di Franca Mancinelli

 

[Pubblichiamo qui di seguito alcuni estratti da Taccuino croato di Franca Mancinelli, accompagnato da alcune fotografie di Mitar Simikić e Armin Graca.

Gli estratti sono pubblicati nel volume Come tradurre la neve. Tre sentieri nei Balcani, Animamundi Edizioni, Lecce, 2019 che riunisce alcuni testi di Maria Grazia Calandrone, Alessandro Anil e Franca Mancinelli, nati durante due residenze creative svolte fra gennaio e febbraio 2018 in Bosnia Erzegovina e Croazia, all’interno del progetto europeo REFEST – immagini e parole sui percorsi dei rifugiati)].

 

 

Prima era solo una valle divisa da un corso d’acqua, dove i bambini si tuffano, appendendosi ai rami degli alberi, e sulle rive gli adulti li aspettano con il barbecue. C’erano feste da una sponda all’altra, d’estate, nei piccoli paesi, e molti amori.

Poi sono affiorate le spine. Chilometri di spirali avvolte su se stesse. Si è srotolato un nastro bianco e rosso, come un segnale di pericolo. Ci siamo recintati – mi racconta un abitante di Kraj Donji. – Gli animali non lo capiscono. Per questo ogni tanto troviamo un cervo dissanguato. È come un sacrificio che si ripete. Ieri il mio cane è rimasto ferito sul confine. Sono quasi tre anni che viviamo così. C’è qualcosa di sordo in tutto questo.

 

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Se a questa dogana solitaria, che taglia in due un piccolo paese nella neve, sovrapponi un fotogramma di un’altra sequenza di tempo (autunno 2015), vedi centinaia di migranti attendere in piedi, sotto la pioggia, o dormendo a terra, appoggiati l’uno sull’altro. Come si è composta questa immagine? Com’è svanita?

 

Foto di Armin Graca

 

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Come didascalie di sequenze cancellate, le parole di un volontario incontrato ieri a Zagabria. – Sono venuto in treno con loro. Mi hanno scambiato per afghano, per la barba forse e i capelli scuri. Eravamo seduti nei corridoi, tra un vagone e l’altro, le gambe e le braccia intrecciate, come in una impalcatura umana che oscillava e tremava ai sobbalzi del viaggio. Cantavo con loro, inni nazionali e antiche canzoni che sapevano tutti. Ripetevo le sillabe, come un bambino, seguendo il suono.

Scesi dal treno, un unico grande branco si muoveva: a destra, a sinistra, salire sull’autobus. Erano le tartarughe a dirigerlo. Protette nel loro guscio, sorvegliavano ogni passaggio. Siamo arrivati a Bregana. Eravamo il doppio degli abitanti di questa manciata di case sulla frontiera. Dai biancheria pulita a una donna e vedi altre venti persone che restano senza. Qualsiasi cosa fai, si scioglie come un fiocco di neve sulle mani.

 

Foto di Armin Graca

 

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Protetti dal nostro pulmino, stiamo viaggiando da un punto all’altro della mappa, da ovest verso est, al contrario del corso del sole, del tragitto seguito dai migranti. Siamo presenze che devono restare interstiziali. Percorrere confini, delimitare spazi, sporgendosi quel poco che basta per avere una possibilità di sguardo. E subito rientrare nella sfera d’esistenza che ci è concessa. Tra queste pareti di lamiera, il mio posto è quello da cui si può guardare fuori e uscire prima. Laterale a destra del guidatore, è quello da cui si dice sia più probabile morire.

 

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Ho visto il fiore di Jasenovac, il fiore di pietra. Apre i suoi sei petali al cielo come grandi ali spalancate. Regna sulla palude, sulla piana che è stata sepolcro di sepolcri anonimi. Un piccolo tumulo di terra dolce, come una collina, per ogni settore del campo di concentramento. Da una parte il grande Sava, che non ha mai smesso di scorrere, dall’altra il fitto di cespugli e bosco che ricomincia. Uno specchio d’acqua rimanda l’immagine del fiore capovolto: le ali come radici aperte verso il fondo opaco. Questo luogo seppellisce, avvolge nel fango dell’ideologia politica e dell’odio etnico. I nomi mancano ancora. I corpi sono così difficili da contare. In quale numero è cancellato mio padre? Serbo, rom, ebreo, croato oppositore al regime Ustascia.

Il gambo di questo fiore si apre per accogliere chi viene. Puoi entrare e ascoltare il suo silenzio.

 

Foto di Armin Graca

 

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I fiumi attraversano le catene di montagne e i paesi, per raggiungere il mare. Quando i giorni si fanno più freddi e brevi, gli uccelli iniziano il loro lungo viaggio per raggiungere la luce. Appena uscite dalle uova, le piccole tartarughe abbandonano la spiaggia, dirette verso l’orizzonte d’acqua. Formando grandi nuvole colorate, le farfalle Monarca fuggono l’inverno. Così mi sono incamminato anch’io, con mio padre, mia madre e cinque dei miei nove fratelli. Mi chiamo Rashid, ho dieci anni, sono nato in un villaggio dell’Afghanistan. Il viaggio è stato così lungo che, se te lo raccontassi, dovrei fermarmi molte volte, dormire un’intera notte in un letto morbido, mangiare, riprendere fiato. Ci sono stati sentieri sottili e autostrade, un camion, tre pulmini, treni che non finivano e una barca dove stavamo stretti stretti. Ora la mia casa è un puntino invisibile che cerco sulla mappa di google. Mio padre dice che siamo quasi arrivati, che la nostra meta è la Germania o un altro paese dell’Europa dove avrà un lavoro e noi inizieremo a parlare un’altra lingua, come tornando di nuovo bambini piccoli. Però siamo nei Balcani per ora, ed è arrivato l’inverno. Pensavo che i confini fossero linee che svaniscono nel verde dei boschi, nella corrente azzurra dei fiumi. Qui invece sono taglienti come cocci di un vetro. Sono sorvegliati dalla polizia. Lo sai che il Danubio nasce nel sud della Germania e attraversa nove paesi prima di arrivare alla foce nel Mare Nero come la Foresta Nera delle sue sorgenti? Però lui è splendente come il cielo quando è limpido. L’ho visto sullo schermo del cellulare. Scorre non lontano da qui, segna quasi tutto il confine tra Serbia e Croazia. Il mio sogno sarebbe camminargli accanto, da un paese all’altro, mentre trasporta le navi merci e i traghetti, fino a vederlo lentamente farsi piccolo e tornare neonato, fino alla nostra meta. Ma abbiamo dovuto cercare un punto nascosto, per scavalcare la recinzione spinata e passare il confine. Come se stessimo entrando in un terreno privato o rubando qualcosa, siamo arrivati in Croazia. Ci sentivamo fortunati, finalmente dentro l’Europa. Chiusi nei nostri sacchi a pelo ci stavamo riposando in un parco, quando è arrivata la polizia. Mia madre era felice, pensava che ci avrebbero portati in un ufficio, dove saremmo stati registrati e accolti. Ci sono leggi firmate da tante nazioni che difendono chi non ha più casa e paese come noi. Invece siamo stati accompagnati vicino alla stazione di Tovarnik. Hanno detto: seguite i binari. Tornate da dove venite. Era già buio e freddo, eravamo stanchi. Mia madre li ha pregati di lasciarci almeno passare la notte; la mattina seguente saremmo subito ripartiti. Ma ripetevano le stesse due frasi con quell’inglese perfetto come un pezzo di ghiaccio. Railway line. Così ci siamo incamminati nella pianura gelida, verso la Serbia. Seguivamo i binari come l’unica traccia sicura che ci era rimasta. Il primo paese oltre il confine, Šid, era a pochi chilometri. Sapevo che la grande via azzurra del Danubio scendeva dolce, non lontano da noi. Ora ci stavamo dirigendo verso sud, come la sua corrente. A un tratto, un turbine d’acciaio e un fischio fortissimo.

 

Vorrei raccontarti un’altra storia. La mia mente cerca di scappare, ma poi ritorna qui.

Lo sai che il tempo può precipitare come una cascata, oppure sembrare fermo come un lago? Ci sono istanti che hanno dentro molti anni. Ci cadi dentro e tutto cambia all’improvviso. Così mi sono ritrovato più vecchio di mio padre. Tutte le mie forze si sono moltiplicate e concentrate. Ho visto l’ombra nera del treno fermo, e noi in piedi, salvi. Mia sorella più grande a terra, è soltanto caduta. Inizio a correre, con il cellulare come torcia. All’appello manca la mia sorellina.

La prendo in braccio, e mi ritrovo vestito di sangue. Cammino tenendola stretta fino al paese.

Mia sorella è sepolta sotto questa terra coperta di neve. Aveva sei anni. Non c’è neanche il suo nome sulla tomba – siamo diventati invisibili. Ma tu puoi ricordarlo. Madina.

 

Foto di Mitar Simikić

 

[Immagine: Foto di Mitar Simikić].

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