di Daniele Balicco

 

[Questo saggio di Daniele Balicco è uscito il 21 dicembre 2015].

 

Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria il mezzo di lavoro. Occorre dunque indagare in primo luogo in che modo il mezzo di lavoro viene trasformato in macchina, oppure in che modo la macchina si distingue dallo strumento del lavoro artigiano.
Karl Marx, Il capitale

 

Noi ci siamo occupati tanto a fondo del problema di sapere che cosa pensiamo da esserci dimenticati di chiederci che cosa la psiche inconscia pensi di noi.
Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli

 

Il rito, ogni rito, è un condensato di storia e preistoria: è un nocciolo dalla struttura fine e complessa, è un enigma da risolvere; se risolto, ci aiuterà a risolvere altri enigmi che ci toccano più da vicino.
Primo Levi, Opere

 

1. Realismo ingenuo

 

La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe. Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva, estetica della distruzione dell’ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, per lo meno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più quelli che Ivan Illich avrebbe chiamato gli esiti contro-produttivi della produttività (cfr. Illich 1973). Anche solo l’elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come, in questi ultimi decenni, la cultura occidentale abbia sperimentato, con intensità crescente, la crisi dell’idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molto difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent’anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato, anche remoto, in forma digitale. Le stesse informazioni che avremmo recuperato in mesi di studio, lavorando su materiale d’archivio, oggi le otteniamo in pochi secondi, con un motore di ricerca, dal nostro computer di casa. La quantità sconfinata di informazioni del passato, depositata nella memoria alfanumerica delle macchine digitali, non può non suscitare un sentimento simile a quello che Gunter Anders avrebbe definito “vergogna prometeica”(cfr. Anders 2007).

 

Allo stesso tempo, però, l’immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo sentirne l’odore, non possiamo avere un’idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l’idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa (cfr. Turke 2002). Cosa significa? Semplicemente, che nell’universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti “geocentrici” a cui l’uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta.

 

Le sempre più numerose rappresentazioni estetiche della vita dopo la fine del mondo (soprattutto in romanzi, film e serie tv) [1] come il diffondersi ubiquitario di consumi simbolici di massa (videogiochi, pornografia, droghe, tatuaggi), che definirò con il concetto di nostalgia dell’iniziazione [2], parlano in realtà dell’ingresso dell’umano in una dimensione storica che sta sperimentando un’esperienza del tempo così radicalmente nuova da mettere in crisi le strutture antropologiche di base dell’immaginario – quanto meno quelle formatesi a partire dalla rivoluzione neolitica. La fine del mondo non è dunque semplicemente la catastrofe ambientale, benché sia anche questo. Il nostro mondo sta finendo perché l’alfabeto simbolico con cui l’uomo ha imparato a interpretarlo da millenni non funziona più.

 

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Note

[1] Per una prima ricognizione sull’estetica apocalittica contemporanea cfr. almeno, in una bibliografia ormai molto vasta, i volumi di: Mirko Lino (2014); Malcom Bull (1995); Monica Germanà – Aris Mousoutzanis (2014); Kenneth Newport – Crawford Gribben (2006).

 

[2]  Definisco con il concetto di nostalgia dell’iniziazione la diffusione di alcuni consumi simbolici di massa, destinati a un pubblico di adolescenti, ma diffusi anche fra gli adulti (ed è questa, per altro, già la prova della disattivazione del loro funzionamento iniziatico, del loro sopravvivere cioè solo come nostalgia, se intendiamo l’iniziazione come superamento del confine che introduce l’adolescente nell’età adulta), che riattivano scene immaginarie ed esperienze sensoriali proprie dei riti iniziatici premoderni.

 

[Immagine: Edward Burtynsky, Oxford Tire Pile (gm)].

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