di Antonella Anedda

[LPLC si prende un periodo di vacanze natalizie. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni pezzi già usciti. Questi testi di Antonella Anedda sono stati pubblicati il 26 settembre 2018].

 

 

Esilii

 

plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.

Tacito, Historiae

 

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati

a pochi metri da queste coste soleggiate

trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.

Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo

e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.

Allora studio – cerco tra i vecchi libri

di medicina legale di mio padre

un manuale dove le vittime

sono fotografate insieme ai criminali

alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.

Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto,

raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,

i piedi sopra una branda, nudi.

Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.

Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma

prima rosso poi livido infine si fa polvere

e può– sì– sciogliersi nel sale.

 

*

 

Historiae

 

Prima di essere sconfitto dai cristiani, Massenzio eresse

al figlio Romolo un grande Mausoleo pagano.

Nessuna guida dice quanti anni avesse

il ragazzo né quale sia stato il motivo della morte.

È marzo, il sole scalda le pietre,

due reti arancioni difendono il restauro dalle frane.

Scendendo in quella luce da ipogeo

ascoltiamo l’eco dei suoni.

«Forse era là» dice una voce.

Indica una tana tra piante nate nell’umido

vive anche senza calore.

Nessuno grida, i cani sono con i padroni.

Due uccelli simili all’ibis solitario si posano sul muro

poi volano in un tonfo oltre un pino romano parasole.

Penso a Romolo, alla sua tomba imperiale

e la paragono al varco tra la sedia e il tuo letto

un mausoleo eretto a caso

e visitato con cautela dal gatto.

Mi chiedo se davvero Massenzio desiderasse Roma

o non fosse già come noi siamo ora

stretti a una forma senza segno, privi di vittoria.

 

*

 

 

Anatomia

 

Dice un proverbio sardo

che al diavolo non interessano le ossa

forse perché. gli scheletri danno una grande pace,

composti nelle teche o dentro scenari di deserto.

Amo il loro sorriso fatto solo di denti, il loro cranio,

la perfezione delle orbite, la mancanza di naso,

il vuoto intorno al sesso

e finalmente i peli, questi orpelli, volati dentro il nulla.

Non è gusto del macabro,

ma il realismo glabro dell’anatomia

lode dell’esattezza e del nitore.

Pensarci senza pelle rende buoni.

Per il paradiso forse non c’è strada migliore

che ritornare pietre, saperci senza cuore.

 

 

*

 

Historia de duas limbas nulla est mia,

né limba de oro né italiano,

ma c’esti su disizu misturazu

di cipressi e olivastri.

 

Resistono i suoni più. barbari, escono,

misti di spine e rovi – simili a quelli dei Germani

che incupivano la voce schermandola di scudi

per spaventare se stessi prima dei nemici.

 

 

*

 

 

15-18

 

A volte mi illudo di afferrare i nessi tra le cose

mio nonno in trincea a diciassette anni

che scrive versi d’amore ignaro

che l’inferno doveva ancora venire.

Lui vivo e tutto il resto perduto

a cominciare dalla bambina

sepolta in Istria con sua madre.

Di notte stabilisco i nessi tra le cose

rivedo un vecchio esitare sulle scale

scambiare il vuoto per un lago

e le ringhiere di ferro con le felci.

Lo vedo mentre cade facendo di se stesso

un nodo di vestiti e vetri per provare

finalmente a rovesciare il male.

 

[Immagine: Olivo Barbieri, Roma].

 

 

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