di Carlo Bordini

 

E’ appena uscito, per i tipi di Empirìa, il Diario di un finto inverno di Rita Iacomino. In parole brevi e essenziali,  l’autrice dà all’inizio del libro una chiave di lettura per questa sua silloge: un inverno finto nel senso che è nudo, è spoglio, come l’inverno, è un diario “redatto a freddo”, in cui “la scrittura è fuori dal canto”; il che è vero solo in parte, perché il canto c’è, ma è in buona parte vero, soprattutto nella prima metà del libro. Si potrebbe dire, per buona parte del libro, che la scrittura di Rita Iacomino sia la cosa meno barocca che si possa incontrare: nuda e essenziale; quasi geometrica. E’ il diario o la narrazione di un malessere, e costituisce un tutto unico: come ogni diario, ha una continuità tematica. Più che una silloge, è un lungo delirio, ma qui bisogna fare attenzione, perché si tratta di un delirio consapevole. In questo libro il guardare (e anche l’essere guardati) non è soltanto un modo per vedersi, per capirsi; questa parola “guardare” che ricorre tanto spesso in questi versi è l’espressione di uno stato: chi guarda, in questi versi, non agisce; è fuori del ritmo del mondo. C’è un guardare sempre dal di fuori, e  anche un essere guardati dal di fuori. Un senso di estraneità: “fuori c’è la realtà e dentro la memoria della realtà”: come un animale in gabbia che, liberato, non riesce più a correre, c’è solo il ricordo della corsa.

 

In questo lungo delirio consapevole si cerca un qualche ordine, ma questo ordine sfugge: “Do ordini nel marasma e tutto l’esercito disobbedisce. / In verità io sono il capo degli ammutinati.” Il disordine è inevitabile. Il diario, in fondo, è la descrizione di una condanna.

 

Posso invecchiare e morire da ragazza.
Sto sempre su quell’autobus e sempre in quella piazza.
Divento vecchia senza diventare adulta.
Sto relegata come un animale dentro questa gabbia
qualcosa più feroce di me che mi trattiene.

 

Versi forti, drammatici. La verità è una chiave di volta di questa scrittura. Non solo non edulcora nulla, ma sceglie sempre il punto più doloroso e difforme su cui mettere il dito.

 

Scrivere è atto di ferocia, non scrivere è atto di ferocia.
Assistere compiaciuti allo scempio della vita, felici nello sgozzamento delle ore

 

E, in definitiva:

 

Lasciare che la realtà si porti al limite della sua nudità senza l’arte,
l’arte che si ostina, nelle vesti tristi, nelle bende pietose.

 

Rita Iacomino rifiuta “l’arte”; quell’”arte” pietosa che edulcora la realtà, che nasconde le brutture. Ma proprio nel mostrare le brutture e le anomalie risiede la sua arte, un’arte che si rivela particolarmente capace di mostrare l’orrore del nostro tempo. Nel mostrarle, infatti, ci fa un dono.

 

La solitudine e la mancanza di amore sono temi costanti. L’idea di aver perso l’appuntamento con la realtà. L’amore è un sogno criminale. E l’emergere del tema del sogno che si mescola col ricordo. Ma anche il sogno non è propriamente un rifugio:

 

 Inspiegabile bellezza dei sogni, bellezza aleatoria,
funzione elettrica del rappresentare.
E il plot è scarno, perfetto: assestamento, coincidenza di noi e mondo.
Coincidenze aleatorie.

 

La poesia di Iacomino si pone la funzione di svelare le illusioni, di mostrare, in un certo senso, la povertà del plot consolatorio del sogno, la pochezza che lo caratterizza. E’ una poesia completamente e ferocemente anti-romantica. Anche sognare l’infanzia è difficile, e i risultati non sono per nulla consolatori (La madre). La disperazione e la solitudine sono totali.

 

Ma c’è, in fondo, qualcosa di consolatorio? La tensione può affievolirsi in qualche modo? In questo diario d’inverno la consolazione (invernale e malinconica) appare, nella seconda parte del libro, sotto forma di pioggia e di nebbia. Forse la pioggia può mettere insieme le cose, permettere un contatto, la nebbia può anche nascondere l’orrore, e il freddo, infine, può essere anche un agente allucinatorio:

 

 

La pioggia rende le cose intime.
Tutto un po’ si chiude in sé e ripara.
Così la strada e la finestra da cui guardo si legano e le gocce vanno da una  superficie all’altra.
Nelle case di fronte, tra le lenzuola, qualcuno dorme in un’intimità più fonda con le cose.
La pioggia è un’acqua di contatto.
Una figura piccola e svelta.

 

 

Ed inoltre:

 

 

Pendolari

 

I passeggeri del treno vivono storie passeggere.
Un bacio di sfuggita una dormita un sogno che gela sul vetro
e poi le luci di un altro treno che sfreccia nel fianco.
Il cielo che di mattina è bianco
i paesi che svettano come strisce d’argento.
Ma siamo sempre altrove io e te, sull’astronave impazzita
e senza terra.

 

Rita Iacomino, Diario di un finto inverno, Edizioni Empirìa, 2018, pag. 68, Euro 12.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *