di Daniele Giglioli

 

[Il Saggiatore ha da poco ripubblicato All’ordine del giorno il terrore di Daniele Giglioli. Il libro verrà presentato domani alle 19 a Roma (Libreria Tomo, via degli Etruschi 4) da Andrea Cortellessa e Stefano Chiodi. Pubblichiamo la postfazione che Giglioli ha scritto per la nuova edizione].

 

All’ordine del giorno è il terrore è stato scritto alla metà degli anni 2000, e di quel clima porta tutti i segni, impossibili da cancellare. Per questo lo ripubblico com’era, a parte la correzione di alcuni errori materiali e lo scioglimento di qualche periodo che oggi mi suona involuto. Aggiornarlo avrebbe significato riscriverlo. Mi limiterò a spiegare come è nato, e a chiedermi se l’ipotesi che voleva verificare è ancora valida, o se, per riproporla, non sia necessario darle un ulteriore giro di vite.

 

Il libro nasceva, come dichiara il titolo, dall’urgenza di organizzare una reazione a un senso di sgomento condiviso da molti, indotto non solo dagli spettacolari attentati dell’11 settembre, ma anche dalle reazioni che gli eventi avevano a loro volta suscitato. In quel gioco di specchi si agitavano confusamente molti cattivi pensieri. Alcuni ovvi, in piena luce, in qualche modo legittimi: panico, raccapriccio, desiderio di protezione, ansie securitarie, demonizzazione del diverso. Ma a colpirmi erano altri, meno immediatamente espressi, più sinistri, più segreti, velenosi, potenzialmente letali. In primo luogo uno strano, censurato e stravolto ma avvertibile sentimento di eccitazione, fascinazione, esultanza, gratitudine; perfino nelle menti più ciniche, perfino in chi se ne serviva strumentalmente per gli interessi più sporchi. Era come se qualcosa fosse finalmente ritornato al suo posto.

 

La strumentalità era evidente, non richiedeva troppa riflessione: dopo il crollo del comunismo, ecco il nuovo nemico che ci identifica, noi, cittadini delle democrazie occidentali, ecco ciò che ci legittima attraverso ciò che non siamo e non vogliamo, al netto di tutte le nostre mancanze. Ma c’era anche dell’altro. Insieme all’intento autoapologetico (la vecchia storia del male minore: non saremo granché, ma gli altri sono peggio) si percepiva uno scricchiolio sinistro, come quando si saggia con una sorta di panico sublime la precarietà delle fondamenta di una costruzione. La democrazia messa radicalmente in questione non da un nemico esterno ma da un difetto di struttura, una tara d’origine, un male ereditario.

 

Personalmente non ho mai creduto all’esistenza nella realtà di qualcosa come «il terrorismo», termine generico che designa solo una serie di tecniche di lotta asimmetrica adottate da soggetti diversi in contesti diversi. O, al massimo, un dispositivo retorico mirato a squalificare l’impiego di quelle tecniche laddove vengano usate contro chi di volta in volta detiene il discorso. La sua sostanzializzazione in un fenomeno unitario è pura ideologia, col corredo di pseudoconcetti quali la «guerra al terrorismo», il «terrorismo islamico», e altre analoghe mortificazioni della ragione. Una tipica prestazione dell’immaginario. Ma era ed è stupefacente constatare quanto l’immaginario terroristico sia in grado di suscitare comportamenti e passioni, dando senso di sé a una società in misura infinitamente maggiore di quanto le sue manifestazioni fattuali – attentati, rapimenti, esecuzioni – possano mai sperare di ottenere. Di qui la scelta di chiedersi di quale male sia sintomo, quanta impotenza esso mascheri e riveli; di farlo attraverso la letteratura, che dell’immaginario è nello stesso tempo una manifestazione e una critica, una verifica, così come, nell’antica Atene che inventava la democrazia, la tragedia non era solo una riproposizione ma anche una messa in discussione del mito, mythos e insieme logos, soggetti umani che ci ragionano sopra; e di non occuparsi invece del terrorismo in quanto fatto storico, su cui non avrei avuto nulla da offrire oltre la doxa a disposizione di qualsiasi cittadino mediamente informato.

 

Mi interessava, più che ciò che divide dai terroristi, ciò che pur nel ribrezzo e nel ripudio ci accomuna a loro. Quale specchio ci tendono, quale lato in ombra di noi ci fanno scoprire, soprattutto gli aspetti meno ovvi – perché c’è dell’ovvio anche nell’oscuro, il piacere del male, l’attrazione per la violenza e cose del genere non richiedono più tante indagini. Non si trattava di chiedersi «cosa pensano davvero», fatica due volte inutile visto che la domanda, posta attraverso la finzione letteraria, avrebbe potuto produrre solo cattiva psicologia e cattiva sociologia. La vera questione era cosa penseremmo noi al loro posto, immaginandoci nella loro situazione. Il capitolo introduttivo si chiudeva suggerendo la necessità di un «inventario etico» che ci aiutasse a fare «buon uso non del terrorismo, ma di noi». Per capire se il proposito è ancora attuale bisogna verificare in quale misura è possibile leggere attraverso il suo filtro anche tutto ciò che è mutato da allora.

 

«L’albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni.» Questa frase di Thomas Jefferson, padre fondatore della democrazia americana, ricorre più volte nel memoriale di Anders Breivik, il suprematista bianco responsabile del massacro di Utoya. Per rispetto del lettore salterò i passaggi. Democrazia e terrorismo sono, storicamente e logicamente, un parto gemellare. Può sembrare un paradosso ma è storia, anche se la doxa (paradosso: andare oltre la doxa) recita che la democrazia è rinuncia alla violenza. Favole. Tutte le democrazie moderne nascono da un atto violento, i cui risvolti terribili esse tendono a eclissare nelle celebrazioni come fanno gli animali con i loro escrementi. Il terrorismo non è barbaro, arcaico, regressivo: è assolutamente moderno. Difficile spiegarsi altrimenti come mai colui che è per eccellenza il filosofo del terrore, Thomas Hobbes, abbia operato al tempo della prima rivoluzione europea, quella puritana di Cromwell; perché la parola terrorismo nasca durante la rivoluzione francese; e perché perfino durante la nostra guerra civile i partigiani potessero impiegare quella parola per spiegare le loro azioni (Luigi Meneghello, I piccoli maestri: «“Se fossi nato qui farei il terrorista”. “E non lo fai lo stesso?”»), con tutti i funesti equivoci che ne derivarono negli anni settanta del secolo scorso.

 

Ciò non significa ovviamente che democrazia e terrorismo siano equiparabili, unica concessione che farò a eventuali benpensanti che dovessero imbattersi in queste pagine, quei benpensanti cui non si deve mai dare la soddisfazione di sentirsi ribadire che l’autore preferisce la democrazia al terrorismo e piattezze consimili: se le dicano da soli. Significa che la spinta che li ha posti in essere è la stessa. Detta rozzamente: la paura, tradizionale appannaggio dei «piccoli», per la prima volta riversata sui «grandi». Che comincino ad avere paura anche loro. Che non pensino più di passarla liscia, di essere migliori dagli altri, di poter tiranneggiare, sfruttare, umiliare chi è nato con i loro stessi diritti. Ogni ordine costituito, anche il più auspicabilmente mite, conserva sempre in sé la traccia di questo processo costituente, e non potrebbe essere altrimenti.

 

Ciò che l’immaginario terroristico ricorda alla democrazia non è però tanto questo (anche perché sappiamo tutti benissimo che nella realtà gli attentati terroristici sono spesso, al netto della sincerità più o meno ottusa di coloro che vi si prestano, manipolazioni di apparati che destabilizzano per stabilizzare, campagne di marketing, disinformazione, strategie geopolitiche o anche solo economiche, e che dopo l’11 settembre si parlava di al-Qaeda per non parlare dell’Arabia saudita). È piuttosto quanto, nel lungo e mai del tutto compiuto percorso tra il momento costituente – il potere appartiene alle oligarchie che si ricostruiscono. Le disuguaglianze, non solo economiche, che si riproducono. Gli apparati governamentali che si fanno sempre più complessi, sovranazionali, autoreferenziali, il che ingenera ogni sorta di dubbi ontologici e di fantasie complottistiche su «chi decide davvero», con la sola certezza che noi sicuramente no. La sovranità che da effettiva scade a nominale, le elezioni e i referendum che degenerano in simulacri. Il diritto alla partecipazione che sfocia, come diceva già Tocqueville, nel suo opposto, una solitudine essenziale, una folla solitaria atomizzata e autorizzata a occuparsi solo del suo particulare, versione appena ingentilita di quella lotta di tutti contro tutti, il mitico stato di natura, da cui la teoria politica moderna prometteva di liberarci. Irrilevanza del singolo, tanto più narcisisticamente dedito al culto immaginario del proprio Io quanto più sostituibile, fungibile, insussistente nella realtà. Nata dalla politicizzazione dei cittadini, la democrazia finisce di norma per spoliticizzarli, annullando la sua stessa ragion d’essere.

 

È in questo elenco di doléances, non completo e certo non nuovo, che il terrorismo trova la sua forza propulsiva, il suo combustibile sentimentale. A differenza di ciò che corrivamente si crede, il terrorismo non è il contrario ma il rovescio della democrazia. È la sua disperazione, il suo lato oscuro, lo spettro sempre incombente del suo fallimento. È l’ombra che la democrazia getta sul soggetto, la sua potenza inespressa, le sue premesse impossibili, le sue promesse non mantenute. Il rovescio inerisce alla cosa, non le si oppone. Il terrorismo prende alla lettera ciò che la democrazia promette. Ciò che, per dichiararsi tale, non può che promettere. Ma anche ciò che, per esistere effettivamente, non può che disattendere. Non si era detto che contavamo tutti? Che tutti, e non solo pochi, eravamo diventati grandi? Come i bambini, i folli e le parabole di Kafka (sentirsi un insetto, avere la legge scritta addosso, morire come un cane…), l’immaginario terroristico prende le metafore alla lettera. Non a caso è una politica del corpo, fatta attraverso il corpo, quel corpo che in democrazia non è solo metafora (corpo politico, corpo elettorale) ma materia costitutiva delle sue pratiche, votare, riunirsi, manifestare, tutte cose che si fanno col corpo, e in cui chi non c’è non conta. Democrazia e terrorismo presuppongono entrambi corpi vivi cui promettono potenza, anche se in senso inverso. Laddove la democrazia irreggimenta i corpi in un processo di astrazione che produce sempre maggiore distanza, il terrorismo restituisce presenza, prossimità e pregnanza al corpo del cittadino sotto la specie della morte.

 

Ma anche la democrazia, nata contestualmente al processo di secolarizzazione, ha con la morte un debito d’origine che non si riduce solo alla sua genesi violenta. La democrazia non è cura d’anime, si rivolge a dei corpi che si sanno finiti, non può fare ricorso al trascendente, promettere premi o castighi ultramondani. Ci si gioca tutto qui e ora. Ogni vita è irripetibile, non ci sarà un secondo tempo. Per un corpo mortale, ogni momento è decisivo. E ciò vale per tutti, a differenza dei regimi in cui solo ai grandi è dato pretendere a un destino, un momento kairotico, una possibilità di inscrivere il proprio nome nella storia. In democrazia, ogni corpo è duplice, materiale e significante, come il corpo del sovrano. E poiché sovrano è chi decide dello stato di eccezione, ecco che il terrorista rivendica per sé quella prerogativa, denunciando, con la sua letteralizzazione paranoica, il nichilismo sotteso alla tacita accettazione del fatto che sulla sovranità si diceva per dire, era appunto una metafora, nella realtà i poteri veri sono altri. Sovrani un giorno, sudditi tutti gli altri, diceva già Rousseau parlando degli inglesi e delle loro elezioni.

 

Senza con ciò volerlo scusare o nobilitare, se il terrorista ci rappresenta è perché mette in scena la delusione delle nostre speranze. Poco importa se in realtà è un utile idiota al servizio del contrario di ciò che rivendica: leggi di polizia, abolizione della privacy, stato d’assedio. Ciò che crede di fare è l’esplosione nell’assurdo di ciò che tutti abbiamo creduto di fare. Inevitabile, dunque, che il terrorismo punteggi il tramonto della democrazia di cui ha accompagnato la nascita, occupando la scena pubblica con una perentorietà che non ha nulla a che vedere col pericolo effettivo di cui ci minaccia. Viene evocato di continuo, e non c’è dubbio che sia un demone. Ma chi evoca i demoni è perché crede di aver bisogno di loro.

 

Non mi dilungherò sulla possibile obiezione: e il terrorismo antimoderno e antidemocratico, quello che oggi si designa maldestramente come islamico (da cui il chiasmo che fa sentire arguti quanti starnazzano «se non tutti i musulmani sono terroristi, tutti i terroristi sono musulmani»)? Perché è evidente a chiunque non sia in malafede che si tratta di un fenomeno anch’esso moderno, e anzi postmoderno, nato dal fallimento politico della modernità, il tipico esempio di una mentalità tutta informata alla società dello spettacolo – altro che califfato o ritorno ai tempi di Maometto. Un fenomeno tipicamente metropolitano, esercitato da gente formatasi molto più sulla playstation che sulle sure del Corano, un travestimento tra i tanti, come la paccottiglia da cavaliere templare di Anders Breivik, anche se con alle spalle interessi molti più terreni, concreti e spregiudicati.

 

Né sull’obiezione, più seria, che dicendo cose del genere si rischia di fare del terrorista un eroe tragico, capro espiatorio dei desideri e delle colpe di tutti. Su questo non posso che rimandare al libro, dove si mostra come la letteratura si sia sempre incaricata di scoronare questo preteso sovrano decaduto, mostrandolo in genere goffo, debole, inadatto, solitario, fragile, afasico e soprattutto ridicolo; e aiutandoci a vederlo così nella realtà. Ricostruire una mitologia significa comprendere le sue ragioni di fascino, non cedervi. Al terrorista non concederemo quella reverenza mista di pietà e terrore che giustamente i vecchi ateniesi tributavano ai loro tiranni deposti. Quelli espiavano l’amartia tragica, una colpa d’essere, un accecamento necessario, il terrorista – specie laddove lo sia quando esistono altri mezzi per combattere – sconta un errore di giudizio fatto di infantilismo, presunzione, ottusità e feticismo.

 

Di questo genere, se non proprio questi, erano i pensieri che il libro voleva opporre ai cattivi pensieri suscitati dallo spettro del terrorismo. Più che una demistificazione, un invito al riconoscimento di sé, delle proprie debolezze, delle secche in cui lo spirito pubblico rischia di incagliarsi. A chi gridava al lupo non si rispondeva che non c’era nessun lupo, ma che il lupo andava cercato meglio. Erano tempi in cui lo sforzo di tenere vivo il pensiero implicava necessariamente una critica della democrazia. Con piena legittimità, giusta il topos che la critica è il sale della democrazia, anche perché critica, diversamente da ciò che credono i benpensanti (a proposito: ancora qui?), non significa prendersela con qualcuno, ma mettere a punto insieme un criterio per ragionare in modo efficace. Il miglior servizio che si poteva rendere alla democrazia era criticarla, nella sua genealogia e nei suoi risvolti concreti, tanto più che una delle prestazioni non secondarie che il terrorismo ha sempre svolto è quella di fornire agli ideologi più ottusi l’occasione per dire o con noi o contro di noi, tutti uniti, democrazia o terrore, con la parola democrazia ridotta a poco più che un paravento per lo status quo. Mentre storicamente a nessuna democrazia ha mai giovato l’unanimità, passione subalterna e gregaria che fa da lubrificante al funzionamento di tutt’altro genere di regimi. Democrazia non è il banale pluralismo delle opinioni ma la pluralità delle esistenze e delle ragioni, incluso il fatto che non sempre è possibile, e perfino bene, conciliarle.

 

Tutto questo non molti anni fa; eppure sono anni lontani. La democrazia arretra, arranca, sfiata, non solo come regime ma anche come argomento di legittimazione discorsiva. Non la si cita più con reverenza, anche untuosa, anche ipocrita. Il fastidio per la retorica democratica cui davano espressione i suoi critici a cavallo del millennio non era in fondo che una eco flebile, in mancanza di alternative anche minime da proporre, di quella tradizionale di sinistra (democrazia solo formale, il citoyen mera controfigura del bourgeois tutto dedito ai suoi interessi egoistici…), o «dall’esterno» (al solo sentire parole come democrazia, illuminismo, modernità, diritti umani, tre quarti della popolazione mondiale avevano e hanno tutto il diritto di portarsi la mano al portafogli). Niente di preoccupante per lo status quo, in ogni caso. E soprattutto niente a confronto con la gigantesca onda di risentimento, rabbia, desiderio pubblicamente rivendicato di autorità, violenza, crudeltà e perfino infantile cattiveria esercitata sui «più ultimi», che nel frattempo si è sollevata in Europa, Stati Uniti, dappertutto.

 

Un’onda che non ha ancora nome. Populismo, sovranismo, sono termini imprecisi, più ostacoli epistemologici che strumenti euristici. E forse perfino il vecchio fascismo – il principale contributo italiano alla modernità politica, purtroppo – che pure mostra oggi una vitalità resiliente di cui è difficile prevedere gli esiti. Desiderio di protezione, più che dagli altri, a danno degli altri. Desiderio di umiliare, di disprezzare, di maledire, di discriminare, di perseguitare. Vittimismo aggressivo. Inimicizia per il pensiero. Aspirazione a una identità indivisa, senza scissioni, senza contraddizioni, che fa sì per esempio che molti paesi dell’Est europeo rivendichino per intero la loro storia in chiave antisovietica, ivi compresi i peggiori collaborazionismi, più spesso ormai celebrati di quanto non vengano occultati da varie forme di negazionismo. Non abbiamo mai torto come non l’abbiamo mai avuto.

 

I cattivi pensieri sono ormai i pensieri dominanti. Impermeabili alla critica, non più bisognosi di sofisticate legittimazioni ideologiche. Non un’ombra segreta, un doppio inquietante, qualcosa da strumentalizzare con furbizia o da coltivare perversamente in segreto o al riparo dell’inconscio, ma una massa vociante di passioni negative in piena luce e a tutto volume. Se in questo quadro mutato il terrorismo svolgerà ancora un ruolo, sarà probabilmente il solito – la riduzione a mostro dell’altro – ma forse con minore funzione di spurgo, ora che il rimosso della democrazia non è più tale, sfila in strada, strepita sulle tastiere. A presentare alla democrazia il conto delle sue inadempienze non è più l’attentatore, il cospiratore, il tagliatore di teste, ma l’uomo medio, la persona perbene, lo scandalizzato cronico, l’indignato a prescindere, il paladino delle passioni tristi, il portavoce della «gente che non ne può più»; e ha molte più chances di farcela. Non è una consolazione. Di quella negatività sarebbe stato bene fare altro uso prima, ma tanto peggio per chi non c’è riuscito. L’illuminismo è sempre stata un’arma potente contro tutto a parte ciò che deriva dai suoi limiti, dalle sue cecità, dalla sua ipocrisia.

 

Perché dunque, se non come documento o per vanità d’autore, ripubblicare questo libro? Perché credo che, nei limiti di quanto può un libro e potesse il suo autore, vi si postulasse un’alleanza tra pensiero e immaginazione che mi sembra ancora uno strumento indispensabile per criticare il presente, qualunque presente. All’ordine del giorno è il terrore era un saggio, non uno studio. Non aveva per fine di fornire una conoscenza più o meno scientifica su cosa fosse in realtà il terrorismo, e nemmeno su quale sia stata la sua rappresentazione in letteratura. Si prefiggeva di sperimentare un sentire, un sentire poco raccomandabile, frequentabile solo di nascosto, e di farlo proprio in quanto nascosto e poco raccomandabile; di allargare i confini dell’immaginazione, annettendole un territorio in cui ci fossero anche i mostri e i leoni, quella parte di noi che è mostro e leone, la parte maledetta che non esibiamo in pubblico, e facciamo bene, fino a quando un giorno non ci svegliamo e ci meravigliamo che ora siano in tanti a esibirla orgogliosamente. Tra mille ragioni più materiali e concrete perché questo accada, persisto a credere che una stia nel fatto che non abbiamo svolto quel compito in modo abbastanza coraggioso, collettivo, convincente. Ove ogni altra illusione sia caduta, ci si lasci almeno quella di aver errato.

 

Contro ogni apparenza, a dispetto della moltiplicazione dei mezzi che renderebbero possibile esercitarla, viviamo un periodo di grande atrofia dell’immaginazione: così rigida, così passiva, così spaventata, così limitata, così moralista, così incline ad accucciarsi dinanzi al primo cliché rassicurante (o a deliziarsi di spaventi marcatamente, dichiaratamente posticci). Ma una grande immaginazione è necessaria quando ci si accorge che non va tutto bene, e che non andrà meglio presto. Un’immaginazione generosa, un pensiero spazioso che non tema di soggiornare presso il negativo, l’incerto, l’ignoto, la minaccia, il dolore, i rovesci di fortuna, senza scandalizzarsene, a occhi aperti. Che sia capace di mettersi al posto della nuova bestia (compito difficilissimo, e dunque tanto più necessario, in quanto si tratta di un soggetto che non aspira più come il terrorista a essere fuori dal normale, ma si pensa al contrario come assolutamente, spietatamente, implacabilmente normale); di non considerarla intrusa, estranea, di non inorgoglirsi sterilmente per le proprie farisaiche virtù disprezzando gli altri come pubblicani peccatori, giusta la parabola evangelica.

 

Solo in quanto ha la forza di staccarsi dalla contingenza, ivi compreso ciò che si è e si vuole legittimamente essere, il pensiero può dar forma alla prassi. Per quanto si sia distinto in queste pagine tra il terrorismo reale e il suo immaginario, non ci sono due mondi, ma due modi di una sola potenza. Questo libro non indagava l’immaginario per trinciare giudizi sulla realtà, ma per liberare la potenza che è tutt’uno in entrambi. Al netto dei risultati e di tutto ciò che mi divide e ci divide da allora, è un assunto che sottoscriverei ancora con convinzione.

2 thoughts on “All’ordine del giorno è il terrore

  1. A.
    Una volta fallita l’utopia, la scissione fra desiderio e realtà rimane aperta e lascia spazio a tonalità emotive cariche di realismo, disincanto, rinuncia e impliciti segni-meno: la felicità o più spesso la tranquillità privata, l’ironia, il fatalismo, il cinismo, il disagio, il risentimento, la malinconia, la nostalgia, la tragedia o una disperata vitalità. Oggi siamo attraversati da queste Stimmungen, ne adottiamo una o un’altra a seconda di come siamo collocati nello spazio sociale o a seconda del temperamento, le sovrapponiamo e le cambiamo nel corso degli anni o della giornata. Possiamo immaginare che lo stato di cose presente crolli nel disordine, come nei racconti della nostra fantascienza distopica, ma non abbiamo più alcuna utopia paragonabile a quella che animava l’età delle rivoluzioni. Nessuno pensa che un altro mondo sia possibile. Nessuno ci crede più veramente.(Guido Mazzoni)

    B.
    Contro ogni apparenza, a dispetto della moltiplicazione dei mezzi che renderebbero possibile esercitarla, viviamo un periodo di grande atrofia dell’immaginazione: così rigida, così passiva, così spaventata, così limitata, così moralista, così incline ad accucciarsi dinanzi al primo cliché rassicurante (o a deliziarsi di spaventi marcatamente, dichiaratamente posticci). (Daniele Gilioli)

    Beh, LPLC? Un giorno pubblicate A e un giorno B? Tesi, quasi antitesi… La sintesi o almeno un bilancio delle posizioni esposte nella vostra vetrina? La faranno i lettori? ( E poi manco più ai commenti rispondono gli autori dei pezzi?)

  2. “Sarebbero passati alcuni anni – e il secolo ventunesimo aprì gli occhi osservando il franare delle torri gemelle. Anche questa volta, incertezza nelle parole. Gli attentatori furono subito definiti ‘codardi’. Ma la codardia è la più incongrua delle accuse che si possono rivolgere a chi si uccide con piena determinazione e con la massima violenza. Poi gli attentatori suicidi vennero definiti kamikaze. Ma i kamikaze giapponesi erano militari che compivano azioni di guerra. Mentre gli attentatori di New York erano civili che agivano in tempo di pace. Anche questa volta era all’opera una subdola volontà di sviare l’attenzione, fissandola su una parola esotica e inadatta. Meglio sarebbe stato aprire Livio e constatare che gli assassini-suicidi islamici molto avevano a che fare con una oscura istituzione sacrificale dell’antica Roma: la devotio”.

    Roberto Calasso. L’ardore. Milano, Adelphi, 2010, pp. 437-8

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