[È recentemente uscito Omonimia di Jacopo Ramonda, nella collana “Lyra giovani”, a cura di Franco Buffoni per Interlinea. A seguire una selezione di prose brevi]

 

#735

 

Mi chiamo Andrea, sto osservando l’auto che mi precede. È dello stesso modello e colore della mia. Avanza lentamente. Sorpassandola, non posso fare a meno di voltare il capo e guardare per un istante il conducente: un uomo di mezza età, in netto sovrappeso, che mi lancia un’occhiata inespressiva. Mi fa pensare a una sorta di premonizione, dalla quale difficilmente riuscirò a sfuggire, se fra vent’anni mi troverò ancora a percorrere la stessa tratta provinciale, diretto a casa dopo il lavoro.

 

#178

Mi chiamo Andrea. Ormai mi sono resa conto che, per lungo tempo, guarderemo all’amore con sospetto, concedendocene di tanto in tanto una parodia.

 

#639

 

Mi chiamo Andrea, sto aspettando il mio volo leggendo un libro. A un tratto alla voce narrante se ne sovrappone una diversa, dal timbro metallico, enfatizzato sulle frequenze medie dagli altoparlanti per mezzo dei quali si diffonde nell’aeroporto. Chiama ripetutamente un passeggero in ritardo all’imbarco, citando il numero del gate successivo al mio. Una voce senza identità si rivolge a un nome senza volto. Si tratta della sua ultima chiamata, ma lui non si presenta.

 

#167

 

Mi chiamo Andrea, e so nuotare solo fin dove si tocca.

 

#494

 

Mi chiamo Andrea, lavoro da anni a contatto con il pubblico e ho sempre avuto un vasto numero di conoscenti. A dispetto dell’irripetibilità di ogni individuo – una visione dell’essere umano non priva di fondamento, ma certamente mitizzata – ciò che più mi colpisce nei vari generi di persone con cui parlo e interagisco, a prescindere dal grado di confidenza, è l’alta percentuale di casi di quella che definirei omonimia mentale: non mi riferisco soltanto ai principi quasi universalmente condivisi, al punto da darli per scontati, come capisaldi, fondamenta implicite del linguaggio, sulle quali erigere qualunque conversazione. Ho l’impressione che – a dispetto del culto della personalità, della libera espressione del singolo individuo, anche e soprattutto nella dimensione quotidiana della sua esistenza, documentata costantemente su Facebook e sui vari social network – la simmetria del pensiero comune si stia irrigidendo, tollerando malvolentieri le eccezioni, rendendoci sempre più inflessibili e conformisti.

 

#183

 

Mi chiamo Andrea. Se faccio una ricerca al computer inserendo il tuo nome, il mio pc lo rintraccia in centoventinove file e cartelle. A volte non resisto alla tentazione di cercarti su Google; in tal caso – è ovvio – i risultati sono decisamente superiori, anche se solo una minima percentuale di essi riguarda effettivamente te, e non tuoi omonimi. Sei dappertutto. Il tuo nome è ovunque. Mi imbatto continuamente in esso, rileggendo i miei appunti cartacei o lavorando al computer. Inoltre sono sovrastato dalla quantità di oggetti che mi riportano inevitabilmente a te, sui quali il tuo nome è impresso a caratteri cubitali, che non posso fingere di non vedere.

 

#1428

 

Mi chiamo Andrea. Cinquant’anni fa, al liceo, ero il primo della classe.

 

#1244

 

Mi chiamo Andrea. Inscatolando le mie cose per il trasloco, ho ritrovato una polaroid che ci siamo scattati un paio di anni fa: ritrae due corpi nudi, di sesso ed età differenti, distesi sul letto uno a fianco dell’altro. Il taglio dell’inquadratura all’altezza delle ginocchia e del collo ci decapita, raffigurando efficacemente il nostro rapporto di allora: amanti senza volto, quasi due sconosciuti, incapaci di reggersi sulle proprie gambe, interessati unicamente a cibarsi l’uno dell’altra.

 

#781

 

Mi chiamo Andrea. Recentemente ho saputo che sono andati a vivere nella casa in cui abitavamo noi.

 

#736

 

Mi chiamo Andrea. Quest’uomo – che mi è venuto incontro per salutarmi, pur ammettendo di non ricordare il mio nome, ma ripetendo con petulante insistenza che siamo coetanei e, molti anni fa, abbiamo frequentato la stessa scuola in due sezioni diverse – deve avermi scambiato per qualcun altro.

5 thoughts on “Prose brevi

  1. ” 12 agosto 1992 – « Andrea!… Andrea! ». Innumerevoli « Andrea » vengono chiamati sulla spiaggia. A chi chiama il figlio « Andrea » poi piace chiamarlo? “.

  2. Mi stupisco sempre di più: forse la poesia è piuttosto sconosciuta per me nonostante tanta dedizione. Ho la ferma convinzione che questi testi vogliano significare qualcosa oltre il testo ma che a livello di testo non ci sia nulla.

  3. Anche a me piacciono. Quelle più lapidarie (#1428, #781) fanno pensare all’Antologia di Spoon River. E le altre sono come degli aforismi privati, delle massime individuali – corretto direi.

  4. “THIRD PLEBEIAN Your name, sir, truly?
    CINNA Truly, my name is Cinna.
    SECOND PLEBEIAN Tear him to pieces ; he’s a conspirator!
    CINNA I am Cinna the poet, I am Cinna the poet!
    FOURTH PLEBEIAN Tear him for his bad verses, tear him for his bad verses!”

    William Shakespeare, The Tragedy of Julius Caesar. Act Three, Scene Three

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