di Luca Illetterati

 

[Ringraziamo Salvatore Quattrocchi per averci segnalato due refusi: abbiamo corretto].

 

Ho avuto l’opportunità di trascorrere una giornata – non proprio una giornata intera, ma insomma un bel po’ di ore – a passeggiare più o meno senza meta e senza alcun impegno da assolvere in giro per Palermo.

 

Una parte importante della mattina l’ho trascorsa dentro Palazzo Abatellis ad ammirare Il trionfo della morte, Laurana, Gaggini, Ribera e soprattutto quella cosa inarrivabile e immensa che è l’Annunciata di Antonello. «Antonello è oltre», mi dice Arcangelo. «Antonello attiva registri interiori che nessuno sa», sostiene. «Di Antonello c’è un putto al Prado – mi scrive su whatsapp quando gli arriva il mio messaggio che gli comunica che mi trovo davanti a quella piccola tavola – che mi fa piangere ogni volta». E io so che è così. So che Arcangelo per un putto di Antonello può piangere davvero. Poi sono stato alla chiesa della Madonna della catena, con quell’unica colonna verde a indicare la speranza e quella architettura stramba che è l’intreccio di tante. Molte altre chiese le ho trovate chiuse e tutto sommato mi è andato bene così. Ne ho approfittato per muovermi dentro quei quartieri un po’ a caso, andando di qua e di là senza cartina e senza guida, come soprapensiero, semmai per noi fosse possibile – e io credo proprio non lo sia – fare qualcosa soprapensiero.

 

E una cosa che ho pensato – a dimostrazione appunto, che non si è mai soprapensiero e che forse quando si ha l’impressione di esserlo si sta pensando nel modo migliore che ci sia dato di pensare – è che almeno un po’ della sublime bellezza di questa città, di questi quartieri, di questi giardini che qui chiamano ville, è inseparabile dalla loro fatiscenza.

 

Ieri, quando sono arrivato in città, mentre ci recavamo in quel palazzo terrificante che è lo Steri – un palazzo che dà un’idea piuttosto vivida di cosa possa essere stata la Santa Inquisizione da queste parti – un collega torinese, bravo e intelligente, mi diceva con un senso di sofferente scandalo, camminando nella parte più bassa di Corso Vittorio Emanuele, quella che dà verso il mare, poco prima di arrivare a Piazza Marina, quanto trovasse insopportabile e doloroso vedere un patrimonio così formidabile e potente – si riferiva alle case, ai palazzi e alle chiese – che se ne stava lì come abbandonato, non curato, perlopiù lasciato così, al modo in cui si era ridotto. Aveva ragione, ovviamente. Chiunque lo pensa. Chiunque sente come una fitta vedendo quegli intonaci sfiniti, quei tubi dove passa forse il gas tirati sopra le facciate come niente fosse, quei balconi divelti.

 

Solo che oggi, mentre giravo tra quei quartieri, tra quelle vie, appena dietro la chiesa di Santa Teresa alla Kalsa e poi attorno a quello strano posto che è Piazza Magione e poi ancora dalle parti della Vucciria (quella dipinta da Guttuso, spumeggiante di sangue, corpi e sesso, conservata ora dentro allo Steri in una cappella infelice e chiusa a chiave) per ritornare infine su Corso Vittorio Emanuele e andare quindi nell’elegante via Roma a prendere la corriera che mi avrebbe poi portato a Punti Raisi, mentre giravo continuavo a immaginarmi quei palazzi scrostati, a volte putridi, con le insegne sgargianti di forni e friggitorie al piano terra, a fianco di portoni imponenti incorniciati da pietra lavorata, magnifica e preziosa; a tutti quei capitelli devozionali appiccicati alle grondaie, a tutte quelle ringhiere arrugginite dei terrazzi che danno sulla via, continuavo a figurarmi tutto questo, dicevo, finalmente ripulito, finalmente riportato allo splendore se non dell’origine – che non si può – magari di un nuovo inizio, perlomeno un po’ al riparo dal tempo crudele che tutto divora. Vedendoli come sono ora, li immaginavo con gli occhi della mente ritornare a una forma di sobria nobiltà immune dallo sfacelo e dal pattume, che abitano invece entrambi copiosi fra i vicoli. E immaginandomi quella Palermo impossibile, che è la Palermo che prima o poi arriverà, sentivo e vedevo una città di uno splendore gelido, di una eleganza incellofanata dai marmorini nuovi, dai legni tirati a lucido, nella quale anche il vociare sempre sguaiato delle madri e dei bimbi doveva per forza affievolirsi, così come dovevano sparire quei piccoli motocarri a tre ruote nei quali si preparano le arancine, i panini con lo sgombro o con le panelle e le tunisine fritte, oasi di piacere in direzione delle quali corrono i ragazzi che escono da scuola, i manovali che fanno pausa a pranzo, i bulli appoggiati alle moto che si guardano nello specchietto retrovisore i capelli scolpiti dal barbiere, nonché drappelli di turisti in cerca di esperienze esotiche ed immersioni negli usi del luogo.

 

Ho insomma avuto la netta sensazione – sgradevole e lucida – che l’unico modo per adeguare Palermo a quella rispettabilità delle città che vorremmo abitare sia quello di portarla in uno di quegli store della morte che sono le imprese funebri di oggi, una di quelle particolarmente abili a rimettere in ghingheri il cadavere, truccandolo, riempendo le cavità di cotone per tirar su la bocca e dar volume al volto, profumandolo e pettinandolo per bene con tanto di delicate pennellate di colore lucido ai capelli, riuscendo persino a riportarlo, perlomeno per le ore in cui viene messo in mostra, indietro nel tempo. Ridevamo, una volta, vedendo le funeral houses americane; ridevamo altezzosi della loro pacchianeria, del loro patetico tentativo di tenere lontano la vita dalla morte, tramite la metamorfosi del cadavere in manichino sorridente. Ora quei luoghi ci sono anche da noi e sono pubblicizzati con grandi manifesti patinati appena fuori dagli ospedali. Un po’ più raffinati, magari. Meno pacchiani. Arredati da delicati giochi d’acqua e microgiardini giapponesi, pervasi di musica lieve da yoga-center scandinavo, attraversati da profumi delicati e vagamente orientali. Ma il senso è lo stesso, l’operazione è la medesima.

 

Ecco – ho pensato – dare decenza a Palermo, significa fare quel gioco lì. Farla cadavere, disinfettarla, pittarla, comprarle un po’ di abiti nuovi alla Rinascente e poi esporla alla quieta e serena visita dei conoscenti, che adesso possono persino baciarla, volendolo.

 

A Palermo, nelle strade dove ho passato qualche ora a camminare lento, avendo niente da fare se non guardare e annusare, si vede e si annusa una vita che agita e commuove. Passando vicino al ragazzo africano che lava i vassoi dove fino a pochi minuti primi erano esposte, in vendita, le sardine fresche che con pochi spicci fai cena, strofinandoli bene – i vassoi – sotto il getto d’acqua della fontanella che c’è lì, nei giardinetti davanti la chiesa, per liberarli delle squame che ci sono rimaste appiccicate e della patina viscida che se non la togli produce fetore nauseante, avverti il senso di una forma di vita che forse noi non viviamo più, ma che in qualche modo ha più a che fare con l’esistenza di qualsiasi mio e nostro gesto, di qualsiasi mia e nostra parola. Una forma di vita in cui il sangue è effettivamente sangue, l’urlo effettivamente un urlo, il dolore un ingrediente essenziale di una felicità che esiste.

 

Pensando a questo, ho pensato che preferisco la putrefazione all’imbalsamazione.

 

E ora, ora che sono qui, altrove, nel mio altrove consueto, ripensando a quel pensiero, alla ferita che quel pensiero ha prodotto, mi vergogno.

 

A ripensarci ora, rientrato a casa, sento orribilmente patetico questo romanticismo nostalgico da viaggiatore tedesco d’altri tempi, che piange per la vita che non ha e non riesce a toccare, che soffre e si strugge per la sua incapacità di essere un’esistenza che esiste, che osserva la vita come si guarda un documentario nel piccolo cinema d’essai che con la mediazione efficace dell’Amministrazione comunale ha finalmente riaperto, in seguito a una petizione e a un sit-in durato qualche giorno, quando si è sparsa la voce che lo voleva trasformato in un negozio di Intimissimi.

 

Mi vergogno e penso che il mio collega torinese, che a me sembrava volesse trasformare Palermo in una Varese sul mare, sia molto più coerente di me, meno vigliacco. Certamente meno orribile di me, che mi immergo nel pantano per poi piangerne il ricordo avvolto nell’accappatoio bianco e morbido che Vittoria, la signora moldava che fa le pulizie a casa mia, sa che voglio sempre pulito, appeso al termosifone in bagno.

 

Al di là della vergogna, che è sempre un modo per assolversi, al di là di tutte le incoerenze, i romanticismi o gli snobismi possibili, rimane però il problema: quanto la vita, per essere in qualche modo decente, debba allontanarsi da se stessa; quanto l’esistenza, per salvarsi e proteggersi, debba, alla fin fine, rinunciare ad esistere.

 

[Immagine: Renato Guttuso, Vucciria].

10 thoughts on “Soprapensiero. Una giornata a Palermo

  1. Bella riflessione, autentica.

    Io scrivo spesso di Palermo, in un’altalena fra nostalgia e reprimenda, ma con la distanza di chi ormai vive a Roma da dieci anni. Questa sera, la sera prima di san Giuseppe, per esempio, nelle borgate ancora vive ci sarà il misterico rito delle vampe, di cui ho scritto qui https://esageratore.wordpress.com/2016/03/19/vampa/

    Essendo passato alla chiesa della Catena, immagino che il giro ti abbia portato anche ad attraversare porta Felice. Ne ho scritto in forma visionaria qui https://esageratore.wordpress.com/2017/03/27/porta-felice/

  2. “Per noi che odiamo i regionalismi, a maggior ragione le autonomie, questa Palermo alla mercé delle bombe alleate, sventrata, infranta, disfatta, come non dovrebbe assumere la faccia stessa della patria?”

    Cesare Brandi. Derelizione di Palermo [1948], in Terre d’Italia. Editori Riuniti. Roma, 1991. p. 541

  3. “Conoscete l’immagine tradizionale del Genio di Palermo? È un vecchio incoronato, intento ad accarezzare un serpente che gli sugge il seno. Guardate la statua quattrocentesca che adorna lo scalone del Palazzo Pretorio e se avete familiarità con tutta la galleria di tipi siciliani ritratti da Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Lampedusa o Sciascia non proverete alcuno stupore osservando che il volto del vegliardo lascia trasparire una sorta di passivo compiacimento”.

    Roberto Pagano. Alessandro e Domenico Scarlatti. Due vita in una. Libreria Musicale Italiana, Lucca, 2015, p. 32

  4. “ Venerdì 6 settembre 2002 – Ci voleva il terremoto a Palermo per farmi accorgere che l’acronimo dell’Assemblea Regionale Siciliana è « ARS ». Bravi anche loro. “.

  5. “Palermo. Lunedì 20. 4.
    Svegliato presto, davanti alla costa siciliana. Scenografia montuosa nuova. Navighiamo sotto costa e uno sarebbe tentato da fare paragoni con il Lac des Quatre Cantons.
    […]
    Sento che presto arriveremo a Palermo. Per adesso non riesco a capacitarmi che possa esserci laggiù una grande città. Dove potrebbe estendersi? Salire fino al monte? Coprirlo tutto? Eppure eccola.”

    Die Tagebücher von Paul Klee 1898-1918. Dumont Verlag, Köln 1957. p. 305

  6. @ Alessandro Taverna
    ” 19 novembre 1995 – « Sguardo retrospettivo sull’esordio nell’arte in questi tre anni. Ciò che in questo diario è confuso e imperfetto non fa un effetto così strano o addirittura ridicolo come i primi tentativi di tradurre in arte i miei stati d’animo. Un diario non è, appunto, un’opera d’arte, ma un’opera del tempo. » (Paul Klee, Diario, 1901) “.

  7. Palermo, giovedì 5 aprile

    “[…] Mentre ero davanti al negozio a guardare le mercanzie, una brezza leggera, turbinando lungo la via, alzò una infinità di polvere che si disperse in ogni andito e finestra. Per tutti i santi, gridai, da dove viene tutta la sporcizia della vostra città e perché non vi ponete un rimedio? Questa strada per lunghezza e bellezza eguaglia il Corso a Roma. Da entrambi lati i marciapiedi lastricati sono mantenuti puliti dai padroni e dai garzoni scopando in continuazione e gettando tutto nel mezzo della strada e a ogni colpo di vento i rifiuti sono di nuovo qui. A Napoli ci sono asini occupati tutti i giorni a trasportare la spazzatura nei campi e negli orti. Non si potrebbe introdurre anche qui da voi un uguale servizio o qualcosa del genere?
    Qui da noi, mi rispose il mercante, le cose sono come sono…”

    Johann Wolfgang Goethe. Italienische Reise, Deutsche Klassiker Verlag, Frankfurt am Main, 1993 p. 253

  8. @ Alessandro Taverna

    ” 2 febbraio 1994 – « Che cosa può significare tenere un diario. La risposta più sorprendente e più vera – i due aggettivi convergono – l’ho forse incontrata in Goethe, che consigliava di scrivere non per vivere nel futuro, ma nel presente: “ Senza di ciò lo stimiamo troppo poco… Noi impariamo a valutare l’istante, appena lo consideriamo come qualcosa di storico. “. Curioso questo percorso che, per ricuperare l’eternità greca dell’attimo, passa per la storia. Eppure è uno dei pochi modi in cui ci è consentito, delle tre dimensioni umane del tempo, vivere quella che, secondo Seneca, è l’unica ad appartenerci. E mi sembra anche il modo in cui Morselli riesce a stabilire con il presente quel rapporto che gli è sempre sfuggito: non a caso i suoi romanzi più felici spaziano tra il futuro dell’utopia e il dagherrotipo della storia. » (Giuseppe Pontiggia, Introduzione al Diario di Morselli) “.

  9. “Arriva a Palermo al Grand Hôtel des Palmes col caldo, in piena estate, in una terra non lontana dall’Africa, dalla sua Africa. Un «Locus solus», una camera d’albergo dove infatti è solo, come gli scienziati o i prestigiatori o gli ipnotizzatori, che amano portarsi dietro, e la fanno dormire nella camera accanto, la propria assistente, la loro Miss Selika. Solo, in una città dove non conosce nessuno e dove nella permanenza di un mese e mezzo non ha conosciuto sembra nessuno, al di fuori dei camerieri e dei facchini e del dottore dell’albergo: solo nel sole con l’idea abbagliante di quelle palme africane immerse nella luce, forse disegnate sulla carta da lettere dell’albergo e che ricordano fantasie lontane, quando tutto un poema nasceva dal disegno del nome dell’albergo su di un foglio, in una «ville d’eaux», di cui gli resta ancora un campione nella bottiglia d’acqua di Fiuggi, trovata nella sua camera…”

    Giovanni Macchia, L’ultima macchina di Roussel ovvero la luce, l’estasi e il sangue in Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio, Palermo 1979. p. 75

  10. @adriano barra

    “«23 agosto – Alle 11.15 vo da Orlando per copiare ultima parte del Gattopardo. Alle 13.30 con Orlando colazione al Castelnuovo; dopo riprendiamo e completiamo lavoro sino alle 17.50. Viene Giò che mi riporta a casa in macchina».
    Il dattiloscritto in quei mesi fu anche letto in casa di Bebbuzzo Sgadari e dato in prestito ad alcuni amici, fra cui Corrado Fatta e mia madre. Nessuno vi vide un gran romanzo, piuttosto ne veniva sottolineata la rispondenza a fatti reali di Palermo di altri tempi, con un misto di divertimento e di repulsione. Soltanto i passi estranei alla palermità fecero colpo: l’incontro con Chevalley e la morte del Principe.”

    Gioacchino Lanza Tomasi, Premessa a Il Gattopardo, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Opere, Mondadori. Milano 1995. p. 10

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