di Marco Nicastro

[Questo saggio è incluso nel libro di Marco Nicastro, La resistenza della scrittura. Letteratura, psicoanalisi, società, Ladolfi Editore, 2019].

 

Il DSM-5[1] (ultima versione del più diffuso manuale diagnostico dei disturbi mentali) definisce disturbo di dismorfismo corporeo una configurazione psicopatologica caratterizzata da un’ansia eccessiva per una parte specifica del proprio corpo che si considera deforme o inaccettabile esteticamente nonostante così non appaia agli altri. Quest’ansia può essere talmente intensa da produrre disadattamento, cioè un malessere con importanti conseguenze a livello personale, sociale, lavorativo ecc. e conseguenti tentativi di gestirla, ad esempio attraverso controlli ripetuti allo specchio, ricerca di rassicurazione presso gli altri, comportamenti volti a nasconderla e/o a modificarla. Non è difficile capire come le persone che soffrono di questo disturbo, specie se ne hanno i mezzi economici o se l’ansia associata diviene molto forte, si rivolgano ai chirurghi estetici con l’obiettivo di modificare quella parte di sé e ridurre così lo stato di malessere soggettivo.

 

Pensando a un disturbo del genere ci potrebbero forse venire in mente immagini di persone particolarmente disadattate, ma in realtà si tratta di una condizione molto meno rara ed eclatante di quanto non si creda, che spesso sorge in epoche particolari della vita come l’adolescenza, in cui l’individuo è impegnato in uno sforzo di definizione della propria identità a partire proprio dal corpo. Si tratta comunque di una condizione che è influenzata anche da fattori culturali (come accade anche in altri disturbi del resto, ad esempio quelli del comportamento alimentare), perché l’ambiente socio-culturale, in modo molto più potente oggi grazie alla capacità di penetrazione dei mass media e dei social media, diffonde e impone ideali estetici sempre più difficili da raggiungere, rivolti in particolare alle donne.

 

Così, da uno o due decenni a questa parte, il tentativo di modificare parti del proprio corpo che non si ritengono adeguate o all’altezza di certi standard sembra essersi diffuso enormemente, tanto da poter parlare, secondo me, di una vera patologia sociale del nostro tempo. Oggi, specie dopo una certa età, quasi tutte le attrici ricorrono alla chirurgia plastica per modificare i propri tratti somatici tentando di cancellare i segni del tempo o di risultare più avvenenti intervenendo su alcune specifiche parti del corpo. Ma la tendenza – una di quelle mode deleterie che come europei abbiamo importato dagli Stati Uniti, dove era già presente da tempo – si è ulteriormente aggravata perché ormai non riguarda più solo le attrici, ma tutte le donne che per lavoro si mettono davanti ad uno schermo: tutte le donne dello spettacolo, le presentatrici, le soubrette, le giornaliste televisive, i politici, e tante altre donne cui capita spesso di apparire in tv (ad esempio come esperte, opinioniste ecc.). Pare circoli un messaggio accettato trasversalmente: oggi, se vuoi lavorare in tv, devi avere un viso senza rughe (anche se di rughe nei hai poche) e magari presentare certi connotati culturalmente associati alla bellezza (zigomi marcati, volto scavato, labbra carnose, seno prominente ecc). E questa ingiunzione pare essere ormai talmente forte da influenzare – fenomeno questo tipico del nostro tempo – anche le più giovani, che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica al solo apparire di un lieve segno di cedimento, di una lieve imperfezione, o semplicemente perché il proprio viso, nel giro di qualche anno, ha naturalmente cambiato aspetto e si è magari leggermente allontanato, pur essendo sempre molto gradevole, da quei connotati di bellezza di cui si diceva prima. Assistiamo quindi allo spettacolo indecoroso di giovani donne sotto i trent’anni il cui viso presenta la levigatura cerea di una bambola di plastica, una bellezza abnorme, inespressiva e innaturale. Visi e corpi di donne usati dal sistema televisivo come se fossero oggetti inanimati utili ad abbellire i vari palinsesti.[2] Considerato il potere educativo della televisione, che risiede nella sua grande capacità di diffondere esempi di comportamento, informazioni e anche valori di riferimento – come ha sottolineato con veemenza Pasolini in alcuni dei suoi articoli più significativi[3] – non si può che essere molto preoccupati per il futuro dei bambini e degli adolescenti di oggi, che si confronteranno in modo martellante con questi modelli di bellezza artificiali e assurdi. Da un punto di vista psicologico, l’inclinazione dismorfofobica nella televisione di oggi è segno di una fragilità dell’immagine di sé, di un senso di identità oscillante della società attuale, che si diffonde poi sempre di più man mano che lo si esibisce, finendo per essere normalizzato. Ma è anche segno della paura della temporalità dell’esistere, cioè del limite (di ogni limite) e della morte, tutte realtà della vita che vengono continuamente negate.

 

Ma non c’è solo questo. Un altro tratto molto presente nella tv attuale è l’esposizione continua della propria intimità, l’assenza di quel pudore che dovrebbe tutelare le parti più segrete e delicate di sé, (corporee o emotive che siano), esibizione messa in atto, per i diretti protagonisti, in nome di una temporanea quanto evanescente notorietà, e per chi la sostiene (i produttori, i conduttori dei programmi) per puri scopi commerciali, visto che la condivisione di aspetti nascosti e assolutamente privati di qualcuno suscita sempre curiosità nello spettatore (“fa audience”, come si suol dire). Lo spettatore può così, dinnanzi a certe scene, ritrovare parti altrettanto nascoste di sé liberandosene per interposta persona (effetto catartico della rappresentazione teatrale), ma anche titillare quella curiosità “edipica” (per usare un gergo psicoanalitico) tipica dei bambini e delle persone immature, che li porta a spiare “dal buco della serratura” per capire cosa succede tra i genitori nella loro intimità, da cui è naturalmente escluso.

 

Molti sono i programmi che chiamano persone note e meno note a mettersi a nudo, sia fisicamente che emotivamente. Ciò manda a chi guarda un messaggio molto chiaro: non c’è niente di privato in sé stessi da non poter essere condiviso con gli altri, anche se sconosciuti, e che per star meglio con basta sfogarsi e liberarsi di ciò che della propria storia personale fa ancora soffrire. Questa esibizione, che stuzzica il voyerismo del pubblico, per chi la attua è una dinamica narcisistica perché chiede all’altro (“i telespettatori”) una conferma del valore di sé e dei propri vissuti. Ma è anche, specie per chi la organizza e la programma, una dinamica perversa, perché sottende una concezione dell’altro come di un oggetto uguale a sé, indifferenziato, non dotato cioè di un’identità e di valori propri ma costruito invece a propria immagine e somiglianza, strumento utile solo a confermare il proprio narcisismo. L’altro (inclusi i telespettatori) non esiste nei suoi bisogni o nella sua specifica sensibilità (si pensi ai minori); non c’è responsabilità educativa verso il pubblico, che invece qualunque tv a larga diffusione, anche se privata e con finalità prevalentemente commerciali, dovrebbe avere. Come si può ben capire, anche questo esempio di esibizione di sé e di attacco al pudore, che è invece una caratteristica fondamentale della psiche umana perché indica l’esistenza di una barriera che separa il sé privato dal sé privato dell’altro – cioè la nostra identità e unicità da quella altrui – costituisce un pericolo per la crescita dei più giovani, perché lancia il messaggio che sia lecito sbandierare indistintamente a tutti i propri sentimenti più intimi per qualche minuto di notorietà. Del non rispetto della persona come soggetto cui spetta una dignità pubblica e una protezione della sua intimità è poi testimonianza il dilagare in molti programmi (da quelli a contenuto politico, ai talk show fino a quelli di svago), anche nelle ore in cosiddetta “fascia protetta”, dell’aggressività, della lite volgare e dell’offesa gratuita verso l’interlocutore di turno, con una sorta di gara da parte dei programmi televisivi a chi si aggiudica la partecipazione dell’ospite più riottoso e maleducato. E anche l’aggressività e l’arroganza sono segnali di un narcisismo malato, basti leggere alcuni dei tratti del disturbo narcisistico di personalità e di altri gravi disturbi di quell’area psicopatologica (borderline, antisociale ecc.) espressi sempre nel DSM-5.

 

Infine, è possibile rinvenire un’altra dinamica patologica, forse ancora più grave perché più subdola di quelle tratteggiate sopra. È caratterizzata dalla tendenza a mandare continuamente messaggi tra loro fortemente in contraddizione. Molte conduttrici di programmi televisivi, sempre per rimanere in questo ambito, sanzionano moralmente alcuni comportamenti illeciti tuttora diffusi nella nostra società (la violenza sulle donne, il non rispetto della diversità ecc.), ma contemporaneamente con loro stesse, col loro corpo reso finto e innaturale dalla chirurgia plastica mandano un messaggio opposto, che nega il primo minandone la credibilità. Ci si schiera contro ogni forma di violenza sulle donne e poi, per poter lavorare in tv e godere di una certa notorietà, si consente al sistema televisivo di usare violenza contro sé stesse in qualità di donne adeguandosi a seguire certi canoni di bellezza o esibendo la propria nudità (fisica e psichica). Si predica il rispetto della diversità e al contempo non si accetta che l’età faccia il suo corso, che si notino sul viso quei normali segni del tempo che lo rendono vero e unico. Si redarguisce giustamente il bullo che attacca il compagno più fragile a scuola e subito dopo si lascia ampio spazio nel proprio programma all’offesa dell’ospite più aggressivo sull’ospite più educato o meno capace di difendersi. Per non parlare infine dei telegiornali che si soffermano in modo ossessivo sui dettagli di certi atti violenti (basti pensare ai femminicidi) e sui relativi piani diabolici messi in atto dai loro autori senza considerare la sensibilità dei telespettatori, senza fornire loro alcuno strumento razionale per capire quei tragici eventi, passando velocemente da un massacro ad una notizia di gossip o di sport, come se invece che a delle persone – o peggio ancora a dei ragazzi – ci si rivolgesse a delle macchine che registrano freddamente le informazioni ricevute, senza cioè reazioni emotive coerenti.

 

Si tratta solo di alcuni dei più diffusi esempi di una tendenza alla dissociazione tra pensieri e atti, tra pensieri ed emozioni e tra intenzioni dichiarate e comportamenti effettivi che è tipica degli stati psicotici, cioè delle forme più regredite di organizzazione psichica nelle quali si perde il senso delle cose condivise e della propria coerenza ed integrità identitaria profonda, che risulta invece frammentata nei pensieri, nelle emozioni, nei comportamenti e nelle intenzioni che elabora. Rientra nella sfera psicotica l’incapacità di pensare in termini simbolici. Una mancanza cioè della capacità di riflettere su quanto accade, sostituendo la riflessione e l’elaborazione concettuale con l’azione concreta. Tale deficit è visibile in quella cultura che porta a rispondere immediatamente al malessere soggettivo, legato ad esempio all’evidenza del proprio invecchiamento fisico, con una reazione comportamentale: intervenire chirurgicamente sul proprio corpo. Si sostituisce cioè il processo di elaborazione psichica della tensione interna (dell’ansia legata al cambiamento di identità legato all’invecchiamento e ai relativi cambiamenti corporei) con una soluzione comportamentale volta ad annullare la realtà dell’invecchiamento e a tacitare le emozioni connesse. Invece di attraversare il processo di cambiamento della propria identità – magari lungo e che comporta sempre una certa quota di sofferenza interiore – attivando le proprie risorse psichiche per farvi fronte, si sostiene attraverso questi modelli di comportamento la strada della trasformazione fisica della propria identità: non più quindi un processo interiore (cognitivo, affettivo, simbolico) di trasformazione soggettiva, ma fisico e concreto, volto a modificare più che altro i connotati corporei (per questo si può parlare, in tali casi, di “pensiero concreto”, che è tipico delle condizioni psicotiche). Si tratta ovviamente di un’illusione, di un rimedio che ha efficacia solo temporanea. Chi dice di sentirsi meglio dopo un intervento di chirurgia estetica mente a sé stesso,[4] perché entrerà in crisi al prossimo cambiamento corporeo legato magari al semplice passare del tempo.

 

La modifica fisica non infatti non può mai sostituire il processo di cambiamento dell’identità mentale (che ha tempi più lunghi) e il ricorso alla chirurgia plastica è destinato ad essere continuo. C’è una necessità psichica, emotiva e simbolica, a cui non può essere data risposta attraverso comportamenti concreti.

 

Sono fenomeni che segnano ormai trasversalmente la nostra televisione nell’indifferenza di tutte le nostre principali istituzioni, le quali così facendo legittimano lo scempio contribuendo al diffondersi del degrado morale e trascurando il proprio fondamentale ruolo di custodi della salute pubblica (anche mentale). Ciò che infatti le istituzioni e gli adulti ormai sempre più spesso fanno è ignorare la gravità di certi modelli di comportamento, che vengono facilmente interiorizzati – senza un adeguato filtro o dispositivo di difesa – soprattutto da bambini e adolescenti, con effetti potenzialmente seri sul loro benessere emotivo, sul loro comportamento, sulla loro identità. Quest’ultima infatti si forma anche sulla base dei modelli socialmente imposti, che vengono a volte replicati, magari inconsapevolmente, dagli stessi genitori. Compito della società dovrebbe essere quello di difendersi dalla diffusione di modelli di comportamento che possono causare sofferenza emotiva nei singoli, specie nei più fragili (ad esempio proponendo standard estetici troppo elevati o l’esibizione della propria intimità per avere successo), ma anche minare le basi stesse del sistema di convivenza collettiva (nel caso della diffusione di modelli di comportamento violento o irrispettoso dell’altro).

 

Sono convinto che il fenomeno qui analizzato sia una delle manifestazioni della vittoria dell’economia sull’uomo, della produzione di ricchezza (gli introiti pubblicitari) sui sentimenti, gli ideali e i bisogni più alti delle persone, quali la difesa dell’intimità, il rispetto dell’unicità individuale, la protezione del più debole (i minori che osservano), l’accettazione della sconfitta (del ‘difetto’, del limite), l’integrità personale, il riconoscimento della realtà del tempo e della morte. Personalmente non vedo via d’uscita all’imbarbarimento della televisione attuale (di molti Tg, talk show e programmi d’intrattenimento) e dei social media se non quello di ridurne consapevolmente il consumo e così fare coi bambini e i ragazzi, dedicando più tempo ad attività più costruttive per la mente quali lo sport, la lettura, il gioco, le relazioni sociali. Solo facendo in modo che la propria mente venga aggredita ogni giorno dalla violenza delle immagini e dei discorsi televisivi si può sperare di guardare la realtà con animo più sereno e con un pensiero più complesso, e quindi di capirla meglio, lontani dalle semplificazioni, dalle volontarie distorsioni e dalla costante e patologica negazione tipica di molti programmi televisivi. Il sistema televisivo non è più, a mio avviso, capace di riformarsi dall’interno: troppo peso ha ormai il profitto (i ricavi pubblicitari) per poter pensare di riempire i palinsesti di programmi che non prevedano esibizionismi e volgarità.

 

La televisione, come gran parte della nostra società, è ormai da tempo schiava dell’economia capitalista, che mira al profitto fine a sé stesso senza particolari restrizioni etiche. Quella “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini negli scritti prima citati, frutto dell’imposizione attraverso i media di un’identità basata sul consumo (perché consumare “fa crescere l’economia”), è ulteriormente degenerata in tempi recenti in una destrutturazione antropologica, realizzata attraverso la diffusione tramite i media di modelli di comportamento violenti e volgari volti a suscitare una passiva curiosità in chi guarda, basati sulla non accettazione dell’altro, sull’infrazione del senso di intimità personale, sulla negazione dell’imperfezione, del tempo, della morte.

 

In poche parole, sulla negazione patologica della realtà.

[1] AA.VV. (2013), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina, Milano 2014.

[2] Il fatto che questi fenomeni riguardino ancora oggi prevalentemente e in modo più massiccio il genere femminile, è un segno della persistente posizione di subordinazione della donna a diktat estetici elaborati da una società occidentale ancora maschilista che vede nella donna un oggetto di piacere, anche in ambiti in cui dovrebbe essere innanzitutto la professionalità a contare.

[3] Cfr. in particolare: Pier Paolo Pasolini (1975), Scritti corsari. Garzanti, Milano 2015; Pier Paolo Pasolini (1976), Lettere luterane. Garzanti, Milano 2015.

[4] Fatti salvi, ovviamente, i casi in cui questi interventi sono realisticamente necessari per rendere meno invalidante un aspetto fisico deturpato da malformazioni, difetti gravi, deturpazioni da incidenti ecc.

 

[Immagine: Riccardo Fogli in lacrime durante L’isola dei famosi].

2 thoughts on “Psicopatologia dei programmi televisivi

  1. Il quotidiano come catena di smontaggio. Dalla politica all’economia, passando per la scuola. Dopo la massificazione siamo, nell’era dei byte, all’enumerazione catalogica a- e catalogata.Non si studia piu’ l’uomo, ma lo si macchinizza. Automatizzate cellule di un corpo eterodiretto.Nessuna capacita’ di programmazione del sè, non comparazione analogica dei fatti e degli eventi. Tutto diventa un fluire entro una guidovia-cloaca digitalizzata, cablata. Un viaggio che non dice nulla ad un altro, scomposto nei suoi riferimenti simbolici. Una galassia di universi difformi, incomunicabili. Certo, ci scambiamo dati, informazioni, ma li sintetizziamo in forme antagoniste, il piu’delle volte. Un senso comune all’esistenza umana, temo lo si sia perso. Credevo potessero le culture, arti , ma mi sbagliavo. La Vita, sembra reale, tangibile, invece è una tragica Utopia. Persino Dio, sembra perso in tante nostre interpretazioni, da parere una miriade di Divinita’, un poco assenti e narcisiste. Come se una Sacra Rappresentazione vissuta dal Figlio, potesse competere con i Genocidi Usa di oggi.
    Credo piuttosto che il germanico Satana stia ghignando di brutto nel suo Empire Building della Holding Stripes and the stars.
    Non ci sarà una Salvazione per una Puttana par mio.

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