di Niccolò Scaffai

 

[È appena uscito un numero doppio (58-59) di «Semicerchio. Rivista di poesia comparata», dedicato alla Ecopoetry. Poesia del degrado ambientale, a cura di Niccolò Scaffai. L’indice si può leggere qui. Pubblichiamo la premessa del curatore.

Domani (venerdì 17) alle 18.30, presso la EnoLibreria Chourmo di Parma, Niccolò Scaffai, Laura Pugno e Italo Testa discuteranno del rapporto tra poesia e ecologia nella loro produzione poetica o saggistica].

 

La poesia è portatile, esposta alle intemperie, può essere imparata a memoria, può essere incisa su un sasso, nascosta in un bosco. È accaduto. Ha bisogno di mezzi minimi, neanche della scrittura a rigore, è capace di sopravvivere ovunque, come gli scorpioni, con la stessa implacabile natura che alla fine riemergerà. (Laura Pugno, In territorio selvaggio).

 

Nel brano in epigrafe, tratto da un suo libro recente[1], Laura Pugno parla della poesia come di un essere vivente; tenace al pari degli scorpioni, è dotata di una sua ‘natura’ e di un habitat ideale: il bosco, il «territorio selvaggio» che vale anche come emblema e metafora di una scrittura libera dalle regole e dalle imposizioni cui spesso devono sottostare altri generi letterari, primo fra tutti il romanzo. La resistenza della poesia non è in sé un’idea nuova: «non c’è morte possibile per la poesia», diceva già Montale nel discorso per il Nobel. Originale e notevole è però nelle frasi di Pugno l’adozione di una figura ecologica per definire la poesia: forma che diventa ‘specie’, vitale anche se esposta ai rischi del degrado di un ecosistema letterario.

 

L’esempio di Pugno, peraltro, conferma l’importanza e soprattutto la capacità di adattamento dell’immaginario ecologico, cui sempre più spesso si ricorre per definire fenomeni e relazioni che riguardano vari campi del sapere e dell’esperienza. Possiamo dire perciò che nel mondo contemporaneo l’ecologia è una ‘struttura di senso’, cioè un insieme di idee, conoscenze, valori, rappresentazioni che non riguardano solo la cultura in senso stretto, ma la vita in comune nei suoi vari aspetti: dalle scelte politiche, alle strategie di mercato, dai provvedimenti sociali all’elaborazione dell’immaginario. L’importanza e la pervasività delle questioni ambientali contribuiscono a fare dell’ecologia il contesto di una grande narrazione collettiva.

 

In quest’ambito, il ruolo della letteratura è cruciale; nei secoli, infatti, la configurazione dell’idea di ambiente e la struttura della relazione tra umano e naturale si sono formate attraverso la letteratura, che ha saputo ricevere e trasmettere contenuti religiosi, filosofici e scientifici. Nella modernità il tema acquista una specifica fisionomia, destinata a precisarsi ulteriormente in età contemporanea, per l’urgenza delle stesse questioni ambientali. Ai giorni nostri, letteratura ed ecologia trovano così elementi di reciproca implicazione. Da un lato, infatti, il discorso ecologico ha adottato forme di rappresentazione tipicamente letterarie; dall’altro lato, la letteratura ha trovato nell’ecologia sia argomenti direttamente legati alle questioni ambientali del nostro tempo (il tema dei rifiuti, per esempio); sia elementi per rinnovare temi classici come quello della fine del mondo.[2] Lo studio della letteratura in chiave ecologica ha preso piede, soprattutto negli Stati Uniti, a partire dagli anni Novanta; è in quel decennio, infatti, che si è affermato il cosiddetto Ecocriticism, oggetto negli ultimi anni di ripensamenti profondi[3] che ne hanno messo in luce alcuni limiti. Tre in particolare: 1) la scarsa attenzione al nesso tra i temi e la struttura delle opere, con i procedimenti formali che la caratterizzano; 2) la debolezza della prospettiva storica, spesso sostituita da un’idea acronica dell’ambiente come natura incontaminata e selvaggia (wilderness); 3) la subordinazione del discorso critico e letterario alla portata etico-civile dei problemi ecologici.

 

Nel dossier sull’ecopoetry che pubblichiamo in questo numero di «Semicerchio» si riflette appunto sulla relazione tra letteratura ed ecologia privilegiando tali elementi, vale a dire:

 

1) il nesso tra il tema e la struttura, ovvero tra l’ecologia e una testualità letteraria che trova la sua forma più esplicita e più elaborata proprio nella poesia;

 

2) la prospettiva storica, che si svolge qui lungo un arco temporale molto ampio, dal medioevo latino (cui ci introduce il saggio di Francesco Stella sul «paesaggio degradato come scenario metapoetico» nel poeta e teologo Valafrido Strabone) fino alla contemporaneità più recente. Tale estensione non suggerisce l’idea che il tema possa essere trattato indistintamente, cioè senza cogliere le grandi differenze storico-culturali che corrono tra un’epoca e un’altra, tra una letteratura e un’altra. L’intento non è infatti quello di interpretare il passato alla luce, talvolta ingannevole, del presente; al contrario, si vuole mostrare come l’attuale discorso ecologico e la letteratura che vi s’ispira si basino anche su prospettive e modelli che hanno un’origine più antica;

 

3) le possibilità della critica letteraria, e della letteratura stessa, di fronte alla questione ecologica.

 

La struttura della poesia le permette di esercitare un effetto di straniamento[4] rispetto al codice della lingua di comunicazione e allo standard della prosa. I valori sonori del verso e la possibilità di accostare in modo inatteso le immagini fanno dell’ecopoetry una forma espressiva ideale per rappresentare l’ambiente e riflettere sulle urgenze ecologiche. Linguaggi e assetti della poesia possono così far reagire i temi ecologici con le forme della tradizione, rivelando per esempio come il degrado dell’ambiente non sia uno tra i tanti oggetti dell’attualità, una tra le tante note che producono il rumore della contemporaneità. Quel degrado, invece, una volta che entra a far parte del discorso poetico, una volta che ne impiega o ne forza i codici, rimette in discussione i presupposti dell’intera cultura che li ha prodotti. Li sottopone a un processo straniante, che incide sulla nostra percezione del mondo proprio perché questa si basa spesso su paradigmi e stereotipi, su ‘effetti di natura’ ereditati dalla tradizione letteraria, specialmente da quella poetica. Basti pensare all’antico motivo del giardino, che continua a essere adottato come metafora per ‘leggere’ il paesaggio italiano. Ma è precisamente nella poesia, quella del secondo Novecento in questo caso, che si trovano alcune delle più importanti demistificazioni e forme critiche di rappresentazione di quel topos, pur così importante come elemento di una vera o presunta ‘identità’ italiana.

 

Gli articoli riuniti nel dossier, dedicati tra gli altri a Pasolini (ne parla qui Alberto Volpi nel saggio sui poeti italiani negli anni del boom, che tratta anche di autori come Giudici, Pierro, Roversi, Risi), a Caproni e a Zanzotto (al centro rispettivamente dei contributi di Francesca Valdinoci e Luigi Tassoni), mostrano come i temi del paesaggio e dell’ambiente siano stati essenziali per i poeti del Novecento, per i quali l’ecologia ha assunto la funzione di una formula o di una metafora attraverso cui esemplificare e descrivere anche dinamiche di tipo storico o antropologico-sociale. Spesso infatti gli autori che hanno assistito, e variamente reagito, al passaggio dalla società rurale a quella industriale del secondo dopoguerra interpretano quelle dinamiche come alterazioni di un ecosistema naturale, storico e culturale.

 

Se il contesto italiano offre ottimi esempi di relazione tra poesia ed ecologia, gli autori di altre lingue e letterature non sono meno rappresentativi. Dalla Francia (dove ci porta il saggio di Tommaso Meozzi su L’haiku francese e il tema della natura minacciata) al Nord America (da dove proviene Jorie Graham, l’autrice di cui scrive qui Antonella Francini) e all’Irlanda del Nord (la terra di Michael Longley, le cui eco-elegie sono oggetto del saggio di Irene De Angelis); dal Messico (il paese di Homero Aridjis, autore che unisce l’impegno ambientalista alla scrittura ecopoetica, come illustra qui il saggio di Carmelo Spadola) al Pacifico (l’area in cui l’eco-poesia rielabora il trauma del cambiamento climatico e le conseguenze degli esperimenti nucleari sull’ambiente, come spiega Paola Della Valle), mutano le forme e le idee stesse di ‘natura’ e ‘paesaggio’, determinate dalle peculiari stratificazioni culturali delle diverse regioni del mondo. Ma se la materia tematica può conoscere distinte configurazioni, costante è la prospettiva di analisi che tutti i poeti e i testi del nostro corpus richiedono: una prospettiva, cioè, rivolta verso uno studio dell’ecopoetry che non consideri il tema come un oggetto per così dire assoluto, ma come un elemento implicato con gli eventi storici, le trasformazioni sociali, le circostanze politiche e le elaborazioni dell’immaginario (non limitate quindi alla sola poesia, ma estese anche ad altre forme e generi letterari, oltre che al cinema, di cui tratta il saggio di Alberto Baracco, che delinea un’ecopoetica del cinema italiano intorno a film come Spira mirabilis e Bella e perduta).

 

È proprio per mettere in luce tali implicazioni dell’ecopoetry, sia rispetto ai contesti storico-sociali sia rispetto ad altri generi, che si è scelto qui di privilegiare uno dei possibili significati della parola ‘ecologia’, quello più legato a un’idea ibrida di natura: non di idilli, dunque, si parla in questi saggi, ma di ambienti che accolgono, e più spesso subiscono attraversamenti di soglia, come quelli tra l’umano e l’animale (evocato nel saggio di Davide Vago, che propone una lettura della poesia di Ivano Ferrari in chiave ‘zoopoetica’), tra il rurale e l’urbano, tra il naturale e l’artificiale.

 

La parola ‘ecologia’ può avere infatti tre significati principali: è innanzitutto lo studio delle relazioni tra gli esseri viventi e il loro ambiente; è poi l’insieme delle attività – come l’agricoltura e l’industria – attraverso cui l’uomo modifica il proprio habitat; infine è la tutela dell’ambiente contro il degrado. A tali accezioni corrispondono altrettante prospettive tematiche, sviluppate nella letteratura antica e moderna. La tematica ecologica, nel senso più ampio, può così riguardare la contemplazione del paesaggio e la compenetrazione dell’uomo nella natura; il rapporto tra ambiente e lavoro; la rappresentazione del rischio ambientale, in chiave realistica o attraverso l’immaginario distopico e apocalittico.

 

In questo numero di «Semicerchio» abbiamo scelto la terza declinazione del tema, per riflettere sulle rappresentazioni di una natura non trionfante ma minacciata, di ‘ecosistemi’ in cui il relitto e il detrito assumono un rilievo emblematico. Abbiamo voluto cioè guardare oltre o ‘dietro il paesaggio’, collocando il punto di osservazione nel territorio ancora poco battuto della poesia. Gli studi di ecologia letteraria, infatti, si rivolgono in prevalenza alle narrazioni; meno frequenti sono gli approfondimenti sui testi poetici che descrivono, in vario modo, un paesaggio degradato e perciò distante dalle convenzioni liriche legate al tema della natura. È tempo insomma che l’ecopoesia riceva l’attenzione che merita, da parte dei lettori e dei critici. Come mostrano gli autori di cui si parla nei saggi qui raccolti (e altri casi recenti)[5], la poesia ecologica può rappresentare l’ambiente non solo nei suoi aspetti ideali, ma anche nei suoi tratti più realistici e inquietanti. Spesso ritenuta priva della capacità di incidere sulla società, la poesia può trovare invece nell’ecologia un terreno adatto per rinnovare la sua funzione: non solo come espressione lirica di un soggetto che parla di sé, ma anche come ‘voce’ degli oggetti, come parola della Umwelt che abitiamo.

 

[1] Laura Pugno, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, Milano, Nottetempo 2018.

[2] Riprendo qui, e integro, alcune osservazioni che ho sviluppato in Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017.

[3] Tra gli studi recenti che propongono nuove modelli di relazione tra letteratura e ecologia, mi limito qui a citare Lawrence Buell, The Future of Environmental Criticism. Environmental Crisis and Literary Imagination, Malden-Oxford-Victoria, Blackwell Publishing 2005; Serenella Iovino, Serpil Oppermann (a cura di), Material Ecocriticism, Bloomington&Indianapolis, Indiana University Press 2014; Pierre Schoentjes, Ce qui a lieu. Essai d’écopoétique, Paris, Wild Project 2015.

[4] Per il concetto di straniamento, mi richiamo al celebre studio di Viktor Borisovič Šklovskij, L’arte come procedimento (1929), leggibile in Tzvetan Todorov (a cura di), I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico, trad. it. Torino, Einaudi 2003, pp. 75-94.

[5] Si veda in particolare Massimo D’Arcangelo, Anne Elvey, Helen Moore, Intatto/Intact. Ecopoesia. Ecopoetry, cura e traduzione dall’inglese di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, prefazione di Serenella Iovino, Milano, La Vita Felice 2017.

 

 

[Immagine: Three Swallows, 2016. Foto © di Didier Massard].

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