di Eugenio Lucrezi

al Maestro Mario Persico

Ci sono uomini di teatro animosi e impavidi, innamorati di Ubu, che di fronte alle “Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico” abdicano, rinunciano, scendono dal vaglio e vanno a piedi. Persino il Rettore Magnifico dell’Institutum Pataphisicum Partenopeium, Maestro Mario Persico, non nega difficoltà di lettura e chiede aiuto agli amici. Occorre dunque interrogarsi sulla lingua che parla il dottore, a rischio di naufragare. E pertanto:

 

1. Burocrazia

 

Il cittadino Alfred Jarry non deve essere stato, nel corso della sua vita breve e intensa fino alla furia, un tipo particolarmente ligio alle regole e interessato alle procedure. Si ha l’impressione, anzi, che se ne sia fatto beffe; chissà se per una deliberata scelta sovversiva o semplicemente perché troppo occupato in fantasticherie che chiedevano di farsi azione all’istante, e risolutamente. Tanto più interessante risulta, pertanto, l’intitolazione del primo degli otto libri che compongono il suo capolavoro, quel Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, che vide la luce solo quattro anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1907. Il titolo del libro d’inizio è PROCEDURA ed è serissimo: inizia riportando tal quale, in un linguaggio da cancelleria mirabilmente mimetico, l’intimazione di tribunale con la quale l’ufficiale giudiziario Panmuphle della Prefettura di Parigi ordina al dottore Faustroll di sloggiare per morosità dall’appartamento che occupa, pena l’immediato sequestro dei beni. A tale esordio fa seguito un succinto racconto della vita non breve e tuttavia “istantanea” del dottore, che, “nato in Circassia, nel 1898 e all’età di sessantatré anni, che conservò per tutta la vita”, morirà poi –lo si apprende alla fine dell’opera– nello stesso anno; anche se da morto non cesserà, per inesausta bramosia di conoscenza e per amore della verità, di dare di sé notizia. Il libro prosegue con l’elencazione dettagliata dei beni da sequestrare, consistenti per lo più in volumi letterari, e con la descrizione del vaglio, o asse, l’imbarcazione con la quale il dottore, sfrattato, intraprenderà un memorabile viaggio, navigando però su terra, insieme all’ufficiale giudiziario assunto senz’altro quale vogatore e alla scimmia babbuino “meno cino che idrocefala” Bosse-de-Nage, interessante personaggio su cui si ritornerà.

Pertanto il primo degli elementi o universali linguistici che costituiscono l’opera ce lo dice –non a caso– questo primo libro: ed è quello burocratico.

 

Jarry adotta il linguaggio burocratico e subito scarta l’intento parodico a favore di quello funzionalistico. Tale universale lo interessa perché è antinaturalistico, enumerativo, estraneo ad ogni idea astratta; perché è il filo che più direttamente lo tiene aderente ai modelli letterari che si è scelto, che sono Rabelais, Sterne e Lautréamont. Jarry non trova il burocratese ridicolo per la sua evidente goffaggine: al contrario, lo esalta per la sua forza di lettura del reale: e lo adotta perché, piuttosto che svilire il mistero e la complessità del mondo, ne racconta il disordine irriducibile senza distogliere lo sguardo dal particulare. Che c’è di meglio del linguaggio burocratico, alla fine, per una scienza quale la Patafisica, che postula essere le leggi dell’universo tradizionale nient’altro che “correlazioni di eccezioni che, per quanto più frequenti, sono in ogni caso fatti eccezionali che, riducendosi a eccezioni poco eccezionali, non hanno nemmeno l’attrattiva della singolarità?”

 

2. Scienza

 

Tra XIX e XX secolo si inaugura il tempo dell’incertezza, che è il nostro. Lo caratterizzano tre rivoluzioni che investono la scienza, le arti e la religione in tutto l’Occidente. Sul piano scientifico, assistiamo alla fine del positivismo; le arti conoscono il tramonto dell’era plurimillenaria della raffigurazione mimetica; le religioni, per loro conto, niente di meno che la morte di dio. La patafisica è consapevole di tutte e tre e pienamente partecipe almeno delle prime due (per la terza, vedremo in seguito), anzitutto della prima: scienza di ciò che si aggiunge alla metafisica, si propone di superare non soltanto la fisica, già superata ampiamente dalla metafisica, ma anche la pretesa di universale normatività di quest’ultima. Oltre che proporselo, lo pretende perché reputa il “consenso universale essere di per se stesso un pregiudizio miracolistico e incomprensibile”: “la scienza attuale si fonda sul principio dell’induzione: la maggior parte degli uomini ha visto il più delle volte un dato fenomeno precedere o seguire un altro, e ne conclude che sarà sempre così. Questo non è esatto che il più delle volte, dipende da un punto di vista ed è codificato secondo la comodità” (capitolo VIII del libro secondo, intitolato ELEMENTI DI PATAFISICA).

 

Chissà se Faustroll, e con lui Jarry, ha letto David Hume; di sicuro tale asserzione, formulata alla fine del XIX secolo, è l’esatta anticipazione, tutto sommato strabiliante, di quanto verrà postulato decenni dopo dai padri della fisica quantistica, e cioè della fisica moderna tout court, che porterà al definitivo superamento della visione dualistica newtoniana che tiene separate onde e particelle, e di conseguenza alla problematizzazione del principio di causalità. Quando Jarry era bambino, Stoney aveva scoperto l’elettrone, e poi Rutheford il nucleo atomico. Ma la teoria corpuscolare non sapeva spiegare perché la materia non collassasse su se stessa, e gli studi del giovane Einstein dimostravano, già nel 1905, come i raggi luminosi si comportassero, in certe situazioni, come particelle e non come onde. La fisica classica era finita, e con essa l’ordine prestabilito dell’universo. Planck, De Broglie, Feynman e tanti altri avrebbero dimostrato che la verità è irrimediabilmente controintuitiva perché, in definitiva, indecisa e indecidibile: materia e radiazione sono insieme particella e onda, e non solo: i due aspetti, corpuscolare e ondulatorio, non possono essere osservati contemporaneamente perché si escludono a vicenda, e non è altro che il tipo di esperimento che viene effettuato a determinare il comportamento degli elementi in esso coinvolti (principio di complementarità di Bohr). Jarry e il suo dottore l’avevano sancito: l’ordine immutabile del mondo è pura illusione, e non è detto che l’aver visto il più delle volte un fenomeno far seguito ad un altro significa che sarà sempre così. E poi, signore e signori, dipende dal punto di vista. Il principio di complementarità andrebbe a ragione ribattezzato “principio di Jarry-Bohr”.

 

Il Faustroll è infarcito di formule, di calcoli e di geometria, fino all’apoteosi del libro ottavo, intitolato ETHERNITÀ, dove, nel capitolo XLI, intitolato DELLA SUPERFICIE DI DIO, sviluppando postulati e corollari, si arriva alla definizione di Dio quale distanza più breve da zero all’infinito. Il nostro autore non scherza mai, neanche quando afferma: “± Dio è la distanza più breve da 0 a ~, in un senso o nell’altro”. Infatti “due sono i princìpi e il suo (di Dio) nome non è chicchessia, è più-e-meno”.

 

Il suo dio non è dunque morto: è incerto. Dipende anch’egli, come le onde e le particelle, dal tipo di osservazione, così come, se Jarry non fosse morto inopinatamente giovane, gli sarebbe stato confermato non molti decenni dopo dai fisici quantistici, suoi (inconsapevoli?) colleghi patafisici.

 

3. Viaggio

 

Il viaggio di Faustroll si compie a bordo di un vaglio che è un canotto sempre asciutto progettato per navigare “come la nepa filiforme e le larve delle zanzare, le quali, da sopra o da sotto, si servono della superficie degli stagni come di un solido pavimento”; e tuttavia il viaggio non si svolgerà sull’acqua, ma sulla terraferma, così come si svolse “nell’Odissea [sic – nota dell’estensore], il gioioso cammino dell’irreprensibile figlio di Peleo, sul prato degli asfodeli”. La città attraversata nel libro terzo dell’opera, intitolato DA PARIGI A PARIGI PER MARE O IL ROBINSON BELGA, è un viaggio rituale, compiuto alla maniera degli antichi Egizi dipinti sulle pareti delle loro tombe, che porta l’equipaggio, composto dal dottore, dall’ufficiale giudiziario e dalla scimmia idrocefala, ad approdare, piuttosto che agli edifici e agli isolati degli arrondissement, ad una sfilza di isole stupefacenti, edeniche e orrifiche, a turno. Nocchiero è ovviamente il dottore, ma a prua “risplende la faccia scorticata di Bosse-de-Nage, quale luminosa lanterna della rotta”. La scimmia è dunque per Faustroll quello che è Virgilio per Dante. Un intervento chirurgico effettuato dal dottore gli ha trapiantato sul viso cinocefalo le natiche grasse, che usa, all’occorrenza, per lubrificare gli ingranaggi dell’asse. L’animale, pur menomato per via dell’idrocefalia che lo rende più stupido degli altri babbuini, è stato addestrato a parlare, e “per quanto non sappia completamente la lingua francese, pronuncia abbastanza correttamente alcune parole belghe”, anche se abitualmente –ma non necessariamente!– proferisce un “monosillabo tautologico”: «Ha ‘ha».

 

Bosse-de-Nage è dunque natura degradata dall’intervento umano a caricatura della scimmia, già di suo caricatura dell’uomo: Faustroll gli ha fatto la faccia come il culo. Frankenstein redivivo, nonché Venerdì del suo Robinson belga (ancorché nato in Circassia) e Sancho Panza del suo Hidalgo, è però guida e lanterna in quanto tenutario degli ancestrali retaggi, vivente esemplare del dubitoso manifestarsi della magica scintilla del linguaggio lungo la catena evolutiva, campione di quella ibridazione tra pre-umano e post-umano, tra natura e artificio, tra sacrale e mostruoso che già denota, in mirabile anticipo rispetto all’odierna, la contemporaneità di Jarry.

 

Il viaggio è dunque l’argomento del libro dall’inizio alla fine, con estensione in un aldilà post mortem raccontato in pagine impassibili –non meno disperate che esilaranti– le quali potrebbero essere state scritte mezzo secolo dopo da Tommaso Landolfi, una delle più fedeli reincarnazioni del Nostro.

 

Scritti di viaggio sono d’altra parte la maggior parte dei libri posseduti da Faustroll, così come risulta dai minuziosi verbali di sequestro redatti da signor Panmuphle: The Ryme of the Ancient Mariner e l’Odissea, il Gargantua e Pantagruel e Le Voyage au Centre de la Terre, e poi Bergerac, Defoe, Poe…

 

Come i suoi cari esempi, Jarry, scrittore legato come pochi altri alla tradizione, usa il linguaggio nel modo proficuo che l’impegno del viaggio gli consente: rovesciando la rappresentazione mimetica nell’invenzione, e cioè usando lo strumento dello sguardo –nonché lo stilo che ne traduce sulla pagina gli ottenimenti– per dis-velare la realtà dalle coperture dell’abitudine e del pre-visto. In tal maniera riesce a sovvertire le percezioni stabilizzate, rese inerti dai veli ottundenti del senso comune. È l’utilizzo sistematicamente straniato degli strumenti percettivi che gli permette di demolire le facciate grigie e inespressive dei condomini degli arrondissement e di vedere finalmente le meraviglie del Reale.

 

Ultima notazione: essendo i Padri i tenutari della Tradizione, Jarry, figlio devoto, li uccide. E pertanto le Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico si possono anche leggere come un Sentimental Journey di Laurence Sterne rovesciato come un guanto. Non è infatti “più-e-meno” il nome di Dio? E perché non, allora, anche quello del papà di Tristram Shandy, nei confronti del quale il dottore è debitore, addirittura! del titolo della sua opera?

3 thoughts on “Che lingua parla il dottor Faustroll, patafisico. Su Alfred Jarry

  1. Rigrazio Eugenio Lucrezi che dimostra ancora una volta di non temere il naufragio nell’abisso dell’indicibile. Al contrario, una scrittura delle percezioni come quella di Jarry sembra essere il suo habitat naturale. È bello e importante assorbire questa riflessione e sentirsi interessati a leggere un libro complesso quanto profondamente necessario.

  2. “È il caso di ricordare che la Salomé di Oscar Wilde era stata scritta in francese con l’aiuto di Marcel Schwob e Pierre Louÿs, che fu Schwob a fare la prima lettura dell’Ubu Re di Jarry e che Colette e Willy erano tra il pubblico della sua tumultuosa e ormai leggendaria prima – lui che richiamava la folla vociante perché lo spettacolo potesse continuare e lei che ‘ululava di gioia’ cosi forte che la sua risata si sentiva al di sopra di quel baccano d’inferno.”

    Judith Thurman. Una vita di Colette. I segreti della carne. Milano, Feltrinelli 2001 p. 118

  3. “Picasso […] mi mostra una curiosa piastra incisa da Jarry.
    PICASSO: Jarry ha lasciato parecchi di questi bassorilievi. Cosa rappresentano? Difficile dirlo. Questo è un tizio con un gufo ai suoi piedi. Potresti un giorno fare una foto. Lo sai che Jarry teneva in casa un vero gufo? I suoi gufi sono gli antenati del mio gufo.”

    Brassaï. Conversations avec Picasso. Paris, Gallimard, 1997. p. 238

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