di Andrea Cortellessa

 

[Esce in questi giorni da Contrasto manodopera di Monica Biancardi (pp. 112, € 29.90), un volume che riproduce una serie di ritratti fotografici in bianco e nero di personaggi noti e non, incorniciati da neon blu e, sotto ciascuno, un’etichetta che ne riporta il nome e il mestiere. Come racconta l’autrice, alle persone effigiate ha dato la più completa libertà di posa, con l’unica richiesta di mostrarle le mani: «la domanda che credevo facile “come mostra le mani guardandomi?” ha sollevato palese imbarazzo anche nei soggetti più inaspettati che, nei pochi scatti loro riservati, hanno reagito porgendole in modo dimesso ma personale, dando vita a espressioni, verità e atteggiamenti diversi. Nel suo processo il lavoro si è così arricchito precisandosi: se ciascuno nel modo di porgere le mani diventava un po’ il protettore della propria scelta di vita e del proprio mestiere, allora mi è stato chiaro che avrei dovuto tentare di trasformare quei mezzi busti in icone». Il libro segue la mostra Ritratti, un progetto in progress iniziato nel 2005 e conclusosi dal gennaio all’aprile del 2018 al Museo di Roma in Trastevere; ed è accompagnato da testi di Alberto Abruzzese, Silvana Bonfili, Andrea Carlino, Carmelo Colangelo, Andrea Cortellessa, Stefano De Matteis, Gabriele Frasca, Goffredo Fofi, Ettore Molinario e Tomaso Montanari. Si propongono qui il testo di Cortellessa e alcuni dei ritratti contenuti nel volume].

 

Una cosa che mi sono sempre chiesto – ma la punta d’irritazione con cui lo facevo mi aveva impedito, sino a questo momento, di rifletterci davvero – è come mai le persone, specie se di professione intellettuale, quando vengono fotografate finiscano sempre per reggersi il mento. O, quando va bene (ma in questi casi, spesso, consapevolmente citando l’icona melanconica di Dürer), la gota inclinata. Come alludendo al peso sgomentevole di quella gran bella testa che hanno, che sono: e che tocca dunque sorreggere. Quando hanno cominciato a fare ritratti pure a me, ho capito subito la difficoltà logistica, diciamo, alla quale per la verità questo gesto risponde, almeno in prima battuta. Il fatto è che non sai mai dove metterle, le mani. Le avverti come appendici inutili, ingombranti, presenze indiscrete. E allora cerchi di dare loro un senso, almeno materiale. Visto che nel ritratto non faccio nulla, se non espormi, che le mani diano una mano: a esporre la mercanzia che io sono.

 

Credo risponda a questa dialettica la contrainte che Monica Biancardi impone ai soggetti dei suoi Ritratti: quella appunto di esporre, insieme al volto, entrambe le mani. Il paradosso che presiede al genere del ritratto è quello di mostrare l’esterno delle persone, cioè l’interfaccia con cui si collegano all’altro da sé, per dedurne – ritrarne, appunto – l’interno, la soggettività: denudata, una buona volta, della sua maschera di carne. La storia del ritratto, ha scritto Jean-Luc Nancy, è quella dell’invenzione dell’“interiorità”. Per questo il ritratto di qualcuno, per convenzione, raffigura il suo volto, anzi il viso: perché vi si devono vedere gli occhi, “specchio dell’anima”; quello che bisogna vedere è il vedere. Se, come diceva Hegel, «l’arte fa di ciascuna delle sue opere un Argo dai mille occhi», è perché essa ci riguarda: rilancia ai nostri occhi, ogni volta, lo sguardo di rimando che sarà Rilke a descrivere meglio di tutti (in una poesia memorabilmente commentata da Peter Sloterdijk): «là non c’è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla». (Per un paradosso squisito, poi, la statua in questione – il Torso di Mileto al Louvre – è mutila della testa: e questi suoi mille occhi stanno dappertutto, dunque, tranne che sulla faccia.)

 

 

 

Che siano ritratti di intellettuali o di “gente comune”, delle persone ritratte quel che Monica vuole mostrare è – almeno altrettanto della loro supposta, noumenica interiorità – precisamente il mettersi in relazione col mondo: il lavoro (in tutti i sensi del termine) di cui consiste la loro esistenza materiale. E dunque la faccia, sì, ma anche le mani. Sempre Rilke, a proposito di Rodin, ha scritto parole celebri sull’«organo complesso» che sono le mani: «un delta i cui fiumi di vita provenienti da lontane sorgenti si fondono nel mare dell’azione». Ma, come per primo credo mostrò Baudelaire (il quale era terrorizzato dall’amico Nadar per il quale, pure, alla fine accettò di posare), ogni ritratto è, anche, la descrizione di una battaglia: quella che, sempre, oppone l’intenzione di colui che ritrae a quella di chi viene ritratto. La relazione tra le mani e il volto, in ogni ritratto di Monica, è dunque mise en abîme di quella che oppone lei ai suoi soggetti.

 

 

 

Pensando ai ritratti di letterati, ce ne sono due che compongono una simmetria rovesciata, un chiasmo. In entrambi i casi, nell’immagine, a prevalere è l’intenzione del soggetto: e quello che vediamo, in effetti, è un autoritratto. Il primo, e più noto, è quello che scattò Dino Pedriali a Pier Paolo Pasolini.

 

 

Furono quelle le ultime foto che gli vennero fatte: e da lui furono attentamente pianificate. All’interno della serie famigerata, il ritratto vero e proprio vede PPP guardarci con un’intensità la cui potenza è raddoppiata dalla mano che, al solito, regge il suo mento. Eppure la foto non ha nulla di convenzionale. La mano infatti è chiusa: le nocche spiccano dalla pelle con la stessa oltranza con cui le ossa del teschio traspaiono dalla faccia. Quella mano è un pugno. Pasolini, masochisticamente, lo dà a se stesso: ma, in pari tempo, in questo modo ci sferra addosso la sua faccia, ci prende a pugni con tutto se stesso. L’altra foto risale a una trentina d’anni prima e ritrae Tommaso Landolfi, il quale la mise nel risvolto del suo primo “diario”, LA BIERE DU PECHEUR.

 

 

La mano stavolta è aperta, stesa fra il volto e noi che lo guardiamo, o meglio tentiamo di guardarlo. Una volta ha commentato divertito Edoardo Sanguineti che magari, a ingrandirla a sufficienza questa mano, «chi voglia, ci leggerà un destino». E davvero, chiromanzia a parte, anche in questo caso (e indipendentemente da chi l’abbia eseguita) l’immagine ha il valore di un’impresa: il più vero ritratto dell’autore non consiste nel suo volto, insondabile, ma nella mano con cui ha scritto le sue opere.

 

Da qualche tempo in qua leggo Pasolini con più interesse di quanto facessi in passato, ma non c’è dubbio che io mi sia formato prendendo le parti di quest’ultima immagine: del gesto di chi, scrivendo, si difende dal mondo. Alla lettera, mettendo le mani avanti. Non avevo ancora letto l’ultimo Nancy che, giocando con l’italiano, parla del ritratto come di un ritrarsi («un ritiro – una ritirata, un indietreggiamento, persino una sparizione») ma pensavo, e penso, che l’unico modo per provare a estrarsi davvero da sé, e così finalmente esporsi («la poesia», disse a un certo punto Celan, «non s’impone più, si espone»), sia frapporre un ostacolo tra sé e il mondo. Un ostacolo che è parte del sé ostacolato: e non una sua parte minore. Usare se stessi per nascondersi da se stessi, per rivelarsi a se stessi.

 

[Immagine: Monica Biancardi, Soraya, fisioterapista].

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