di Andrea Bajani

 

La situazione è questa: una scrittrice entra e esce dall’ospedale psichiatrico per iterati tentativi di suicidio. È la vita che sta rinchiusa dentro un labirinto e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita è troppo articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il ricovero è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così che, malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio nella lettura, pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero che la consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non mi è passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come vivere”.

 

La scrittrice è Yiyun Li, già autrice tra gli altri del notevole Più gentile della solitudine (Einaudi 2015) e ora in libreria con Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua, edizioni NN, sempre nella traduzione di Laura Noulian. Che cos’è questo libro, così strano e affascinante, così doloroso e ibrido? È insieme il diario di una riabilitazione, una meditazione sul suicidio, una lunga dichiarazione di poetica e un inno alla lettura. Il che significa che è un libro, di fatto, sul diritto di dire “io”. Che diritto ha, chi scrive, di peccare così di hybris da imporre al mondo la prima persona singolare? E più radicalmente, e assai più drammaticamente, che diritto ha, chi vive, di dirlo – e dunque di esistere?

 

“Io non sono una scrittrice autobiografica – non si può esserlo senza un io solido e spiegabile – e leggo ogni scrittore autobiografico con la stessa curiosità. Che genere di vita dà a una persona il diritto di diventare l’oggetto della propria scrittura”, si chiede in una delle tante notazioni. “Una parola che detesto usare in inglese è I: io”. La contraddizione è fertile: utilizzare lo strumento dell’io per eccellenza, cioè il diario-meditazione-confessione, per tormentarlo, per metterlo in discussione. L’io che scrive, in fondo, è una sorta di sopravvissuto: chi scrive, dice Yiyun Li, vuole rinunciare alla vita reale. Ci si suicida alla vita, per poter davvero vive nei libri: “Quando rinunciai alla scienza confidavo cieamente nella scrittura per annullare il mio io”.

 

Immunologa di professione, cinese di nascita poi trapianta negli Stati Uniti a 19 anni, Yiyun Li ha deciso di dedicarsi alla scrittura abbandonando la scienza ma continuando a utilizzarla: “La parola immune […] è fra le mie preferite; il possesso dell’immunità – dalla malattia, dalla follia, dall’amore e dalla solitudine, dai pensieri che inquietano e dai dolori che non possono essere alleviati – è qualcosa che ho sempre desiderato per i miei personaggi e per me stessa, pur essendo consapevole dell’inutilità di tale desiderio. Solo ciò che è senza vita può essere immune dalla vita”.

 

La vita che succede è per il corpo una minaccia, è vita che, se non neutralizzata, può portare la morte. Per questo c’è un esercito pronto a intervenire. “Mi piaceva il concetto alla base del sistema immunitario. Il suo compito è quello di individuare e aggredire il non-io”. La letteratura, a sua volta, ha nell’alfabeto il proprio sistema immunitario: intercetta la vita, prima, poi l’attacca e la porta sulla pagina. Chi scrive annulla la vita, seduto al proprio tavolo, creando poi l’illusione che sia vita all’ennesima potenza, sprigionadola in chi legge. Il suicidio è connaturato alla scrittura, ci fa pensare Yiyun Li, ogni libro è un tentato suicidio. Il libro successivo sarà l’evidenza che non è riuscito, che chi scrive è sopravvissuto e ci ha provato un’altra volta ancora.

 

Caro amico, dalla mia vita scrivo a te nella tua è il viaggio dentro queste contraddizioni. Della propria vita, Yiyun Li racconta poco, se non per sprazzi: gli anni in Cina, lo sproposito di piazza Tienenman, l’emigrazione, la decisione di cambiare pelle lasciando la scienza e dunque la certezza di una distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è: “D’abitudine scrivevo da mezzanotte alle quattro del mattino. All’epoca avevo bambini piccoli, diversi impegni di lavoro (dagli studi sui topi a quelli del tessuto cadaverico, all’insegnamento della scrittura), e l’ambizione di separare la scrittura dalla mia vita reale”.

 

Più che un memoir, come da molti è stato frettolosamente definito, questo libro è un corpo a corpo con la scrittura, il tentativo di andare al cuore di un ennesima contraddizione: come si fa ad annullarsi per affermarsi? Detto in altri termini: come può il vuoto più assoluto dare vita a un pieno? “Dentro di me c’è un vuoto”, scrive Yiyun Li nella prime pagine del libro. “Tutte le cose del mondo non bastano a sovrastare la voce di questo vuoto che ripete: tu sei niente”. Poco dopo aggiunge: “Questo vuoto è un tiranno oppure l’amico più stretto che abbia mai avuto”. È il vuoto che riempie le sue pagine.

 

Frutto di quattro anni di lavoro, due per prepararlo (“un anno di discesa nella più nera disperazione, un altro di isolamento frutto di quella disperazione”), due per scriverlo, Caro amico è una dichiarazione d’amore per la letteratura e il diario di un lettore che chiede ai libri di non affondare per poterci salire sopra ed essere così tratta finalmente in salvo. Katherine Mansfield (da cui deriva il titolo), Woolf, William Trevor, Turgenev, Marianne Moore, Pancake, Zweig sono i suoi interlocutori. Li incalza, ne compulsa diari e lettere alla ricerca disperata di una traccia, forse di vita forse piuttosto di un segreto, di una strategia. È possibile vivere, o sopravvivere, se l’aria che si respira è solo il vuoto? In alcuni sembra cercare il capo della corda che la salverà, in altri – quelli che non ce l’hanno fatta – conferma che non ce la farà.

 

Yiyun Li non risparmia colpi a se stessa come non li risparmiava ai suoi personaggi e, ancora prima, agli animali in laboratorio (“Smembrare un insetto lasciando intatto solo il sistema nervoso […] Estrarre diligentemente i polmoni a un topo”). Si mette in scacco, scandagliando il labirinto, sapendo che la scrittura non lascia scampo proprio perché, al contrario, si offre come soluzione. La lingua costruisce edifici in cui stoccare la vita rinunciando ad essa. E non importa che sia la lingua madre invece che una lingua d’adozione, come nel caso di Yiyun Li che ha optato per l’inglese. Come ogni altra lingua, l’inglese le ha chiesto di sbarazzarsi delle cose e consegnarsi all’alfabeto: “A spingermi è stata l’assolutezza dell’abbandono, realizzato con tale determinazione da farla diventare una specie di suicidio”. Non c’è altra via di fuga se non costruire monumenti pieni di vita per la vita che non si è vissuta.

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