La comunità dell’arte in Italia si schiera con Riace, simbolo di un’esperienza concreta di convivenza tra i popoli e di una comprensione, altrettanto concreta, della complessità del tempo che viviamo.

 

Tutti noi ci chiediamo cosa sia accaduto a quella cultura dell’inclusione e della convivenza che dal secondo dopoguerra per decenni abbiamo costruito tra molte difficoltà e contraddizioni, e con stupore scopriamo che alla fine del secondo decennio del nuovo millennio è diventato importante, anzi necessario, dichiararsi contro il razzismo, contro un’idea di nazione che si concentra sulla difesa dei propri confini fisici e culturali, ma anche per la difesa dei lavoratori e delle volontà delle comunità locali sempre più assoggettate alle regole di un’economia finanziaria globale.

 

La risposta che ci diamo è che tutto ciò è il risultato della sottovalutazione colpevole, da parte di tutti noi, di quel processo di semplificazione e d’involuzione che la politica, quella che governa le nostre comunità, ha attuato negli ultimi venticinque, trent’anni.  

 

Un processo che oggi raggiunge il suo compimento con l’attuazione di una strategia della confusione dietro la quale è perpetrato l’inganno.

 

Il nostro schierarci con Riace è dunque un’opposizione finalmente concreta ad una pratica politica che come intellettuali e artisti non possiamo più accettare. È la dichiarazione di un risveglio collettivo della cultura italiana che pretende una centralità nella vita delle nostre comunità, e che intende impegnarsi in prima persona su questo fronte.

 

Riace è per noi solo il primo passo, il riconoscimento della forza di un simbolo che non riguarda solo la possibilità di una vera inclusione, ma che pertiene alla possibilità concreta di una crescita delle comunità su valori ed elementi che, prima e dopo il loro essere azione politica, sono consistenza culturale.

 

Hanno firmato finora moltissimi lavoratori della cultura, fra cui:

 

Ilaria Abbiento, artista; Peppe Allegri, ricercatore indipendente; Mariano Bàino, scrittore; Raffaella Battaglini, scrittrice; Elena Bellantoni, artista visiva; Cecilia Bello Minciacchi; Angelo Bellobono, pittore e sportivo; Maria Bonmassar, ufficio stampa; Alessandro Bosco; Alessandro Bulgini, artista; Maria Grazia Calandrone, poetessa; Christian Caliandro, critico d’arte; Cecilia Canziani, curatrice; Adele Cappelli; Benedetta Carpi De Resmini, curatrice e critica d’arte; Cecilia Casorati; Monica Centanni, grecista; Anna Cestelli Guidi, curatrice; Andrea Cortellessa; Mirta d’Argenzio; Elisa Davoglio, poeta; Giovanni De Angelis, artista; Elio De Capitani; Silvia De Laude, saggista e traduttrice; Iginio De Luca, artista; Fernanda De Maio, architetto e docente universitario; Francesco Demitry; Tommaso Di Francesco; Francesco D’Incecco, artista; Riccardo Donati, docente critico e saggista; Davide Dormino, artista; Flavio Favelli, artista; Luciano Ferrara, fotografo; Umberto Fiori; Michele Arcangelo Firinu; Elena Fossà, docente; Davide Franceschini, fotografo; Gabriele Frasca, scrittore; Giovanna Frene, poeta; Anna Fressola; Lorenza Fruci; Pietro Gaglianò, critico d’arte; Carmen Gallo; Daniele Garritano, ricercatore; Raffaele Gavarro, critico e curatore; Dario Gentili, docente e filosofo; Silvia Giambrone, artista; Marco Giovenale; Viviana Gravano; Giulia Grechi, antropologa; Abel Herrero; Andrea Inglese; Sophie Jankélévitch; Monica Jennifer, artista; Rosa Jijon, artista; Francesco Jodice, artista; Stefano Jossa, saggista e docente; Carlo Laurenti; Laura Leuzzi, ricercatrice e curatrice; Giuliano Lombardo, artista; Lucrezia Longobardi, curatrice e critica; Cecilia Luci, artista; Mauro Magni, artista; Domenico Antonio Mancini, artista; Elisabetta Marangon, fotografa; Nicolas Martino, filosofo; Francesco Martone; Barbara Martusciello, storico e critico d’arte; Giulio Marzaioli, autore; Giorgio Mascitelli, scrittore; Sandro Mele, artista; Costanza Meli, curatrice; Simona Menicocci; Paolo Morelli, scrittore; Muta Imago, compagnia teatrale; Peppe Nanni; Santa Nastro, critico d’arte; Ivan Novelli; Vincenzo Ostuni, poeta e editor; Giuseppe Palmisano, artista; Enrico Parisio, graphic designer; Simona Pavoni, artista; Maria Concetta Petrollo, scrittrice; Claudio Libero Pisano, curatore; Adriana Polveroni; Gioacchino Pontrelli, artista; Floriana Rigo, artista; Filippo Riniolo, artista; Lidia Riviello, poeta e autrice radiotelevisiva; Bruno Roberti, critico e docente; Franca Rovigatti, scrittrice e artista visiva; Carlo Rossetti; Anna Ruchat, traduttrice e scrittrice; Giuseppe A. Samonà; Jennifer Scappettone; Ivan Schiavone; Beppe Sebaste, scrittore; Camilla Seibezzi; Sparajurij, scrittore; Giuseppe Stampone, artista; Carola Susani, scrittrice; Enrico Terrinoni, traduttore e docente; Fabio Teti; Eugenio Tibaldi, artista; Antonello Tolve, teorico e critico; Gian Maria Tosatti, artista; Daniela Trincia, giornalista; Marco Trulli curatore e presidente ARCI Lazio; Viviana Vacca, filosofa; Sabrina Vedovotto; Sara Ventroni, poeta; Michele Zaffarano, scrittore; Gabriel Zagni, artista

 

Per informazioni e per sottoscrivere il Manifesto: artistiperriace@gmail.com 

10 thoughts on “Manifesto per Riace

  1. “La comunità dell’arte in Italia si schiera con Riace, simbolo di un’esperienza concreta di convivenza tra i popoli e di una comprensione, altrettanto concreta, della complessità del tempo che viviamo.”

    I simboli è meglio lasciarli stare. A riace non convivono i popoli, convivono le persone, come nel resto dell’Italia da un sacco di anni, quindi non c’è bisogno di nessun simbolo. I popoli convivono nel mondo, non nelle nazioni. In ogni nazione c’è appunto un popolo, non so altrove, ma in Italia è così.

    “Tutti noi ci chiediamo cosa sia accaduto a quella cultura dell’inclusione e della convivenza che dal secondo dopoguerra per decenni abbiamo costruito tra molte difficoltà e contraddizioni, e con stupore scopriamo che alla fine del secondo decennio del nuovo millennio è diventato importante, anzi necessario, dichiararsi contro il razzismo, contro un’idea di nazione che si concentra sulla difesa dei propri confini fisici e culturali, ma anche per la difesa dei lavoratori e delle volontà delle comunità locali sempre più assoggettate alle regole di un’economia finanziaria globale.”

    In verità non accaduto nulla di particolare. La nazione si basa sui confini, quindi se non vi sta bene, dovete dichiararvi contro lo Stato italiano. Per quanto riguarda l’accoglienza non mi pare si possa dire nulla contro l’Italia, con tutte le energie e i soldi che ha messo sul campo in tanti anni. Molte cose potevano essere fatte meglio, ma l’accoglienza c’è stata e c’è ancora. Ma come tutte le cose ha un limite, concetto che pare non alberghi nella mente del sindaco di Riace, e come leggo spesso, nella testa di quelli che firmano questi appelli, che nella loro arte sono stimabili, però difettano in logica e coerenza, visto che non devolvono tutti i loro averi ai poveri mentre pretendano lo faccia tutta la comunità.

    http://www.logos-rivista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1159&Itemid=924

  2. Profonda tristezza per la lunga ‘deriva’ da tempo in corso; politici indegni ‘producono’ cittadini ignoranti
    luigi rodini, saluti

  3. @ Abate

    ci sono limiti che possiamo scegliere e limiti naturali. Sui primi decide il popolo sovrano, come scritto in Costituzione. Il popolo non ha dato mandato al sindaco di Riace di usare le risorse pubbliche e i suoi poteri secondo i suoi desideri. E chiunque capirebbe che un modello che si basa interamente sulle casse pubbliche non è un modello replicabile. Va bene per sentirsi buoni e fa del bene a un po’ di persone, come accade per i tanti progetti attualmente in piedi in tutta l’Italia che non sono stati presi a simbolo perché Riace è una bella location. Il sindaco ricorda quello di Caro Diario di Moretti.

  4. Riace non è una bella location… È una terra intrisa di sangue e paura… Fino ad oggi abbandonata a se stessa …. Qui i soldi pubblici sono stati in tanti a rubargli ma siccome sono mafiosi o politici corrotti tutti hanno paura a toccarli… Robin Hood è invece il bersaglio preferito da tutti i vari sceriffi…

  5. gli artisti si schierano ma le comunita condividono e gli italiani sono una comunita che condivide un progetto politico , quello scritto in costituzione . ad ALCUNI artisti della comunita italiana questo progetto non piace ? pazienza , vi si sopporta comunque .

  6. Fa spavento una sigla che non é un nome e che non si rende conto che è un essere nato in Italia per puro privilegio, senza nessun merito.
    Riace si scrive con l’iniziale maiuscola, intanto. Poi l’essere umano è simbolico, per natura. Quindi Riace è un simbolo. Non è la perfezione, sicuramente, ma è la possibilità, la promessa in parte già realizzata di una nuova possibile Umanità. Con i soldi pubblici vengono pagati gli insegnanti di religione cattolica nelle scuole. E vi accedono senza concorso. Preferisco incazzarmi per questo. Con i soldi pubblici si pagano sbirri che difendono interessi privati come la TAP nel Salento, picchiando addirittura i sindaci. Io pretendo che gli italiani si incazzino per questo.
    Riace, un paesino di poche anime e tanto coraggio ha messo in moto una nazione di milioni di persone. Coraggio Mimmo, sono con te, con Riace, con la possibilità di Restare Umani. Francesca Puk Portone, artista di strada

  7. Riace l’ho scritto con la minuscola una volta su quattro. Trovo lo spavento curioso. Perché supporre che io non sia consapevole della casualità dell’essere nato italiano e di essere nato in un buon posto in cui vivere? Non lo chiamerei privilegio, la chiamerei fortuna. In ogni caso perché supporre che ne sia inconsapevole? Perché sennò dovrei pensarla diversamente, immagino. Il fatto è che non c’è alcuna relazione tra l’essere consapevoli della propria fortuna e ciò che si pensa, tantomeno dover condividere la propria fortuna con gli altri, o peggio che chiunque nel mondo abbia diritto a vivere in Italia perché non decidiamo noi dove nascere. E anche questo è umano. C’è chi la pensa così, immagino. Peccato che nessuno di costoro si comporti di conseguenza dividendo le sue fortune con gli altri. Per quanto riguarda il simbolismo ho scritto di lasciarli perdere i simboli. Non è che siccome ci piacciono allora dobbiamo usarli o vederne ovunque. E il fatto che i soldi pubblici possano essere male impiegati non consente di usarli a piacimento altrove, cosa che il sindaco sapeva benissimo di non poter fare, ovviamente. Forse sfugge ai firmatari.

  8. SEGNALAZIONE
    (anche per il cinico intelligente FF vsPPP)

    AL VOLO /DOPPIEZZA DELLA CIVILTA’ UMANA

    La civiltà umana stessa è doppia. Ha prodotto
    opere d’arte e opere di distruzione, Beethoven
    e Hitler, opere d’arte e bombe atomiche.
    La stessa cultura è doppia. Di per sé non
    è spontaneamente antifascista e antirazzista.
    Ungaretti e Pirandello erano fascisti, uno dei
    più grandi filosofi del Novecento, il tedesco
    Heidegger, era nazista, erano nazisti molti premi
    Nobel, erano fascisti gli scienziati italiani
    che hanno scritto nel 1938 il documento sulla
    razza. Gi Stati Uniti d’America, la Francia dell’affaire
    Dreyfus, il Sud Africa, la Germania di
    Hitler sono stati popoli razzisti. Insomma i popoli
    più civili dell’Occidente sono stati e in parte
    sono tuttora razzisti.
    Spiegava Primo Levi che l’uomo ha un istinto
    razzista, ma che si può parlare di razzismo
    solo quando questo istinto viene legittimato da
    una opinione diffusa, da una ideologia. Ne deriva
    che la lotta fra razzismo e antirazzismo è
    una lotta non fra umanità e bestialità, ma fra
    due culture egualmente umane. Di qui, fra l’altro,
    l’importanza della scuola che può collaborare
    in modo decisivo a formare un cittadino
    democratico e antirazzista.
    Oggi l’istinto innato all’egoismo sta trovando
    in Italia la sua legittimazione ideologica grazie
    al nuovo governo. Per ora siamo in una fase in
    cui il cittadino perbene dice ancora Io non sono
    razzista. Ma… Lo fa per rispetto automatico
    nei confronti di una tradizione democratica che
    in Italia è indubbiamente esistita, ma che si sta
    logorando. La sostanza di quel discorso, purtroppo,
    sta nelle parole che seguono quel ma.
    E così oggi c’è già chi dà la caccia al nero, spara,
    uccide. Ma c’è anche di peggio: quando
    Salvini parla dei migranti come dei palestrati in
    crociera rivela una ferocia astuta tipicamente
    umana: lui sa che la realtà è il contrario di quello
    che dice e finge di non saperlo. I suoi ascoltatori
    egualmente sanno che la realtà è un’altra.
    Quella di Salvini è una ironia sinistra, una
    ironia paradossale, che gioca sulla coscienza
    di una verità che viene volutamente rovesciata.
    Questa ironia è terribile perché rovescia la verità
    in ghigno e sorriso sardonico fra esseri
    consapevoli e superiori e perché presuppone
    un consenso sociale al ribaltamento della realtà.
    È una ironia scaltra, una ironia umana, troppo
    umana.

    (Da Romano Luperini, L’umanesimo e la questione
    dei migranti in “L’IMMAGINAZIONE” n. 308
    novembre-dicembre 2018)

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