di Francesco Pecoraro

 

[Esce oggi per Ponte alle Grazie Lo stradone, nuovo romanzo di Francesco Pecoraro. Ne pubblichiamo in esclusiva le prime pagine].

 

Il telescopio spaziale Hubble per decenni ha orbitato attorno alla terra, ha scrutato il nero che chiamiamo Universo, ne ha scelto una porzione più nera delle altre dove pareva non ci fosse niente, un rettangolo di cielo il cui lato più lungo è qualcosa come un decimo del diametro del disco lunare visto da qui. Hubble è passato e ripassato nello stesso punto e, orbita dopo orbita, ha indagato quel rettangolo sempre più a fondo, ci ha messo dieci anni e alla fine, nell’immagine finale —che finale non è e non può essere—ci sono circa diecimila galassie. Non diecimila stelle, non diecimila pianeti: diecimila galassie, alcune delle quali lontanissime, risalenti addirittura a pochi milioni di anni dopo il Big Bang, inteso come l’Evento Iniziale che è alla base dell’attuale cosmogonia condivisa. Le più lontane, dunque le più antiche, si distinguono per lo spostamento verso il rosso della debolissima radiazione luminosa che emettono. È un effetto doppler, scoperto da Hubble in persona, che distingue gli oggetti in fuga da noi. Quindi eccole là: compresenti in quel minuscolo rettangolo di volta celeste, ci sono galassie di ogni tempo. Ciò che vediamo è un fermo immagine, una proiezione nel presente, di oggetti celesti esistiti nel passato, alcuni dei quali nel frattempo morti o fuggiti o profondamente trasformati o reciprocamente fusi o esplosi dispersi finiti scomparsi. Ma nell’immagine sono ancora lì, presenze luminose di entità esistite in tempi lontani e molto diversi dal presente.


Come nel tassello di città che insiste sullo Stradone: anche qui vedi presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi nel medesimo intervallo spazio-temporale, solo apparentemente somigliantesi, ma in realtà lontanissime tra loro come mentalità percezione e visione del reale contemporaneo. Corpi e menti, reciprocamente e profondamente estranei, che riescono a convergere e a comunicare solo con qualche convenzionale scambio di parole inutili al bar, o nel tifo per la stessa Squadra—entità astratta formata e riformata più volte sotto lo stesso nome e gli stessi colori, ma con uomini sempre nuovi e diversi—, quella che ogni domenica, tre ore prima della partita, transita qui sullo Stradone e per qualche istante ne eleva il rango: due pullman con giocatori tecnici allenatori massaggiatori e altro personale della Squadra, preceduti e seguiti da auto della polizia con sirena. La Squadra, ultimo ente simbolico che ci dà il senso di appartenere a qualcosa, ha tacitamente la precedenza su tutto e tutti, dunque palette e sirena. Grazie al tifo i più antichi tra noi possono convincersi di essere ancora vivi non-ostante risalgano al Big Bang della Seconda Mondiale, inteso come l’Evento Iniziale dei tempi nostri, rispetto a cui ogni cosa accaduta prima è preistoria, anche se molti dei pochi giovani frequentanti lo Stradone non ne sanno niente—pare si sia trattato di una guerra tra noi assieme agli americani contro i Nazisti e la Shoah—mentre per loro l’Evento Iniziale è, in tutta sicurezza, l’Undici Settembre, prima del quale immaginano un caos primordiale in cui si stavano addensando le prime nubi di polveri e gas che avrebbero poi formato galassie e stelle e pianeti e mari e nazioni con squadre di calcio e rapper locali. Abito sullo Stradone, dove la città fa una pausa. Ci abito da più di vent’anni, vent’anni di sofferenza percettiva, e sono convinto che ci morirò.

 

Jeans falso consumati. Falso strappati. Pantaloni falso mimetici. Borse mimetiche. Capelli falso giovani, rossastri. In giro falsi rasta. Falsi gangsta, falsi rap. Falsi punk. Falsi giovani. Borchie falsamente utili. Magliette falso scolorite. Falsa vita vissuta. Falsa esperienza, falso inconscio, falso immaginario, falsa coscienza. Falsa la metropoli, falso il lavoro. Falso legno, falso antico, false le cacche di mosca su falsi mobili. Il falso grezzo nei ristoranti falso-fichetti, o vero-fichetti per falsi fichetti. Falsi gli hipster con false barbe folte lunghe tagliate quadre, false camicie da falsi boscaioli, birre falso-artigianali. False calvizie, falsi muscoli con tatuaggi falso tribali. Veloci sfrecciano bassi falsi pappagalli verdi, frutto del riscaldamento globale, anch’esso artificiale, posticcio. Falsi i pesci nelle pescherie: orate di allevamento, salmoni artificiali mangia merda, vongole non-veraci, spigole di acque chiuse, rombi di fondali plastificati. Falsi i cespugli intorno alla stazione Metro A, che esibisce una falsa modernità ammantata di falsa tecnologia nel falso durevole, falso come il falso bugnato dei muri modulari di contenimento dopo il sottopasso, falso il cordoglio dei manifesti fascisti che celebrano semistrappati un militante greco morto da quarant’anni, stupidamente, inutilmente, in una stagione di falsa contrapposizione politica, molto violenta, sanguinosa, che produceva morti veri, ma per falsi scopi, come i manipoli di falsi rivoluzionari che compivano vere azioni militari. Falsi i film nei cinemi più a valle frequentati da teste canute—Ma davero t’è piasciuto?—tardo-riflessive con in mente falsi convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza, come tutti i loro simili, qui e altrove. Falsa l’urgenza con sirene del purma daa Squadra che preme per avere strada. Tutto il falso e il falso-vero sono più veri dell’autenticamente vivente, del davvero risalente. L’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone, abituata all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica cosa condivisa, il linguaggio.

 

– È passato er purma daa Squadra: oggi posticipo.
– M’appoggio un attimo, te dispiace? Me sento male.
– Che se sente
– Na fitta forte ar fianco. Forte.

 

Ma vero verissimo e molto reale, lo Stradone e le palazze che vi insistono, troppo vicine al ciglio del marciapiedi. Vero il Monte di Argilla. Vera, desolante, la ciminiera in attesa da cent’anni di crollare, che spunta dai rovi della terra di nessuno dove si annidano veri senza-tetto, cui oggi tocca una giornata calda di sole e loro li vedo da qui, seminudi, sdraiati sui cartoni nei pratazzi all’imboccatura della Sacca, dimentichi del loro destino, come lazzari settecenteschi. Vero il sottopasso della Prima Tangenziale Ovest, con veri piccioni ivi residenti da decenni, dotati di una loro cultura, legami famigliari e tutto il resto. Veri i gabbiani—anomali rispetto ai loro simili che ancora stupidamente cercano cibo in mare—che li attaccano, sventrandoli, come farebbe un rapace. Vero anche il rapace, raro sul Monte di Argilla, ma presente. False le cornacchie introdotte in città, ormai da un paio di decenni, in funzione anti-piccione, che è come liberare in giro delle iene in funzione anti-ratti: intelligenti, grosse come condor, aggressive assertive tenebrose, le ho viste attaccare un gabbiano reale dal basso, beccarlo sul petto, cacciarlo via.
Sembrano falsi nella loro bellezza verde sfrecciante i pappagalli di cui dicevo, che anno dopo anno guadagnano sempre più spazio nell’aria che sovrasta il Monte e il Nodo di Scambio. Hanno l’aria intelligente di individui che comunicano tra loro, si aiutano giocano stanno insieme. Falsi perché, come le cornacchie, non sono di qui ma vengono da qualche parte, complice il clima addolcito, gli inverni quasi mai sotto i dieci gradi, il grande spazio senza legge che si estende all’infinito oltre lo Stradone, verso nord, dove forse trova un margine, un confine, intravedendosi nelle caligini urbane palazzine lontanissime, ma in tutto e per tutto simili a quelle qui intorno: segno che laggiù è ancora Città di Dio, è ancora Penisola, mondo abitato.

 

Vero il Secondo Ponte, il più recente, all’impalcato del quale architetti senza un’idea precisa di cosa sia l’architettura hanno aggrappato la stazione della Ferrovia Metropolitana, a fare sistema con la fermata metro e con uno spiazzo, che pare senza storia, destinato a parcheggio. Tutto questo, e altro ancora, è il vero-falso Nodo di Scambio, dalla struttura linguisticamente incerta, affastellata, falso-contemporanea, che oscilla tra l’azteco e la fantascienza russa anni Trenta, con qui e là un curtain wall miesiano, elementi ora massicci ora leggeri, ma sempre sbagliati—come tecnica, come linguaggio, come utilitas—e precocemente scarrupati perché mal costruiti. Il Nodo connette i due vettori vero-consumati di trasporto pubblico, sempre pieni della gente con i jeans falso-consunti e strappati di cui si diceva.

 

Oltre la verità non esattamente assertiva, ma come dubbiosa del Secondo Ponte, c’è quella assoluta e non-controvertibile del Terzo Ponte. Altissimo, in mattoni forse provenienti dalle ormai scomparse fornaci disseminate nel Quadrante delle Argille, bello e dismesso da molto tempo, ma apparentemente indefettibile, garantiva il collegamento ferroviario Nord-Sud in tempi primonovecenteschi. Quando in un futuro che immagino non lontanissimo il Secondo Ponte cementizio comincerà a vacillare, le grandi arcate dell’antico viadotto abbandonato saranno ancora lì, perfettamente in piedi e il viadotto stesso sarà intensamente abitato da manufatti e baracche sospese, in aggetto sul vuoto, come già accadde nel passato a ponti urbani analogamente possenti, stabili, veri e indiscutibili al punto da divenire per tutti un supporto geo-morfologico. Oltre questo ponte, verso est, la città precedente si attiene a una parvenza di razionalità insediativa, prima che la palazza e la palazzina si affermino definitivamente come individualità edilizie e prima che le strade, assumano, com’è per lo Stradone, più una funzione di collegamento viario che un’identità spaziale definita e civile. Da qui in poi, le quinte urbane si sgretolano in una frantumaglia edilizia tanto più demmerda quanto più si viaggia verso l’orlo esterno—ammesso che esista—della grande macchia d’olio che chiamiamo Città di Dio. Eccolo dunque il Nodo di Scambio, sommariamente descritto nel suo essere composto di verità e menzogna, nella sua velleità completamente fallita di darsi come luogo metropolitano denso, invece che da attraversare a passo svelto per arrivare a prendere in tempo un treno, da una banchina all’altra, salendo/scendendo per scale mobili rotte, velocemente armeggiando con macchine produttrici di biglietti, litigando con i varchi che non accettano il titolo di viaggio appena acquistato, col tizio nel gabbiotto blindato che te lo vidima a mano e ti fa passare lo stesso, con le macchine obliteratrici della Ferrovia Metropolitana che non obliterano e nessuno ci fa caso, sul treno che va verso le stazioni dei Grandi Ospedali—disegnate anch’esse in uno stile che non sai se involontariamente azteco o assiro-babilonese, forse da un giovane architetto collaborante con uno studio professionale che in quel momento, vista la quantità di commesse, non aveva tempo di occuparsi di coerenza linguistica e di qualità tecno-funzionale dei progetti che sfornava (non so la vera storia di questa bruttezza, ma è come se la sapessi)—il controllo è assente, la folla compatta.

 

[Immagine: Foto di Francesco Pecoraro].

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