di Pierluigi Pellini

 

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

 

È fin troppo facile dirlo, con il senno di poi: un romanzo come Les mal partis di Sébastien Japrisot – uscito nel 1950, quando l’autore era ancora teenager, e ora tradotto per la prima volta in italiano con quasi settant’anni di ritardo: La cattiva strada, per Adelphi, pp. 224, euro 16 – era destinato a non avere séguito: a rimanere, nella sostanza anche se non di fatto, un’opera unica, esattamente come il libro d’esordio di J.D. Salinger, The Catcher in the Rye (1951), il ben più celebre Giovane Holden, tempestivamente tradotto in francese nel 1953 proprio da Japrisot (ma a firma ortonima, Jean-Baptiste Rossi: il nom de plume è anagramma). Difficile immaginare due romanzi dell’adolescente più diversi; e tuttavia, pubblicati a un anno soltanto di distanza, entrambi riprendono la tradizione ottocentesca del racconto di formazione per sgretolarla definitivamente: se è vero che gli impulsi di ribellione, da sempre associati alla giovane età (in letteratura più ancora, forse, che nella vita reale), non solo appaiono ormai refrattari a ogni Bildung, non solo promuovono la dimensione erotica a metafora di una più radicale trasgressione esistenziale, ma sanciscono anche, nel modo più evidente, e diciamo pure inconfutabile («chi se ne frega della guerra»: nella Francia di Vichy!), la frattura fra la ricerca di felicità dell’individuo e la preoccupazione per i destini generali.

 

Quella di Japrisot era, per il tempo, la più scandalosa delle educazioni sessuali: protagonisti un collegiale quattordicenne, Denis, e una religiosa ventiseienne, suor Clotilde; soprattutto, era la più strafottente rivendicazione di un individualismo egoista, pronto perfino a augurarsi un supplemento di occupazione nazista («Spero che i crucchi caccino gli altri dal nostro paese e che ricomincino i bombardamenti»), pur di prolungare di qualche settimana l’intimità degli amanti. È la negazione di ogni letteratura dell’impegno: non stupisce che il libro abbia avuto poca fortuna in Francia, e sia stato del tutto ignorato nell’Italia neorealista; né che abbia invece ricevuto una buona accoglienza di là dall’Oceano. Cosicché l’autore è stato indotto, negli anni successivi, a volgersi verso la scrittura di genere, e verso il cinema: e infatti, nella terra d’origine dei suoi genitori (Japrisot era nato a Marsiglia in una famiglia di emigrati italiani), qualcuno probabilmente lo ricorderà, oggi, per le sue sceneggiature (soprattutto per René Clément); altri per i suoi gialli di buona fattura e discreto successo (qualche titolo: Scompartimento omicidi, Trappola per Cenerentola, La donna dell’auto con gli occhiali e un fucile), tradotti fra anni Sessanta e primi Settanta da Feltrinelli e Garzanti, e volentieri adattati al grande schermo.

 

Pochissimi, invece, conoscono il romanzo d’esordio, forse anche oscurato dal suo principale, qua e là troppo evidente, modello implicito: Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet, uscito nel 1923, e ambientato durante il precedente conflitto mondiale. Un libro con cui La cattiva strada condivide non solo il tema della precoce iniziazione al sesso, ma anche il provocatorio accostamento fra felicità individuale e tragedia collettiva, se è vero che il protagonista approfitta della lontananza di un promesso sposo impantanato nelle trincee della Grande Guerra: i cui orrori si trasformano, con scandalosa leggerezza, in «quattro anni di lunghe vacanze». Soprattutto, da quello di Radiguet, il romanzo di Japrisot mutua anche l’esattezza di uno stile semplice, che ottiene un effetto di immediatezza e rapidità, di incoercibile vitalismo («…sei così vivo, ecco. È incredibile»), reso bene, soprattutto nei dialoghi, dalla traduzione di Simona Mambrini. Non c’è nulla di ingenuo in questa adolescenziale freschezza della scrittura: che è ricercata, misuratissima, debitrice di una tradizione francese di racconto psicologico che risale a Stendhal, o addirittura a Madame de La Fayette.

 

La logica del racconto, nella Cattiva strada, contempla un unico evento degno di nota: la progressiva, sconvolgente scoperta di un amore reciproco che travolge ogni resistenza morale e sfida ogni censura sociale. I genitori di Denis, i suoi insegnanti, la madre superiora, insomma tutti i prevedibili antagonisti, fanno la figura di legnosi burattini, di comprimari quasi irrilevanti – perfino quando, alla fine, riescono a separare la coppia, rinchiudendo Denis in collegio, a Grenoble, e facendo pendere sul capo di Clotilde, ormai smonacata, la minaccia di una denuncia per adescamento di minore. Come spesso capita nel romanzo psicologico (soprattutto francese), l’esiguità di una trama perfino scontata e di una cornice storico-ambientale scorciata, volutamente sfocata, è direttamente proporzionale all’intensità della passione. Eppure, a rileggere il libro oggi, venuto a cadere, anche per il lettore medio, ogni motivo di moralistica indignazione, sono proprio gli ellittici riferimenti a un contesto storico drammatico a colpire con sorprendente efficacia. Tanto più che l’amore dei protagonisti è troppo intenso e assoluto, è il caso di dire, per motivare un indugio sulla materialità corporea dell’atto fisico; mentre la violenza intollerante di una società repressiva e nutrita di pregiudizi si percepisce concretamente a ogni pagina: nella città in cui Denis abita (una Marsiglia mai nominata), le dinamiche di potere e sopraffazione in un collegio di gesuiti sono descritte con lucidità solo in apparenza bonaria; nella campagna percorsa dalle truppe tedesche in ritirata, dove gli amanti passano l’estate del ’44, Denis e Clotilde si trasformano in capro espiatorio per una comunità rurale rozza e oscurantista. Cosicché l’esibito, impolitico disimpegno si rovescia in implicita denuncia di un habitus fascista radicato a ogni livello della società francese: contro la falsa retorica populista che ama scaricare ogni colpa sull’invasore tedesco. Non a caso, gli unici personaggi in cui Denis possa riconoscersi – a parte l’amico di scuola, il generoso Pierrot, saltato su una mina – sono i disertori della Wehrmacht. Se quando li incontra, da spensierato egoista qual è, trova il modo di estorcergli una tanica di benzina, contro i genitori li assume a modello: «davanti alle vostre regole faccio esattamente come loro: mi tolgo giacca e mostrine e abbandono il campo di battaglia».

 

Immagine: [Henri Cartier-Bresson, Andalousie].

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