Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi
Note sui movimenti ecologisti in vista del climate strike del 24 maggio

di Emanuele Leonardi

 

[In occasione dello sciopero del clima di oggi, pubblichiamo un estratto dell’intervento che Emanuele Leonardi pronuncerà nell’ambito del convegno Ambientalismo operaio e giustizia climatica, che si terrà il prossimo 14 giugno presso l’Auditorium Fondazione Matteo Bagnaresi – Centro studi movimenti di Parma (qui il programma). In calce all’articolo la relativa locandina].

 

Questa mattina i movimenti ecologisti che hanno messo al centro della loro agenda la giustizia climatica tornano a riempire le piazze di tutto il mondo, sia per rilanciare l’urgenza di un’azione radicale sia per sedimentare un percorso di conflitto ricco di potenzialità ma che già ora ha raggiunto risultati significativi (per esempio, Inghilterra, Irlanda e Scozia hanno dichiarato l’emergenza climatica e ambientale). In effetti è proprio nello spazio angusto tra la denuncia dell’insufficienza del governo internazionale del clima – “non c’è più tempo!” – e l’ambizione di poter costituire un’alternativa realistica – “siamo ancora in tempo!” – che questi movimenti avanzano la propria scommessa specificamente politica.

 

La riflessione che segue prova a tratteggiare, in primo luogo, una genealogia dell’opzione di climate governance che ha egemonizzato la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite a partire dalla terza Conferenza delle Parti (Kyoto, 1997) e che oggi, a pochi mesi dall’ultima COP (Katowice, 2018) appare irrimediabilmente in crisi. Successivamente, proverò ad abbozzare una tassonomia dei movimenti ecologisti che oggi compongono la galassia della giustizia climatica, con particolare riferimento alla realtà europea.

 

Ascesa e del declino del carbon trading dogma

 

C’è un filo rosso che lega il Protocollo di Kyoto (siglato nel 1997, ratificato nel 2005) all’Accordo di Parigi (firmato nel 2015): è l’idea che benché il riscaldamento globale sia stato un fallimento del mercato – storicamente incapace di contabilizzare le esternalità negative (in questo caso le emissioni di anidride carbonica) – a esso si possa porre rimedio solo attraverso un’ulteriore ondata di mercatizzazione. Tale mercatizzazione può assumere la forma del “dare un prezzo alla natura” (trasformata da base materiale della riproduzione biosferica in capitale naturale) oppure quella di nuove merci da scambiare su mercati esclusivamente dedicati (si pensi ai permessi/crediti di emissione). Possiamo chiamare questa idea-chiave carbon trading dogma per sottolineare il fanatismo simil-religioso che ha portato l’élite climatica globale a concepire l’eccesso di CO2 come merce da valorizzare piuttosto che nocività da dismettere.

 

Vale la pena di soffermarsi su questo aspetto per saggiare fino in fondo l’origine neoliberale di tale stile di governo del clima: quando la crisi ecologica divenne questione eminentemente politica (tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del Novecento, sulla spinta di forti conflittualità), il principio secondo cui il capitalismo avrebbe potuto svilupparsi grazie e non malgrado le criticità ambientali era semplicemente impensabile. A riprova di ciò si può richiamare il momento originario del dibattito sul mutamento climatico (attorno alla metà degli anni Settanta, sia in URSS sia negli USA): del registro della mitigazione non c’è nemmeno l’ombra, mentre l’interesse di scienziati e uomini politici è tutto focalizzato sull’adattamento. Non è difficile comprenderne la ragione: con la Guerra Fredda in pieno svolgimento, era certo più facile immaginare la fine del mondo rispetto alla fine della contrapposizione in blocchi egemonici in competizione sul terreno del produttivismo!

 

Una significativa mutazione del quadro si ha sul finire degli anni Ottanta, quando la retorica dello sviluppo sostenibile comincia a diffondersi. La scommessa di questo concetto è che attraverso una politica oculata si possano tenere assieme tre obiettivi a prima vista contraddittori: crescita economica, salubrità del pianeta, diritto all’abbondanza per le generazioni future. Ma la rottura radicale, che tramuta il danno ecologico da fastidiosa necessità – “il prezzo da pagare per lo sviluppo”, si diceva – a ghiotta opportunità di business è la cosiddetta green economy, cioè l’internalizzazione del vincolo ambientale come inedita strategia di accumulazione. In essa, la natura cessa di operare come limite del processo di valorizzazione per divenirne piuttosto una forza motrice.

 

Il riflesso in termini di politiche ambientali fu l’abbandono dell’approccio basato su divieti e sanzioni – che ispirò i primi interventi pubblici nel corso degli anni Settanta – in favore dell’approccio preventivo finalizzato alla diretta integrazione degli obiettivi ecologici alla produzione industriale attraverso un sistema di incentivi e sgravi fiscali. In ambito climatico, tale approccio darà vita al carbon trading dogma che, come precedentemente accennato, ha rappresentato l’architrave concettuale della climate governance a livello globale – quantomeno fino all’ultima COP, la ventiquattresima. È interessante notare che, in questo contesto, il mercato funziona come luogo di veridizione – secondo la formula suggerita da Michel Foucault nei suoi corsi sulla biopolitica. Rispetto al riscaldamento globale il mercato-regime di verità produce un’equazione dogmatica – tanto indiscutibile quanto empiricamente fragile – che si può riassumere così:

 

stabilità climatica = riduzione delle emissioni di CO2 = carbon trading [mercati climatici] = crescita economica sostenibile

 

La forza di questo dogma è dimostrata non solo nell’insistenza con cui le politiche climatiche si innestano sui mercati-carbonio a dispetto dei loro effetti irrilevanti – se non dannosi – dal punto di vista ecologico, ma anche dalla sempre maggiore difficoltà incontrata dagli operatori di mercato nel giustificare le retoriche dell’economia verde o della crescita sostenibile. La struttura circolare del carbon trading dogma rende impensabile ogni alternativa: come ogni credenza religiosa, la conferma della verità delle proposizioni è già contenuta nell’assunto di fondo: dal momento che i mercati definiscono il campo delle politiche efficaci, il cambiamento climatico può essere contenuto soltanto nella misura in cui sia possibile trarre profitto da tale contenimento. “Stabilità climatica = creazione di plusvalore” si pone come verità auto-evidente.

 

Ora, ciò che fin dalla COP 21 di Parigi è divenuto sempre più evidente è che il carbon trading dogma non mantiene le sue promesse, anzi: è emerso un corto-circuito tra il (supposto) fine ecologico e gli (effettivi) mezzi economici dei mercati delle emissioni. Infatti, sebbene nessun miglioramento ambientale sia stato ottenuto grazie alla climate governance, un’enorme quantità di valore è stata creata e di norma trasferita a imprese cosiddette fossil-intensive (per esempio l’industria petrolifera) attraverso un meccanismo di rendita climatica. Fino allo scorso dicembre tale corto-circuito permetteva di misurare l’estrema forza sociale del carbon trading dogma: per quanto la sua irrilevanza fosse stata provata innumerevoli volte a livello pratico-empirico, il presupposto di un’armonica compatibilità tra stabilità climatica e crescita economica continuava a guidare l’azione tanto dei legislatori quanto degli operatori di mercato.
A Katowice, però, questa peculiare forma di incanto neoliberale si è spezzata.

 

Disillusi, disincantati e sacrificati: le tre facce della giustizia climatica in Europa

 

Il momento simbolico che certifica la crisi del modello di climate governance basato sulla green economy credo possa rintracciarsi nel rifiuto espresso nel corso della COP 24 da Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait di riconoscere i rapporti dell’IPCC come base universalmente condivisa delle negoziazioni. Affinché il mercato possa gestire il riscaldamento globale occorre non solo che esso venga riconosciuto dalla comunità, ma che ogni soggetto ne percepisca l’esistenza allo stesso modo. Questo ruolo di “collante scientifico” storicamente rivestito dall’IPCC è stato semplicemente fondamentale. E a oggi è messo fortemente in discussione, per non dire minato alla base. Sul rapporto tra scienza e politica nel contesto dei negoziati sul clima sarebbe opportuno approfondire il ragionamento; in questa sede, tuttavia, mi preme sottolineare che il gran rifiuto degli Stati legati all’energia fossile ha provocato una serie di scossoni politici sia diretti sia indiretti – alcuni dei quali assai interessanti.

 

Tra gli scossoni diretti possiamo annoverare lo strappo dei disillusi del sistema delle COP, cioè coloro che avevano creduto alla promessa della green economy e dopo vent’anni d’implementazione sono costretti a ratificarne il fallimento. Emblema di questa riconfigurazione politica è Greta Thunberg con il suo triplice messaggio di: delegittimazione delle élites; inversione del rapporto tra economia ed ecologia; incitamento all’azione diretta. Prendo tre estratti da alcuni suoi interventi (raccolti nel libro La nostra casa in fiamme) per evidenziare una radicalità di approccio che spesso è stata mediaticamente oscurata in favore dell’immagine in qualche modo rassicurante della moralista che striglia il potere per poi rientrare nella propria quotidianità:

 

i) “Per venticinque anni, innumerevoli persone hanno manifestato davanti alle conferenze delle Nazioni Unite sul clima, chiedendo ai leader delle nostre nazioni di bloccare le emissioni. A quanto pare non ha funzionato, perché le emissioni continuano ad aumentare. Quindi, io ai politici non chiederò niente” (p. 17);

 

ii) “No, l’aumento delle emissioni non è certo un caso. È una scelta consapevole e le cose andranno avanti così finché non decideremo che il nostro unico obiettivo non è più la crescita economica, ma la riduzione radicale delle emissioni: chiudere il prima possibile i rubinetti del petrolio e adattarci alla realtà che i ricercatori di tutto il mondo inevitabilmente ci indicano” (pp. 114-115);

 

iii) “È vero, abbiamo bisogno di speranza, certamente. Ma più ancora della speranza ci serve l’azione. Quando inizieremo ad agire, la speranza sarà dappertutto. Invece di affidarci alla speranza, cerchiamo l’azione. Allora, e solo allora, la speranza arriverà” (p. 9).

 

Si tratta di un messaggio dirompente. Un messaggio che in Italia e nel mondo è stato rilanciato dai Fridays for Future ed è risuonato fortissimo il 15 marzo, data del primo climate strike che ha visto scendere in piazza più di un milione e mezzo di persone in oltre 120 Paesi. Da notare la composizione generazionale: la nuova cultura ecologica emerge tra le pieghe comunicative e le reti sociali dei Millenials. Sempre tra i disillusi possiamo annoverare il movimento Extinction Rebellion, particolarmente attivo in Gran Bretagna, la cui composizione è più variegata in termini generazionali, con maggiore esperienza militante (si scorge una linea di continuità con il ciclo alter-mondialista degli anni Duemila) ma piuttosto omogenea da un punto di vista sociale, essendo in gran parte animato da appartenenti al ceto medio altamente istruito (almeno per ora). Il focus di ER è sulla disobbedienza civile: tra il 15 e il 16 Aprile scorsi oltre mille attivisti sono stati arrestati per avere bloccato la circolazione (in modo non-violento) in vari luoghi-simbolo nel centro di Londra. Di particolare impatto la nave rosa chiamata Berta Cáceres – l’ambientalista indigena honduregna assassinata nel 20161 – cui si sono letteralmente incollati alcuni militanti tra Oxford Street e Regent Street.

 

Accanto a questa fetta di movimento c’è da registrare l’ottimo stato di salute di coloro che potremmo definire i disincantati del governo climatico globale, cioè donne e uomini che non hanno mai creduto davvero alla promessa della green economy ma le cui ‘soluzioni’ al riscaldamento globale erano state oscurate dall’entusiasmo mainstream per i mercati verdi. Mi riferisco ai movimenti per la giustizia climatica, in Italia rappresentati dalle centinaia di campagne che si oppongono alle grandi opere inutili e che il 23 Marzo sono scesi in piazza mostrando numeri tutt’altro che banali (oltre 100.000 persone) ma soprattutto una determinazione e una consapevolezza degli obiettivi che lasciano ben sperare per il prossimo futuro.

 

Tra gli effetti indiretti possiamo invece includere il fenomeno complesso (e molto ‘francese’) dei gilets jaunes, che Reporterre definisce “il primo movimento sociale ecologista di massa”. Al netto della terminologia magniloquente, questa definizione ha il merito di sgombrare il campo rispetto all’ipotesi più diffusa, quella che legge i giubbetti gialli come un movimento anti-ecologista, in ragione del fatto che si sia originato per opposizione alla proposta di innalzamento del prezzo del carburante attraverso una tassa sulla benzina. Per prima cosa va infatti segnalata la demarcazione politica del campo ecologista lungo l’asse della diseguaglianza sociale: il crollo della governance internazionale di cui sopra ha dei risvolti a livello di politica interna – specialmente laddove capi di stato e figure politiche di rilievo avevano fortemente investito nella scommessa della green economy. Il caso di Macron è esemplare. Macron infatti, in seguito a una delle tante uscite negazioniste di Trump (quella del dicembre 2017), invitò gli scienziati americani a trasferirsi in Francia, nazione a suo avviso all’avanguardia nella lotta contro i cambiamenti climatici – memorabile la foto in cui dileggia The Donald reggendo un manifesto che recita: Make our planet great again. Meno di un anno dopo, a fronte dell’impossibilità di tradurre in pratica la scommessa teorica della green economy (cioè: salvaguardia ambientale come strategia di accumulazione capitalistica), Macron si è trovato nella situazione di dover scegliere a chi far pagare l’inizio di una transizione non più procrastinabile (e comunque molto nebulosa, allo stato attuale). Senza sorpresa per nessuno, ha scelto gli strati più bassi della scala sociale. I giubbetti gialli sono dunque i sacrificati della crisi del governo climatico globale, e quel che in sostanza dicono è che se si vuole fare la transizione ecologica sulla pelle di chi è già impoverito, questa transizione non interessa e verrà osteggiata. Interessa, eccome, se invece la pagano i ceti più abbienti, che sono poi quelli che stanno all’origine del problema. Insomma, mi sembra che i gilets jaunes esprimano con fermezza un punto politico fondamentale: c’è una linea di demarcazione sociale nella causalità del cambiamento climatico, tale linea si riverbera nei suoi effetti ed è bene che la si indichi con esattezza anche laddove si parla (nella lingua del conflitto) di soluzioni. Alcune soluzioni privilegiano determinati interessi, altre li mettono in discussione.

 

Se si intende beneficiare dell’energia sociale mobilitata dai giubbetti gialli bisogna immaginare una soluzione che sia fondata sulla riduzione delle diseguaglianze. Al netto di tutti i problemi – e ce ne sono tanti – credo si tratti di un’acquisizione importante, specialmente se si considera che il Marzo italiano è stato aperto l’8 dal riuscitissimo sciopero globale transfemminista e chiuso il 30 dall’oceanica manifestazione veronese contro il filo-governativo Congresso mondiale della famiglia. È dunque in atto una convergenza tra diverse istanze che finalmente assume il terreno della riproduzione sociale – della sua centralità – come fattore unificante. Si tratta di una convergenza in parte spontanea spontanea e che tuttavia sarebbe erroneo considerare scontata: occorre lavorare sia a livello teorico sia a livello pratico per consolidarla ed estenderla. In questa prospettiva il passaggio del secondo sciopero globale per il clima che va in scena quest’oggi è particolarmente importante. Si tratta, da un lato, di porre con fermezza la questione della transizione ecologica come cardine per un benessere sociale sganciato dalla crescita economica e dall’accumulazione di capitale; dall’altro lato, occorre che i movimenti che abitano la crisi della climate governance imparino a riconoscersi, a convivere e a trasporre le varie forme di lotta climatica sul piano delle pratiche quotidiane.

 

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

Altri articoli della rubrica:
1. Politica, ontologie, ecologia, 22.2.2019
2. La natura è un campo di battaglia, di Razmig Keucheyan, 14.3.2019
3. Malaterra, di Marina Forti, 26.4.2019

 

[Immagine: Proteste del gruppo ambientalista “Extinction Rebellion” a Londra. Credit TOLGA AKMEN/AFP/Getty Images].

1 thought on “Verso il secondo sciopero globale per il clima

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