di Marcus Malte

 

[È appena uscito per Fazi, nella collana Le strade, Il ragazzo di Marcus Malte, traduzione di Giacomo Cuva, Prix Fémina 2016. Pubblicato dalle piccole éditions Zulma, in Francia è stato un caso letterario. Ne presento qui un estratto. Il ragazzo, naturalmente, è un ragazzo selvaggio].

 

Persino l’invisibile e l’immateriale hanno un nome, ma lui non ce l’ha. O almeno non è iscritto da nessuna parte, su nessun registro né su un qualsivoglia atto ufficiale. Neppure fra i recessi della memoria di un prete di una qualche parrocchia. Il suo vero nome. Il suo patronimico iniziale. Non è detto che non ne abbia mai posseduto uno. Più tardi, nel corso della storia, una donna che sarà per lui sorella, amante e madre gli farà dono del proprio, al quale affiancherà in guisa di omaggio il nome del celebre musicista a lei caro più di ogni altro. Avrà anche un nome di battaglia, attribuitogli al momento opportuno dalle autorità militari, insieme alla sua regolamentare tenuta da assassino. Così l’amore e il suo opposto l’avranno battezzato, ognuno a modo suo. Ma non ne resta alcunché. Anche quei surrogati saranno destinati a scomparire con la donna e la guerra e l’insieme del mondo già antico al quale avevano partecipato. Chi lo sa?
Per quanto sia difficile da credere, la sola traccia che resta del suo passaggio è questa.

 

1908

 

Il sole ancora non è sorto e sulle prime quel che si riesce a scorgere in lontananza nella landa sono i contorni di una strana sagoma con due teste e otto arti, metà dei quali apparentemente inerti. Più densa della notte stessa, sembra muoversi in trasparenza dietro quel velo di oscurità. È un’apparizione che fa increspare le palpebre. C’è da crederci? Ci si chiede. Si dubita. A quell’ora le persone dormono, nelle città, nei paesi, altrove. Qui non c’è niente, non c’è nessuno. Se la luna spuntasse, illuminerebbe soltanto un paesaggio di macchia, grezzo, desolato. Una terra incolta. Chi va là? Cosa? Non si sa. Con accresciuta attenzione si scruta quell’insolita ombra per cercare di accostarla a qualche specie conosciuta e catalogata. Ma non esiste nulla di simile. A che ordine appartiene? Qual è la sua natura? Ci si interroga. La si segue con lo sguardo. La si vede avanzare, curva, la spina dorsale deformata da un’enorme protuberanza, l’andatura lenta e quasi meccanica nella sua regolarità. S’intuisce, si percepisce che in quell’incedere qualcosa ha a che fare con la disperazione e al tempo stesso con l’ostinazione. Fa pensare a una tartaruga gigante ritta sulle zampe posteriori. A un leggendario coleottero grande quanto un giovane orso. Sorge una vaga inquietudine. Si scacciano quei pensieri. Ma ritornano. Perché, dopo aver passato vanamente in rassegna i diversi rappresentanti della fauna comune, non si può fare a meno di sguinzagliare i mostri. Quelli veri. Leggende e miti risalgono in superficie. Si fa ricorso al bestiario delle creature primitive, arcaiche, immaginarie, fantasmagoriche. Ci si abbevera alla fonte dei nostri timori più ancestrali, delle paure più profonde. Si rabbrividisce.
E mentre la nostra anima ribolle e si tormenta, laggiù quella sagoma ingobbita continua a procedere passo dopo passo su un sentiero che nessuno ha mai tracciato.
Ci si avvicina. L’occhio si è fatto più aguzzo, ormai riesce a capire. Con un colpo secco scinde l’entità in due. Due corpi distinti. L’uno a cavalcioni dell’altro, come in quelle parodie di schermaglie che allietano le ricreazioni – se torneo c’è stato è finito, gli avversari sono tutti scomparsi, vincitori o vinti, non si sa.
Quindi sono due.
Il mistero rispetto alla natura dell’apparizione si dirada, ma curiosamente ciò non basta a sentirsi sollevati. Non si respira meglio. Tutt’altro.
Sono due, ma chi sono?
Che cosa sono?
Che cosa fanno?
Dove vanno?
Le domande non si esauriscono.

 

Quello che fa da cavalcatura ha la statura di un ragazzo di quattordici anni. Asciutto e duro. Costole, muscoli, tendini sporgenti, a fior di pelle. E sopra ampi lembi di tessuto, un assortimento di stracci simili a quelli assemblati sulla schiena di uno spaventapasseri. Procede senza scarpe, le piante dei piedi hanno la grana di una corteccia. Di una quercia. I capelli gli grondano sulle spalle e sulla fronte come un cespo di alghe. È fradicio, splende, sembra appena emerso dall’oceano primordiale. Il sudore, scorrendo, gli sala le palpebre e poi cola lungo il solco tracciato dalle lacrime. Una goccia a volte s’impiglia nel sottile germoglio di peluria che gli orla il labbro superiore. Ha gli occhi neri, più neri della notte dei tempi, in cui palpita però il ricordo della prima scintilla.
È il bambino.
Colei che grava sulle sue reni non ha nulla di un cavaliere, se non la triste figura. Una donna. Quel che resta di una donna. Le reliquie. Sotto gli stracci s’intravedono le estremità delle braccia, delle gambe, la carne che sembra fuggire dal cumulo di cenci come la paglia di una vecchia bambola. In realtà non pesa granché, ma è un peso quasi morto. Che sobbalza a ogni falcata. La testa riposa fra le scapole del ragazzo. Ha le palpebre chiuse. Il colorito è cereo, la pelle avvizzita delle mele selvatiche cadute dall’albero. Sembra avere sessant’anni. Non ne ha neppure trenta.
È la madre.
Di tanto in tanto il ragazzo si ferma. Allenta le mascelle. Inspira, espira forte dal naso, si sente l’aria stridere. Pare di percepire anche i battiti del suo cuore, ma è soltanto un’illusione. I secondi scorrono e rimane immobile, attento, insensibile, si direbbe, alle scosse che si propagano a brevi ondate, spasmodiche, lungo le sue cosce. Le ginocchia gli tremano ma non cedono. Il busto è sempre piegato sotto il peso di lei. Dal basso lancia uno sguardo alla notte. Sonda, in cerca di riferimenti che lui solo può trarre dalla penombra. In passato ha seguito quel sentiero una volta soltanto, ma gli basta. Ha la memoria dei dettagli. Lo spessore di un cespuglio, l’inclinazione di un tronco o i contorni di una roccia: ciò che il comune mortale è incapace di notare lui lo cattura e lo tiene a mente. Fino al più impercettibile dei particolari. Nelle gallerie del suo cervello ci sono nicchie in cui si ammucchiano mille foglie di tiglio che solo le nervature rendono differenti. E poi mille foglie di platano, mille foglie di quercia. Ci sono sacchetti pieni di sassi che in nulla si distinguono fra loro se non per la sottile variazione di luminosità che sotto il fuoco di mezzogiorno ciascuno rimanda. Il ragazzo tutto ciò lo possiede. In un cielo saturo di stelle potrebbe indicare il punto esatto in cui una dovesse mancare all’appello. È senza dubbio il suo unico tesoro.
La donna sulle sue spalle non si è mossa. Resta sospesa in una specie di gerla fatta di pelle di capra, di cuoio e di corda. Opera grossolana confezionata con le sue mani in previsione di quell’evento non appena ha avuto la certezza che sarebbe avvenuto. Gli arti le pendono da una parte e dall’altra, lungo i fianchi del ragazzo. Prima di ripartire, quest’ultimo tira la cinghia che gli imbriglia il petto, per alleviarne la tensione. Il cuoio si è incrostato nella carne, tracciando un solco color malva identico a una cicatrice fresca. Sarà il tempo a cancellarlo. Ora il ragazzo si orienta, ha colto gli indizi necessari, si rimette in marcia. Non senza una sorda angoscia li si guarda allontanarsi e poi dissolversi ancora una volta nel nero che li ha appena generati. Verso quale destinazione? A quale scopo? In fondo non è così importante saperlo, ma s’inizia a sperare che giungeranno alla meta.
È il bambino che sorregge la madre.

 

Mare, gli aveva detto. Mare. Diverse volte. Gli aveva stretto il braccio fissandolo dritto negli occhi, come faceva quando voleva essere certa che avesse capito. Precauzione inutile: lui capiva tutto, e subito. Ma a volte imbrogliava e ritardava il momento della conferma con un cenno del capo, perché gli piaceva sentire la mano e lo sguardo di lei su di lui. Capitava raramente.
Erano accovacciati sulla spiaggia e lei puntava il dito verso l’immensità che si spiegava davanti a loro. Quel giorno cielo e acqua erano dello stesso grigio e dunque consumavano la loro unione solo lontano, molto lontano, al limite estremo dell’orizzonte. Il ragazzo stava sul chi vive. Gli era già capitato di vedere pozze e stagni, ma mai nulla di simile. Pozze e stagni potevano essere oltrepassati. Pozze e stagni erano acque morte, lì invece si sentiva in presenza di una forza eminentemente viva, una potenza fenomenale contenuta con grande fatica sotto la superficie e che a ogni istante avrebbe potuto sprigionarsi. In quel boato sordo, incessante, percepiva una minaccia. Gli effluvi acri e pesanti gli riempivano i polmoni, gli arrivavano allo stomaco. Per tacere della schiuma biancastra che sbavava sulla sabbia.
La madre era rimasta per un bel po’ a contemplare il largo. Nei bulbi dei suoi occhi brillava una fiamma che il ragazzo non conosceva. Avrebbe voluto essere lui a farla nascere, o almeno raccoglierla nella conca della mano per proteggerla dal vento e da tutto. Quella luce nuova lo sbalordiva. Cosa vedeva laggiù che infiammava tanto la sua anima?
Il ragazzo non aveva mai sentito parlare di navi, né di viaggi, né di continenti.
Doveva essere stato un paio di mesi prima. Mare, aveva ripetuto un’ultima volta la donna, prima di rialzarsi, e quella volta si era affrettato a mostrarle la sua piena e completa comprensione, per rassicurarla, per compiacerla. Per conservare la fiamma. Non appena avevano voltato le spalle, però, la fiamma era scomparsa, come soffiata via. Il velo opaco che d’abitudine copriva lo sguardo della madre era di nuovo calato. Era colpa sua? Cosa avrebbe potuto fare di più? Nessuno era in grado di rispondere alle sue domande, perché non sapeva formularle.
Se n’erano tornati verso casa.
Quel giorno era lei a guidarlo. Apriva la strada. Era molto debole. Il male già la braccava. Quando respirava c’era un rumore di nevischio e a volte tossiva fino a vomitarsi le budella. Ma le gambe ancora la sostenevano, ancora riusciva a muoversi da sola. Lentamente. Lui, che ieri doveva trotterellare per starle dietro, era ormai costretto a rallentare il passo per non pestarle i talloni. La teneva rispettosamente nella sua traiettoria, a quattro o cinque passi di distanza. Osservandola bene si accorgeva che si era ristretta. Non era solo un’impressione. Con il passare delle settimane il corpo della madre si era rattrappito, raggomitolato, era avvizzito, era davvero diminuita di statura. Sempre per effetto del male. Di certo in lei si era aperto un buco, al centro di lei, un foro dal quale a poco a poco la vita colava via.

 

Eppure camminava. Avanzava. Nessuna incertezza sulla direzione da prendere. A quanto pareva, l’itinerario non aveva per lei alcun segreto. Davvero lo aveva percorso così spesso? Certe mattine il ragazzo si svegliava ed era solo. La madre non era nel suo giaciglio, non era nella capanna e nemmeno nell’orto. La cercava nei paraggi, nel perimetro, piuttosto ampio, che gli era familiare, il suo terreno di gioco e di caccia, il suo intero universo. Lei non c’era. Il ragazzo tornava alla capanna, si sedeva per terra sulla soglia e trascorreva le ore successive ad aspettarla. Sentinella. Vedetta. Più solitario che mai. Mare, mare: era forse lì che se n’era andata? Disertava senza avvisare. Il ragazzo non immaginava che quell’assenza potesse essere definitiva. Aspettava. La maggior parte delle volte la notte precedeva il suo ritorno. Per quanto leggeri fossero, sentiva i passi di lei ben prima di distinguere i suoi contorni avvolti da un alone lunare. Non aveva lasciato il suo posto. La madre non forniva spiegazioni. Gli passava davanti per ritornare nell’antro e al suo passaggio gli concedeva non una parola, non una carezza ma un semplice sguardo, neutro, con la sua scia a distillare quell’odore di humus e di sudore, di salnitro e di cenere, a cui in quelle sere si mischiavano, è vero, effluvi sconosciuti, odori stantii più lontani, più muschiati, che il ragazzo fiutava senza però riuscire a coglierne la provenienza.
Mare, gli aveva detto.

 

Adesso sono quattro ore che cammina. La madre sulla schiena, esegue la sua ultima volontà. Non sa quanti metri e quanti chilometri ha percorso. Ha sete. Quando si è ricordato dell’otre era troppo tardi per tornare sui suoi passi. L’aria era pesante, carica, a lungo ha creduto che sarebbe scoppiato un temporale. Durante il tragitto due esili lampi hanno screpolato il cielo, tutto lì. Le nuvole si sono sfilacciate. La pioggia non cadrà. Non è caduta per settimane. Nessuna speranza di trovare di che dissetarsi in fondo a un solco o nell’incavo di una roccia. Tutto è stato bevuto, il ragazzo è condannato ad abbeverarsi alla fonte di se stesso: a cadenza regolare si lecca il contorno delle labbra per non perdere nulla della brodaglia chiara dal sapore salato che il suo corpo produce sotto il calore e lo sforzo.
Anche la donna ha sete? Non reclama. Non ha più modo di farlo. Brucia. Il suo sangue brucia. Le bruciano le ossa, fino al midollo. Le viscere si sono rinsecchite come un pezzo di carne dopo l’affumicatura. La febbre la consuma e la mummifica. Lei non ha più neppure una parvenza di goccia da trasudare. Un sottile strato di saliva secca le cementa la bocca, le sigilla le labbra. Non rantola più. Non tossisce più. Non sputa più. Il ragazzo pensa che dorma. Ha perso conoscenza. La sola infima differenza fra la vita e la morte è quel flebile filo d’aria che filtra dalle sue narici. Il ragazzo lo percepisce sulla parte bassa della nuca. È lieve come una pioggia di fiocchi di cenere.
Ora attraversa un’area dal cui terreno crepato spuntano soda e salicornia. Disseminati qui e là ci sono spessi tappeti di obione nei quali gli affondano i piedi. Di tanto in tanto un pino isolato. Cammina per altri tre quarti d’ora prima di fermarsi, all’improvviso. Naso al vento come un cervo in agguato. Fra la gamma di odori ce n’è uno che risalta, quello di iodio. Il suo battito accelera. Si rimette in marcia.
Presto lo sente. Monta pian piano mentre si avvicina. E quando lo scopre occupa già per intero il suo campo visivo, dispiegato in tutta la sua massa, nella sua totale smisuratezza, fino ai confini del mondo conosciuto. La sua pelle ondeggia e fluttua, in alcuni punti si drizza. Di un nero d’inchiostro ma inspiegabilmente lucente sotto il cielo senza luna.
Stavolta il ragazzo non ha paura. Prova gioia e sollievo. Si blocca su una sorta di duna e riempie i polmoni, poi tende il braccio verso l’orizzonte. Per mostrare o per offrire.
Mare.

 

La donna sulle sue spalle non alza la testa. Non apre gli occhi. Rimane in silenzio. Rapito dalla propria soddisfazione il ragazzo non si è reso conto che il soffio sul suo collo si era interrotto. Qualche minuto, qualche passo prima. Il cuore della donna ha smesso di battere. Non batterà più.
Semplicemente, sua madre è morta. Lei e lui, in quel momento, non sono approdati sulla stessa riva.
Il ragazzo ancora non lo sa.
Con una mossa da cammello piega un ginocchio e si mette delicatamente a sedere. Scioglie la cinghia attorno alla vita, si passa sopra la testa quella che gli impastoiava il busto. Non appena viene slegato, il suo fardello si ribalta all’indietro, sprofondando senza opporre resistenza. Il ragazzo è sorpreso. Si volta. Resta per un attimo a quattro zampe a osservare il corpo inerte. Della donna si distingue soltanto la macchia pallida del viso. Un antico foglio di pergamena sul quale sono iscritte le pene e le miserie della sua esistenza. Per chi sa leggere. Sembra minuscola, stanotte ancor più delle notti precedenti. Fluttua nei suoi cenci. Non fosse per quelle stimmate sulla carne, la si potrebbe prendere per la figlia di suo figlio. Ha di certo già iniziato la sua conversione.
Il ragazzo allunga la mano e le tocca la spalla. Con la punta delle dita applica una timida pressione. Poi le prende la punta del mento e la scuote leggermente. La madre non si risveglia. Il ragazzo tira indietro la mano.
Rimane lì immobile a guardarla. La felicità si è dileguata. Al suo posto, nello stomaco, arriva qualcos’altro. E c’è anche una specie di brusio che gli fa vibrare i timpani e pian piano sovrasta il rumore della risacca. Sono fenomeni che non conosce. Ha visto uccelli morti. Lucertole morte. Tantissimi insetti morti. Ha torto il collo a polli e conigli, ha schiacciato rospi e vipere. Erano distesi a terra ai suoi piedi, non si muovevano e il ragazzo aveva piena coscienza del fatto che non si sarebbero tirati su. Ma questo era tutt’altro. In quelle occasioni non succedeva nulla né nelle sue orecchie né nelle profondità delle sue viscere. Tante volte ha osservato le metamorfosi di quegli animali morti. Le carcasse decomposte o rinsecchite, o il più delle volte divorate per tre quarti da un’infinità di necrofagi, da volpi, corvi, formiche, mosche, larve, tutti a prelevare un misero ma indispensabile vitto. Da ultimo, la terra stessa.
È colpa sua?
Con lo sguardo il ragazzo abbraccia lo spazio intorno a sé. Ogni spina della rosa dei venti. Poi alza gli occhi al cielo. Niente stelle. Nessun astro. Non c’è nulla. D’improvviso la sua bocca si spalanca come per raccogliere la pioggia ma è l’aria, è l’aria che cerca, che afferra con avidità rischiando l’asfissia mentre è scosso dagli spasmi, dai singulti, da lamenti secchi che risalgono dal profondo e fanno tremare le sbarre della sua gabbia toracica.
La crisi finisce presto. Quando il respiro torna regolare il ragazzo tira su con garbo il corpo inanimato. Lo mette a sedere. Con una mano fa di tutto per mantenere su la schiena e la testa, che ciondola sullo stelo del collo. Si strofina la mano sulla coscia per pulirla dalla sabbia e poi l’avvicina al viso della donna. Poggia le dita su una palpebra (la pelle sottile come carta di seta, fina e friabile come l’ala di una farfalla) e la alza con cautela. Si sporge per vedere. Non c’è chiarore. Nessuna fiamma. Non c’è niente. Il ragazzo toglie le dita e la palpebra ricade giù.
Avrebbe potuto fare qualcosa di più?

 

Esita. Indeciso. Lancia di nuovo sguardi attraverso l’oscurità, verso l’interno delle terre, nella direzione da cui è venuto, poi dall’altra parte, verso la vasta pianura liquida, mutevole, verso la riva invisibile in cui nascono le onde. Ecco le estremità del mondo. Nulla sorge dall’una o dall’altra che possa portargli aiuto o consiglio. Non che lo sperasse. A dire il vero non ne ha neppure idea.
Poco dopo prende posto accanto alla donna. Si sistema contro la schiena di lei per farle da sostegno. Riposa su di lui, il viso rivolto all’orizzonte. La promessa.
Il ragazzo ha piegato le ginocchia al petto. Le stringe con le braccia. Il sudore ha iniziato a seccarsi sulla pelle e ora ha quasi freddo. Il cuore batte a rilento. Lo sguardo è sfocato. Non bisogna dimenticare che mai nel corso della sua breve esistenza ha sentito pronunciare la parola “madre”. Né tantomeno la parola “mamma”. Mai gli è stata raccontata una filastrocca, né cantata una ninna nanna, che avrebbe potuto contenere una di quelle parole e rivelargli se non l’esatto significato, almeno l’essenza segreta di quel vocabolo.
Mai.
Il ragazzo non ha modo di sapere obiettivamente ciò che ha appena perso. Ma questo non gli impedisce di sentirne l’assenza fino all’ultimo atomo del suo essere.

 

[Immagine: Particolare della copertina del libro].

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