di Giorgiomaria Cornelio

 

«Il linguaggio ha eletto per sé il movimento del bruciare. […] Ci vuole ira per rifare il fuoco. Così anche nella vita di parole: concentrare, coagulare il desiderio. Quest’ira non è una scienza, ma un’arte delle parole esplose, delle nascite latenti.»[1]

 

È il 1978 quando, nella collana Piano Inclinato de La Nuovo Foglio Editrice, viene pubblicato Alla ricerca delle nascite (lingua e manía), saggio che s’apprende come un movimento verbante o come un varco sapienziale. Ed è altresì significativo che proprio un libro sgombro da ammiccamenti alla letteratura di ricerca sia ancora oggi un farmaco da scuotere contro la disciplina del linguaggio, e contro quella poesia votata alla cautela, al riparo da ogni vertigine, da ogni cigolio o slabbratura di senso: «Sognai la mia genesi / Io nella mia immagine intricata»[2]. A scriverlo è Rubina Giorgi, filosofa della figura come scienza amorosa in cui s’incontra quel raro tipo d’intelletto che non teme gli accidenti, i nodi ambigui e le zone cave, e anzi li riconosce quali materia propria della riflessione letteraria.

 

In questo saggio Giorgi mantiene i suoi fuochi di parole entro due vaste fluttuazioni: il Mirifico Böhme (1575-1624), alchimista di roteanti battesimi, mistico artigiano di Slesia «che scrive sotto dettatura dall’alto un profuso poema metafisico sulla creazione e il suo destino»[3], e Dylan Thomas (1914-1953), cantore della tenebra disserrata, e ove ogni laccio tra le lettere è mutato in monile sfavillante, o fatto salpare per la traversata della pagina, dei fogli d’acqua aperti a un passaggio «di salmi e di ombre»[4]. Questo il programma; ma ecco che l’eco ancipite diffonde per il libro altri nomi (Rimbaud, Bachelard, René Char, Novalis…) e altre vagazioni, perché quello di Giorgi è un incedere ramingo, o forse asinino, se è vero ciò che Giordano Bruno scriveva nella Cabala del cavallo pegaseo, opera molto cara anche all’autrice: «non posser esser altro che asino e non esser altro che asino»[5].

 

Come vivere secondo i poeti? Questa l’interrogazione seminata ovunque nel testo, e a cui Giorgi non risponde che per stazioni, per ipotesi sorgive, laddove responso e metodo sono combinati nella stessa maieutica.   Di nuovo: come vivere secondo i poeti? Dal momento che «ciascuna intelligenza ha casa nei suoi possibili prima che nei suoi prodotti», si debbono svegliare i possibili, e trovare parole scioglienti, parole smisurate o diluvianti, capaci di sollevare altre realtà, nuove destinazioni di significato, ma anche di fare della significazione definitiva una destinazione sempre differita (perché la ruota prosegua a girare).

 

Guardando a Dylan Thomas, Giorgi scrive del canto come quanto si erge oltre lo spigolo vulnerante del pensiero, e così di una poesia lacerata, pulviscolo (un resto che «resta sempre») dove la lingua (tongue) si rivolta contro il muro di sillabe del language: «Come potrà il mio animale / La cui magica forma rintraccio nel cranio cavernoso / (…) sopportare / D’essere seppellito sotto un muro di sillabe»[6]. Parole nate da questo schianto, comunque germinali; bagnate di nascita e di eredità ma gemellate con la morte e il disapparire: d’altronde non è forse il dimenticare a condurre alla parola? In Ecolalie, Daniel Heller-Roazen stringe insieme Freud (gli afasici «soffrono principalmente di reminiscenze[7]») e Abū Nuwās, il poeta arabo dell’ottavo secolo, che dopo aver «mandato a memoria mille brani di poesia antica» su ordine dal suo maestro Khalaf, riceve dallo stesso maestro questa risposta: «rifiuto di lasciarti comporre fino a che non li avrai dimenticati».

 

Muri di sillabe e torri di parole, e allo stesso tempo singoli frammenti estromessi, capaci in ogni punto di scuotere il senso rotatorio dell’intero poema: «ogni parola presente o emarginata in un contesto può vedersi in funzione d’astro o punto magnetico, che sposti il sistema cosmologico del testo verso cosmi e nascite differenti». Stupefatta lacerazione…

 

Ma è in Böhme che ogni spillo di polvere può davvero serbare un nuovo universo. Nella seconda parte del saggio, Un’arte dei corpi linguistici, Giorgi ne studia la concezione del mondo come complesso scritturale, ove il «carattere alfabetico delle cose» si rivela nelle minime unità (vaso, stagno o lettera) e nella qualità verbante consegnata all’umanità. Una filosofia della dismisura, di figure “dell’eccedenza”, come le chiama Michel de Certeau nel suo studio sul parlare angelico e sulla fratellanza tra il destino dell’uomo e quello dell’angelo:

 

«porre nel linguaggio l’ineffabile, nella forma le divine energie, e nel suono le infinite virtualità del Nome impronunciabile: ecco [secondo Böhme] la triplice funzione degli angeli.»[8]

 

Ciò che all’angelo è natura diventa per l’uomo l’ordalia del farsi incandescenza, corpo segnato-segnante, e così restituire evidenza ad un mondo che è un congegno del nascondimento: «essendo tutte le cose fuoco coperto». Non si potrebbe dunque limitare la segnatura alla sfera del visibile senza per questo ottenebrarne il sottile, immaginoso movimento che s’estende attraverso tutto il cosmo sensibile, poiché all’interno della lingua di natura è «riposta l’intera e compiuta conoscenza di tutte le cose», come dice ancora Böhme. Ma nell’impero mercenario delle competenze, nel commercio repentino delle informazioni e delle parole disincarnate, chi vigilerà ancora questa lingua? Chi, nell’atto del conoscere, si volgerà a penetrare il disegno inesplicabile, l’ornato della cosa conosciuta? Chi, infine, solleciterà il moto obliquo e figurale dell’apprendere, l’appetito per il nesso tra l’aria e la terra, ovvero per quella che un tempo[9] avremmo chiamato la filigrana del mondo? Ogni cosa sembra “oggi” cintata di trascuratezza, e il distillato di questa boriosa sordità è un’umanità in frantumi:

 

«[Ecco] la ragione del formarsi delle lingue principali: quando i popoli parlavano in una sola lingua, si capivano; ma quando non hanno più voluto usare la Lingua Sensuale, la retta intelligenza si è in loro estinta. […] Nessun popolo comprende più la Lingua Sensuale; e però gli uccelli dell’aria e le fiere del bosco la comprendono, ciascuno secondo la sua proprietà.»[10]

 

 

                                    

 

La teoria della segnatura («designazione delle cose od esterna figura delle cose per la quale la loro vita interna si manifesta») si scopre allora teoria di corpi rinati alla loro intelligenza sensuale, di propagazioni e amorosi legamenti tra ciò che era prima separato, e che pure non si risolve nella fondatezza del vincolo. L’eterno movimento creante è dissigillato, fatto manifesto poiché celato in evidenza, come “intima”, piena essenza cosmetica, e ugualmente come scadimento, impronta “negativa” o “indeterminata” dell’umana esistenza. Partecipiamo, cioè, all’apparire di un fenomeno che reca in sé tutta l’inestinguibile eco di una convivenza tra contrari: il symbolon.

                                                  

La sempre più febbrile attitudine a dismettere il symbolon, confondendolo con la programmatica spossatezza del moderno simbolismo o con l’innocua copertura dell’allegoria, non ci impedisce di realizzarne, attraverso le pagine di Giorgi, la realtà di fenomeno primario[11]. Symbolon: perpetuo noviziato e genitura, vino nuovo preparato per guastare l’otre delle stagioni consumate, e vento largo venuto a rovesciare le campane a morto.

 

Una schiera di infaticabili operatori ha fatto della rete (web) lo steccato del quotidiano tecnologico, negando tuttavia non solo il valore noetico della connessione simbolica (il pensare attraverso la rete), ma anche il supplemento di vita a cui ogni simbolo allude come insepolta trama di figure. Siamo rimasti orfani cioè della più elementare rivelazione evangelica: «La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini. C’è una rigenerazione e un’immagine di rigenerazione. Ed è veramente necessario che si sia rigenerati attraverso l’immagine.»[12] Verità del differimento, del continuo “rivenire al mondo”. Verità che Alla ricerca delle nascite sembra scuotere in ogni pagina: «poeta è ogni uomo che in sé riproduce il parto del mondo, che non è finito ma è tuttora in corso.»[13]

 

Al poeta spetta pertanto il porsi sul crocevia dei risvegli, là dove parola agita il basamento del linguaggio, come un movimento sussultorio, franante e levitante insieme. Dare alla poesia nient’altra vocazione che quella di una sismografia iniziatica…

 

«In principio era la vita, poi la vita si fece verbo [verbe]. Mi è capitato una volta di scrivere questa parola: v’herbe. Il filo d’erba è primo indizio, timido annuncio del prossimo sorgere della Parola divina; la sua prevedibile – naturale – conseguenza: la precaria possibilità di una scrittura precedente lo scritto. In seguito, dio tacque e l’erba seccò.»[14]

 

Chissà cosa avrebbe detto Böhme leggendo queste righe scritte da Edmond Jabès nel 1985. Avrebbe forse condiviso la stessa vertigine senza appigli, «sine mensura», che nel singolo filo d’erba osa riporre il sorgere di una scrittura interamente altra. Possibilità lasciata lievitare nel bianco del testo, tra due tinture di fuoco. Possibilità che vi sia ancora un margine, una soglia attraverso la quale far riverberare il “timido” annuncio di una lingua non anticipabile.

 

Altrove, in un libro chiamato Esercizi I e pubblicato da Feltrinelli in una collana di poesia oramai quasi irreperibile (vi si trovavano, tra gli altri, Giorgio Celli, Edoardo Sanguineti e Vittorio Reta), Giorgi annota «Se SIMBOLO è un vuoto che non va colmato», e del symbolon manifesta così la natura di vortice iniziatico, di capovolgimento dell’approdo “finale” in traiettoria verso un centro “ferito”, “bucato”: vicenda della perenne folgorazione[15]. Qui si può forse trovare un’altra eco del compito flammeo riservato al linguaggio, quella cioè formulata da Pavel Florensky ne Il Valore Magico della Parola, dove è scritto che «i simboli sono fori», e dove la parola è chiamata ad essere condensatore dell’intera vita dell’anima. Ma è proprio nel tema della nascita che i testi citati si salutano con più vivacità:

 

«Se esiste qualche cosa di magico, allora si deve considerare soprattutto il semema ‘in statu nascendi’, nella cui formazione si esprime la massima tensione e la più forte concentrazione dell’attenzione. Gli strati di deposito del seme non restano inattivi nella parola, ma ricordano piuttosto i rotiferi che senz’acqua seccano, e nuovamente si rigonfiano in presenza di umidità.»[16]

 

Come vivere secondo i poeti? Molteplici sono le porte spalancate da Rubina Giorgi, così come le derive e le sollecitazioni a cui occorrerebbe dedicare un’attenzione ben maggiore di quella qui impiegata. Ma è in questa idea di una lingua sempre sul punto d’inabissarsi e di seccare che si gioca l’urgenza del libro, a quarant’anni dalla pubblicazione.

 

Se la parola ora come ora è zoppa, sigillata nel suo abito di mercantesca contingenza, abbiamo bisogno di una lingua rinnestata nel “corpo sensuale”, ma che sia al contempo anche una lingua come pista per l’impossibile, l’inospitabile, l’arrivante aurorale[17]. Una lingua come luogo non saturato, come lo spazio (l’interlinea?) da lasciare indefinitamente in sospeso, aperto al transito e alla genitura, al passaggio di forze sregolate: «Non un linguaggio sensato, ma un linguaggio generante senso.»

 

 

[1] Tutte le citazioni, laddove non indicato altrimenti, sono tratte da Alla ricerca delle nascite (lingua e manía), Rubina Giorgi, 1978.

[2] Due versi di Dylan Thomas da I Dreamed My Genesis e I, In My Intricate Image.

[3] Creazione che «nasce da tenebre divine infuocate che si decantano in acque chiare di un Verbo d’amore e di linguaggio generante vita», come ricorda l’autrice in una lettera in risposta a questo testo. A Böhme Giorgi tornerà poi a dedicare altre pagine, come nel recente Il corpo in Dio e nell’uomo pubblicato nel 2017. È da notare inoltre come nel 1978 questo volume si presentasse come una delle rarissime trattazioni italiane su Bohme.

[4] Over Sir John’s Hill, Dylan Thomas, 1951.

[5] A questo proposito, rimandiamo a Passione dei remoti sentieri. Una lode dell’asino, Rubina Giorgi, 1994.

[6] Dylan Thomas, Come potrà il mio animale.

[7] (non hanno dimenticato il loro “non saper parlare”).

[8] Fabula Mistica, Michel De Certau, 1982.

[9] Un tempo in cui poteva darsi anche un pensiero dell’origine, sebbene l’origine ci sia in qualche modo sempre davanti, senza mai farsi presenza: la provenienza nell’avvenire e l’avvenire nella provenienza.

[10] Jacob Böhme, Mysterium magnum.                                                                     

[11] Si veda anche La riflessione simbologica, Rubina Giorgi, 1968.

[12] Vangelo di Filippo.

[13] Sempre nella lettera in risposta a questo testo, R. Giorgi aggiunge: «“Ho visto…” dice ancora Böhme. Una parte della nascita è nel vedere, il vedere giunto a veggenza nel mistico, nel poeta, partorisce nascita…»

[14] Edmond Jabès, Le Parcours, 1985.

[15] «[…] Il simbolo rotativo non ha inizio o fine, non conduce da nessuna parte, e soprattutto non ha un punto finale, neppure delle “fasi”: è sempre nel mezzo.» Gilles Deleuze, Critica e Clinica, 1993.

[16] Pavel Florensky, Il Valore Magico della Parola, 2001.

[17]Che posso farci? Il lavoro lo conosco; e la scienza è troppo lenta” è un verso da L’éclair di Rimbaud che Giorgi cita nell’ultima parte del libro, Veggenza, Vocali, Inferno, dedicata proprio a Rimbaud.

 

[Immagine: Hieronymus Bosch, Il giardino delle delizie (particolare)].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *