di Gianluigi Simonetti

 

[LPLC si prende un periodo di vacanze natalizie. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni pezzi già usciti. Questo articolo, che era apparso su «Robinson», è stato pubblicato il 31 ottobre 2018].

 

Intesa in senso ampio, la parola editor designa chi lavora per una casa editrice: dalla direzione di collana al reclutamento di autori, passando per la scoperta di opere inedite o nascoste. Ma l’elaborazione dei testi letterari, oltre che fluviale, si fa sempre più spesso collettiva e condivisa: la figura dell’editor stinge ormai su quella dell’autore, con punte di simbiosi. «Questo è il momento (nella storia della cultura occidentale) in cui a cercare la propria realizzazione sulla carta non sono tanto degli individui isolati, quanto delle collettività: seminari di studio, gruppi operativi, équipes di ricerca, come se il lavoro intellettuale fosse troppo desolante per essere affrontato in solitudine». Così il Lettore protagonista di Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Calvino, registrando in diretta, nel 1979, il primo affioramento di un fenomeno che ora è più complesso e più visibile: l’opera di un singolo autore può rivelarsi «plurima», contando sul supporto di una redazione. Per editor oggi s’intende specificamente chi svolge missioni concrete di gestione e ascolto dell’autore, revisione e messa a punto redazionale, ritocco, sviluppo o perfezionamento del testo. Il tutto in collaborazione con lo scrittore propriamente detto; ma non di rado anche in sua assenza, nei risvolti inconfessabili dell’editoria su commissione, e meno organicamente in singoli casi (ancor meno confessabili) di fecondazione assistita, o bassa manovalanza.

 

«Quelli che usano i libri per produrre altri libri», continua il Lettore di Calvino, «crescono più di quelli che i libri amano leggerli e basta». In tempi di scrittura ibrida e ipernarrativa accade spesso che scrittori di successo siano pure, o siano stati, editor; ma anche in precedenza la nostra letteratura ha conosciuto figure attive al tempo stesso su libri propri e altrui. La contiguità tra i due mondi risale anzi all’inizio del secolo scorso, quando letterati di estrazione piccolo-borghese, troppo poveri per vivere d’arte ma insofferenti verso la scuola o l’accademia, cercano proprio nell’editoria (e nel giornalismo) una fonte di guadagno dignitosa e stabile. Chi ha studiato da vicino il fenomeno – per esempio Alberto Cadioli, in Letterati editori – sottolinea però quanto conflittuale sia stato, inizialmente, questo rapporto. Collaborando con l’editoria, o facendosi editori in proprio, pionieri come Papini e Prezzolini difendono una letteratura militante e a vario titolo impegnata contro le scritture commerciali, o «inutili», sentite come aliene. E il conflitto si fa perfino più aspro nel dopoguerra, quando la nostra industria libraria prende una piega più imprenditoriale. Vittorini, Pavese, Calvino, Sereni, Ginzburg, Parise, Bassani e Manganelli lavorano presso le nostre principali case editrici in un contesto meno aleatorio e amatoriale che in passato; riescono più o meno faticosamente a programmare veri e propri modelli culturali, frutto di una precisa ricerca letteraria, se non di una poetica. Al tempo stesso si sfogano creando, nelle proprie opere, acri ritratti di funzionari editoriali schiacciati dalla cultura di massa. Così ad esempio nel Padrone di Parise («non c’è realtà senza padroni»), in certi versi e prose di Sereni (L’opzione, o Il sabato tedesco), in un racconto di Pontiggia (Lettore di casa editrice) con una redazione che somiglia a una banca.

 

La situazione cambia ancora durante gli anni Settanta: nell’82 scrivendo di Aracoeli Fortini saluta Elsa Morante come autrice di un’altra epoca, «prima delle scritture redatte con educato cinismo da astuti gnomi esperti in “re-writing”, pubbliche relazioni e ricerche di mercato». Sta per compiersi l’avvento di un editore ‘totale’, e multimediale, come Berlusconi, poi protagonista del Duca di Mantova di Franco Cordelli. In questa fase la ristrutturazione dell’industria culturale riduce nelle redazioni la funzione e il ruolo degli intellettuali; chi resiste deve fare i conti più di prima con bilanci e specialismi. I letterati reagiscono aggredendo il mondo editoriale che a sua volta li ha aggrediti. Lettere a nessuno, di Antonio Moresco, parla anche di questo: l’impossibilità di affermare una pura vocazione letteraria, la distrazione e il silenzio degli addetti alla cultura. Nel romanzo successivo, gli Esordi, prefigurato dalle Lettere, il personaggio decisivo sarà proprio quello dell’editore, detto il Gatto: tornerà in Canti del Caos, non a caso nei panni del diavolo. Gli stessi che indossa l’editore del Diavolo nel cassetto, di Paolo Maurensig, prima carnefice, poi vittima di un villaggio in cui ogni singolo abitante si considera uno scrittore e aspira a vincere un premio letterario.

 

«Quanto più un’arte decade, tanto maggiore è il numero di persone che vi si dedicano»: col libro di Maurensig, uscito nello scorso gennaio, arriviamo alla stretta attualità, nella quale si consolida il fenomeno degli editor-scrittori in proprio, sempre più spesso tra i vincitori di premi letterari (quest’anno Janeczek e Postorino, con libri per molti versi tra loro solidali). Non mancano gli esiti felici: a Franchini (Cronaca della fine), Lagioia (Occidente per principianti) e Mozzi (Fiction) dobbiamo ad esempio alcune delle pagine più belle apparse negli anni Zero. Ma giudizi di valore a parte, è il dato quantitativo che colpisce: più rari tra gli over 50 (Canobbio, Rollo), nella generazione dei trenta-quarantenni gli scrittori editor sono legione. C’è chi si è formato prima come redattore, per poi manifestarsi come autore: come dire che artisti non si nasce, si diventa. Naturalmente ognuno fa storia a sé, sia come scrittore che come editor. Alcuni attivi soprattutto nelle scelte di collana (Raimo, Santoni, Valerio, Bajani, Genna, ex come Desiati o Genna); altri presenti in tutte le fasi del lavoro editoriale (Postorino, Peano, Carabba, ex come Manzon o Catozzella). E se gli stili sono tutti differenti, l’approccio alla scrittura in qualche caso è convergente.

 

Mentre la presenza culturale degli scrittori-editor si consolida, la rappresentazione letteraria del mondo editoriale esprime, negli ultimi mesi, un vago sentimento di rimorso. Il conflitto col potere, se c’è, si vede meno; l’editoria non è più il luogo dello scontro, semmai del compromesso (o della resa). Più che un inferno sembra un purgatorio, nel quale s’impara a rassegnarsi; un «limbo rassicurante» dove «siamo tutti miserabili» (così l’editor protagonista del Rifutato di Luca Ricci). I personaggi-redattori di Francesco Pacifico (Storia della mia purezza e Le donne amate) sono consumati da pentimenti poco intellegibili, sanno che il romanzo è «una cosa seria», ma provano a scordarselo a colpi di aperitivi e ansiolitici. In Come un giovane uomo, di Carlo Carabba, l’assunzione del protagonista in una grande casa editrice coincide col suo disertare il funerale di un’amica; l’oggetto nascosto del romanzo è il senso di colpa (e qui l’editor s’identifica col Peter Schlemihl di Chamisso, che al diavolo vende non la sua anima ma la sua ombra). Nel nuovo di Siti, Bontà – protagonista un vecchio editor – sottotema importante è il tradimento (e più precisamente il parricidio): se ai vecchi tradizionalisti della cultura «non resta che uno squallido crepuscolo, o il taglio netto», i giovani che li rimpiazzano sono maestri di mondializzazione e infantilismo («Tutto si infantilisce in verità, anche nella musica nell’arte e nel nostro mestiere»). Ammesso che la riconoscano, la letteratura che suona a vuoto non gli fa nessun effetto, convinti come sono che anche in campo artistico non si può più separare il cielo dalla fogna: «L’assoluto non è così assoluto se si può comprare, la fogna non è così fogna se trova le parole».

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