saluti per rimproverarmi

con l’amarezza, con quell’astio dei morti

di cui portavi in te il seme profondo

già viva. Che vogliono i morti?

Che vogliamo dai morti, per chiamarli,

con un turpe cinismo mnemotecnico?

Io sfrutto il tuo ricordo per sistemare i conti,

mentre tu torni a me, la tua figura dura,

per fare i conti con la mia tortura.

 

*

 

II.

Mamma 2: la vendetta

 

Come tornai da la Madon-dell’-Orto […]

G. G. Belli

 

Anche a volerti dimenticare,

ecco il baleno di un’ombra sulla spiaggia

e appare il tuo profilo dentro il mio,

che porta il tuo profilo, nascosto teschio,

dentro di me.

 

Ognuno porta in testa una testa di morto,

ma non una qualsiasi:

io nascondo la tua

che ovunque vada, avanza.

Rimprovero e colpa – matrice.

 

*

III.

In memoriam

 

Tra i nomi delle vittime delle Torri Gemelle

iscritti sulla base della fontana-pozzo

io leggo: “Pollicino”.

Che ci fai, Pollicino, in questo cimitero?

Altro che le molliche: fuoco e fiamme!

Che ci fai qua?, gli chiedo,

come ci sei finito?

Possibile che tu ti perda sempre?

Cerchi di ritornare, ma ti perdi.

Tu ti perdi. Non so,

ti perdi sempre.

 

*

VI.

 

I brutti gabinetti

di certi ristoranti di paese,

che hanno di speciale?

 

Confinano col niente.

I cani dietro abbaiano

e io mi fermo, ascolto.

 

Confinano col niente.

Anonimi sacrari, mite cesso

dove arrivo al confine di me stesso.

 

 

*

 

da Sei poesie inedite (2018)

 

 

I.

Ancora Mamma

 

1.

Divento vecchio come diventassi

giapponese. Questi occhi a mandorla,

questo prolasso, a chi appartengono?

E il colorito giallo, il desiderio

di soya e di seppuku?

Che c’entro, io?

 

2.

Mi correggo.

Invecchiando divento mia madre.

Bizzarre oscillazioni della struttura ossea.

Il viso era un triangolo; ora, invece, quadrato.

Motivo in più per detestarmi.

Fortuna che, mutando, assomiglio a un amico,

e questo, almeno, mi mette allegria.

Traslochi. Sembro tutti, meno me.

 

*

 

III.

A Matteo Montani

 

Non lutto (Parmenide, Amleto),

tra l’essere e il non essere,

ma furto, piuttosto: trovarsi

di fronte alla mancanza

 

sgomenti – vuoto, calco,

stampo del nulla. Prima

c’era, ora no. Dov’ė finita

Euridice?

 

Miracolo e tragedia,

morte ladra,

morte ladra di merda,

 

ladra madre,

ossia (anagramma)

morte: madre-merda.

 

*

 

IV.

Dio è un lapsus

 

Chi sono i credenti? Orfanelli

abbandonati che si ostinano a credere

il padre ancora vivo

– un padre, inoltre, che li creda vivi:

non sanno rassegnarsi alla solitudine.

Quale struttura incoercibile

 

è l’antropomorfismo!

Dio con la barba; Dio con un figlio; Dio!

Il suo stesso concetto prova tutto

il terrore dell’uomo sulla terra,

il terrore che vado scongiurando

a forza di bestemmie,

 

io stesso poveretto… Ma contro chi?

Tutt’al più contro babbo mannaro.

Sarebbe bello, avere un padre perfido.

Macchè! nemmeno quello.

Bestemmie imperdonabili, perché inutili.

Se qualcuno risponde, è solo l’eco.

 

PS. Ad ogni modo, già il fatto che lo scriva,

sta a dimostrare, se fosse necessario,

che proprio non riesco a darmi pace.

Al massimo arrivo a convincermi

che il genitore sia tanto malvagio

da averlo scelto apposta, di non essere.

 

PPS. Ma resto incorreggibile. Così,

mentre spedisco la mail con questo testo,

mi confondo, e invece che in

“oggetto”,

indico Dio sotto

“destinatario”.

 

 

 

 

 

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