di Anna Maria Carpi

 

Scrivo perché l’ha deciso mio padre. Ero in seconda media quando lui, attore e autore di teatro e di libri per ragazzi, nato alla fine dell’altro-altro secolo, mi disse: comincia a tenere un diario, s’intende curando la forma, bando alla sciatteria, è un buon esercizio, imparerai due cose che sono il punto di partenza per ogni scrittore, a esprimerti e a dire la verità.

 

Sul dire la verità ho tuttora dei dubbi, non certo sull’utilità dell’esercizio, ma il chiudermi dentro quei quaderni dov’ero sovrana mi diede ben presto una tale voluttà che per anni e anni quei quaderni — 10.000 pagine, che arrivano al 2002 — assorbirono quasi tutta la mia energia scrittoria.

 

Non so se abbia un senso ma l’anno scorso ho incaricato un giovane, Dario Di Nunzio, di ricopiarmele. Lui è così contento di questo incarico che nei nostri messaggini ora si firma “Dario dei Diari”. Mi piace: chi lo sa che non passeremo insieme alla storia?

 

Ma questo effondermi diaristico, senza la necessità d’inventare e di costruire, per me fu probabilmente un guaio esistenziale. Quando, già al liceo, mi proposi di scrivere dei racconti, ciò che mettevo giù, in terza persona, erano visioni senza sviluppo nel tempo. E ogni volta, dopo poche pagine abbandonavo l’esperimento. Una disperazione. Ah, pensavo giungendo le mani, se solo fossi obbligata a scrivere per mangiare, e morivo d’invidia per Hamsun, Hamsun di Fame quando alla fine dell’altro-altro secolo errava per Oslo senza un soldo in tasca.

 

C’è anche da dire che per la prosa io ero sciaguratamente ancorata a una vecchia idea realistica del narrare, mentre a me di questo mondo piaceva l’aspetto fantasmatico: un incantesimo, ecco ciò che avrei voluto produrre! E difatti, accanto al diario, avevo cominciato a scrivere poesie. Non erano male: a un concorso al liceo presi un premio da Luciano Anceschi, illustre critico d’allora e nome tuttora in auge.

 

Il fatto è che poetare somiglia in qualche modo a fare il diario. Ha ragione Mallarmé: Mallarmé che giura che far poesia è più facile che fare prosa. La gente non ci crede, ma è proprio così. Ci siamo in tanti a svolazzare bellamente in versi ma, messi a terra nel tuttodiseguito della prosa, si vede come siamo deboli di gambe.

 

Intanto un mio anziano amico letterato — finalmente qualcuno in carne ed ossa — m’insinuava che la poesia faceva buon gioco alla mia paura. Verissimo, almeno per com’ero allora. Poetare somiglia a sparare ogni tanto un colpo da un posto protetto, come un cecchino, mentre narrare è come combattere in campo aperto, in mezzo ad altri, e trovarsi esposti alla prova del fuoco della plausibilità. Ma dài e dài, a un certo punto avevo portato a termine e pubblicato anche qualche breve racconto. Il mio mentore insisteva però che mi mettessi alla prova con un romanzo.

 

A darmi una spinta ci volle qualcosa di simile alla fame di Hamsun: l’amore.   Giorni di pienezza, di felicità, di esaltazione, finché non mi accorsi di ciò che tutti dovrebbero sapere: in mezzo schiuma, esulta e tumultua il fiume, ma gli innamorati sono come le due sue sponde, di fronte e lontane, dentro e fuori dalla nebbia. Mai uno raggiunge davvero l’altro, l’altro non c’è: ma io ancora non lo sapevo e di nuovo mi disperai. Le poesie non bastavano, anzi, questa mia vicenda non me ne ispirò nessuna. Fino all’illuminazione: per salvarmi dovevo sprofondare dentro un lungo e paziente lavoro. Un rifugio c’era soltanto in un raccontare a distesa, dal vero e non dal vero, quello che avevo vissuto.

 

Preferisco non ricordarmi della lentezza con cui scrissi il mio primo romanzo, e dei pentimenti e degli errori che feci nella prima, nella seconda, nella terza stesura. In me il famoso distacco che deve avere lo scrittore dalla sua materia era ancora manchevole, però arrivai in fondo – e me ne venne il mio primo duro e salutare scontro col mondo. Ebbi in pari misura elogi e scandalizzati rifiuti: nell’86 ero in testa alla graduatoria di un nuovo premio operaprima che alla fine non fu assegnato. Le aspettative verso gli esordienti erano allora molto alte. Però la più esimia dei giurati — era Natalia Ginzburg — mi assicurava che se avessi fatto certe migliorie mi avrebbe collocato lei presso un ottimo editore. Io ancora ignoravo quanto poco contano le buone intenzioni altrui: per trovare un editore mi ci vollero netti dieci anni. Scrivere sapevo, nessuno lo negava, e uno scafato e feroce manager editoriale, vecchio uomo di cultura, decretò che io ero “una vera scrittrice”, il che mi mandò al settimo cielo: però questo libro no, non era ciò che lui stava cercando.

 

Così, al secondo libro decisi di frenare questa mia abilità elementare e di potenziare il “distacco”. In questa seconda storia io, finalmente, non c’entravo proprio nulla: accadeva in Olanda, dov’ero stata diverse volte, le protagoniste erano due mie amiche lesbiche scatenate, e questa volta, forse anche dato l’argomento allora ancora scabroso, non incontrai difficoltà editoriali. Dovetti solo parare, presso una serissima redazione torinese, una copertina sbagliata, un faccione androgino che ispirava solo tristezza, e farci mettere due variopinti nudi di danzatrici da un quadro di Emil Nolde. Titolo? E sarai per sempre giovane, dalla canzone di Bob Dylan.

 

Al terzo romanzo, siamo già nel 2000, ero di nuovo vittima dei grandi, di una a me più che congeniale profezia di August Strindberg che la letteratura del futuro sarebbe stata costituita dalle autobiografie dei comuni cittadini depositate nei pubblici archivi, e anche della grande impressione che mi aveva fatto La lanterna magica di Ingmar Bergman. Sempre riferimenti alle letterature nordiche, dirà qualcuno. Vero: è che noi moderni senza dimora dal romanticismo in poi cerchiamo rifugio e ispirazione nel freddo: maltempo, neve, bufere, fine del mondo. In verità la mia intenzione era stata di scrivere 50 pagine umoristiche sui miei malintesi col mondo letterario, ma me ne vennero 270 su tutta la mia vita, dal mio impresario privato (mio padre), alla mia dubbia educazione cattolica, agli amori (di striscio), al mio dilettantesco comunismo, alla mia ottima carriera all’Università che mi avrebbe portato da una cittadina delle Marche a Ca’Foscari di Venezia. Pagine molto serie con degli affondo drammatici. Titolo: Il principe scarlatto. Anche questo titolo l’avevo preso dal nord: da una poesia di Nietzsche, che parla del “principe scarlatto del mio orgoglio”.

 

Diceva l’esordio:

 

E’ un pezzo ormai che neppure fra amici si parla più di se stessi, di come si è o del proprio destino. Ne manca il tempo. E a parte questo ormai si sa che un io semplice e fisso non c’è, è solo un’apparenza, un assemblaggio di parole o peggio ancora una malattia. (….) E forse che io ho un equilibrio, ho deciso qualcosa, so da che parte andare, se mettermi una volta per tutte in proprio o continuare a correre dietro agli altri? No. Che cos’ho di mio? Niente. La mia è soltanto una storia d’obbedienza. A chi? A che? Non lo so. Io lo chiamo il principe scarlatto.

 

E’ il destino, è chiaro. Mai però saprò se non sarebbe stato meglio per me fare l’agente turistica o, poiché studiare e insegnare mi è sempre piaciuto, darmi interamente a insegnare e alla ricerca scientifica. Interamente per me non esiste, ciononostante ciò che facevo in questo campo, e non era nemmeno poco, veniva riconosciuto e apprezzato. E se invece mi fossi da principio “buttata”, nel rischio mortale di scrivere, scrivere e basta? E’ il mio rimorso inestinguibile. La scusa è: dovevo sostenere i miei che erano senza mezzi, ma io lo so bene che non è stato questo. Il rischio isola e io ho un tremendo bisogno di compagnia.

 

E qui un nuovo amico in carne ed ossa — benedetti gli amici in carne ed ossa — m’indusse a scrivere una biografia di Kleist. Senz’inventare e falsare alcun dato, trasformai certe sue lettere e certi episodi culminanti della sua vita in scene teatrali. Nei dialoghi sono brava, e un godimento simile e una simile rapidità nella stesura non li avrei mai immaginati. Tante volte l’ho odiato quest’infantile, egocentrico, smodato e sofistico, ma potrei anche dire: Kleist c’est moi, perché dalla mia tranquilla vita borghese ammiro i suicidi e il suicidio, ossia quello che in tedesco si chiama “Freitod”, la libera decisione di morire per non sopravvivere, come dice lui, al proprio cuore e alla mediocrità dei tempi. E lui la mise in atto.

 

Ma prima che io finissi il liceo mio padre aveva avuto un’altra buona idea: che io studiassi il russo. Era secondo lui la lingua del futuro, anche se per l’Università avrei scelto il tedesco – in quanto un nostro generoso parente mi assicurava un contatto con dei suoi amici di Bonn e che mi avrebbe pagato lui i miei soggiorni estivi presso di loro.

 

In una buia viuzza parallela del Teatro della Scala aveva sede l’Associazione Italia-URSS che offriva dei corsi serali. Il segretario era un ometto di solida fede comunista e a insegnare erano delle donne russe sposate a Milano, delle rigogliose e simpatiche dilettanti. Ma che importa: per quattro anni io frequentai i loro corsi e quando poi ebbi in mano la mia laurea in lingue lui, prima di chiamare anche me a insegnare, mi fece avere una borsa di studio per Mosca. Quanto mi sgomentò la Mosca d’allora si può apprendere dai miei diari: la sera dalla finestra della mia stanzetta nell’Obscezitie guardavo fissa verso occidente e sognavo Bonn e la Germania. Eppure al Dom druzby della via Kalinin avevo conosciuto delle persone che non dimenticherò mai, l’Anna Michajlovna, che era stata al fronte in Polonia, l’Elizaveta Feynberg che, appassionata ai miei progressi nel russo, in una sera di pioggia, noi sedute su una panchina davanti al Bolscioj, mi faceva un dettato. E altri ancora, chiaramente membri del partito, che invitavano noi borsisti a cena nelle trattorie sulla Moscova e perfino a qualche messinscena al Bolscioj.

 

Ma torno alla poesia: mi sono data alla poesia, e non ho più smesso, dopo il flop di quel mio primo romanzo, non meno doloroso del flop dell’amore. Semplificando le linee sono due, una è diciamo la comunicativa, l’altra è la criptico-sperimentale che lavora sulla lingua al di là delle cose — ma io, confesso, non so tuttora cosa s’intenda con “la lingua”, io credo alla coincidenza fra le parole e le cose.

 

Le mie poesie camminano accanto alla vita. La poesia mi viene quando mi assale il male di vivere — lo conosciamo tutti, ma perlopiù si sta zitti o si parla d’altro e si tira avanti. Mi sento dire, da alcuni lettori forse un po’ semplici, che le mie poesie sono tristi. Ma io rispondo: triste è la letteratura, senza tristezza, senza dissenso dal mondo non ci sarebbe letteratura. Certo, dice bene l’americano Robert Coover che gli scrittori si dividono in apologeti e iconoclasti, e io sono fra i primi, oppure, come vuole Claudio Magris, ci sono scrittori padri e scrittori figli, e io sto com’è ovvio fra i secondi. Ma sì, lacrime autunnali, ironie, note nichiliste su di me e su tutti, ma qua e là non ci sgorga anche, come un’aliena inspiegabile, la gioia? Dovrà pure avere un’origine. E’ semplice: io credo. Credo in che cosa? In una perennità. Sto col russo Izaak Babel: “Lavoro con tutte le mie forze”, diceva, “perché voglio aver parte alla festa degli dèi e non venirne scacciato”. Lo so, la festa bisogna conquistarsela. Gli dèi o un unico Dio? Un dio così grande da essere solidale col nostro non essere mai interamente, ma sempre a metà fra miseria e superbia?

 

La poesia è un gioco facile. Un lampo, un’epifania, un aperçu. Salvo che ora non fa più gioco alla mia paura. Al contrario: è in poesia che tiro fuori il bambino, il talibano, il mio piatto bisogno di calore umano, i miei dubbi sia sui bigotti credenti sia sugli altrettanto bigotti darwiniani. Nulla sappiamo e sull’inconoscibile mi si lasci fantasticare e stare con Pascal, che la fede è solo una questione del cuore. Purché la poesia mi riuscisse come auspicava che fosse l’ultimo Roland Barthes, non più decostruzionista, in Préparation du roman: “simple, filiale, désirable”!

 

E ora vengo al perché traduco. E’ il terzo tipo di combattimento, dopo quello solitario del cecchino e quello socializzato dell’esercito regolare. Tradurre è il combattimento corpo a corpo con un autore. Il mio primo exploit traduttorio fu, al liceo, la prima egloga delle Bucoliche di Virgilio, il secondo, all’università, delle liriche della mistica medioevale tedesca Mechthild von Magdeburg di cui m’incantava il comandamento “tu devi cercare il nulla e fuggire il qualcosa”, e da anni traduco solo poesia. Ho per esempio tradotto Rilke che non amo, tre libri di Gottfried Benn che amo, l’intera lirica di Nietzsche, antesignana del ’900 da noi così poco nota, le lampanti, brutali liriche del drammaturgo Heiner Mueller, titolo Ende der Handschrift, (Fine della scrittura a mano), e tre viventi con cui sono anche in affettuosa corrispondenza, Hans Magnus Enzensberger, Durs Gruenbein e Michael Krueger che emerge su tanti poeti che pubblicava sulla sua rivista “Akzente”.

 

Di tradurre poesia dal russo non oso. E’ solo una battuta: il tedesco è mio marito, il russo il mio amante.

 

Traducendo, il discorso si capovolge. Tradurre poesia è più difficile che tradurre prosa, è un puro reinventare, fuori e dentro i nessi sintattici — quelli che tanti poeti trascurano, sebbene anche in poesia la costruzione sintattica, magari sotto traccia, ci voglia al pari delle ossa in un corpo. Ma con davanti un testo altrui non sono sola: c’è un altro, ed è lui il responsabile e con lui ho un corpo a corpo che mi corrobora come la ginnastica mattutina che dovremmo tutti fare e non facciamo, per inerzia, o scoraggiati dalla solitudine.

 

Se scriverò ancora? Poesie di certo, un romanzo non so. Ne ho uno ancora in forse, ancora e magari per sempre inedito, Due bianchi come noi — il bianchi è un riferimento a L’armata bianca di Bulgakov, cari russi, cara gente allora sconfitta come noi oggi. Davanti alle mille recensioni di narrativa che appaiono sui quotidiani quasi sempre mi dico: no, questo no che non lo leggerò, che m’importa di queste carambole fictionali intorno all’umano? E mi viene in mente Amleto davanti all’attore che occhio umido, aria stralunata, gli sta recitando la fine di Ecuba nella guerra di Troia. “E tutto questo per che cosa?” sogghigna Amleto. “Per Ecuba” risponde l’attore, e lui: “Ecuba! Ma chi è lei per te e tu per lei che tu deva piangerci sopra?”

 

Ma è di nuovo una scusa. E se la via d’uscita fosse per me trovare una nuova formula con cui recuperare quel mio originario e felice confluire in frammenti che era il diario?

 

[Immagine: Moyra Davey, Claire, Mary & Mary, 2012 (Copyright), particolare].

8 thoughts on “Perché scrivo

  1. “- Per chi scrive?
    – Per il lettore, la cui immagine si crea nell’elaborazione stessa del testo. Lettore esigente, lavoro difficile..
    Io plasmo un altro lettore, un lettore migliore, correggendomi. Il lettore è sempre al futuro, bersaglio che s’inventa la freccia”

    Jean Starobinski, Pourquoi j’ecris [1970], in La beauté du monde. Èdition etablie sous la direction de Martin Reuff. Gallimard. Paris. 2016. p.1004

  2. Mamma mia, quante autorità sulle e alle sue spalle!
    Per il resto trovo imperdonabile una sola cosa: che il “suo” comunismo sia rimasto «dilettantesco».

  3. ” Lunedì 29 aprile 2019 – Bramerei veramente tanto leggere il diario di Anna Maria Carpi. Garantisco anche che lo leggerei. Io che non leggo mai niente. “.

  4. “Il giorno, per Valéry, resterà un perpetuo problema – di volta in volta per quanto concerne la propria esistenza personale, il metodo del proprio pensiero e l’invenzione della poesia. È quanto si trova in un Cahier del 1910: l’ammissione di ‘questa bizzarra impotenza nel lasciare che una giornata si consumi’ o ancora, nei Mauvaises Pensées, il rilevante frammento intitolato ‘Heures’, che termina per un’affermazione forte. ‘Il Giorno e il Corpo, due grandi potenze…’
    […]
    Un progetto singolare, in uno dei primi Cahiers, è enunciato in inglese: “Account of the day of a man’”

    Jean Starobinski, Préface aux Cahiers III de Paul Valéry [1990] in La Beauté du Monde, Gallimard Paris, pp. 623-24

  5. “Il diario di Boswell sta tra i due poli di Pepys e Rousseau.[…]
    Per l’età moderna, col suo insaziabile interesse alla psicologia, quanto vi è di confessione, nel diario di Boswell, può benissimo costituirne l’aspetto più interessante. Il suo genere di confessione è quasi unico. Egli, come dice frequentemente, scrive una ‘storia’ del proprio animo. Non un’apologia, ma una storia: la differenza è enorme.”

    Frederick A. Pottle, Introduzione a James Boswell, Diario londinese 1762-1763, Einaudi Torino 1954. p. 24

  6. Da questa lettera di gioianza,
    io so io e voi non siete un ….
    approfondiró la traduzione della biografia di Kleist. Le traduzioni dei poeti tedeschi citati, bellissime! Grande lavoro.
    Grazie A. M. Carpi.

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