di Paolo Albani

 

[E’ appena uscito per exòrma Animali non addomesticabili, un libro in cui tre scrittori (Mauro Magliani, Paolo Morelli e Giacomo Sartori) provano a restituire la voce agli animali, spesso rappresentati riduttivamente dalla letteratura a nostra immagine e somiglianza. Pubblichiamo la postfazione di Paolo Albani].

 

0. premessa

 

I testi antologizzati in questo libro mi hanno stimolato alcune riflessioni. Trattandosi di animali sono riflessioni venute su quasi d’istinto.

 

1. se fossi…

 

.mare di gambero un essere piacerebbe mi animale un essere potessi Se

 

Non perché il gambero si muova indietreggiando (non devo guardarmi da nessuno o da nulla alle spalle, meglio affrontare la realtà a viso aperto), ma solo perché quando cammina veloce, sulla battigia, incurante delle onde che lo investono, o sopra la superficie impervia di uno scoglio, il gambero è come se danzasse, volteggiasse in punta di piedi (e anche di chele). Nonostante la faccia da burbero, l’aria un po’ truce che emana dagli occhi spiritati, il gambero, una sorte di Bolle crostaceo in miniatura, silenzioso ballerino di tip tap (un ossimoro), con la sua camminata stramba, mentre si dà letteralmente a gambe levate, deve meditare nella sua testolina corazzata – è questa l’impressione che ho – pensieri leggeri, ondivaghi.

 

 

2. la mosca

 

Se posso prendermi un’altra chance o libertà, mi piacerebbe essere una mosca, così potrei andarmene in giro, non visto, a ascoltare i discorsi degli altri; trasformato in mosca, nessuno mi riconoscerebbe. Tempo fa, seduto su una delle poltroncine in ferro, molto scomode, della sala d’aspetto della stazione centrale di Firenze, ho visto una mosca. La sala d’aspetto si trova in una posizione infelice, in una zona non riparata, esposta a correnti d’aria che arrivano da tutte le parti. Dopo un po’ che ero lì arriva una mosca che rapidamente si posa sopra una manica della mia giacca, gironzola, perlustra la mia mano e alla fine, con un salto, plana sulla mia fronte, irritante più che mai.

 

Mi sono chiesto: cosa ci fa una mosca nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria? Di certo non è lì perché aspetta delle mosche amiche che arrivano da altre città; che io sappia (lo dico scherzando) le mosche d’abitudine non prendono il treno, si muovono con i propri mezzi, cioè le ali. E allora mi domando: non hanno un luogo più appropriato ai loro gusti, le mosche, un luogo dove svolazzare come fanno di solito agitandosi irrequiete (e fastidiose) a piccoli scatti imprevedibili, a zigzag? Ma qual è il posto ideale di una mosca, quello più adatto, più naturale dove può vivere felice la propria moscosità? La domanda che mi sono fatta, formulata in altre parole, è se una mosca abituata a posarsi su cumuli di immondizie, rifiuti a cielo aperto, a prendersi tutto il tempo che vuole per sminuzzare grumi piccolissimi di escrementi con le zampette, a soddisfare la propria funzione di mosca passeggiando sulle criniere dei cavalli o sul muso cisposo dei cani o di altri animali il cui odore pestifero piace tanto alle mosche, se una mosca – è questo il dubbio – non si trovi a disagio, non si senta fuori luogo in una sala d’aspetto di una stazione ferroviaria dove tutto è in movimento, c’è un gran casino, una grande confusione, annunci altisonanti che si susseguono uno dietro l’altro, fischi, gente che corre di qua e di là, stridori di freni, botti di portiere automatiche che si aprono e si chiudono, clacson di piccole autovetture di servizio, suonerie di cellulari che preannunciano conversazioni a alta voce. Insomma la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria è un enorme bordello, una casba rumorosa che non rende sicuramente agevole l’esecuzione del lento e scrupoloso lavorìo che una mosca compie negli interstizi di sudiciume che si accumulano ovunque nei centri abitati (per questo le mosche sono vettori di germi patogeni, ne parla anche Pirandello nella novella La mosca), arrotandosi velocissima le zampette e la proboscide da cui aspira i liquidi e pulendosi ogni tanto gli occhioni ovali che sporgono dalla testa. Non ci vuole tanto a capire che la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria non è certo l’habitat ideale per una mosca. Ma allora come si spiega che nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Firenze ci sia una mosca (forse più di una), come ho potuto constatare l’altro giorno mentre aspettavo un Frecciarossa per Roma e non riuscivo a leggere un libro in santa pace perché quella mosca m’infastidiva di continuo sfiorandomi il naso o camminandomi sopra i capelli? Qui si aprirebbe una lunga riflessione filosofica sull’«idealità» dei luoghi in cui vivere, sul fatto che ci sono persone (poche) che hanno la fortuna di scegliersi il luogo in cui vivere e altre (molte) che vivono in luoghi che non hanno scelto, che anzi li sentono estranei, che li odiano e se avessero la possibilità di farlo non esiterebbero un istante a scappar via.

 

Ma non è il caso di aprirla questa riflessione filosofica, ci porterebbe chissà dove, mi limito solo a constatare che la presenza di una mosca nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria può essere imputabile a varie circostanze, e cioè:

 

-  la mosca si è perduta strada facendo per colpa di un fattore x (un’improvvisa corrente d’aria, una distrazione olfattiva, un errore di navigazione o altro) che le ha creato problemi d’orientamento e non riesce più a tornare all’abitazione di origine;

 

-  la mosca è fuggita volontariamente di casa perché non sopportava più di prendersi cura delle larve (le mosche sono una specie prolifica, ciascuna femmina può deporre da cento a centocinquanta uova per volta) e tirare avanti un ménage familiare diventato ormai asfissiante e pur di starsene in libertà, da mosca single, si è adattata alla vita convulsa di un non luogo come una sala d’aspetto di una stazione ferroviaria, che poi solo per noi umani è un non luogo, per una mosca invece, chissà, anche una sala d’aspetto potrebbe avere il suo tornaconto in fatto di rimasugli di cibo e di sporcizia;

 

-  la mosca è solo lì di passaggio, si è fermata, particolarmente curiosa, a dare un’occhiata all’ambiente ferroviario, ma poi quanto prima ha intenzione di ripartire;

 

-  la mosca fa parte di quel genere speciale di mosche cosiddette “bianche”, caratterizzate da un atteggiamento eccentrico, stravagante, il che spiegherebbe la sua presenza insolita in una sala d’aspetto; e infine:

 

-  la mosca è impazzita e l’impazzimento, che non le fa capire dove si trova, l’ha portata suo malgrado in una sala d’aspetto; non possiamo escludere infatti che anche nel mondo delle mosche esistano forme di disturbo mentale a noi sconosciute.

 

È quasi superfluo sottolinearlo, ma tutto questo mostra in modo evidente – ci riflettevo nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Firenze in attesa del Frecciarossa per Roma – quanto siano profonde le somiglianze che ci accomunano a quei piccoli (e noiosi) insetti che sono le mosche. Ma qui non voglio aprire una riflessione filosofica sulla natura umana o sul problematico rapporto uomo-animale che ci porterebbe lontano.

 

3. la gallina

 

In una famosa canzone, Cochi e Renato affermano sprezzanti che la gallina non è un animale intelligente e questo, sostengono, lo si capisce da come la gallina guarda la gente. Giudizio ingiusto e superficiale, anche perché la gallina appare a più riprese nella storia della letteratura mondiale come musa ispiratrice di innumerevoli testi poetici, narrativi, drammaturgici.

Vediamo qualche esempio, un po’ alla rinfusa.

Dopo che la tempesta è passata, e aver udito gli augelli che fanno festa, cosa sente il poeta di Recanati? Sente la gallina che, tornata sulla via, ripete il suo verso. E cosa scorge Eugenio Montale sulla rena bagnata di cui parla in Dopopioggia, poesia contenuta nel Quaderno di quattro anni (1977)? Degli ideogrammi a zampa di gallina. E come definì Antonio Gramsci la scrittrice di feuilleton Carolina Invernizio? «Onesta gallina della letteratura popolare». Una gallina del Mugello compare e fa la sua bella figura anche in un saggio triestino di James Joyce, L’ombra di Parnell (1912), dove assurge a simbolo dell’inerzia del governo irlandese: «Col votare il progetto d’autonomia parlamentare in seconda lettura, la Camera dei Comuni ha risolto la questione irlandese, questione che, come la gallina mugellese, ha cent’anni e mostra un mese» (James Joyce, L’ombra di Parnell, in Poesie e prose, a cura di Franca Ruggeri, I Meridiani Mondadori 1992, pp. 558-563, la citazione è a p. 558).

 

Una grassa, rotonda, matura, fiorente gallina, chiamata dalla sua padrona «Signora», «Papessa», «Badessa», «Regina», «Principessa», «Pompona», «Pompona bella», è la protagonista di una novella, intitolata Pompona (1938), di Aldo Palazzeschi, in cui è narrato il rapporto conflittuale tra una vecchia massaia, una «ciuffèca lurida e storta», e la sua gallina, colpevole la prima di aver castrato Zarù, un giovane gallo amante della sfortunata Pompona.

 

E come non ricordare la gallina, a metà spennata, descritta da Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che si palesa con i suoi chè chè chè, priva di un occhio e uno spago legato alla zampa destra, che, gorgheggiando in falsetto, si piazza davanti le scarpe di un allibito brigadiere e, scoperchiando il suo roseo boccone del prete, plof! gli molla con la più grande disinvoltura del mondo un bel caccheronzolo guarnito in vetta da uno scaracchietto di calce. Che immagine superba! Basterebbe questo brano di Gadda per reclamare presso le autorità competenti la costruzione di un monumento alla Gallina.

 

Una gallina del guardiano di un grande stabilimento, le cui uova sono contese da due operai, viene ingiustamente sospettata di nascondere pericolosi messaggi sindacali fra le piume, finirà per questo uccisa con il classico allungamento del collo. È la protagonista di La gallina di reparto, un racconto di Italo Calvino (I racconti, Einaudi 1958, pp. 203-210). Di un progetto, apparentemente folle, di far volare le galline, narra Paola Mastrocola in La gallina volante (Guanda 2005). In La gallina di Fabrizio Ottaviani (Marsilio 2011), l’indesiderata e inquietante presenza di una gallina, allegoria della condizione umana, mette in crisi la presunta normalità di una stimata famiglia dell’alta borghesia di una non ben precisata cittadina europea. Relu Covalciuc, uomo semplice e di buon cuore, è il protagonista de Il paradiso delle galline. Falso romanzo di voci e misteri (Manni 2010) di Dan Lungu, uno dei più apprezzati scrittori romeni contemporanei. Covalciuc prova tanto affetto per le sue galline da essere profondamente preoccupato quando le trova tristi, abbacchiate, inappetenti. Ossessionato dalla presenza delle pennute domestiche, Covalciuc arriva a sognare galline giganti, galline sovietiche «più grandi di quelle americane», galline che gli invadono la testa e lo rimproverano.

 

Nella strana isola di Stranalandia, descritta da Stefano Benni nell’omonimo libro (Feltrinelli 1984), è impossibile usare l’espressione «stupido come una gallina», perché qui le galline sono molto intelligenti e dotte. Le galline stranalandesi sono particolarmente portate alla filosofia e alla letteratura. In filosofia, asseriscono che l’uovo è il principio fondamentale dell’Universo e che il bianco e il rosso, il liquido e il denso, sono gli elementi fondamentali della materia. Alla domanda: ma è nato prima l’uovo o la gallina? rispondono: noi vi abbiamo forse mai chiesto se Adamo e Eva erano bambini o adulti? In campo letterario la loro scrittrice preferita si chiama Galina Galinovic, una gallina poetessa autrice di odi sublimi.

 

L’eccentrica personalità delle galline stranalandesi fa venire in mente Le galline pensierose di Luigi Malerba, da poco ristampate con l’aggiunta di qualche pensierino inedito (Quodlibet 2014). Anche nel testo malerbiano vi sono galline con il bernoccolo della filosofia: «“Per diventare filosofa”, diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, “non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente”. Lei si metteva in un angolo del pollaio e pensava a niente, ma con molto impegno. Così, e non in altri modi, diceva di essere diventata una gallina filosofa».

 

«Una gallina filosofa guardava un sasso e diceva: “Chi mi dice che questo è un sasso?”. Poi guardava un albero e diceva: “Chi mi dice che questo è un albero?”. “Te lo dico io”, rispondeva una gallina qualsiasi. La gallina filosofa la guardava con compatimento e domandava: “Chi sei tu che pretendi di dare una risposta alle mie domande?”. La gallina qualsiasi la guardava preoccupata e rispondeva: “Io sono una gallina”. E l’altra: “Chi mi dice che tu sei una gallina?”. Dopo un po’ la gallina filosofa si trovò molto sola».

 

Le galline malerbiane spaziano su tutto: astronomia, geometria, Bibbia, mitologia, letteratura, zoologia, arte, fiabe, ecc. Sono storielle, come dice Calvino, che stanno tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen. Per Malerba osservare le galline – prosegue Calvino – significa esplorare l’animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei. Insomma il pollaio in cui vivono le galline malerbiane assomiglia molto a quello, altrettanto velleitario e assurdo, in cui vivono gli umani.

 

Fra le varie tipologie di galline prese in considerazione da Malerba non poteva mancare la gallina fuori di testa: «Una gallina pazza credeva di essere un chicco di grano e quando vedeva un’altra gallina scappava per paura che la mangiassero. Finalmente la gallina pazza guarì e disse: “Io non sono un chicco di grano, sono una gallina”. Ma quando incontrò un’altra gallina nel prato si mise a scappare. “Perché scappi?” le domandarono. “Io so di essere una gallina”, rispose, “ma lei crede che sia ancora un chicco di grano”».

 

Quest’ultimo esempio mi offre l’opportunità di ricordare una teoria bislacca elaborata verso la fine dell’Ottocento da Francesco Becherucci, un “mattoide” fiorentino cultore di scienze fisiche e naturali, oltre che fisiologo, che pone al centro delle sue speculazioni scientifiche proprio la gallina. In una Memoria (1887), indirizzata a Michele Coppino, ministro dell’Istruzione pubblica nel governo di Agostino Depretis, Becherucci rivela alle Accademie di scienze d’Europa di aver scoperto un efficace ricostituente che consiste nel sorbire le uova delle galline prima che queste le facciano, ovvero quando ancora si trovano dentro il corpo delle galline. Il procedimento è semplice, argomenta Becherucci: si prende la gallina e si avvolge in una salvietta, in modo che non si possa muovere; quindi con una cannula vuota e di piccolo diametro, lunga venti o trenta centimetri, di argento, avorio o altra sostanza, con una forma piramidale, ma non tagliente, all’estremità e dall’altra un bocchino, così che, introdotta la cannula dalla parte piramidale fino a rompere il guscio, sarà facile all’individuo aspirare dal lato del bocchino, a sorso a sorso, l’uovo che si trova nel seno della gallina e protrarre l’operazione succhiando lentamente l’uovo per cinque e più minuti. Egualmente si potrà ripetere la stessa operazione su una seconda e più galline per nutrirsi di più uova. Il guscio dell’uovo che rimane dentro la gallina verrà poi espulso naturalmente dalla gallina stessa lasciata in libertà. Con vera soddisfazione, dice Becherucci, posso confermare che l’assorbimento delle uova direttamente dal seno delle galline è un piacere delizioso, vantaggiosissimo, avendolo lui stesso gustato di persona, a lungo. Mediante questo metodo speciale, conclude Becherucci, si trasfonde nell’uomo il fluido vitale che esala dall’uovo della gallina.

 

4. il cane parlante

 

Una delle frasi più diffuse fra gli amanti dei cani è: «Gli manca solo la parola». Molti dimenticano, tuttavia, che i cani la parola se la sono già presa, e da tempo, in letteratura. Parlo di racconti, non sui cani, ma in cui il cane parla in prima persona, è l’io narrante.

Due scrittori per tutti.

Nel racconto Indagine di un cane (1922) Franz Kafka fa parlare un vecchio cane senza nome, che non vive in armonia con il proprio popolo. Il desiderio di ricerca da parte del cane, che si pone una serie di domande (in primo luogo: di cosa si nutre il genere canino?, da dove prende la terra il nutrimento per i cani?), è destinato a fallire in quanto l’animale è incapace di riconoscere l’esistenza dei suoi padroni uomini; alla fine il vecchio cane accetta di continuare a lasciarsi guidare dall’istinto il quale conduce a una libertà limitata.

 

In altri racconti Kafka ha fatto parlare animali in prima persona, soprattutto figure intermedie tra il mondo animale e quello umano, bestie fantastiche e indecifrabili generate da processi di ibridazione e metamorfosi: ad esempio in Una relazione per un’accademia (1919) il narratore che parla a un folto uditorio durante una conferenza scientifica descrive la sua vita precedente in qualità di scimmia; in La tana (1923) chi parla è una creatura che possiede entrambe le caratteristiche umane e animali, un misto tra un roditore e un architetto.

 

Anche Dino Buzzati, in più di un racconto, fa parlare un cane in prima persona. Gli animali su cui ha scritto Buzzati sono numerosi: antilope, usignolo, corvi, farfalle, canguri, insetti, lupi, topi, comprese creature fantastiche come il Baubau, il Colombre, il Drago, il Serpente di mare, ecc.; il suo Bestiario, curato da Lorenzo Viganò, uscito negli Oscar Mondadori nel 2015, riempie ben due volumi.

 

Nel breve racconto buzzatiano, Un enigma per il cane, c’è un cane che narra di vedere di frequente, quando viene condotto a spasso, davanti a un palazzo con statue, una specie di autocarro di colore nero, pieno di fronzoli, circondato da una quantità di gente triste che, non appena dal portone escono quattro uomini che portano sulle spalle una lunga cassa, scoppia a piangere. Il cane si domanda: «Che cosa ci sarà dentro?». La solennità della manovra – pensa il cane – lascia supporre che la cassa contenga qualcosa di straordinariamente buono, cibi rari e pregiati, comunque roba da mangiare.

 

5. il gatto

 

Osvaldo Soriano sostiene – a dircelo è Ilide Carmignani, sua traduttrice – che uno scrittore senza gatti è come un cieco senza bastone. Non solo. Si consideri il fatto straordinario che è un gatto nero con lo sguardo deciso a suggerire a Soriano il finale del suo primo romanzo Triste, solitario y final (1973), e un altro gatto, Peteco, a risolvere tutti i problemi affrontati in La resa del leone (1986), romanzo sulla guerra delle Malvine. «Ci sono gatti in tutti i miei romanzi», rivela Soriano, «io sono uno di loro, pigro e distaccato» (Ilide Carmignani, Uno scrittore senza gatti è come un cieco senza bastone, «TuttoLibri – La Stampa», 2133, 16 marzo 2019, p. VIII).

 

Lo trovate strano? E perché mai. Arthur Conan Doyle, che ha creato il celebre investigatore privato Sherlock Holmes, gli ha messo accanto Toby, un cane dal pelo lungo, con le orecchie pendenti, bianco e marrone, che il detective definisce migliore persino della polizia londinese. In più di un’occasione, Toby aiuta Holmes a risolvere alcuni dei suoi casi, fiutando indizi.

 

A questo punto, visti i precedenti, ci sarebbe da chiedersi seriamente che ruolo abbiano giocato i pastori maremmani, cani particolarmente lunatici e possessivi, di Juan Rodolfo Wilcock nelle storie bizzarre e sorprendenti inventate dallo scrittore argentino naturalizzato italiano.

 

6. animali fantastici

 

Per qualche verso tutti gli animali sono fantastici – afferma Ermanno Cavazzoni nel prologo alla sua Guida agli animali fantastici (Guanda 2011) – poiché tutti gli animali sono impenetrabili e non si capisce bene cosa vogliono dirci, se hanno delle ideologie, una metafisica, se considerano l’uomo un fesso, una divinità o un demonio. Certo alcuni animali sono più fantastici e favolosi di altri, aggiunge Cavazzoni, perché sono inesistenti secondo le nostre moderne classificazioni scientifiche.

 

In epoca moderna, fra gli autori che hanno descritto animali fantastici, c’è Henri Michaux che nelle Note di zoologia, contenute in Mes propriétés (1929), parla della Cartìvila dalla testa a forma di pera, dell’Emeuro col pus nelle orecchie, della Cortiplana dall’andatura da eunuco, degli Iperdruzzi dalla coda nera, delle Burracce con tre file di tasche ventrali, dei Pèffili dal becco a coltello, delle Dàraghe dalle piume damascate, dei Purpiassini dall’ano verde e fremente, dei Babluiti con le loro tasche d’acqua, ecc.

 

Uno dei manuali più famosi di zoologia fantastica è Il libro degli esseri immaginari (1957) di Jorge Luis Borges, scritto insieme a Margarita Guerrero, dove troviamo creature fantastiche come il centauro con testa e busti umani e corpo di cavallo; l’anfisbena, un serpente con due teste, e il ruc, un’amplificazione dell’aquila o dell’avvoltoio.

 

Dal 1971 al 1973 Sebastiano Vassalli pubblica sulla rivista «Pianeta» una serie di articoli sul tema della “esobiologia” (il prefisso “eso-”, derivante dal greco, sta per “esterno”, dunque extraterrestre) destinati a formare un vero e proprio Manuale di esobiologia. Nella compilazione del manuale Vassalli segue un criterio esclusivamente filologico, senza chiose, riferimenti mitologici o connessioni letterarie. Nel manuale c’è un capitolo dedicato agli “animali extraterrestri”, tratti da racconti fantascientifici per lo più usciti nelle collane «Urania» e «Galaxy», divisi in unicellulari, microorganismi e microbi, complessi simbiotici, silicei, gassosi e liquidi, vermi, molluschi, miriapodi, insetti, rettili, anfibi, neo-paleosauri, pesci, uccelli, domestici, medianici, mostruosi, ecc. Sono citati numerosi animali extraterrestri fra cui, tanto per fare degli esempi, i Torpidi di Aldebaran, giganteschi virus imprigionati dentro le montagne di bauxite, e la Bestia dei sogni, un animale tentacolato, predatore, carnivoro, sprofondato nella sabbia dei deserti di Marte, che può materializzare i sogni e dare un volto ai desideri, anche repressi, di qualsiasi animale o uomo che capiti nelle sue vicinanze (Sebastiano Vassalli, Animali extraterrestri, in De l’infinito, universo e mondi, a cura di Martina Vodola, prefazione di Roberto Cicala, Hacca, Matelica (MC), 2018, pp. 223-256; il titolo è ripreso da Vassalli da un’opera del filosofo Giordano Bruno).

 

Fra i tanti animali favolosi di cui meriterebbe parlare mi soffermo sull’“ircocervo”, mostro mitologico per metà caprone (irco) e per metà cervo (ibridi di questo genere esistono fin dall’antichità, si pensi alla Sfinge, e sono presenti in certi quadri di Bosch o dei surrealisti); la parola “ircocervo”, in senso figurato, ha assunto con il tempo il significato di cosa assurda, chimerica. Perché proprio l’ircocervo? Lo dico senza pudore. Perché è il nome di un gioco divertente inventato da Umberto Eco. Il gioco consiste nel fondere insieme il nome di due personaggi famosi in modo che al nuovo personaggio si assegni un’opera che ricordi alcune caratteristiche dei due personaggi originari. L’operazione non è nuova, spiega lo stesso Eco: una tecnica simile la ritroviamo nel pun, o calembour, o mot-valise, diffusamente usata da Joyce in Finnegans Wake.

 

Ecco alcuni esempi di ircocervi linguistici (ne esistono anche di visivi, ad esempio di Massimo Bucchi) inventati da Eco:

 

Achille Bonito Olivolà  Saclart

Arthur Rambo               Uno stallone all’inferno

Danton Alighieri           Guelfi e Giacobini

Edgar Allan Fo              Racconti del mistero buffo

Guglielmo Marcuse        La radio a una sola rete

Ilona Stalin                    Il culo della personalità

Jean-Luc Gondrand        Sino all’ultimo trasporto

Jerry Lewis Carrol         Alice nel paese dei picchiatelli

Marcel Prost                 Alla ricerca del tempo migliore

Primo Zevi                    Se questo è un duomo

 

7. l’uomo in conclusione

 

Qualche volta può accadere di trovare recensito nei libri di animali immaginari anche l’Uomo. Un capitolo dedicato a «L’uomo» c’è ad esempio nella già citata Guida agli animali fantastici di Cavazzoni, che si apre con la definizione di uomo data da Platone: «quell’essere senza piume a due gambe», messa in burla dai cinici che portarono a Platone un pollo spennato costringendo il filosofo ateniese a correggersi.

 

Un bestiario del xxi secolo, opera di Caspar Henderson, documentarista della bbc e collaboratore del «Financial Times» e «New Scientist», riprende nel titolo quello di Borges: Il libro degli esseri a malapena immaginabili (traduzione di Massimo Bocchiola, disegni di Roberto Abbiati, Adelphi 2018). Un titolo suggestivo, borgesiano appunto, che ha la sua peculiarità nell’espressione “a malapena” (barely), perché Henderson racconta sì di animali strani, dalle forme bizzarre, poco conosciuti, a volte mostruosi, ma i suoi sono tutti animali esistenti, reali, animali che non avrebbero sfigurato in quelle che nei secoli xvi e xvii si chiamavano Wunderkammern, «camere delle meraviglie».

 

Il libro non vuol essere un compendio di storia naturale. Il ricercatore inglese si è concentrato principalmente sugli aspetti più belli e interessanti, almeno ai suoi occhi, degli animali recensiti, sulle loro qualità, sui problemi che sollevano. Per ammissione dello stesso Henderson, la struttura del libro ricorda quella dell’«Emporio celeste di conoscimenti benevoli», un’enciclopedia cinese immaginata da Borges in L’idioma analitico di John Wilkins, in cui gli animali si dividono in categorie insolite ovvero appartenenti all’Imperatore, imbalsamati, ammaestrati, lattonzoli, sirene, favolosi, cani randagi, che si agitano come pazzi, che hanno appena rotto il vaso, che da lontano sembrano mosche, eccetera.

 

Alcuni animali descritti da Henderson hanno nomi strambi, curiosi: Axolotl, o assolotto, che ha gli occhi a capocchia di spillo e il corpo da lucertola provvisto di braccine, che lo fanno sembrare una creatura aliena; Mystaceus, un ragno saltatore con due coppie di occhi frontali, più piccolo dell’unghia di un mignolo, in grado di fare balzi prodigiosi; Iridogorgia, una sorta di ventaglio di mare che vive oltre i mille metri di profondità, la cui struttura elicoidale, formata da rami piumati, ricorda a Henderson da un lato lo Scolabottiglie, celebre ready-made di Marcel Duchamp, e dall’altro il modello del dna.

 

Anche Henderson dedica un capitolo del suo libro a quella creatura del tutto speciale che è l’«Essere umano», definito, da autori diversi, un animale politico, religioso, che fabbrica strumenti, che cucina, ingannatore, musicale, incline all’umorismo, che ha un linguaggio strutturato in regole ben definite.

 

Finita la stesura del suo bestiario, per cui sono stati necessari circa quattro anni, Henderson scrive di aver imparato una cosa importante a proposito del nostro rapporto con gli animali, e cioè che siamo del tutto umani solo quando agiamo avendo a cuore la vita diversa dalla nostra.

 

L’uomo – si asserisce da più parti – è un animale intelligente. Una conferma di questa impegnativa affermazione si ha nel racconto di Tommaso Landolfi Nuove rivelazioni della psiche umana. L’uomo di Mannheim, uscito ne La spada (1942). Il racconto landolfiano è un’esplicita parodia – uno “scherzo” in “perifrasi”, l’ha definito Sanguineti – di un saggio, edito da Formíggini nel 1914, Nuove rivelazioni della psiche animale (da esperimenti dell’autore) di William Mackenzie (1877-1970), biologo, filosofo e parapsicologo inglese, nato e vissuto per lo più in Italia, docente di filosofia biologica all’Università di Genova dal 1939 al 1945.

 

Nel suo saggio Mackenzie, al fine di avvalorare la tesi dell’intelligenza animale, esamina il caso dei “cavalli calcolatori e pensanti di Elberfeld” di proprietà del negoziante di bigiotterie Karl Krall (1863-1929), divenuti famosi perché eseguivano calcoli complicati tipo l’estrazione fino alla radice quinta di numeri a più cifre, e quello di Rolf, un terrier scozzese di tre anni passato alla storia col nome di “cane ragionante” poiché la bestiola, addestrata dalla sua padrona, la signora Paula Moekel di Mannheim, era in grado di contare e rispondere a domande complesse, comunicando grazie a un sistema tiptostenografico in cui ogni lettera era espressa da piccoli colpi.

 

A proposito dell’intelligenza di Rolf, Mackenzie riporta il dialogo avuto con la bestiola durante la seduta svoltasi il 19 settembre 1912 alle ore 9,30. Mackenzie chiede al cane: «Lavori tu volentieri?». Rolf risponde decisamente: «No!». «Ma allora, se non lavori volentieri, perché lavori?» chiede ancora Mackenzie. «Debbo!» è la risposta di Rolf. «Se devi, vuol dire che non lavorando succede qualche cosa che vuoi evitare. Che cosa succede dunque se non lavori?» insiste Mackenzie. E Rolf risponde: «Botte!». A questo punto la famiglia Moekel che assiste alla seduta protesta vivacemente affermando che Rolf non è mai stato picchiato. Ma Rolf, commenta il biologo inglese, sembra molto soddisfatto della sua risposta e scodinzola allegramente. È evidente, scrive Mackenzie al termine della seduta, l’intenzione umoristica che ha dettato quella risposta. Trovo meravigliosa l’idea di attribuire al “cane ragionante” Rolf uno spiccato senso dell’umorismo.

 

Capovolgendo i ruoli rispetto al saggio di Mackenzie, nel racconto landolfiano, il protagonista, l’arzebeigiano on. Onisammot Iflodnal (il nome all’incontrario dello scrittore), compie una serie di esperimenti su Tommy, l’“Uomo di Mannheim”, per dimostrare che, al pari dei cani, anche l’uomo sente, pensa e comunica le proprie idee, e dunque si può ragionevolmente sostenere che sia intelligente.

1 thought on “Animali non addomesticabili

  1. ” Martedì 26 luglio 2006 – Poi mi capita in mano una rivista che conosco ma non troppo. È «Steve», diretta da Carlo Alberto Sitta (numero 24 del settembre 2002). Dentro c’è una curiosa Vita di Giulia Niccolai, sono foto e didascalie della medesima. Sfogliandola apprendo che la povera Giulia nel maggio dell’’85 ha avuto un ictus che le ha impedito di parlare per lungo tempo. Cercando altre notizie su di lei apprendo che, in questi ultimi anni, ha viaggiato in Tibet ed è diventata « monaca buddista ». Comunque è una persona che sono abbastanza contento di avere conosciuto. (Poi scopro anche che Paolo Albani ha fatto un sito dedicato a se stesso… Ecco un’altra persona che sono sicuro di avere conosciuto) “.

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