di Franco Palazzi

 

Della recente vicenda riguardante la nave See Watch 3 della ONG Open Arms e della sua capitana Carola Rackete si è parlato molto in queste settimane – e, a meno di non voler continuare ad alimentare polemiche sterili, ci sono oggi a disposizione elementi sufficienti per prendere una posizione chiara su tutti i principali aspetti della relativa controversia, come illustrato diffusamente da due lunghi riepiloghi di Valigia Blu[1]. Quello che vorrei tentare in questo commento è un’analisi che, dando per acquisiti i principali profili fattuali, si concentri su alcune modalità con le quali la vicenda è stata narrata e sui loro limiti – nonché sull’alta posta in gioco politica che raccontare ed esaminare una storia come quella della Sea Watch 3 implica.

 

Come scriveva Edward Said, è una frequente debolezza umana il preferire “l’autorevole schematismo di un libro alla incertezze che un più diretto rapporto con la realtà umana comporta”[2] – e questa tendenza pare inconsciamente farsi ancora più forte di fronte ad avvenimenti che sfidano il piattume della routine e illuminano, anche solo per un istante, la possibilità di un approccio radicalmente differente a questo o quel tema all’ordine del giorno.

 

Capita così che la struttura narrativa che ci viene propinata da settimane nel descrivere il confronto a distanza fra la comandante di Sea Watch ed il ministro dell’interno italiano sia una versione romanzesca di quella del duello, della tenzone. Tradizionalmente, i duelli si presentano come contesti altamente regolati, retti da norme precise – la scelta delle armi, quella del “secondo” che sostituirà uno dei due contendenti in caso di necessità, la definizione della “posta” in palio nello scontro. Il duello, in altre parole, è una situazione impensabile al di fuori di una certa giuridificazione del conflitto – del resto, ci ricorda Foucault, nell’antico diritto germanico “la liquidazione giudiziaria si portava a termine con una sorta di lotta tra i contendenti”, tra l’accusatore e l’accusato[3]. Il diritto moderno avrebbe sostituito all’ordalia fra le parti in causa prima l’indagine e poi l’esame, ma a restare costante sarebbe stato il legame tra queste procedure e la verità: verità-dimostrativa (accertata indagando i fatti ed esaminando testimoni e prove) nei nostri tribunali, verità-evento nel diritto germanico (dove chi superava la prova, chi vinceva il duello, era ritenuto retrospettivamente come colui che sosteneva il vero)[4]. La struttura del duello si presenta dunque sotto forma di una contesa largamente giuridica, nella quale sarebbe se non inevitabile quanto meno lecito attendersi che chi si trova dalla parte della verità prevalga.

 

In uno scontro innanzitutto politico quale quello cui abbiamo recentemente assistito, una tale premessa pare difficile da accettare: a meno di non voler scadere in qualche forma di fatalismo, chi ha la meglio sul piano politico non è per forza la parte le cui rivendicazioni possono meglio qualificarsi in quanto “vere”, ma quella che è più forte. Se il caso della Sea Watch ha avuto importanti aspetti giuridici e ha generato delle ripercussioni processuali lungi dall’essere esaurite, mi sembra evidente che entrambi non siano che elementi di una più ampia battaglia politica. A confermare questa impressione c’è il dato per cui le politiche di contenimento e gestione dei flussi migratori promosse negli anni dai governi italiani sono state ripetutamente giudicate illegali – si pensi ad esempio alla sentenza dalla Corte Europea dei Diritti Umani sul caso Hirsi. Soprattutto nell’eventualità della violazione di norme internazionali (come quelle sulla navigazione), gli stati nazionali possono infatti permettersi di fare spallucce e pagare eventuali risarcimenti, senza rivedere significativamente le proprie disposizioni in materia (l’attuale ministro dell’interno del resto afferma spesso di rispettare le pronunce dei tribunali internazionali, ma che continuerà ad agire indipendentemente da esse). In aggiunta, le norme che disciplinano (anche) i flussi migratori, a cominciare dal cosiddetto decreto sicurezza e dalla sua versione bis, sono spesso e volentieri in tensione più o meno stridente con il dettato costituzionale o con fonti di diritto comunque sovraordinate[5] – di fatto venendo concepite dallo stesso legislatore come destinate a restare pienamente in vigore per lassi di tempo ridotti e non di rado approvate a fini largamente propagandistici. La cattiva qualità della normativa in materia di immigrazione – con norme presto dichiarate incostituzionali, produzione convulsa di leggi affette da un’elevata presenza di antinomie e lacune, ricorso patologico ai decreti, alle circolari e alle misure di emergenza – è del resto da anni tra i principali fattori di razzismo istituzionale all’opera in Italia[6]. Le stesse pronunce ed iniziative giurisprudenziali vengono sovente adoperate in modo meramente strumentale nel dibattito pubblico su questi argomenti – in cui sono tranquillamente ignorate sentenze passate in giudicato (quale quella della Corte d’assise di Milano che parla esplicitamente di lager presenti in Libia, lo stesso paese in cui le autorità italiane avrebbero voluto rispedire i naufraghi a bordo della Sea Watch 3[7]), mentre si dedicano mesi di copertura mediatica ad indagini palesemente destituite di fondamento (il tristemente celebre “teorema” del procuratore Zuccaro sulle presunte collusioni tra ONG e trafficanti di esseri umani). A rendere la vicenda se possibile ancor più lontana dalla simmetria del duello c’è inoltre l’enorme squilibrio tra le forze messe in campo dai due contendenti, con l’intero apparato repressivo di uno stato alle spalle di uno e una coalizione di soggetti assai meni potenti a sostegno dell’altra.

 

Tuttavia, il rischio più grande insito nella retorica del duello è quello di replicare, tramite l’opposizione binaria dei duellanti, quello che Sousa Santos ha definito pensiero abissale – un sistema di distinzioni ora visibili ora invisibili, nel quale le seconde (che fondano le prime) sono tracciate tramite linee che dividono drasticamente in due la realtà sociale tra il mondo “al di qua” del solco (che è anche una frontiera di intellegibilità) e quello al di là[8]. La distinzione visibile è nel nostro caso ben chiara, trattandosi della contrapposizione tra la capitana e il ministro. A restare celata, invece, è quella fra coloro che sono ammessi sulla scena del duello e quanti ne restano forzatamente al di fuori. Come la stessa Rackete ha ribadito nell’intervista rilasciata a Repubblica il 5 luglio scorso[9], l’eroismo di cui si dovrebbe parlare non è il suo, ma quello dei e delle migranti che sono infine sbarcati a Lampedusa dopo un’odissea di sofferenze e soprusi. Decine di bambini, donne e uomini le cui dichiarazioni non sono state contese fra le testate giornalistiche e delle quali nessuna emittente televisiva ha provato a raccontare la storia – il carico della Sea Watch 3, per l’indifferenza riservata alle persone da essa soccorse, avrebbe potuto benissimo essere composto da sacchi di patate. Persone capaci di percorrere migliaia di miglia in condizioni a dir poco precarie, scappate dai propri paesi a rischio della vita e che molto probabilmente sono state torturate in Libia[10] si ritrovano così private di ogni soggettività, silenziate – ha ben evidenziato Anna Curcio[11] – dalla dicotomia tra chi prova compassione e quanti ne sono meri oggetti. L’immaginario collettivo, scavalcando le opposte intenzioni della capitana, si è concentrato per settimane sul rischio di arresto ed incarcerazione corso da lei, invece che su quello di essere rispediti nei lager libici dei naufraghi a bordo. Gli stessi migranti che non vengono ritenuti capaci di parola, la cui individualità è negata da riferimenti di ordine meramente numerico, sono stati invece usati come spauracchio e arma di ricatto politica. Il supposto duello tra il carnefice e la salvatrice (entrambi bianchi, europei, forti di ruoli che svolgono per libera scelta) finisce per obliterare l’umanità di coloro sulla cui pelle il braccio di ferro si è giocato.

 

Più elegante, ma non meno rischiosa, è la ricostruzione che ha chiamato in causa la tragedia, che ha voluto fare di Carola Rackete una novella Antigone. Da un lato, abbiamo assistito al bieco cinismo degli opinionisti (categoria di cui dovremmo pregare di essere liberati ben prima che degli eroi) che appiattivano il tragico sul patetico, sulla collisione tra purezza morale e realismo politico, (insostenibile) ingenuità altruistica e (necessaria) ragion di stato[12]. Dall’altro, alla buona fede di chi, come Giuseppe Nibali su queste pagine,[13] rintracciava nella ferma generosità della capitana e nella fredda inflessibilità del ministro lo scontro tragico tra due diversi nomoi, tra le leggi della città e quelle della famiglia – che qui non può venire che intesa come quella umana nel suo complesso. Nondimeno una tale lettura – indebitata all’interpretazione dell’Antigone formulata nella Fenomenologia dello spirito – si rivela facilmente mistificatoria. Per Hegel, infatti, l’effetto tragico risiedeva proprio nell’irresolubilità della contraddizione fra due principi entrambi degni di rispetto – il che richiederebbe, ha notato Franco Farinelli[14], di attribuire ad un Salvini qualunque lo spessore del Creonte sofocleo. Non abbiamo qui a che fare con una semplice inopportunità dell’analogia sul piano etico o estetico – la statura drammatica del re che manda a morte la promessa sposa di suo figlio pur di non venir meno al proprio editto paragonata al qualunquismo scurrile di un personaggio che ricorda più che altro il salsicciaio dei Cavalieri di Aristofane -, ma con una serie di profonde differenze di carattere anzitutto politico. L’agire del segretario della Lega, in questa come in altre occasioni, non è stato minimamente un agire di principio: non si trattava di seguire il principio (per quanto folle) della “chiusura dei porti”, ma di montare ad arte una crisi da cui ricavare consenso – prova ne sia che mentre il paese era impegnato a discutere della Sea Watch decine di migranti sbarcavano senza problemi nel porto di Lampedusa giungendovi su imbarcazioni di fortuna. Se qualcuno si è attenuto scrupolosamente alle leggi in questa vicenda (o perlomeno ad una loro interpretazione plausibile, laddove diverse norme si presentavano in contrasto fra loro) si tratta proprio di Carola Rackete. Anche nel suo caso, tuttavia, il punto non era tanto un rispetto pedissequo dell’ordinamento, ma un approccio strategico ad esso – in grado di evitare, per dirla con Lukács, tanto il romanticismo dell’illegalità (ritenere che le azioni illegali siano per definizione più radicali politicamente) quanto il cretinismo della legalità (l’obbedienza gregaria di chi sarebbe pronto a fare o non fare qualunque cosa, purché prescritta dalla legge)[15]. Sia Rackete che Salvini, dunque, hanno assunto un atteggiamento di prudente ambivalenza nei confronti del diritto – ma a tale ambivalenza la prima ha opposto un diverso e più alto principio politico, il secondo un opportunismo che può portare a dire e fare tutto e il suo contrario, purché se ne guadagni in popolarità.

 

La cornice della tragedia, come se non bastasse, replica ancora più gravemente l’invisibilizzazione dei e delle migranti – Antigone si batte per il diritto a ricevere sepoltura del fratello Polinice, che giace morto fuori dalle mura della città e pertanto è nella totale impossibilità di prendere parola. Più che alla schematismo della lettura hegeliana del dramma sofocleo, sarebbe forse qui il caso di ricorrere ad interpretazioni marcatamente non filologiche dell’opera – così l’Antigone di Judith Butler, che rifiuta di seguire un editto che definisce la perdita di Polinice come non degna di venire riconosciuta in quanto tale[16], ci rimanda alle decine di migliaia di morti lungo il profilo dei confini europei in conseguenza di politiche migratorie di cui tanto l’Unione quanto i singoli stati detengono la terribile colpa[17]. Vite infrante nel mare della nostra indifferenza, considerate non pienamente degne di lutto. Eppure, anche in questa forma spuria il medium letterario della tragedia cela qualcosa – quelle che Achille Mbembe chiama politiche di morte, nelle quali “popolazioni intere sono assoggettate a condizioni di vita che equivalgono a collocarle in uno stato di ‘morti in vita’”[18]. La fine delle esistenze al centro di tali politiche “non ha niente di tragico”, proprio perché si tratta di morti “delle quali nessuno si sente obbligato a rispondere”[19]. Creonte esprime la sua cifra tragica precisamente nel fronteggiare le sciagure che si abbattono su di lui per effetto della condanna pronunciata contro Antigone, rivelandosi così una figura a suo modo altamente politica: come già Weber sottolineava, il capo politico si distingue dal funzionario “nell’esclusiva e personale responsabilità per le sue azioni, che egli non può o deve rifiutare o allontanare da sé”[20]. Chi lascia annegare i naufraghi o fa in modo che finiscano in un campo di concentramento libico, invece, si guarda bene dal reclamare su di sé una qualche responsabilità.

 

Sono questi i due aspetti centrali – la necessità di non ammutolire il fondamentale punto di vista dei migranti e quella speculare di tener presente la dimensione necropolitica del regime confinario europeo – che credo debbano essere evidenziati nel fare i conti con le implicazioni profonde del caso Sea Watch. Alla stilizzazione della lettura tragica, che nelle interpretazioni più statiche ci restituisce dei personaggi intesi come tipi ideali al di fuori del tempo e dello spazio, sarà allora il caso di opporre un suo rovesciamento che operi precisamente lungo tali direttrici.

 

Anzitutto, il tempo. Nel celebre incipit de Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx notava come Hegel, nell’affermare che tutti i grandi eventi e personaggi della storia universale si presentano due volte, avesse dimenticato di aggiungere: dapprima come tragedia, poi in forma di farsa. La chiosa iniziale di Marx inaugurava una delle costanti del suo testo – vale a dire la riflessione su due diverse modalità in cui la ripetizione si manifesta nella storia: l’una statica, l’altra dialettica[21]. La prima, che mi interessa in questa sede, indica una ripetizione senza differenza, nella quale l’analogo verificarsi di due “tragedie” consecutive (il 1799 di Napoleone ed il 1851 di suo nipote) produce un effetto farsesco. L’intuizione di Marx è che la tragedia – intesa sì in termini letterari, ma soprattutto nella sua accezione storica – acquisti una parvenza di farsa in assenza di una qualche forma di sintesi, catarsi, o comunque evoluzione. Ciò che le politiche della morte comportano è precisamente la sospensione della temporalità di certi tipi di morte in un’assurda ripetizione: da almeno un lustro è difficile contare un mese senza decessi alla frontiera meridionale dell’Europa (per non parlare di quelli lungo il tragitto per raggiungerla), ma nulla di rilevante pare cambiato nell’ambito delle politiche migratorie. Le democrazie europee sembrano scontare una rottura dei propri rapporti con la memoria[22], nella misura in cui continuano (nella migliore delle ipotesi) a trattare come singole tragedie quelli che sono da lungo tempo gli episodi di una farsa incredibilmente mortifera. Amnesia indubbiamente provvidenziale: ricordare quanto avveniva anche solo un anno fa riporterebbe a galla, per restare al contesto italiano, gli infami accordi stretti con le milizie libiche dal precedente ministro dell’interno – esponente del medesimo partito i cui parlamentari negli ultimi mesi amano fare passerella sulle navi delle ONG (la criminalizzazione delle quali venne avviata proprio da un esecutivo guidato dal PD)[23]. Anche il razzismo, una volta destoricizzato, diviene “nient’altro che una sorta di melma indefinita capace di avvolgere tutto e tutti”: dovremo così sorbirci l’invasione della sfera pubblica da parte di entità misteriose come “il razzismo degli anti-razzisti” e altre creature fantastiche[24] – operazione tanto più funzionale in un paese ancora lontanissimo dal fare i conti con la propria eredità coloniale.

 

Il riferimento al tempo consente anche di fare un passo ulteriore rispetto alla visione necropolitica di Mbmebe, concependo le politiche della morte “come parte del dispositivo di produzione biopolitica del comando capitalistico moderno”[25]. In altre parole, la temporalità paradossalmente circolare con cui si registrano i decessi di migranti nel Mediterraneo non deve essere intesa come estranea al processo di sincronizzazione operato dal mercato mondiale[26] – un’amministrazione brutale dei confini quale quella corrente non ha tanto il fine di bloccare l’immigrazione, ma quello di disciplinarla, di articolarne la gestione. Attuando processi di inclusione differenziale[27], la frontiera pone le basi per lo sfruttamento della manodopera di quei migranti, regolari e irregolari, che riescono effettivamente a valicarla, riconducendo le tempistiche apparentemente ripetitive e pre-moderne del loro naufragio all’interno della logica di massimizzazione del profitto.

 

Infine, lo spazio. Quel Mediterraneo che venne rappresentato come mare nostrum durante la campagna coloniale del 1911 in Libia e che pare limitato nel dibattito italiano alla massa d’acqua che separa le sponde di quel paese dalle nostre è al contempo uno spazio commerciale, politico e giuridico che “si mobilita lungo frontiere invisibili a migliaia di chilometri a sud e a est delle sue coste”[28] – una configurazione multi-stratificata che lambisce il Niger, con cui l’Italia stringe accordi per bloccare con dubbie modalità i flussi migratori centrafricani sul nascere, si proietta negli scenari di guerra e repressione mediorientali dove si impiegano armi vendute dalle nostre industrie e arriva persino al municipio di Ferrara, fuori dal quale la bandiera della Lega ha coperto lo striscione che chiedeva verità e giustizia per Giulio Regeni (uno che, verrebbe da dire, ha avuto la sventura di essere ucciso dal lato sbagliato della linea abissale). Eppure, questa cartografia ampliata del Mediterraneo è ancora a senso unico, convoca l’altrove solo alla luce di un rapporto (sempre subalterno) con un “qui”. Ormai un quarto di secolo fa Paul Gilroy parlava di Atlantico Nero per sottolineare come la modernità occidentale affondi le proprie radici nel commercio triangolare degli schiavi tra Europa, Africa ed America[29] – un tipo di prospettiva recentemente esteso anche all’Asia da Lisa Lowe tramite la nozione di intimità dei quattro continenti[30]. Se Gilroy dedicava particolare attenzione all’importanza della nave negriera come “unità culturale e politica” che offre un modo differente di pensare alle origini della modernità (collocandole nei rapporti con quegli altri che ad un tempo fondano e spiazzano l’auto-consapevolezza dell’occidente[31]), Alessandra Di Maio ha coniato l’espressione Mediterraneo Nero “per enfatizzare l’importanza che l’Africa ha avuto nel garantire la sussistenza del continente europeo”[32]. Evitando equivalenze improprie tra schiavitù e migrazione, Di Maio sottolinea il rilievo della riflessione sul Black Atlantic nel pensare alle persone che attraversano oggi il Mediterraneo, “agli uomini e alle donne che si imbarcano con la speranza di poter procurarsi un impiego decente, seppur sottopagato, una volta sbarcati in Europa, magari in una fabbrica, in un campo di pomodori, o presso una famiglia come collaboratori domestici, contribuendo così a oliare gli ingranaggi del capitalismo globale”. Mediterraneo Nero, aggiunge Gabriele Proglio in un testo appena uscito, è anche un metodo, una “pratica di decentramento dallo sguardo dell’Europa” per mostrare la rilevanza del colonialismo e dei razzismi vecchi e nuovi nelle definizione della pratiche che usiamo per identificare il nero, l’africano, il non europeo.[33] Non c’è forse modo migliore di applicare questa metodologia che nell’ascolto delle voci di quante e quanti quelle acque nere le solcano a rischio della vita.

 

Le propaggini del Mediterraneo Nero non si arrestano sulla banchina del porto di Lampedusa. L’eroismo della capitana e la gioia dell’essere tratti in salvo non sono il finale della storia. Salvataggio, nel contesto italiano come in altri, diventa spesso sinonimo di cattura e detenzione[34] – ad esempio nei CPR, strutture nelle quali anche in questi giorni si continua a morire[35] e che si configurano, ci ricorda Michela Pusterla, come veri e propri campi di internamento[36]. Iniziamo con il chiederci che fine faranno i naufraghi della Sea Watch 3, dove dormiranno, in quali condizioni di sfruttamento lavorativo potrebbero ritrovarsi. L’illusione tanto dei duelli quanto di certi confronti tragici è tutto si giochi tra due personaggi, che non ci riguardi se non in quanto spettatori passivi – ma l’era dell’innocenza bianca, per usare le parole di Mellino, è finita da un pezzo anche in Italia.

 

 

[1] https://www.valigiablu.it/sea-watch-carola-rackete-salvini/ ; https://www.valigiablu.it/ordinanza-gip-sea-watch-carola-rackete/.

[2] Orientalismo, Feltrinelli, Milano 2004, p. 97.

[3] La verità e le forme giuridiche, La Città del Sole, Napoli 2007, p. 80.

[4] Cfr. Foucault, Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France (1973-1974), Feltrinelli, Milano 2010, pp. 209ss.

[5] Si vedano, a titolo d’esempio, le numerose riflessioni dedicate in proposito dall’Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione: https://www.asgi.it/?s=decreto+sicurezza+bis&submit=Cerca.

[6] Clelia Bartoli, Razzisti per legge. L’Italia che discrimina, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 19-20.

[7] Rimando a Maurizio Veglio (a cura di), L’attualità del male. La Libia dei Lager è verità processuale, Edizioni SEB 27, Torino 2018.

[8] Boaventura de Sousa Santos, Epistemologies of the South. Justice Against Epistemicide, Boulder, Paradigm 2014, pp. 118ss.

[9] Qui il video dell’intervista: https://video.repubblica.it/dossier/migranti-2019/carola-rackete-racconta-la-sfida-della-sea-watch-rifarei-tutto/338923/339521.

[10] Cfr. http://www.mediciperidirittiumani.org/wp-content/uploads/2017/12/Rapporto-per-Tribunale-Permanente-dei-Popoli.pdf.

[11] http://www.commonware.org/index.php/cartografia/893-invertire-la-rotta-dell-antirazzismo.

[12] Cfr. Frédéric Gros, Disobbedire, Einaudi, Torino 2019, p. 64.

[13] http://www.leparoleelecose.it/?p=36048#_ftn1.

[14] https://www.doppiozero.com/materiali/carola-rackete-lo-spazio-e-il-mare.

[15] Storia e coscienza di classe, Mondadori, Milano 1973, pp. 317-334.

[16] Antigone’s Claim. Kinship Between Life and Death, New York, Columbia University Press 2000, p. 24.

[17] E.g. Reese Jones, Violent Borders. Refugees and the Right to Move, Verso, London 2016, capitolo 1.

[18] Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, p. 58 (traduzione leggermente modificata).

[19] Mbembe, Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 44.

[20] La politica come professione, Milano, Mondadori 2006, p. 32.

[21] Seguo qui la lettura di John Paul Riquelme, The Eighteenth Brumaire of Karl Marx as Symbolic Action, in “History and Theory” 19(1), 1980, pp. 58-72.

[22] Cfr. Mbembe, Nanorazissmo, cit., p. 163.

[23] Si veda Stefano Catone e Andrea Maestri, L’uomo nero. La guerra ai migranti di Minniti, Roma, manifestolibri 2018, soprattutto pp. 20-74.

[24] David Theo Goldberg, Are We All Post-Racial Yet?, Cambridge, Polity 2015, p. 91.

[25] Miguel Mellino, Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Europa, Roma, DeriveApprodi 2019, pp. 138ss.

[26] Sul concetto di sincronizzazione cfr. Massimiliano Tomba, Marx’s Temporalities, Brill, Leiden-Boston 2013, pp. xiii-xiv, 144-150, 160-161.

[27] Sandro Mezzadra e Brett Neilson, Border as Method, or the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press 2013, pp. 157-166.

[28] Iain Chamber e Marta Cariello, La questione mediterranea, Firenze, Mondadori 2019, pp. 46-47.

[29] The Black Atlantic. Modernity and Double Consciousness, London, Verso 1993.

[30] The Intimacies of Four Continents, Durham, Duke University Press 2015.

[31] The Black Atlantic, cit., pp. 16-17.

[32] Il Mediterraneo Nero. Rotte dei migranti nel millennio globale, in Giulia de Spuches (a cura di), La città cosmopolita. Altre narrazioni, Palermo, Palumbo Editore, 2012, p. 152.

[33] Mediterraneo nero. Archivio, memorie, corpi, Roma, manifestolibri 2019, p. 13.

[34] Martina Tazzioli, Crimes of Solidarity. Migration and containment through rescue, in “Radical Philosophy” 2(1), 2018, pp. 5ss.

[35]https://www.fanpage.it/attualita/morto-nel-cpr-di-torino-un-detenuto-ho-denunciato-lo-stupro-ma-nessuno-e-intervenuto/

[36]https://jacobinitalia.it/i-cpr-non-sono-prigioni-sono-peggio/?fbclid=IwAR0hNDFQ3jqKxnve3DH8BZ70o1GUhKqedMVQodvX7mOtHRR9oAQxb_BdlQo

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