di Ermanno Cavazzoni

 

[Questo intervento è stato presentato il 30 ottobre 2017 all’Università di Bergamo durante una giornata di studi come tema il racconto breve e la narrativa biografica. La versione scritta si legge negli atti di quel convegno: Racconti di una vita. La narrazione biografica breve nella tradizione contemporanea, a cura di Giacomo Raccis e Damiano Sinfonico, numero monografico di «Nuova Corrente», LXV, 162, luglio-dicembre 2018].

 

Siamo sempre di fronte ad un numero pressoché infinito di fatti sulla vita di chiunque… cioè, tanto per quantificare, una vita di 80 anni è fatta di 40 milioni di minuti e ad ogni minuto si può avere una sensazione, un pensiero, un atto, che può occupare una frase, una pagina; in fondo l’Ulisse di Joyce è la biografia di una giornata, quante pagine sono? mille? beh, i minuti di una giornata sono 1.440, togliamone 440 di sonno o di imbambolamento (su cui però si potrebbe scrivere, una biografia tutta fatta di imbambolamenti e di sogni, perché no?), ecco, risulta che Joyce scrive in media una pagina per ogni minuto della giornata. Prendiamolo come modello ideale. Quindi se ne deduce che ogni biografia che sia minore di 40 milioni di pagine è una biografia ridotta e scorciata, a me viene da dire bucherellata, dove i buchi possono estendersi in grandi lacune, anzi dove le lacune sono enormemente più vaste dei fatti accaduti, ciò che si dimentica o si vuole dimenticare è la maggior parte della vita, la quale si riduce a piccoli agglomerati di fatti raccontabili, sperduti in un tempo vuoto, non degno di condensarsi in memoria, o non carico di sufficiente energia per convertirsi in materia di narrazione. Ogni biografia è quindi un lampo che percorre alcune punte più cariche, e più visibili, e casualmente più emergenti. Tutto il resto è colato via nei buchi del colapasta o del setaccio che è la vita. Non si può fare diversamente.

Però questo ha un vantaggio: che la biografia è una costruzione, una scelta di emergenze tra le quali si costruisce un collegamento, e quindi le biografie di una persona sono tantissime.

 

È istruttivo leggere le biografie che accompagnano il libro di un autore, specie gli autori di fama, e specialmente le biografie in forma di cronologia. Lì l’autore sembra sempre una specie di maniaco, che passa il tempo solo a scrivere libri (nel caso di un cosiddetto scrittore), frequenta scrittori o editori, partecipa a convegni sulla scrittura, insegna scrittura o letteratura, dibatte di libri, incontra occasionalmente una o più scrittrici, scambia con loro lettere sulla scrittura, che saranno preziose per capire i suoi scritti… ma come? io dico, ottant’anni tutti così? mai che si dica che in quel periodo aveva in testa il trasloco e non pensava che al trasloco, e si angosciava per il trasloco; o che in quel periodo faceva le parole crociate perché non gli veniva in mente altro, e notate che questi fatti minori magari hanno più peso sulle scritture di un convegno di critici o di un’assemblea d’avanguardia. È che sono tutte cose perdute, allora si preferisce l’intertestualità, come se la sua scrittura si alimentasse solo dei libri altrui, e imparasse la vita dai libri.

 

Proprio in senso contrario è sorprendente e ammirevole il diario (abbastanza famoso) di Pontormo, dove annota che cosa mangia: un piccione arrosto, una minestrina, un po’ di verdura cotta, e intanto dipinge la testa della Madonna, o il braccio di un santo; poi segue: oggi bruciore di stomaco, oggi stitichezza… e poi un angelo, fatte le ali (dipinge a Firenze in San Lorenzo, 1554 e oltre):

 

Giovedì feci quella altra gamba, e delle indispositioni del corpo sto un poco meglio che sono 4 volte; ho cenato in Sancto Lorenzo e beuto un poco di greco. […]

Sabato sera cenai in casa pesce marinato e huova […].

Mercoledì mangiai due huova nel tegame. Giovedì mattina cacai due stronzoli non liquidi […].

Venerdì feci quella testa che guarda in qua […].

Adì primo d’agosto, giovedì, feci la gamba e la sera cenai con Piero un paio di pipioni lessi.[1]

 

Questo lo trovo estremamente interessante, e anche misterioso, perché collega non so come e perché il basso corporeo dell’artista col soprannaturale dei suoi soggetti religiosi, come dire che la vita è questo inestricabile garbuglio di sublime e di materiale: dai piccioni lessi escono i cori degli angeli, da una frittatina i santi e i beati, a cui seguono le proporzionate evacuazioni.

 

Le biografie editoriali invece tendono a eliminare tutto quello che non è elevato. Una delle scemenze maggiori erano certe biografie di moda negli anni ’70, che mettevano in parallelo, su colonne distinte, la vita dell’autore e gli avvenimenti culturali e politici del mondo, per cui si trovava su una colonna, ad esempio: nell’anno X scrive il romanzo XY, e sull’altra in corrispondenza: nasce Albert Einstein; a me veniva da dire: «va beh! e allora?» Oppure: lo scrittore sposa la tale dei tali, e di fianco: accordo di pace nella guerra russo-giapponese; veniva da pensare che non se l’erano sentita di sposarsi fin che laggiù durava la guerra, chissà.

 

Voglio citare invece una delle biografie più veritiere, brevissima e veritiera, scritta da Gianni Celati su se stesso nel risvolto di copertina di un suo libro (Conversazioni del vento volatore), dove ripete che passa il tempo a indicare questo vasto mare di settimane e anni perduti, queste tante giornate non memorabili, incontri e panorami dimenticati, discorsi fatti e volati via (appunto il vento volatore), ma che forse, chissà, forse si sono incistati e hanno prodotto una riga, una pagina, un libro.

 

Gianni Celati, biografia. Nato nel ’37 – Sei mesi di vita a Sondrio – Padre ferrarese, impiegato in banca, litiga col direttore, condannato a trasferirsi da un capo all’altro dell’Italia – Tre anni a Trapani – Sette a Belluno – Liceo a Bologna – Passa il tempo – Servizio militare – Si sposa – Epatite virale – Passa il tempo – Succedono delle cose – Vita in Tunisia, cerca di imparare l’arabo – Fallimento – Borsa di studio a Londra – Pubblica libro – Passa il tempo – Altro libro – Conosce un certo Sironi che lo mette a scrivere film falliti in partenza – Vita in California, Kansas e Queens – Passa il tempo, ancora – Come una volta – Parigi, rue Simon-le-Franc, piccola strada – Con vari amici trovati per strada inventa Il Semplice – Contenti tutti – Passa il tempo [… ecc ecc …] È andata così.[2]

 

Sentite questo correre via, questo nominare luoghi come venissero solo attraversati, il gusto dei fallimenti, che forse sono la scuola migliore, e poi questo tempo che passa, su cui galleggiano una borsa di studio, un trasferimento, un incarico in Università, come legni dispersi e alla deriva. L’insieme volutamente non ha un senso, ad esempio un crescendo verso un punto di gloria, verso una realizzazione, il successo (come quelli che dicono: ho fatto una scommessa); la vita è breve, ma è tanto il tempo che passa.

 

Un’altra biografia che definirei elusiva, è di Giorgio Manganelli, su se stesso, sempre in un risvolto di copertina (Improvvisi per macchina da scrivere, prima edizione, Leonardo 1989; naturalmente non ripresa da Adelphi, che è troppo serio per queste cose), sentite come svicola dagli stereotipi del genere, cioè dalle brevi bio editoriali.

 

Giorgio Manganelli, nato a Milano nel 1922, risiede – sebbene non si possa dire che viva – a Roma. Dal punto di vista sindacale è stato professore ed è giornalista e autore iscritto alla SIAE. Ha scritto saggi e pseudoracconti di cui non mena alcun vanto; di tutto il suo opus, è vanitoso, spesso in modo intollerabile, unicamente dei suoi corsivi; talora li legge da solo, e ride.[3]

 

La sua vita tutta riassunta in questo tempo morto che è rileggere un proprio scritto e mettersi a ridere, come se fosse in fondo lo scopo della sua esistenza; non pubblicare, esser premiato, nominato, discusso; ma ridere in segreto di qualcosa concepito da lui; sentite che giro chiuso? come raccontarsi una barzelletta per farsi divertire. Al fondo c’è sempre una certa vergogna nell’esporre con vanagloria la vita e le opere; questo è un modo di sottrarsi; come dire: parliamo d’altro.

 

 

Tutto questo è una premessa per farvi vedere un racconto di vita molto particolare e molto inedito. A farlo è un artista, vivente a Bologna, che si chiama Maurizio Finotto.

 

Lui concepisce la sua vita, che è arrivata circa a metà, come una serie di miracoli che lo hanno salvato e indirizzato, e per i quali ringrazia la divinità, anzi ringrazia i subalterni della divinità titolare, cioè i santi e la Madonna (nelle sue varie forme locali). Per fare questo, per ringraziare, dipinge degli ex voto su tavolette di legno, recuperate dalla spiaggia del mare o presso i cassonetti della spazzatura. Gli ex voto, che si trovano in tante chiese d’Italia, sono ringraziamenti per grazie ricevute, con l’immagine del pericolo passato e del miracolo concesso. Sono sempre miracolini; non sono resurrezioni di un morto o l’apertura del Mar Rosso, o, che so? un aereo senza benzina che continua a volare e si salvano tutti. No, questi no. Sono invece guarigioni da modeste malattie, operazioni chirurgiche riuscite, promozioni scolastiche, un bel voto in un compito, scampati pericoli, liti risolte, affetti ritrovati e così via. Si noti che un ex voto è sempre un paradosso: non ci si rivolge all’autorità suprema, ma a qualche santo, come se i santi costituissero una burocrazia subordinata, che in forma non regolamentare concedono un favore, uno strappo alle regole, cioè vanno contro le disposizioni dell’autorità suprema, non si sa se per interesse privato (per avere preghiere, donazioni) o per bontà. Fatto sta che possono infrangere le leggi della fisica (una caduta senza conseguenze, un cornicione che si ferma a mezz’aria), o infrangere le leggi della giustizia (una promozione immeritata, un salto in avanti in una graduatoria). Come si capirà, siamo in un regime politeista con gli ex voto, dove le divinità minori hanno campi e competenze specifiche (sui denti, sugli occhi, sui mestieri) come dei feudi territoriali. Diciamo che normalmente le pie vecchiette chiedono solo qualche grazia, non troppe, per non scocciare le divinità e per non intasare il sistema. Probabilmente c’è un numero massimo concesso a ciascuna, l’autorità centrale potrebbe irritarsi di questo disordine insubordinato.

 

Cosa fa invece Maurizio Finotto? Concepisce tutta la vita come una serie di grazie ricevute, anche senza averle chieste, cioè la vita è governata da aiuti e scampati pericoli, per ciascuno dei quali disegna un ex voto e scrive la motivazione e l’accaduto, sempre piccole cose, piccoli colpi di scena; in questa ottica anche una disgrazia è una fortuna, perché non è stata una disgrazia peggiore, gli va sempre bene, perché ad esempio non è morto, ma in genere sono le cose più miserande, ringrazia perché non ha perso i capelli, perché non è diventato tifoso di calcio, perché ha smesso il mestiere di odontotecnico, perché ad un certo punto è cresciuto in altezza. E così attraverso una serie di miracolini, compone la sua biografia come un percorso sull’orlo di una voragine da cui viene salvato, ma la voragine è sempre lì, aperta, e la catastrofe prossima. Anche se in questa ottica non ci sarà mai la catastrofe, perché comunque vada, avrebbe potuto andare peggio.

 

 

[1] Pontormo, Diario, con uno scritto di E. Cecchi, Abscondita, Milano 2005, pp. 30-32.

[2] G. Celati, Letteratura come accumulo di roba sparsa, trovata per strada o sognata di notte, in Id., Conversazioni del vento volatore, Quodlibet, Macerata 2011.

[3] G. Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Leonardo, Milano 1989.

 

[Immagine: Maurizio Finotto, Vita, morte e miracoli].

4 thoughts on “Biografie bucherellate

  1. Quando un artista, un intellettuale, una persona comune, riesce a coniugare una fine intelligenza con un irresistibile umorismo, credo che gli dobbiamo molto. Grazie, Ermanno.

  2. “ Mercoledì 14 febbraio 1996 – Potrei anche inviare qualcuno dei miei diari – magari un pezzetto; oppure scriverne uno allo scopo – alla dott. ssa Michelina Borsari della Fondazione San Carlo di Modena, affinché valuti se pubblicarlo sulla rivista «Il semplice. Almanacco di prose», edita da Feltrinelli, di cui poco fa ho sfogliato il grazioso primo numero. Ho intravisto che ci scrivono tante brave persone – che non conosco – come Celati, Benni, Cavazzoni etc. Ma non lo farò. Penso che siano tutti amici, lì in Emilia, lì a Modena, città della Chartreuse, dove si mangia bene, e si scopa anche meglio, a parte il povero Delfini, dove la gente è allegra, a parte il povero Delfini, etc.: in breve: non mi va di mettermi in mezzo. Non mi va proprio niente perché dopotutto sono convinto che sia vero che cuorcontentoilciellaiuta e io non ho il cuore contento, e ho piú di cinquant’anni, e non ho rapporti con il cielo da un infinito spazio di tempo. “.

  3. “Adì 26 [gennaio 1556] tornando a casa a hore 24 fui sopragiunto da Ataviano, Daniello e l’Alezandra e altre donne che veniano per me che io andassi a casa Bronzino: andamo e fecesi veghia insino a ore 12.
    Adì 27 cenai in casa 12 once di pane e mele cotte.”

    Jacopo Pontormo, Il Libro mio in Salvatore Silvano Nigro, L’orologio di Pontormo.. Rizzoli, Milano, 1998. p. 139

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *