di Andrea Cortellessa e Gianluigi Simonetti

 

[Le due recensioni sono uscite rispettivamente su «Tuttolibri» e «Alias»].

 

  

Andrea Cortellessa

 

«Cercavo una parola che […] mi costringesse a fare parecchi conti con la mia vita e le mie idee»; e questa parola, «stuprata da molti e da molti onorata in silenzio, era “bontà”». Così Walter Siti in fondo al suo nuovo libro. La chiave è nella metafora dello stupro: tema ricorrente che – nella fattispecie più intollerabile, quella pedofila – ha fatto scandalo, l’anno scorso, con Bruciare tutto. Il nuovo gioco di prestigio, di chi in passato ha tanto offeso i benpensanti, è scandalizzare coloro che, a quel benpensiero allergici, hanno eletto i suoi libri a vangelo nero (per esempio contro la presunta omologazione oggi oscenamente detta “buonista”).

 

È la mossa dei grandi decadenti in odore di zolfo, Huysmans o Verlaine, snobisticamente convertiti a un’oculata sagesse se non al più mieloso conformismo (ma che urtica ancor oggi, per esempio nelle laudi alla Madonna del già “cannibale” Aldo Nove). Segno preciso che si sia in presenza di letteratura, in effetti, è l’impossibilità di ridurla a “vangelo” (non importa se diretto o rovesciato), ove essa conservi cioè un’ambiguità che faccia davvero scandalo: secondo metafora paolina ma anche evangelica, «sasso d’inciampo» che è «pietra angolare». E fa quest’effetto il finale di Bontà: in cui il mondo pare salvato dai ragazzini (come in tanta letteratura benpensante) ma quei ragazzini (ragazzine, anzi) rivelano di far parte del mondo che «fa schifo», il mondo di tutti noi. Il gesto sublime di perdono dell’ultima riga, che pare uscito dal finale dell’Avventura di Antonioni, diventa così a sua volta magnificamente ambiguo.

Come in tutti i libri di Siti ci sono, nell’insidiosa sotie che è Bontà, una quantità di citazioni, esplicite e implicite. Più di tutte mi colpisce quella di un testo non così eminente, un manuale di self-help per culturisti decisi a tutto che nell’ambiente è un vero testo di culto («non da leggere ma da studiare!», si legge on line) e che s’intitola Costruire la bestia perfetta. Titolo a sua volta perfetto, direi, per il compito che s’è dato Siti col suo nuovo protagonista: bestia da stile destinata a restare nella memoria di chi legge. Ugo – «vecchio culattone» onnipotente arbiter di una mega casa editrice d’invenzione che aggiorna gli estri del Padrone di Goffredo Parise, e i cui anodini prodotti seriali disprezza (ne leggiamo en passant gustose parodie) e insieme incoraggia, così bestemmiando una letteratura che non ha avuto la «fame», ma anche la «bontà», di perseguire in prima persona – pare sintesi davvero perfetta dei suoi avatar precedenti: dal «professore bavoso» che inseguiva la «metafisica» nel «tornirsi della materia» dei suoi statuarî escort, in Troppi paradisi e dintorni, al sadico ed estetizzante suo rovescio strutturale nel sottovalutato Autopsia dell’ossessione, sino al simpaticissimo quanto demoniaco bankster di Resistere non serve a niente. Ugo è il più cattivo di tutti «perché è molto infelice»: non ha solo in uggia «la retorica del bene» ma il «bene in se stesso», «perché qualsiasi miglioramento lo offende»; medita su Leopardi e Pavese, almanacca un suicidio per procura destinato al fallimento ma che gli mostrerà una strada imprevista: quella che rovescia il titolo dall’antifrasi sarcastica a una “scandalosa” letteralità (e rovescia Sartre, quando scopre che «il paradiso sono gli altri»). Intanto la penna del suo avatar-autore pare tornata alla maestria dei suoi giorni migliori: facendo petite musique effervescente (nel solito «cazzeggio» che però lievita spesso, qui, sino a forme tra «aggressione personale e pessimismo cosmico»), come gli strumenti inquietanti di Evaristo Baschenis riprodotti in copertina. La musique, sempre, avant toute chose!

*

Gianluigi Simonetti

 

«Ugo accende la Flos della scrivania e apre un plico con la lettera di un politico che raccomanda l’accluso manoscritto (“tratta bene il testo qui compiegato, se lo merita”) – è la storia, pare, di alcuni ragazzi di strada napoletani riscattati dal teatro, che hanno formato una compagnia coi soldi della Regione e fanno tournée. Ah ecco, sostituire una irrealtà con un’altra irrealtà, sublime pensata! (…) Ugo crede di incazzarsi contro la retorica del bene mentre è proprio con l’idea del bene in se stesso che ce l’ha, perché qualsiasi miglioramento lo offende. (Qualcuno che ti apra le braccia senza tornaconto, un’ipotesi che non ha mai preso in considerazione)».

 

Citazione un po’ lunga, ma esemplare; il brano che avete appena letto lascia infatti intravedere i tre strati principali che compongono il libro da cui è tratto – Bontà, di Walter Siti, appena uscito per Einaudi. A un primo livello, Bontà si offre come apologo sull’Italia contemporanea, intesa come laboratorio dell’irrealtà ingannevole e del miglioramento impossibile. Da un lato false liberazioni, dall’altro negazioni piene di rancore: un Paese in cui più nessuno è contento di se stesso. Due frustrazioni, in particolare, si confrontano: quella di Ugo, il protagonista, anziano direttore editoriale alle soglie della pensione, anaffettivo e inappetente, roso dal cinismo e dalla solitudine; e quella dei giovani editor che stanno per prendere il suo posto, tecnocrati dell’illusionismo consolatore, anestetizzati dalla competizione. Il vecchio Ugo, con senso del tragico, ha deciso di morire, per eccesso d’infelicità e di cattiveria (che lui però scambia per saggezza e serietà: “sono l’unico maturo in quella baracca»). La maturità invece ai giovani non interessa: antitragici per mancanza di gerarchie, all’autoanalisi preferiscono l’inconsapevolezza («Sono loro che confezionano i racconti, o sono i racconti che confezionano loro?»). Dopo aver soffocato la sua giovanile vocazione letteraria, Ugo progetta un «poema d’azione» che consiste nel farsi uccidere da un giovane killer prezzolato: il tema centrale di Bontà è quello del parricidio, e più in generale del tradimento, dalle chiare implicazioni sociologiche. Ma la defezione che racconta è anche e soprattutto culturale.

 

A un secondo livello, infatti, Bontà azzarda una riflessione sulla letteratura che si scrive oggi, e sull’uso che oggi ne facciamo. Ambientato nel mondo dell’editoria, contiene quattro virtuosistici pastiche di scritture alla moda. Ugo si erge a giudice di un’arte ormai ridotta a mezzo («uno strumento per confermare, non un acido per corrodere»); innesco spettacolare di pronto consumo, subalterno alla comunicazione multimediale, senza più organici rapporti con la lingua e con l’inconscio. Ma sarebbe pigro prendere le parole di Ugo alla lettera: il suo è il punto di vista di un fine letterato e di un sottile critico della cultra, ma anche di uno scrittore fallito, accecato dall’impotenza e dal livore. Bontà non si ferma alla parodia della letteratura che gira a vuoto, cerca anche di scoprire – ed è il suo aspetto più stimolante – quel che non vogliamo leggere nei libri.

 

Le molteplici scissioni che Ugo porta in sé (e se la famosa autofiction di Siti, uscita dalla porta dei suoi romanzi, rientrasse così dalla finestra?) ci portano al terzo e decisivo livello. Bontà aggiunge una tessera nuova, solo apparentemente ‘minore’, ad un mosaico narrativo in cui, posto il filo comune di una «storia del desiderio» degli ultimi decenni, ogni elemento integra e rovescia le acquisizioni precedenti. Siti ha deciso di reagire a quella che gli sembra una cultura in agonia impuntandosi a comporre opere d’arte dense, complesse e contraddittorie, in sfida costante con se stesse: gli esiti potranno risultare alterni, ma costante è la volontà di riflettere, aggredire, lasciarsi parlare. Bontà reagisce, visibilmente, a Bruciare tutto, dello scorso anno, alla sua mortale serietà e alla sua polemica accoglienza: lì i suicidi angosciosi del prete e del bambino, in una tragedia della disintegrazione, qui un progetto derisorio di suicidio che sfocia in una libertà paradossale. Ma chi conosce l’opera di Siti saprà riconoscere in Bontà, tra le molte citazioni allusive, numerosi altri rimandi, e rettifiche, ai suoi libri precedenti (per tacere di quelli altrui), da Scuola di nudo a Autopsia dell’ossessione, fino all’ultimissimo Pagare o non pagare, saggio sull’economia del gratis che si concludeva con l’immagine di Siti baciato per scommessa sulla guancia da una ragazza di passaggio in un parco. Il finale di Bontà torna a proporre un vecchio salvato da una ragazzina: la posizione di partenza ne risulta rovesciata. Per arrivare a supporre che «il paradiso sono gli altri» è stato necessario attraversare molti inferni.

3 thoughts on “Su “Bontà” di Walter Siti

  1. “Per arrivare a supporre che «il paradiso sono gli altri» è stato necessario attraversare molti inferni”

    Gli inferni voi li “attraversate”, altri ci restano (secchi).

  2. “ Lunedì 8 maggio 2017 – « Sono un animale realistico, anche alle elementari la maestra mi sgridava perché non mi riuscivano i ” temi di fantasia ” ; mai stato capace di inventare fate e draghi. », scopro che ha detto, nell’ottobre del 2014, Walter Siti. Ora non fare troppo il modesto, dico io. Che so che con la fantasia si va poco lontano, mentre con l’immaginazione si va al potere, anzi al « pouvoir », non so se mi spiego. “.

  3. “Sono un animale realistico”…

    Mai visto “un animale realistico” scrivere “Il neorealismo nella poesia italiana (1941-1956)”.
    O Siti lo è diventato scrivendo? E andando al potere ? Non quello con la P maiuscola, di cui come tutti noi può solo parlare. Certo, lui lo fa più “realisticamente” (del re…).

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