di Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti

 

[Oggi finisce la prima serie di «Le parole e le cose». Due dei tre fondatori e coordinatori del sito, Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti, lasciano il loro incarico e si congedano dai lettori con questo editoriale. Lascia il suo incarico anche Claudia Crocco, che ha partecipato al coordinamento del sito e si è occupata delle nostre pagine sui social network. La seconda serie comincerà a febbraio con il coordinamento di Massimo Gezzi e Italo Testa, avrà dei collaboratori in parte nuovi e si chiamerà «Le parole e le cose 2». Nelle prossime settimane, in attesa di LPLC 2, ripubblicheremo alcuni degli interventi usciti su LPLC dal 2011 a oggi].

 

When the routine bites hard

And ambitions are low

(Joy Division)

 

Well now that’s done, I’m glad it’s over

                                           (T.S. Eliot)

 

 

1. Quando, come e perché

 

Quando abbiamo fondato «Le parole e le cose» insieme a Massimo Gezzi, non eravamo certo dei pionieri. Semmai degli epigoni. Nel settembre del 2011 Internet aveva già trasformato il modo di parlare di cultura da almeno un decennio. Sui giornali e sulle riviste cartacee che leggevamo e per le quali scrivevamo la critica militante e la discussione culturale erano quasi scomparse; i siti letterari sembravano averle resuscitate e al tempo stesso trasformate. Erano il corrispettivo delle riviste politico-letterarie degli ultimi due secoli, ma lo erano in modo inedito.

 

Noi venivamo dalla cultura cartacea, e perdipiù dall’accademia, che ferma gli orologi; eravamo abituati a parlare di letteratura in forme molto diverse da quelle che circolavano in rete negli anni Zero. Per formazione e per temperamento non eravamo e non siamo adatti a stare in rete. Sui siti letterari leggevamo cose che nel dibattito degli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta sarebbero state impensabili, e che ci suscitavano dei sentimenti misti. Scorrere le pagine di «Nazione indiana», in particolare, era per molti versi sorprendente. La metamorfosi più vistosa riguardava le maniere: scrittori, critici e lettori si delegittimavano, si insultavano senza problemi, si trollavano, si davano del tu a prescindere; le discussioni erano selvagge e includevano una quantità enorme di equivoci e di errori; la riflessione razionale si mescolava senza filtri alla ricerca di visibilità, all’espressione di sé o all’esibizionismo puro. Il dibattito era orizzontale e caotico: scrittori affermati parlavano con perfetti sconosciuti, magari eteronimi; persone che avevano una firma si scontravano con personaggi dal nickname cretino che potevano tranquillamente avere sedici anni, e a volte ce li avevano davvero. Le affinità letterarie e politiche sembravano contare tanto quanto gli interessi, le convenienze, le amicizie, che peraltro si sfasciavano e si riformavano vorticosamente, come succede in un’epoca nella quale gli interessi personali contano più delle appartenenze. La dépense era estrema: alcuni dibattiti duravano a ritmi intensissimi per giorni, o settimane, come se gli interlocutori non avessero nulla da fare nella vita, inseguendo un sentimento del tempo che qualche anno dopo i social network avrebbero reso normale, ma che all’epoca era nuovo, era d’avanguardia. Nelle pagine di «Nazione indiana» sembravano galleggiare gli effetti di alcuni momenti decisivi della storia psichica e sociale recente: la rivoluzione delle maniere esplosa col Sessantotto e con gli anni Settanta, per esempio, ma anche il soggettivismo irrelato, autopromozionale degli anni Ottanta e Novanta, spesso sedicente di sinistra, in realtà inconsciamente neoliberale – modi di essere in apparenza distanti, con radici lontane, ma uniti, alla fine, da quella forma di individualismo anarcoide che è l’ethos dominante del nostro tempo.

 

Il fenomeno aveva una sua barbarica vitalità e una sua necessità epocale; per certi versi era tragico, o almeno un po’ umiliante, per altri versi ilare, liberatorio e a volte perfino divertente. Faceva emergere alcuni tratti dello Zeitgeist: il narcisismo di massa, l’approssimazione come dato di fondo del dibattito contemporaneo, nell’epoca in cui la divisione del lavoro intellettuale e la quantità di informazioni in flusso rendono impossibile parlare dei problemi di fondo senza risultare approssimativi; ma anche la debolezza delle gerarchie ufficiali, la creatività diffusa, la presenza di outsider intelligentissimi e non toccati dal danno della storia per la vita, privi di riverenza e di paura. Sui siti culturali poteva e può capitare di discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust ma pretende di avere un’opinione su Proust; però capitava e capita di leggere commenti di sconosciuti che dicono cose più intelligenti degli autori che hanno una firma e, in teoria, una competenza. Del resto alcuni dei più importanti scrittori degli ultimi vent’anni, marginali rispetto ai circuiti consolidati, sono emersi grazie a internet, insieme a un gruppo nutrito di cialtroni di cui non si sentiva la mancanza.

 

Tutto questo era stimolante – più stimolante di ciò che accadeva sulle riviste di carta cui collaboravamo – ma soprattutto era inevitabile, e per certi versi anche giusto. Le riviste conservavano le pretese e i gesti della militanza culturale parlando a un piccolo pubblico chiuso in una teca specialistica, completamente separato da un’ipotesi di militanza vera, e non di rado legato a un’idea inerte di cultura; la rete invece un pubblico ce l’aveva, e in rete si potevano raggiungere in fretta, con facilità e senza spesa, tantissime persone fisicamente isolate ma curiose, appassionate e a volte interessanti. I siti culturali, e ancor più i social network, sono il compimento di una metamorfosi democratica iniziata almeno mezzo secolo fa. Per millenni la cultura è stata possesso e opera di élites specializzate e ristrette; da mezzo secolo le masse sono entrate a pieno titolo in un territorio che era loro precluso. Nel 1961 circa il 15% delle donne e il 25% degli uomini accedeva all’istruzione superiore dopo le scuole medie; oggi la percentuale per entrambi i sessi è sopra il 90%. La quantità dei libri posseduti e letti è aumentata parallelamente: nel 1965 solo il 41,5% delle famiglie aveva in casa un volume e solo il 5% ne aveva più di cento; nel 2015 le percentuali erano salite al 93% e al 21% circa. Se in politica la società dei notabili finisce con la conquista del suffragio universale maschile, nella cultura finisce oltre mezzo secolo più tardi con la scolarizzazione di massa. La rete rappresenta uno stadio di questo processo. Permette alle persone che hanno avuto accesso alla cultura di acquisire altra cultura, ma soprattutto di diventare attive: di pubblicare, intervenire, commentare, prendere la parola, esporsi. Da una società culturale ristretta, fondata su gerarchie e corpi intermedi, all’interno della quale esistevano canoni e storie collettive condivise, si passa a una società culturale ampia, fatta di nicchie separate e circondate da un tessuto connettivo mainstream prodotto dall’istruzione scolastica e dalla cultura pop. Gli effetti sono incalcolabili e prima ancora ineluttabili. A un certo momento è diventato difficile e inutile continuare a scrivere o a insegnare ignorando i mutamenti che vedevamo intorno a noi. Anche per questo nel 2011 abbiamo avuto l’idea di fondare un sito. L’abbiamo avuta insieme a Massimo Gezzi, che ha coordinato LPLC con noi fino al 2016 e ha avuto sempre un ruolo decisivo. Senza di lui il sito non ci sarebbe stato. Un aiuto importante ce l’ha dato Maria Borio, che ha gestito le nostre pagine Facebook e Twitter fino al settembre 2013. È stata poi fondamentale Claudia Crocco, che si è occupata dei social network dal settembre 2013 a oggi, ed è entrata a far parte dei collaboratori fissi e della redazione che ogni giorno ha reso possibile LPLC.

 

Di solito chi apre un sito culturale sottolinea la volontà di arrivare a un pubblico più ampio con contenuti avanzati, aggiungendo poi un topos che non manca quasi mai nelle autopresentazioni degli artisti, degli scrittori e degli intellettuali: «il nostro è un atto politico». La seconda formula è uno dei tanti significanti vuoti che costellano i dibattiti culturali: discuterne ci porterebbe lontano e non possiamo farlo in questa sede. Sappiamo tutti, intimamente, quanto ci sia di vero e quanto di falso in affermazioni di questo tipo. A noi preme aggiungere la parte che di solito manca: chi apre uno spazio simile lo fa effettivamente per portare contenuti avanzati a un pubblico più ampio, ma lo fa anche per ottenere visibilità. Se nel discorso che un sito tiene su se stesso non si dice anche questo, il discorso risulta reticente, cioè ipocrita. Ci teniamo a scriverlo perché gran parte dei discorsi che abbiamo letto o sentito da parte dei fondatori e coordinatori dei siti simili al nostro sono reticenti. Non c’è nulla di male nella ricerca (dignitosa) della visibilità; fa danni invece la negazione o l’inconsapevolezza: perché come sapeva Pasolini, un vero esperto in materia, «ciò che dà maggior piacere agli uomini (anche se si tratta di un falso piacere) è il successo. Chi, ideologizzando e codificando la propria impotenza, rinuncia ad esso, soffre, naturalmente, del più grande dispiacere». L’indagine più accurata su internet culturale in Italia, il saggio su «Nazione indiana» di Guglieri e Sisto pubblicato su «Allegoria» nel 2010, mostrava anche come Nazione indiana» avesse aiutato un gruppo di letterati a guadagnare capitale simbolico, posizioni e visibilità. È normale che accada; i siti servono anche a questo. In termini meno strategici e più quotidiani, fare un discorso culturale in rete è gratificante perché dà quella dose giornaliera di attenzione e like che ci rende tutti meno soli. Oltre a dare l’impressione, probabilmente sbagliata, di contare qualcosa.

 

Tre elementi definiscono un sito: la linea, l’organizzazione interna e il rapporto col pubblico. Il più importante è il primo. LPLC è nato ed è rimasto una rivista ideologicamente plurale: «la pluralità, la mancanza di riferimenti comuni», si legge nella dichiarazione riportata sotto la voce Chi siamo, «sono inscritte nello spirito della nostra epoca, sono la nostra condizione di partenza». Plurale non significa però indiscriminato. Le persone cui avevamo chiesto di collaborare a LPLC erano per lo più unite da una formazione analoga, alcuni gusti comuni e una posizione sociale più o meno simile. Alcune avevano studiato insieme, molte insegnavano nei licei o all’università. C’era un’unità di stile e di habitus prima che un’unità di idee. Questo elemento ha reso LPLC riconoscibile fin dall’inizio, nel bene e nel male.

 

Un sito può avere una forma centripeta o centrifuga. A noi parevano centripeti sia «Doppiozero», che aveva aperto nel febbraio del 2011 con due direttori e una redazione che si riuniva periodicamente, sia «Minima&moralia», che aveva aperto nel 2009 e faceva riferimento a una casa editrice e ai suoi collaboratori. Lo era anche «Alfabeta2», che però nel 2011 pubblicava ancora su carta. Il sito centrifugo per eccellenza era «Nazione indiana», in cui ogni collaboratore aveva il diritto di pubblicare a proprio nome ciò che voleva. Inizialmente ci siamo ispirati a questo modello, quello che corrispondeva meglio a ciò che eravamo in superficie, quello che nel profondo ci allarmava e ci affascinava di più; poi, dopo qualche settimana, abbiamo seguito uno schema diverso. Ci eravamo dati la regola di pubblicare un pezzo al giorno perché questa era all’epoca una legge implicita di internet (un sito deve entrare nella rotazione giornaliera delle pagine, il lettore deve sapere che ogni giorno potrà leggere qualcosa di nuovo); dopo poche settimane abbiamo preso atto che non riuscivamo a conciliare lo schema di «Nazione indiana» con questa contrainte. A quel punto i tre coordinatori hanno cominciato a riempire i vuoti pubblicando articoli a nome di LPLC. Ne è venuta fuori una struttura ibrida che poi è diventata la nostra: una microredazione in servizio permanente e molti collaboratori autonomi in grado di pubblicare a scadenze libere.

 

LPLC è nato nell’epoca dei social network, in quello che per tutti era il crepuscolo dei blog, e soprattutto dei blog letterari, essendo la letteratura, o meglio un certo tipo di letteratura, rapidamente incamminata sul sentiero del desueto. Nel 2011 era scontato che un sito dovesse avere un prolungamento su Facebook e su Twitter. I social network erano anche il termometro pubblico della popolarità di un post, a prescindere dalle visite effettive; erano anche, sempre di più, il luogo vero del dibattito (e dei litigi). Fra le caratteristiche dei siti culturali degli anni Zero c’erano i commenti. Ci si trovava di tutto: osservazioni acute, associazioni libere, narcisismo, psicodrammi, erudizione, insulti, nonché una quantità di idiozie e errori fattuali che nei dibattiti elitari di una volta non sarebbero stati possibili. Dieci anni dopo, quando LPLC è nata, i siti tendevano a imbrigliare quello spazio anarchico. Noi abbiamo deciso di mantenerlo: ci sembrava prezioso, un po’ perché vivace, un po’ perché rivelatore di molte cose che una parte di noi non voleva approfondire. Dopo qualche mese ci siamo resi conto che, per farlo funzionare, dovevamo mettere delle regole. Erano gli anni in cui la rete era vista come il luogo della democrazia dal basso (sì, oggi sembra incredibile, ma c’è stata un’epoca in cui la rete veniva vista così). Noi a dire il vero non abbiamo mai pensato niente del genere, ma nemmeno volevamo recintare uno spazio chiuso e sterilizzare il dibattito. Poi ci siamo accorti di quanto è difficile condurre una discussione pubblica senza filtri e li abbiamo messi, senza rimpianti e alla fine senza problemi.

 

2. Che cosa (forse) ha funzionato

 

LPLC è nato per portare in internet contenuti più complessi di quelli che fino a quel momento circolavano in rete. Quando abbiamo cominciato, c’era ancora la convinzione che un pezzo pubblicato su Internet dovesse essere breve (6000-7000 caratteri al massimo, si diceva) e avere un taglio o brillante, o attuale, o pop. Noi non abbiamo mai accettato questo discorso. Per la stessa ragione ci è sempre sembrato utile portare in rete delle cose che erano nate per la carta.

 

Alla fine ci sembra che sia andata abbastanza bene. È andata abbastanza bene da un punto di vista pratico, cioè numerico: senza fondi (LPLC è costato più o meno 160 euro all’anno) abbiamo avuto una media di 4000 accessi unici al giorno in un periodo in cui l’afflusso ai blog culturali declinava per via dei social network. Quando abbiamo raggiunto un tetto, ci è parso che il nostro posizionamento corrispondesse alla nostra identità, nel bene e nel male. Abbiamo capito che il sito stava funzionando quando abbiamo registrato su altri siti i primi tentativi di imitazione, a cominciare dalle immagini di copertina, di cui eravamo molto fieri. Siamo contenti di aver pubblicato la maggior parte delle cose che abbiamo pubblicato. Di qualcuna ci siamo vergognati – ma alla fine i bei ricordi prevalgono, almeno per noi.

 

Da un punto di vista culturale ci sembra che LPLC abbia avuto tre meriti:

 

– Ha introdotto in rete modi di parlare di letteratura e cultura più strutturati, più saggistici, di quelli cui si era abituati qualche anno fa. Non sempre ci siamo riusciti: a volte abbiamo pubblicato pezzi che avevano tutti i difetti peggiori di internet, opinionistici e senza costrutto; a volte abbiamo pubblicato pezzi noiosi, pesanti e chiusi in se stessi. Ma in generale, considerando la storia del sito nel complesso, ci sembra che LPLC abbia proposto alcune cose di sostanza e sia riuscito a farle leggere.

 

– Con le oscillazioni inevitabili in una rivista che lascia libertà assoluta ai propri collaboratori e pubblica un pezzo al giorno, LPLC ha trasmesso un’idea di cosa è importante nella letteratura e nella cultura di oggi e di cosa non lo è. Importante dal nostro limitato punto di vista, ma questo va da sé. Basta scorrere gli indici e vedere gli autori e i temi di cui abbiamo parlato più spesso per capire quali sono secondo noi le opere e i problemi significativi di questi anni, quali sono gli autori che contano per noi, quali le tendenze culturali che appoggiamo. Interessante anche vedere ciò di cui non abbiamo parlato, o abbiamo parlato poco o male. Anche in quel caso ci siamo espressi.

 

– LPLC ha cercato di discutere di politica e di società dicendo, in media, delle cose meno scontate di quelle che abbiamo letto in giro in questi anni. A volte c’è riuscito, a volte no. Molti di noi hanno una formazione di sinistra (come tutti, cioè come l’ottanta per cento degli intellettuali e di coloro che frequentano i siti simili al nostro), ma vediamo bene che parecchi concetti ereditati dalla cultura politica di sinistra oggi non afferrano il presente. Gran parte delle analisi che leggiamo sulle riviste e su internet ripetono discorsi vuoti; chi le ha scritte sembra prigioniero di una coazione a ripetere. Molto spesso sembra avere come scopo non la comprensione della realtà ma la riconferma di un’appartenenza, di un posizionamento ‘sinistra critica’ identitario e rassicurante. A volte questi discorsi vuoti si trovano anche su LPLC, lo sappiamo bene. Siamo però convinti che alcuni delle analisi meno banali degli ultimi tempi siano uscite sul nostro sito.

 

3. Che cosa non ha funzionato

 

Il ciclo di una rivista dura cinque anni, diceva Edmund Wilson. Occorre aggiungere che Internet logora di più della carta. Oggi siamo stanchi, per molte ragioni. Pubblicare con cadenze quotidiane non è facile, né tecnicamente né psicologicamente. Non è possibile procurarsi un testo o un saggio bello ogni giorno, per giunta gratis. Accettare questa logica significa anche accettare un certo tasso di imperfezione e sopportare qualche piccola ferita dell’amor proprio per preservare uno spazio che, quando capita, possa pubblicare i pezzi che meritano di essere pubblicati.

 

La stessa logica ci ha reso probabilmente troppo cauti. Avremmo voluto, e dovuto, essere più pluralisti, più aperti alla ricerca di nuovi collaboratori; avremmo dovuto cercare di più e più lontano, essere più convincenti con chi, per motivi diversi, esitava a partecipare (anche se non poche collaborazioni sono risultate impossibili per ragioni che non dipendevano da noi). Avremmo voluto, e dovuto, coinvolgere più persone. È anche vero che impegnarsi a fondo in questa direzione avrebbe comportato molta altra fatica, mentre col passare del tempo le nostre energie e la nostra pazienza diminuivano.

 

Ma l’aspetto più spossante nasce da una contraddizione strutturale. Discutere di cultura in rete può essere frustrante perché fra la rete e la cultura così come è giunta fino a noi sembra esserci, per molte ragioni, un attrito di fondo, se non un’antinomia. La rete è un luogo di massa e, come tutti i luoghi di massa, dall’assemblea allo stadio, è governata dalla psicologia delle folle, mentre la discussione razionale, in linea di principio, dovrebbe seguire una logica opposta. Lo si vede pensando ai generi che funzionano in rete, e a quelli che non funzionano. I pezzi più letti e rilanciati di LPLC sono attacchi ad personam (specialmente contro bersagli grossi e facili, secondo la logica del linciaggio), polemiche tempestive (in rete arrivare per primi conta più di dire cose intelligenti), necrologi tempestivi, e in generale tutto quello che è legato al qui-e-ora. È interessante per esempio che le recensioni, e non soltanto sul nostro sito, funzionino quasi solo se si parla di qualcosa che tutti hanno letto, e soprattutto visto. Il cinema – la più popolare delle arti canonizzate, la più esposta al masscult e al midcult – aggrega molto di più della letteratura, in una proporzione di dieci a uno, e lo stesso discorso vale per la tv. Questo peraltro significa che pochi hanno letto i libri importanti di questi ultimi anni, mentre molti hanno visto i film o le serie peggiori. In generale, sembra che in rete gli interventi funzionino molto meglio quando permettono di partecipare, di dire la propria – o in pubblico (i commenti al sito), o in privato (tante volte ci siamo sentiti dire «ho letto su LPLC la recensione di *** a *** e penso che») o nello spazio dei social network, sospeso fra pubblico e privato. Non conta imparare qualcosa dagli esperti, perché gli esperti hanno ormai un mandato debole: conta essere attivi, dire la propria immettendosi nel flusso di un’opinione forte, in alcuni casi per formare una muta, in altri per schierarsi contro quell’opinione forte, nell’atteggiamento dell’anticonformista seriale o dell’eccentrico.

 

Molto interessante anche quello che succede, in rete, ai testi letterari. Nelle nostre intenzioni c’era la volontà di dar spazio alla poesia – un genere che, nel mondo vero, non legge più nessuno, a cominciare da chi lo pratica. Ci aspettavamo naturalmente poche visite. In realtà abbiamo scoperto che i testi letterari che su LPLC si leggono di meno non sono le poesie: sono i racconti. In rete la creatività altrui, quasi sempre intollerabile in un regime di narcisismo diffuso, risulta più tollerabile quando dura poco, come di solito accade in poesia. Ed è tollerabile, aggiungiamo, quando è gratis: molti hanno fame di contenuti culturali o artistici, pochi sono disposti a dedicare loro attenzione e concentrazione, pochissimi sarebbero disposti a pagarli. L’impossibilità, o difficoltà estrema, di fare di LPLC una rivista capace non di produrre profitto, ma almeno di retribuire non solo simbolicamente i pezzi che pubblica, ci ha fatto molto riflettere sulle implicazioni della nostra attuale ‘cultura del gratuito’, e interroga più in generale il valore che siamo disposti a dare a qualcosa per la quale non scuciremmo in ogni caso un euro.

 

4. Che cosa abbiamo imparato

 

Molte delle cose che abbiamo imparato forse le sapevamo già, ma astrattamente. Oggi le conosciamo meglio per averne fatto esperienza e per averci riflettuto.

 

Internet è la sede dell’autorialità di massa e dei suoi generi archetipici – il racconto di sé, la creazione artistica e l’opinione personale. Non è il luogo dove di solito si va per imparare qualcosa da qualcuno che, su un certo argomento specifico, ne sa più di noi. Può essere, occasionalmente, un luogo di confronto e dialogo (del resto il vero dialogo è sempre molto raro, anche fuori dalla rete); più spesso è una galleria degli specchi. Al contrario di quello che si diceva dieci o quindici anni fa, la rete non è anticonformista e ribelle – tutt’altro. È al tempo stesso orizzontale, segmentata e tendenzialmente gregaria. Orizzontale perché qualunque forma di autorevolezza deve rilegittimarsi di continuo davanti a un pubblico di inesperti che però rivendicano un diritto di parola. Segmentata perché è fatta di bolle immerse nel flusso dell’opinione mainstream, come la società di cui sono specchio. Tende a essere conformista perché la presenza degli altri è sempre tangibile, rumorosa e opprimente, nei siti culturali ma soprattutto nel loro prolungamento necessario, i social network (anche se forse ormai è vero il contrario: sono i social a prolungarsi nei siti culturali, a saturarli di soggettivismo). Orizzontalità, doxa, rumore e presenza continua degli altri sono l’opposto dell’ambiente psichico che la letteratura e la cultura tradizionali consideravano adeguato a se stesse. Per secoli autorità e separatezza, competenza e solitudine, concentrazione e silenzio sono state le precondizioni necessarie a un discorso di cultura. Un mutamento simile non implica che la cultura scompaia; implica però che si ridefinisca radicalmente nella sua identità e nella sua trasmissione, come appunto sta accadendo.

 

In questo passaggio la rete ha un ruolo decisivo, ma non è la causa prima. Internet va visto come parte di quel processo di democratizzazione del sapere e della presa di parola che è implicito nelle dinamiche della società di massa. Peraltro è grazie a questo processo che noi due abbiamo potuto studiare. Facciamo il nostro mestiere grazie alla scolarizzazione del secondo Novecento e alle istituzioni pedagogiche statali; le consideriamo le più grandi conquiste delle socialdemocrazie insieme al sistema sanitario pubblico: saremo gli ultimi a parlarne male. Ciò detto, non possiamo non vedere che questi processi generano una dialettica senza sintesi, senza uscita. La scolarizzazione di massa redistribuisce il privilegio del sapere, innalza il livello culturale medio di un paese, e al tempo stesso abbassa il livello di chi accede alla cultura, e dunque di ciò che, in media, si legge, scrive o insegna, creando le premesse sociologiche per lo sviluppo estensivo di un’industria culturale fondata su prodotti medi e generando le condizioni che rendono probabile l’ingresso di questi valori medi nei canoni scolastici. Tutti sanno un po’ di più, e al tempo stesso tutti sanno di meno, perché «dove tutti sanno poco, e’ si sa poco»: ma se questo era vero anche ai tempi di Leopardi, la novità è che quel poco che si sa ora lo si vuole, anzi lo si deve esprimere. Su questo aspetto il web agisce in modo decisivo. Mentre l’accesso di massa all’istruzione scolastica ha costituito un grande processo democratico di ascesa sociale, la rete esalta soprattutto il ruolo di chi, in possesso di un’istruzione media, desidera ostentarla. Internet ha contribuito soprattutto a rendere la cultura più narcisistica e spettacolare – e per questo non solo più volgare, ma soprattutto più inutile. Ha dato a un nuovo pubblico la possibilità di partecipare esibendosi; ma far sentire la propria voce quando questa voce non ha un contenuto specifico o una qualità distintiva significa chiacchierare e basta. E questo può valere anche per gli intellettuali che avevano e hanno un’esistenza pubblica fuori dalla rete.

 

Ora, se la democratizzazione della cultura è una conquista immensa, la cultura in sé non è democratica, ed è l’opposto della chiacchiera. Questa contraddizione non può essere risolta: può essere solo vissuta, e in modi diversi gestita. Creare un sito culturale, uscire dalla teca degli specialisti, portare contenuti ambiziosi a un pubblico ampio, cercare il riconoscimento di questo pubblico, e al tempo stesso provare a instaurare un dialogo, è un piccolo tentativo di gestire il problema vivendolo. Sotto il tentativo rimane la contraddizione, e le contraddizioni alla lunga logorano. (Anche se poi naturalmente a stancare non è solo questo: c’è il lavoro quotidiano di procurarsi i pezzi; ci sono le relazioni con gli autori, la loro e la nostra suscettibilità; e poi l’usura dei rapporti umani, la difficoltà di armonizzare vecchi e nuovi contributi, la fatica e anche la pena di dover dire per forza qualcosa).

 

Vogliamo ringraziare Massimo Gezzi, Claudia Crocco e tutti i collaboratori fissi, presenti e passati, così come tutti coloro che in questi sette anni e mezzo hanno scritto sul sito. È merito loro se l’esperienza di LPLC, nonostante i nostri limiti, ha avuto un valore e un significato. Vorremmo poi ringraziare tutti coloro che ci hanno letto e sono intervenuti per commentare. Facciamo gli auguri alla nuova serie di LPLC, che partirà presto. Sono stati anni faticosi e intensi: è stato bello. Ora sentiamo che è arrivato il momento di passare ad altro.

 

[Immagine: Hiroshi Sugimoto, Theaters].

31 thoughts on “Salutando. Un editoriale di congedo

  1. …proprio ora che avevo iniziato a leggervi (son lenta nelle scoperte); io che, uscendo dalle dinamiche descritte, cerco in rete (ma non solo, sto leggendo la Letteratura circostante, molto utile) per imparare, non per riconoscermi o esibirmi.
    Vorrà dire che passerò qualche mese a sfogliare gli archivi. Bon voyage

  2. Caro Guido, caro Gianluigi,
    che dire? Grazie, per il progetto, per il lavoro fatto, per essere riusciti a tenere in vita questa contraddizione, che spero continui ancora con la seconda serie. Grazie anche per questa bella analisi, in larga parte condivisibile. Sottoscrivo l’importanza che attribuite alla scolarizzazione di massa, ma come è noto sono meno pessimista sui suoi effetti negativi, e penso che quindi la diffusione della cultura con qualsiasi mezzo vada sempre bene; inoltre, non sono neanche convinto che, mediamente, ora “si sappia di meno”.
    Grazie di nuovo e un abbraccio,
    Mauro

  3. Bella riflessione che spinge a rimuginare. È talmente sincera che lascia al lettore – almeno a me – uno strano senso di inquietudine. Volendo tornare riflessivamente su quanto letto, non è chiaro quale tipo di creatura possa tenere insieme nella sua vita tutte le verità esposte nel testo senza sviluppare virtù caratteriali che assomigliano più a quelle di un bottegaio o un attaccabrighe che non a quelle di un letterato old style. Questa elucubrazione, comunque, ha poco senso ora. È solo la premessa superflua a un ringraziamento pubblico per ciò che avete fatto in questi anni, compresa questa candida lettera di congedo. Mi darà da pensare ancora per molto tempo a venire.

  4. Grazie per il bellissimo contributo che avete donato alla riflessione e alla cultura, che ritengo debba essere di massa nel senso di poter essere trasmessa a tutti e debba sempre continuare a sviluppare quell’ideale di bellezza che, per come la intendo, è insito anche nel pensiero critico e interrogante.
    Apprezzo anche l’editoriale di saluto per la misura e l’equilibrio: caratteri oggi sempre meno praticati , ma sulla cui azione ed effetti occorre continuare a portare la riflessione. Non potrà mai essere un semplice contenuto di internet commentato narcisisticamente dai più a mostrarci l’unica verità possibile, finchè esisteranno lo studio e la ricerca personali e professionali.

  5. Lontano dall’Italia da tanti anni, siete stati il porto più sicuro per le provviste necessarie al viaggio. Non vi ho mai ringraziati. Ora , l’ultima occasione di scusarmi per le poche parole della gratitudine più sincera.

  6. Grazie, grazie di tutto, ma un grazie un po’ risentito: chi vi leggeva per conoscere idee spesso originali e comunque sempre interessanti, adesso dove troverà i vostri scritti?

  7. Questo sito ha in effetti ricollocato la competenza specialistica in cima, a mo’ di classe col professore dietro la cattedra ed i banchetti in fila zitti ad ascoltare, travasando in rete parte della cultura scritta negli anni Dieci per la carta e da li’ espulsa, devitalizzando di conseguenza la partecipazione della classe fino ad estinguerla. Ha in sostanza subito il mezzo piu’ che cavalcarlo come fece Nazione Indiana, motivo per cui la vivacita’ si e’ trasferita sui social, anche per narcisismo ma essenzialmente come playground. La pretesa fondativa del tecnico competente abilitato a parlare rispetto all’onesto incompetente che deve solo ascoltare, oggi divenuta identita’ politica e sociale di massa, non ha aiutato ad indagare perche’ tanti competenti, seppur meglio equipaggiati degli incompetenti, sbaglino puntualmente le previsioni sul futuro esattamente come questi ultimi. Probabilmente il settarismo e la malafede bilanciano verso il basso la competenza, cosi’ come l’onesta’ bilancia verso l’alto l’incompetenza, facendo pari e patta nei fallimenti predittivi? Anche dal punto di vista teorico, il contributo vitalistico e’ stato qui marginale, anzi anti-vitalistico proprio nella visione di Mazzoni e repressivo in quella di Simonetti. Nazione Indiana si chiuse sostanzialmente con la farsa a tavolino del New Italian Epic ed il miglior contributo teorico-letterario internettiano degli ultimi tempi arrivi dalla Nuova Ontologia Estetica di Giorgio Linguaglossa & sodali su L’Ombra delle Parole, un blog di vecchi che ha progressivamente affinato e reso presentabile la frustrazione mentre qui infuriavano Erinni e si proponevano come novita’ epigoni trentenni e quarantenni di epigoni cinquantenni e sessantenni, tutti ancora fermi al 1975 ed immersi nel rimpianto nostalgico. Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota, i libri erano stati trafugati e portati altrove mentre qui si discuteva cenere?

  8. Vi ringrazio immensamente per aver ospitato le mie elucubrazioni su porno e tecnologia, postcinema e apocalissi. Se posso aggiungere: uno dei pochi blog culturali che non è mai degradato nell’autocompiacenza, nel narcisismo e nella facile provocazione.

  9. Grazie a entrambi per quello che avete fatto. Questo fecondo contributo illumina ancor più la vostra iniziativa con la serietà dell’essere sinceri su tutti gli aspetti del proporre cultura in internet, disinnescando qualunque “posa” in linea con lo stile che avete sempre tenuto.

  10. Che dire? Una riflessione talmente sincera che lascia sgomenti. Ormai ex insegnante, o meglio ex maestro, sento profondamente vere molte delle analisi contenute in questa lettera d’addio. Sappiate, però, che in LPLC ho trovato spesso gli scritti più seri e profondamente “pensati” tra quelli che circolano in rete e questo è senz’altro un vostro grande merito. Grazie
    PS: continuerò a cercare nel “nuovo” LPLC lo stesso spirito che ha animato questa prima avventura. Spero di ritrovarlo

  11. Grazie , grazie, leggevo i vostri articoli quasi sempre con piacere , di sicuro mi incuriosiva o quasi tutti. Mi mancherà ma insomma è bello e imprescindibile percorrere nuove strade.

  12. cari Gigi e Guido,
    avevo avuto sentore di questo passo, ma vederlo prodursi mi provoca un’inquietudine, e direi quasi uno sgomento, che la lucidità vostra abituale di scrittura, più chirurgica che mai, non può che accentuare. Nell’aggiungere il mio ringraziamento agli altri che si stanno allineando, e nella speranza che la nuova testata che annunciate possa in qualche misura attenuarlo a venire, vi posso dire solo del mio senso di impoverimento nel vedere un altro pezzo di vita sensata che, in questo modo, se ne va. Da domani siamo un po’ più poveri tutti. Per l’«altro» a cui vorrete dedicarvi, il mio più forte in bocca al lupo.

  13. Caro Guido, a te, e agli altri coordinatori e collaboratori che non ho avuto l’occasione di conoscere personalmente, la riconoscenza mia e degli amici di “Semicerchio” per il significativo e generoso lavoro svolto in questi anni e un augurio forte a chi lo continuerà. Il congedo non poteva rappresentare meglio l’onestà intellettuale che vi ha contraddistinto e invita tutti noi a una riflessione (e a decisioni conseguenti, come la vostra) sul senso e l’inevitabilità dello spazio digitale “aperto” per le discussioni letterarie. Il tempo dell’entusiasmo di massa ha illuminato margini sconosciuti ed esteso gli orizzonti, ma anche bruciato energie superiori a benefici che si possano sperare permanenti. Verrà il tempo dell’assestamento. E sarà anche grazie a questa vostra impresa. Buona fortuna

  14. Grazie, sentirò moltissimo la vostra mancanza. Vi ho letto per anni con piacere, interesse e curiosità.

  15. E quindi ci siamo, come si mormorava. Auguro al nuovo LPLC un buon lavoro e non posso non dire che il mio senso di gratitudine per Mazzoni e Simonetti e l’LPLC di cui siamo ora al capezzale ha tali implicazioni personali che non è possibile esprimerle.
    Dirò solo che chi come me è stato studente di Lettere nei primi anni Duemila, studiando in una delle molte università di massa e avendo chiaro solo fino a un certo punto che esistessero anche i “circoli di intellettuali”, ricorda una sensazione diffusa lungo tutti gli anni, da quello da matricola a quello da laureando: la sensazione di essere un relitto disperso nella post-storia o di essere attaccato come una patella a una cosa che non aveva alcun senso non appena chiudevi i libri, uscivi dalla biblioteca, e ti andavi a fare l’aperitivo con gli amici. Era una sensazione senza contenuto, un disagio che facilmente ripiegava o nel senso di totale fallimento o nella reazione apocalittica. Iniziando a leggere i lit blog e il (per me da subito) elettivo LPLC capii perché: ah, Officina, Paragone, Solaria, ecc…, erano questa cosa qui. A 22-23 io NON riuscivo a figurarmi il dibattito intellettuale e le riviste. Alla lettera. Stessa astrattezza delle prove dell’esistenza di Dio medievali. Così arrivavi a capire che le idee circolano oltre i giornali e la tv, che il dibattito intellettuale non è il finto salottino della Gruber. Quella sensazione di essere un orfano e un cretino pian piano prendeva un’altra forma.
    Non so se la mia storia faccia generazione. Se no, pace, forse ho prodotto altro inquinamento con l’ennesimo racconto di sé; se invece non si tratta solo di una faccenda del tutto privata, una storia con taglio sociologico di LPLC, negli anni a venire, non dovrà ignorare tutto questo. Tra massa e intellettuali, quel pubblico ignoto cui Mazzoni e Simonetti intendevano rivolgersi e che in questo loro lucidissimo addio e consuntivo resta in qualche modo indefinito è in realtà composto da persone che hanno potuto superare lo stadio della pura informità anche grazie a loro.

    Un grazie per tutto quello che di bello ci avete fatto leggere

  16. Cari Gianluigi e Guido,
    grazie per l’impegno che avete messo in questo progetto, e buon lavoro per ciò che verrà. Sono stato un lettore assiduo di LPLC. Pur amando Edmund Wilson, certi commiati fanno dispiacere. Spero di ritrovarvi presto. In tempi difficili, buon futuro a tutti noi.

  17. Bellissimo articolo, lucido e vero, nello stile di quel “ fraterno diagnosta” che è Guido Mazzoni.
    Io imparavo leggendovi e sono dispiaciuta che si interrompa questo esercizio intellettuale che pure a volte mi impegnava non poco, ma anche grata per le cose ho potuto leggere. Un caro saluto a G. Mazzoni che di passaggio nella mia città ho potuto conoscere , e con il quale ho avuto il piacere di conversare. Troverò comunque il modo di leggerlo spero

  18. solo un appunto: neppure l’orizzontalità della rete è assoluta, alla fine dei conti voi scrivevate gli articoli e noi li commentavamo e un motivo ci sarà se eravamo noi a venire da voi e non il contrario

  19. È un piccolo lutto, per me, questa notizia. La fine di uno spazio in cui mi era stato spesso facile trovare spunti e idee su cui riflettere e in cui riconoscermi. Vi ringrazio dell’impegno che avete profuso, sono certo che non è stato invano.

  20. « Noi venivamo dalla cultura cartacea, e perdipiù dall’accademia, che ferma gli orologi»; « Sono stati anni faticosi e intensi: è stato bello. Ora sentiamo che è arrivato il momento di passare ad altro».

    Ed è lì che volete tornare? Cosa mai sarà questo «altro» a cui passare (in due)? Non poteva entrare in LPLC? Credo che per paura o calcolo l’abbiate voluto tenere sotto stretta sorveglianza nel recinto dello spazio-commenti per non contaminarvi o rimettervi in discussione.
    Fortini diceva che il filosofo deve dialogare con il tonto. Voi vi siete stancati quasi subito e, senza mai pestarvi i piedi, avete presto dialogato – e mica tanto – “inter vos”, tra autori, quasi tutti accademici o – in ossequio implicito del montaliano (e tremendo) «Ognuno riconosce i suoi» – tra persone « unite da una formazione analoga, alcuni gusti comuni e una posizione sociale più o meno simile».
    Trovo questo rendiconto, che pur accenna con precisione ad alcune reali contraddizioni della vita culturale d’oggi, politicamente reticente. Congedo o fuga?

  21. Mi associo ai saluti anche se con un certo imbarazzo, considerando il tono un po’ da rosario post mortem che aleggia. Non mi pare sia da interpretare così il commiato di Mazzoni e Simonetti, che conoscono solo molto indirettamente, per sentito dire, tramite un comune amico collaboratore fisso del blog.
    Non penso che sia loro intenzione sparire completamente dall’orizzonte del sito, senza dire che poi il tutto risulta un po’ ingeneroso nei confronti di chi ne raccoglie il testimone, per quanto già in squadra da anni.
    Come dire “après vous le déluge”!
    Vedremo. E poi i collaboratori rimangono quasi tutti, mi pare.
    Per altro concordo totalmente con le valutazioni generali sui rapporti tra rete e cultura e sul fatto che quest’ultima per sé non sia democratica. Può spiacere a qualcuno, ma è così. Per non parlare del sapere scientifico.
    Come concordo in generale col pessimismo che fa dire loro che “tutti sanno un po’ di più, e al tempo stesso tutti sanno di meno”. Fuori dalle mura scolastiche e dell’università (là nel mondo reale, lasciatemi dire) è questa precisamente la sensazione. Anche – e specialmente – in ambienti HiTech dove incubano i lavori del futuro: superspecializzazione abbinata a superficialità irredimibile, da chiacchiera da bar. Certo, non è richiesto a tutti di essere fini intellettuali, ma la spocchia che imperversa sui social network quella c’è tutta.
    Per cui comprendo benissimo e con simpatia che ad un certo punto, fatta questa esperienza, sia “arrivato il momento di passare ad altro”, senza rimorsi per presunte fughe e rinunce alla militanza.
    Quello che era possibile fare probabilmente è stato fatto e il mondo va avanti senza curarsene, come un implacabile Juggernaut.

  22. Cari Guido e Gianluigi,
    LPLC blog epigono, come voi stesso lo definite, ha avuto senz’altro un effetto virtuoso su blog vetero-avanguardisti, come ad esempio NI. Siete riusciti, nel mondo letterario in rete, a incarnare un po’ di super-ego, anche per gli altri. (Lo dico senza ironia.) E ve ne sono senza dubbio grato. Sono nello stesso tempo fiducioso nelle metamorfosi e nei ricominciamenti, e quindi attendo con curiosità il seguito.

    Varrà poi la pena di considerare la vostra riflessione più generale sulla democrazia, la rete, il dibattito culturale, l’accademia. Questo indipendentemente dalle scelte personali, (di essere o meno motore di progetti in rete). Leggendovi si è portati a riconoscere uno nodo familiare e ben difficile da sciogliere: il sapere esperto, con i suoi rassicuranti recinti istituzionali e la sua pericolosa mancanza d’ossigeno, e il dibattito disperso, “sporco”, in mezzo ai non esperti, ma tonificante. Da vetero-avanguardista dei blog letterari, non ho mai pensato che fosse possibile un’alternativa secca: o concentrazione e silenzio, o baraonda e dibattito; o articolone inattuale su carta, o intervento tempestivo e polemico. Sono entrambe modalità della nostra cultura, entrambe possono prestare il fianco a critiche feroci. Poi ognuno si misura anche sulle proprie inclinazioni, talenti, idiosincrasie. Ed è importante essere fedeli a se stessi, in queste faccende.

    Un caro saluto,

    a.

  23. Peccato , facevate moltissimo. Può sembrare fuori luogo ma, qualora possibile, io avrei provato la strada dell’ abbonamento, anche solo tre euro al mese per dire. Grazie comunque.

  24. Da lettrice assidua, non posso che complimentarmi per quanto fatto fino ad ora e augurarvi buon lavoro per tutto ciò che verrà da questo momento in poi. In attesa di nuove letture, un grosso in bocca al lupo per il futuro

  25. Accidenti, leggo solo oggi pomeriggio… Ogni cosa ha fine ma i distacchi sono bruttissimi. E poi tutti questi commiati affettuosi dei lettori e delle lettrici, sono commossa e con la lacrima in pelle (sì, anche per l’età).
    Ciao cari, grazie di cuore. Le migliori cose per le vostre vite.

  26. cum adsectaretur ‘numquid vis?’ occupo at ille
    ‘noris nos’ inquit ‘docti sumus’ hic ego ‘pluris
    hoc’ inquam ‘mihi eris’ misere discedere quaerens

  27. Cari Guido e Gigi,
    anche io sento il bisogno di ringraziarvi pubblicamente. E di cuore. Siete stati voi a farmi scoprire Internet e le sue pur contraddittorie potenzialità. Dopo “Le parole e le cose”, a cui fin dall’inizio mi invitaste a collaborare, ho cercato in altri siti (in quello del “Ponte” prima e oggi, soprattutto, in quello della Fondazione per la critica sociale) di affrontare il problema della democratizzazione di una cultura che resta – nonostante tutto – un che di aristocratico. Ho cercato di dare una risposta “politica” a questo problema in un’ottica un po’ diversa dalla vostra, ma con risultati, fin qui, più deludenti di quelli che voi invece potete portare a riprova di un’impostazione che si può definire “plurale”. Grazie ancora e a presto.

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