di Vanni Santoni

[È uscito in questi giorni, per Mondadori, I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto].

 

[…] La “fidanzata di loro padre” che intanto procede con piglio implacabile verso il Saltino, supera il paese senza soffermarsi e completa il chilometro e mezzo che separa Santa Caterina da Villa Fortuna, apre con la chiave il cancello monumentale dell’accesso maggiore, lo spinge, percorre le due rampe, attraversa il giardino, i suoi aceri rossi del Giappone e i suoi ziri e le sue terrecotte a tema pagano, apre il portone di casa, sale i tre giri di scale e spalanca la porta della camera sudovest:
– C’è qualcosa che devi dirmi?
Ma quello è lì steso sul letto, le braccia aperte, che se la dorme; che se la sogna, forse…

 

… C’erano statue sparse per il bosco, statue di donne e di uomini: alcune di una roccia scura, come quella che si usava da quelle parti per croci e lapidi; altre erano bronzetti su piedestalli; altre ancora, fatte di un materiale più duttile, resina o cera, e sapeva, lo sapeva, che per scolpirle erano stati utilizzati non scalpelli ma bulini; più andava avanti e più si rendeva conto che c’erano presenze ulteriori, meno consistenti eppure animate: spettri, forse, ombre di trapassati che infestavano quel luogo e che tuttavia parevano meno interessate alla sua sorte delle statue medesime. Era, poteva essere, Livia, quella laggiù, con la crocchia sul capo? Era il caso di uscire dal sentiero per andare a controllare? E quello là, dall’altra parte, con le mostrine da sottufficiale di cavalleria, era forse il “povero babbo” ovvero quel gran figlio di buona donna di Beppe Michelangelo…? E dietro ce n’erano altri, e così tanti, di quei fantasmi… Quello, anche quello mi sa che lo conosco… Camminava, intanto, perché a ogni passo diventava più evidente come quelle figure si confondessero l’una nell’altra, le scontornassero solo rotti echi di memoria, non ci fosse più una storia a fissarle, foss’anche in modo retorico, o parziale, o fasullo… Lì in mezzo, eccone un’altra, girata di schiena, che gli pareva familiare, e se l’abito, un vestito popolare a gonna lunga, simile a quelli che portava sua madre, era scuro, di un grigio petrolio, gli avambracci tradivano una freschezza, una vita…
– C’È QUALCOSA CHE DEVI DIRMI?
Si voltava ed era Nicoletta: ma prima che potesse fare un passo verso di lei, ecco che si alzava d’improvviso la gonna con le due mani e là dove avrebbero dovuti esserci il pelo e la vulva c’era un altro viso di donna, dai lineamenti grossolani come quelli di una maschera del teatro antico, la lingua fuori come Kali, e a quella vista Antonio, pur nel panico, cominciava a ridere, a ridere…
– AH AH ah… Ehi.
– Buongiorno eh, – dice lei guardandolo aprire gli occhi.
– Bonjour, Colette.
– Non me la menare col francese. Non adesso. Cos’è questa storia?
– Quale storia? Che ti prende?
– Questa dei tuoi figli. Ho incontrato Cristiana. Ho incontrato Enrico. Ti dicono qualcosa questi nomi?
Antonio assottiglia gli occhietti verso Nicoletta.
– Dunque? – dice lei.
Antonio sporge il mento, alza le sopracciglia:
Donc, bene se li hai conosciuti già. Li avresti comunque incontrati domani.
– Volevi farmeli conoscere?
– No, Colette; se la metti in simili termini, certamente no. Il tuo conoscerli sarebbe stato incidentale.
– Almeno ho capito cos’avevi questa mattina.
– E tu, invece, cos’hai? Dimmi.
– Non ti riconosco, giuro.
– Hai finito?
Hai… Finito?! Ti ho sempre dato una considerazione che… Prima mi spari un Falla finita, adesso un Hai finito! Ti ricordo che io qua non ho parenti, amici, nessuno. Ho solo te! E neanche mi dici che hai invitato i tuoi figli.
– Nessuno ti ha ordinato di stare qui. Anzi, ti avevo chiesto, invero esplicitamente, l’opposto.

 

Nicoletta fissa Antonio, la bocca serrata che vibra, le tempie che pulsano, i pugni stretti. Poi si volta ed esce dalla stanza. Sbattendo, si capisce, la porta.
Antonio si rimette disteso sul letto e resta un po’ lì immobile, gli occhi al soffitto su cui s’intuisce, scolorito, anzi ripassato da una mano di bianco troppo sottile, l’affresco di una vertigine di nuvole alla maniera tardosecentesca, forse un tentativo mai finito di fare il verso al soffitto dell’Abbazia: c’è anche il primo abbozzo di un paio di figure, qualche piede femminile penzoloni… Curioso, pensa, che nel sogno vi fosse Livia, e vi fosse ancora Nicoletta, come in una sorta di continuazione di quello del giorno prima, quello con le “mogli”. Lì c’erano tutte e sette. Il sette è un numero confortevole, sicuro, felice e fortunato, pensa Antonio alzandosi a sedere sul bordo del letto. Livia, Rosa, Francesca bionda quanto un’allucinazione e poi Beatrice, e Margherita Puccini in Romanelli; Dianna Manor, e Nicoletta, la mia Colette… Come fa, poi, di cognome? Uhm… E forse, forse c’era anche Clelia Gradoli, evanescente, tra Rosa e Francesca… Il che fa otto, otto pure è un numero confortevole, ma pratico, potente e odioso. Curioso ricordare così bene questi appellativi ma non il loro significato: un numero confortevole, forse, era un numero naturale che non può essere espresso nella forma ab+bc+ac, dove a, b e c sono interi positivi distinti…? Per quelli fortunati, di certo serviva il Crivello di Eratostene… Saranno gli effetti della vecchiaia? Lo è forse questa attività onirica, questo apparente sovrapporsi tra sogno e memoria, immaginazione e realtà? È possibile che dopo un certo numero di anni cose del genere si dimentichino comunque… Quanto poco, quanto poco è rimasto di tutte quelle ore notturne a copiare appunti di Analisi in quella soffitta pisana… Il primo effetto che ho creduto venire dalla vecchiaia, quella vera, è stata la mano fredda. Una mano calda e una fredda, come se la sinistra si fosse già decisa a morire. Pure, anche quell’allarme è rientrato, allo stesso modo di quello sorto dalle ultime analisi, che avevo creduto fatale: eccole qui le mie mani: destra, sinistra, solve, coagula, stessa esatta temperatura. Meglio tornare all’otto, al sogno. C’era Livia Livi, piccola. Essenzialmente piccola. Piccolo era il mondo, del resto, a quei tempi: piccolo io e piccolissima Livia che mi aspettava a San Donato in Fronzano, Livia seduta sul masso più alto di quelli a bordo torrente. Livia ricostruita, poi, in seguito, reinventata; quella che divenne la Viviana incorrotta di Serpi di Terrabassa – Livia sposa promessa che mi aspettava all’emporio, al bivio dopo il borro, i rari giorni in cui tornavo dal seminario, in bicicletta… C’è Rosa, che non conobbi prima di aver ritardato di un anno il matrimonio, come tu Livia sempre avresti creduto, ma dopo; e però lo avevo ritardato a ragione: a conti fatti a ragione, visto che poi ti manifestasti tu, Rosa. Rosa con la faccia severa e il profilo da allegoria, Rosa con un capillare rotto nell’occhio e in braccio Aurelia appena nata, già coi capelli fitti e neri in testa. La povera Rosa che non poteva immaginarmi, da casa, a metà anni Sessanta, quando camminavo per Roma e davvero mi sembrava di sentire il polso del mondo – l’espansione della forza sensitiva! (che infatti minava quella morale) –, e che tuttavia indovinò subito l’esistenza di Clelia. Clelia, l’amante. E certo però non era quell’incrocio di simpatia e occasione che trovai con lei, l’amore… Era forse la cosa rovente che mi scatenava invece Francesca? O era solo amore per la bellezza, quello? O la propagazione di quei moti che scuotono l’anima per effetto di un’emozione? Se non amore per la nostra specifica contingenza, il potersi dire che mentre tutti, fuori, si affannavano, il nostro ’68 era solo fare l’amore dal venerdì notte fino alla domenica – e il mio, gli altri giorni, lavorare, lavorare, lavorare… Quando conobbi Beatrice, giovanissima psicanalista al convegno internazionale di risorse umane a Capalbio, pensai che fosse lei l’aleph. Era amore per l’intelligenza, quello? O era il fatto che fosse fiorentina, benestante, colta, fattiva… L’amore è il compimento di un progetto? Sarebbe ben poca cosa, allora, anche laddove incarnasse la speranza di iniziare un percorso nuovo, più giusto. E nonostante tutto, infatti, ci fu Margherita: cosa pretendi di iniziare, del resto, se non sei nuovo tu, se sei tu a non essere ancora giusto? Margherita, l’ultima che avrei detto mai. Lei assai educata e però sempre un po’ volgare, lei simpatica e però ci fa o ci è? Lei che Non intendo dire solo che lo terrò, intendo dire che questo bambino lo terrò io, è meglio per te, per me e pure per Paolo. L’amore è buonsenso? Allora il massimo del buonsenso è non smuoversi più, arrivare magari ad attendere la morte assieme: Dianna potrebbe addirittura essere considerata una figura marginale di fronte a tutto ciò, se non fosse che ci ho vissuto otto anni. Si fa presto, da vecchi: ci ho vissuto metà del tempo che ho trascorso con Beatrice, madre dei miei “figli amatissimi”, un terzo di quello trascorso con Rosa (e contando anche quello da separati in casa)… Nessun vantaggio, nella mia memoria, o nei miei sogni, per chi fu moglie o madre: eccole, ancora, come una teoria di ragazze! E tu, Colette? Ancor più marginale, se vogliamo, eppure guarda come ti metto adesso al centro. Chi altro dovrei metterci, del resto? Non ho che te oggi, e tu vieni a dirmi che non hai parenti o amici qui? Io di amici non ne ho neanche fuori: per ogni adulatore che compare, per ogni adepto che oggi si accoda, ecco un amico che si inabissa… Amici! Non sono forse tutti morti, o finiti chissà dove, o diventati persone con cui al massimo potrei condividere una battuta, un ricordo? Né scorgo amici fra i miei cosiddetti familiari: rischio quasi d’invidiare il discorso penoso di quelli che dicono che i figli sono i loro migliori amici… Al lavoro, peggio che mai. All’Eni avevo legato solo con Ivo, che ormai sento una volta l’anno, quando va bene, e di cosa mi ha parlato, l’ultima volta? Della paura di rincoglionire. Del fatto che quando rincoglionisci, nessuno te lo dice, e quindi potresti esserlo già, senza saperlo… Ormai, ha detto, quando sono a una cena, taccio tutto il tempo. Come Coetzee, ho detto io, e gli ho raccontato di come costui non parlasse mai, ai ricevimenti, a meno di essere interpellato. Vedrai che pure lui ha paura di essere rincoglionito, ha risposto. E poi: Tu sei fortunato. Fortunato, io?! Ho riso, e lui mi ha detto che almeno non ero stato sempre rinchiuso in un ufficio tecnico come lui, e io Guarda che c’hai quasi quindici anni meno di me. Appunto! Tu sei vivo, io mi sento già i vermi in corpo… È vero che il passato è sopportabile solo se riusciamo a fare in modo di sentire, ancora, di essergli superiori: anche per questo passai all’Eni, o no? Anche per questo ho sempre fatto tutto quello che ho fatto… Prima, però, alla Olivetti, un amico ce l’avevo. Alejandro. Chissà come sta, oggi: dov’è. Lasciò sei anni prima di me, e dopo l’India non l’ho più visto. Quando era arrivato in azienda? Vogliamo dire il ’78? Assumevano e quello era un posto eterogeneo per l’Italia di allora, ci poteva stare anche un Alejandro… Lui, pure, aveva una quindicina d’anni meno di me, forse anche venti. Un ingegnere di quelli che si sentivano anzitutto umanisti, e del resto non ero anch’io così? Era ancora un’epoca in cui un professionista doveva impegnarsi a seguire la cultura, la politica, il cinema la letteratura l’arte… Alejandro andava anche oltre, ma i suoi interessi così variegati non incidevano sulla sua efficienza, anzi… C’era chi diceva fosse ebreo, chi druso; di certo la nazionalità era argentina, il cognome, buh, cos’è Jelínek, polacco? No, ceko… Si diceva fosse scappato dal regime argentino, ma era qualcosa di cui non parlava mai. Certo non pareva comunista, anche se leggeva “Paese Sera”; c’era chi lo dava massone (non mi risultava, per quanto fossi in sonno da dieci anni: che potenziale iniziatico poteva avere un ordine in cui ti ritrovavi come Maestro il tuo dentista?)… Chissà perché, poi, mi viene in mente adesso; chissà perché, fra tutti coloro che hanno attraversato la mia esistenza, è lui a visitarmi. Forse perché sarebbe l’unico a cui parlerei di cosa sto covando: che potrebbe capirlo. Facile immaginarlo lì, sul divano, con quel gilet andino che si metteva a volte fuori dal lavoro, che mi guarda con quegli occhioni e dice Allora amico mio, davvero lo farai? Davvero oserai tanto? Sì? Forse mi appare perché ci ho passato più tempo che con alcuni dei miei figli – e nei fatti gli ho voluto pure più bene; forse perché lui, come Abramo, di cui ho cercato ancora una volta le tracce in questa casa, era portatore di una sapienza altra: l’etichetta che gli avevano affibbiato era quella dell’appassionato di Oriente, ma se ne intendeva davvero, di Veda, di buddismo, di I-Ching; quando venne fuori che il suo libro preferito era la Bhagavad-Gītā, ci trovammo: proprio uno dei libri che mi aveva lasciato mio fratello Abramo! Forse non si trattava di un fatto così strano, è diffusa quanto la Bibbia, ma faceva piacere pensarlo come un segno, fa sempre piacere immaginare segni… Né la sua era una posa, dato che lo citava a memoria; il suo primo progetto di management delle risorse umane era ispirato a quello, il secondo all’Arte della guerra di Sun Tsu e all’Hagakure, il codice del samurai… E però allo stesso tempo aveva una semplicità latina, il sorriso che hanno a volte gli argentini, che è quello furbo di un italiano, ma con la rassegnazione a sostituire lo scherno… Quando poi mi disse che era contento di lavorare con me perché uno dei suoi film preferiti era La Sultana, ci rimasi, sia perché, con quel candore bambinesco, quegli occhioni in quella faccia linda, sembrava sincero, sia perché mai avrei potuto pensare che La Sultana potesse essere il film preferito di qualcuno, che qualcuno potesse metterlo davanti a Godard, a Bergman, anche solo a Ferreri… C’era ammirazione reciproca perché ciascuno aveva qualcosa da insegnare all’altro, il che non è mai poco… Quando gli raccontai di quella volta a Parigi ai tempi del film, in cui mi ritrovai in mezzo alla più aristocratica delle sperimentazioni psichedeliche, in un attico del Marais, officiata da un tipo calvo, un po’ azzimato, un Henri, sì, il nome era Henri, dissi, Alejandro andò in cimbali:
– Era Michaux! Sicuro!
– Macché, me lo avrebbero detto…
– Sicuro!

 

Diventammo amici (in quell’occasione glissai sul fatto che dopo aver messo in bocca lo zuccherino ebbi una remora – una sciocca paura di perdere il controllo? Certo ai tempi non sapevo che non c’era niente da controllare, da nessuna parte –, mi voltai, me lo tolsi di bocca e lo ficcai in tasca, e dopo non molto, nonostante gli altri mi sconsigliassero di farlo, ché stava giusto cominciando a fare effetto – la moglie di un maître des requêtes del Consiglio di Stato francese aveva cominciato a gattonare sul tappeto, la collana di brillanti penzoloni –, presi un taxi e andai nella stanza che affittavo nel 14°. Quando mi distesi sul letto, ebbi la più vaga delle esperienze enteogene, una lieve sensazione di delizia accompagnata da una piccola danza di immagini, piramidi e fusi rotanti e frattali luminosi, una massa variegata, mobile, asimmetrica, decentrata, spiraloide e riverberante che tuttavia non durò molto, solo il tempo di promettere rivelazioni che non potevano più arrivare, e a poco valse il tentativo di recuperare dello zucchero dalla tasca della giacca: il cubetto, ciucciato com’era, si era sciolto, e quel poco che rimediai non mi diede altro che una veglia più prolungata e immaginifica, comunque destinata a sfumare nel sonno senza sfiorare dimensioni in cui si rendesse necessaria l’applicazione delle categorie dello spirito, ma solo suggerendone beffardamente la possibilità, come accadeva a volte durante certi prolungati “esercizi spirituali” in seminario, due, tre giorni filati di silenzio fino a ottenere quello che era a suo modo uno stato alterato di coscienza, una crepa in cui, forse, avrebbe dovuto insinuarsi lo Spirito Santo, e gettare le sue radicole la fede…), e da amico Alejandro cominciò a frequentare anche casa nostra: raccontava di avere una moglie in Argentina, ma che non poteva farla venire, per non si era ben capito quale accidente burocratico… Il regime di Videla… Quando alla fine lo nominò, quegli occhioni si velarono di un orrore sincero… Una volta ci mostrò una fototessera, in bianco e nero, di una ragazza carina, dall’aria allegra, che per come gli assomigliava avrebbe anche potuto essere sua sorella… A Beatrice, che aveva da ridire su chiunque da quando avevo smesso di portare in casa gente famosa, Alejandro piaceva: ogni volta portava un pensiero, ma senza mai strafare, e scoprì che poteva parlarci di Jung da pari, anzi a dire il vero ne sapeva più lui, e poi aveva legato con Rudra, cosa più unica che rara: come si divertiva, piccolo com’era, a tirare quelle monete mentre Alejandro gli spiegava l’I-Ching…

 

[Immagine: Gerhard Richter, Overpainted photographs].

1 thought on “I fratelli Michelangelo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *