di Francesco Pecoraro

 

Di recente, sullo stradone para-periferico dove abito—è centralissimo ma, a partire da un’evidente disgregazione spazio-sociale, ha molte caratteristiche della periferia—è atterrato un Centro Commerciale con annesso il centro fitness di una nota multinazionale che tratta musica, linee aeree, gym, bevande, servizi finanziari, giochi per computer, internet, tv via cavo, distribuzione, telefonia mobile e chissà cos’altro, ma molto altro, che nel 2016 ha fatturato 19,5 miliardi di sterline. Il grosso buco post-industriale, divenuto edificabile verso la fine dei ’60 del Novecento e che per decenni ha costituito un brano di «terzo paesaggio», qualsiasi cosa voglia dire, è stato mineralizzato in pochissimo tempo secondo un progetto dal linguaggio mid cult, di cui si percepiscono le infinite modifiche, le incertezze stilistiche, le soluzioni arronzate, e suddiviso in spazi che, senza riuscirvi, vorrebbero essere pubblici. Ma il clou dell’intervento è un centro commerciale per consumo di fascia medio bassa, di per sé scarsamente attrattivo e però capace lo stesso di uccidere in breve tempo le poche piccole imprese commerciali già presenti in zona. Mentre il centro fitness ha già fatto fuori tutte le palestrucce, semi-interrate e male-odoranti, che da decenni, con il loro carico di funghi simbionti del piede umano, vivacchiavano in zona.

 

Anche se capiamo che la presenza di queste due strutture avrà come conseguenza la desertificazione commerciale dell’area, non possiamo tuttavia negare, noi residenti, di sentirci risarciti e galvanizzati. È come se, dopo essere stati per quasi un secolo zona industriale e non riuscendo per decenni a farci città, la città fosse finalmente venuta da noi e per di più nella sua versione più cool, quella del centro commerciale, che è tutto il contrario di un non-luogo, come invece fu teorizzato, e del centro di cultura fisica cioè, qui in zona, di cultura tout court, che, almeno per me, reperto fossile del tardo Novecento, ha caratteristiche stranissime.

 

La prima è che si pone come un oggetto chiuso e sacrale, tempio della cultura montante che è culto certamente del corpo, ma soprattutto della fatica fine a se stessa, essudativa, purificante e salvifica di una condizione umana impura, ma ormai completamente laica, fatta di funzioni corporali, fiction televisiva, abbigliamento e poco altro, cui la palestra serve come un confessionale, rifugio del super-Io, cioè di quel dover-essere-in-forma capace di riempire, ma mai del tutto, il restante vuoto esistenziale che, pur essendo il fine ultimo della civiltà umana, nascostamente ci sgomenta.

 

Dico palestra, ma si tratta di una cosa più grossa e articolata, un centro di dimensioni credo medie, multifunzionale e ben disegnato. Vale a dire progettato, almeno all’interno, come piace a me, cioè in modo ikeico, essenziale e moderno[1], ma solo se prescindo dalla ceramica finto-legno messa più o meno dappertutto[2].

 

Delle altre caratteristiche cercherò di dire in modo a-sistematico e confuso perché, non solo non riesco a metterle in fila, ma il farlo mi farebbe sentire un po’ troppo élite e radical chic, cioè inadeguato, come sono, a comprendere un luogo che attualmente costituisce un mito collettivo portante[3], al quale mi sto accostando in questi mesi per la prima volta, con un certo timore e stranimento.

 

È da tempo che nei bar della zona non si fa che parlare di questo centro fitness, che un anno fa si annunciò con l’installazione provvisoria lungo lo stradone di un casotto, anch’esso moderno, tutto vetro e lamiera, dove si faceva prevendita di abbonamenti, con sconti e borsoni in omaggio e riempimento di schede con dati personali da utilizzare poi per il tormento webbico di news e promozioni. Sembrava che tutti volessero iscriversi, me compreso. Era come se in questo territorio selvaggio—dove i vigili urbani non mettono piede da anni e l’azienda municipale dell’immondizia passa sì e no una volta alla settimana—fosse giunta una chiesa missionaria.

 

Finalmente anche questa zona sarebbe stata evangelizzata da un centro fitness, finalmente avremmo avuto qualcosa in cui credere e di cui occuparci con serietà, invece del culto pagano per la Squadra e il nulla tutt’intorno.

 

Effettivamente l’impressione che, ancora dopo qualche mese, seguita a farmi il centro fitness è di uno spazio sacro dove lo stato d’animo di tutti, vecchi e soprattutto giovani, cioè trenta-quarantelli che arrivano e se ne vanno di corsa, è introspettivo. Soli con noi stessi, si suda sul tapis roulant senza guardarsi negli occhi, senza salutarsi, lo sguardo fisso al display della macchina che ti dice tempo e distanza e velocità e pendenza e battiti e calorie bruciate, mentre trasmette un telegiornale o una replica di XFactor, da captarsi con auricolari innestati direttamente negli slot elettronici del tapis.

 

Lo stesso vale per le macchine di scopo, appositamente progettate per farsi gambe, dorsali, interno coscia, bicipiti e tricipiti, addominali e molto altro, in uno sporzionamento del corpo umano che ricorda lo specialismo cui si è ridotta la medicina contemporanea, da cui non riesci mai ad avere quel quadro di insieme che del resto non capiresti.

 

Qui il quadro d’insieme te lo danno gli specchi degli spogliatoi, dove al massimo buongiorno e buona sera o buona giornata, anche se i veri palestrati si dicono buon allenamento e ogni tanto parlano tra loro dicendosi del legamento della spalla infiammato, lo ialuronico senza er cortisone è inutile, e si confrontano silenziosamente i rispettivi tatuaggi. Anche qui negli spogliatoi non dico che regni un imbarazzo collettivo, ma certamente un implicito e gentile fatti i cazzi tuoi, non stiamo qui per fare amicizia, in chiesa non si va per fare amicizia, siamo in sagrestia, ci stiamo addobbando per il rito, chi con pantaloncini e maglietta, chi con canotta e tatuaggi, chi con leggins per tenere caldi i muscoli, anche se in sala c’è una temperatura perfetta.

 

C’è qualcosa nel centro fitness che mi sembra importante, ma che non riesco bene ad afferrare, come fosse l’annuncio, uno degli annunci, di un sostituzione di civiltà in atto, come fosse uno dei segnali che il corpo sociale attorno a noi novecenteschi sta mentalmente cambiando. Un indicatore di uguaglianza, di orizzontalità culturale: abbiamo redditi diversi ma sappiamo tutti le stesse cose, cioè poco o niente, e le differenze sociali non sono più tra chi sa e chi non sa, tra chi possiede risorse e chi no, ma soprattutto tra chi è in forma e chi non lo è, cioè tra chi col proprio corpo è in grado di esibire il risultato dell’acquisizione di una cultura, anzi della cultura, quella del cibo e del fisico e del metabolismo e di ciò che è naturale e di ciò che non lo è, e chi trascina su queste strade un corpo ignorante, cioè con ogni evidenza non curato, non nutrito come si deve, mai allenato e dunque già morente, perché ogni medico, anche il dentista, ti dice dell’importanza di fare moto, non importa se in bici, a piedi, di corsa o su un tapis roulant, meglio se col ritmo cardiaco sotto controllo, meglio se mantenuto sotto 140 battiti.

 

Quello che facciamo nel centro fitness non è sport, non c’è gioco agonismo divertimento battute, niente di tutto ciò: si tratta invece di allenamento, di un’attività specificamente rivolta verso il Sé, verso le soddisfazioni dell’Io palestrato nell’era dell’Essere In Forma come dovere sociale, che è quando essere in forma è prodotto e sostanza di una cultura che sta soppiantando quasi del tutto ciò che fino a un paio di decenni fa intendevamo per cultura. Non so fare niente, non so un cazzo di niente, intorno a me è tutto un magna-magna, ma so che devo essere in forma e come restarci.

 

Il focus attorno a cui si aggregano gli spazi è la sala macchine, tutte rigorosamente dipinte in nero opaco, tutte con l’alloggiamento per la bottiglietta d’acqua, ciascuna con una sua personalità formale, a volte difficile da decifrare. In certi momenti, da certe posizioni e altezze dell’occhio, ti appare una scena in cui le macchine sembrano formare una folla in tumulto, urlante & nera, che si sbraccia e si dispera silenziosamente nell’indifferenza egotica degli utenti.

 

In adiacenza della sala, altri misteriosi spazi dietro vetri opachi dove si svolgono attività specifiche, anch’esse silenziose, come yoga e pilates, ma anche strane come una cosa che si chiama antigravity e implica una schiera di amache rosse sospese a un metro da terra dentro le quali non so cosa si possa/non possa fare, ma da cui ogni ora escono donne dal volto radioso e pieno di soddisfazione.

 

Ora tutto questo, musica demmerda a parte, a me piace.

 

Cioè non mi piace, ma mi piace. Finalmente so dove va la gente (questo posto pare abbia tremila iscritti, o almeno così mi disce un addetto) deprivata dello spazio urbano—che non sa nemmeno cosa sia e non lo pretende, perché non sa cos’è una città, perché, a fronte del centro commerciale, il centro storico è un curioso arcaismo, un parco a tema per turisti—, cioè dove si deve andare una volta usciti dal lavoro e/o sbrigate le faccende: in palestra. Quindi eccomi in palestra, cioè dentro il centro fitness, col personal trainer giovanissimo che mi dice non alzare la spalla, facciamo dieci di queste, bravo, piega le gambe ad angolo retto, ottimo, concentrati sullo sforzo, di queste ne facciamo quindisci, ottimo, se ti fa male smettiamo, respira col diaframma, recupera, bravo, ottimo.

 

E però c’è la macchina misuratrice. Dopo un mese tu ti senti più tonico, stai meglio, ti muovi meglio, ti sembra persino di essere più forte, quindi ti dici che qualche progresso l’hai fatto, che tutto questo stranimento, la fatica, il sudore, il senso generalizzato di scemenza, servono a qualcosa. Ma la macchina misuratrice, collegata a un’app che ti hanno fatto scaricare sul cellulare, e che in pratica è una piattaforma elettrica con display dove sali a piedi nudi, dice no: peso non diminuito, anzi aumentato, stessa massa grassa, poco incremento muscolare, metabolismo appena appena migliorato, idratazione al limite.

 

Sei appena arrivato in palestra, hai salutato la massa muscolare tatuata presente nello spogliatoio, ti sei cambiato, sei entrato in sala macchine, sei salito sulla macchina misuratrice, hai letto il risultato e sei subito tornato nello spogliatoio, ti sei rivestito, sei uscito all’aria aperta e ti sei fatto un cappuccino con un cornetto da 75calorie, equivalenti a mezz’ora di tapis roulant, pendenza 2, velocità 5,6.

 

 

[1] In questo caso “moderno” sta per “il più possibile ridotto alla sua essenza geometrica”. Un incongruo stare-nella-geometria è il modo corrente di intendere la modernità.

[2] La triste condizione contemporanea della ceramica, o klinker o grès che sia, di non essere accettata in quanto tale, cioè per quello che è, ma solo se somigliante a una pietra o a un legno, talmente ben imitato che tu sulle prime pensi sia davvero parquet. Lo stesso altrove vale per la plastica.

[3] Il mito portante del fitness. Gli altri due, secondo la teoria labranchiana del neoproletariato, sono fashion e fiction. Cfr. Tommaso Labranca, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia, Roma, Castelvecchi 2002.

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