Tra lo storytelling delle grandi aziende e le rivendicazioni sindacali, un’analisi dello sport del momento dopo i Mondiali di Francia. Con un occhio alla situazione in Italia

 

di Vittorio Martone

 

Ore 19,56 del 7 luglio 2019. Sul campo dello Stade de Lyon le giocatrici della Nazionale Usa di calcio femminile sono stese sull’erba tra i coriandoli, o sedute in gruppetti sul palco delle celebrazioni, metabolizzando l’adrenalina della partita e dei primi festeggiamenti dopo la consegna del trofeo. La finale dell’ottava edizione della Coppa del Mondo è terminata da un’ora: con la vittoria per 2-0 contro l’Olanda le statunitensi sono campionesse del mondo per la quarta volta, la seconda consecutivamente. La premiazione si è da poco conclusa e lo stadio si va svuotando. Non c’è ancora stato il twerking di Alex Morgan negli spogliatoi, tantomeno il discorso alla Nazione di Megan Rapinoe, lesbica e di sinistra, leader della squadra sul campo di gioco e su quello sindacale. E però Nike, sponsor tecnico del team, non aspetta oltre e a un’ora esatta dal fischio finale dei Mondiali di Francia 2019, con un tweet, tira fuori dal cassetto lo spot celebrativo per il successo delle statunitensi. Un video semplice nei modi, epico nei toni.

 

 

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«This team wins. Everyone wins». In termini di epica, un messaggio piuttosto chiaro.

 

«Be better! Love more, hate less. Listen more, talk less».

Un invito a superare i propri limiti, a confondersi di più nella molteplicità. Questo è stato il fulcro del discorso di Megan Rapinoe alla parata del 10 luglio a New York per celebrare la vittoria in Francia. Un messaggio di fusione in linea con ciò che la Nazionale Usa ha mostrato di essere dentro e fuori dal campo fin dal principio di questo Mondiale: un esempio di quel che può diventare lo sport femminile in termini di progresso sociale ed eguaglianza, come una nave rompighiaccio. Con il suo spot celebrativo del trionfo Usa, Nike ha mostrato di avere colto questa traccia narrativa, in cui la vittoria della Coppa del Mondo trascende il territorio del merito sportivo per entrare (più che nella leggenda) nel campo della storia, in particolare sociale. Con la loro battaglia per la parità salariale tra calciatrici e calciatori, con l’attenzione alle tematiche lgbtqi (espressa in particolare da Rapinoe), con il loro ruolo di guida del movimento del calcio femminile a livello internazionale, le statunitensi rappresentano infatti qualcosa di più che una semplice squadra di calcio, come ha sottolineato anche “The New York Times”. Un ruolo riconosciuto alle giocatrici anche dal pubblico, quando il coro «Equal Pay» si è levato dagli spalti verso il termine della gara contro le olandesi.

 

Questo strapotere (anche ideologico) delle statunitensi ha radici che affondano nel Title IX, una sezione dell’Education Amendments Act del 1972, fortemente voluto da una donna e in base al quale veniva stabilito che: «Nessun individuo negli Stati Uniti può essere escluso, privato dei benefici o discriminato sulla base del genere sessuale all’interno di qualsiasi programma educativo o attività che riceve assistenza attraverso fondi federali». I Mondiali di calcio femminile ancora non esistevano e già negli Usa con questa legge si apriva un percorso statale teso ad abolire le discriminazioni nello sport. I college avrebbero fatto poi il resto, assieme a un’organizzazione federale finalizzata a creare le condizioni per un allenamento costante delle ragazze. Nel 2000 nacque infatti la prima lega professionistica (rapidamente fallita nel 2003). Poi una nuova esperienza sperimentale fino all’attuale organizzazione di settore: un successo basato inizialmente sul coinvolgimento di tre federazioni (Canada e Messico insieme a quella Usa) in un campionato unico, che evitasse alle giocatrici la diaspora verso le realtà di maggiore tradizione del nord Europa. Nel ’72, nelle scuole superiori statunitensi, giocavano a calcio solo 700 ragazze. Vent’anni dopo, in occasione del primo Mondiale femminile del 1991, grazie a questa legge il numero era salito a 121.722. È a questo percorso di crescita che rendeva omaggio lo spot Dream Further, con cui Nike ha inaugurato la propria promozione di questi ipermediatici Mondiali di Francia.

 

 

«Don’t change your dream. Change the world».

 

 

Il cambiamento.

«Tutto molto bello», come diceva Pizzul. Uno sport in crescita, delle protagoniste ribelli e progressiste, il cui impegno sociale permette all’azienda che le sponsorizza di proseguire in una narrazione pubblicitaria radicata nelle istanze sociali di rivolta contro leggi ingiuste, scritte o meno che siano. Un’impostazione che Nike ha adottato da tempo, che vuole lo sport e chi lo pratica al centro (individualmente ed eroicamente) di battaglie per la collettività, come quella di Colin Kaepernick per la parità dei diritti degli afroamericani, resa famosa dal suo inginocchiarsi durante l’inno statunitense. Una battaglia per cui il quarterback ha sacrificato la propria carriera. Un protagonista ideale quindi per il video celebrativo dei trent’anni dello slogan «Just do it», sul cui calco è stato prodotto pochi mesi più tardi uno spot sulla crescita della consapevolezza femminile nello sport contemporaneo, Dream Crazier.

 

«So if they want to call you crazy, fine. Show them what crazy can do».

 

The pregnant runner.

Dov’è che si schianta questa metanarrazione di empowerment e progresso sociale? Qual è il cuore rivelatore che mostra le contraddizioni di un mercato che fa proprie istanze progressiste nel suo storytelling contrapponendovi nei fatti il peggiore conservatorismo quando si tratta di riconoscimenti contrattuali di genere? La risposta è nel caso di Alysia Montaño, membro della nazionale Usa di atletica, divenuta famosa con il soprannome di “the pregnant runner” dopo avere corso all’ottavo mese di gravidanza gli 800 metri ai Campionati Usa. Atleta nel novero degli sponsorizzati da Nike, Montaño ha perso il contratto di sponsorizzazione e l’annessa assicurazione medica perché incinta, a causa di una clausola della Nike che prevede l’annullamento dell’accordo in caso di assenza dalle gare, di fatto non riconoscendo alcun diritto alla maternità per le atlete donne. Una storia che aveva tutti i presupposti per essere consegnata alla stampa. Ma che, finita in mano a “The New York Times”, ha prodotto un video capolavoro di giornalismo d’inchiesta, in cui la testimonianza dell’atleta viene affiancata alla retorica pubblicitaria dello spot Dream Crazier, mostrandone tutte le contraddizioni.

 

Nel giugno 2017 Alysia Montano corre e vince gli 800 m agli USATF Outdoor Championships, al quinto mese di gravidanza, indossando un top personalizzato con Wonderwoman

 

Il tema della parità salariale di genere e dei diritti delle donne di sport è al centro della battaglia che stanno portando avanti, dal 2014, le giocatrici della Nazionale di calcio femminile Usa. Nato per volere della portiere icona Hope Solo, il movimento Equal Play, Equal Pay contesta il fatto che le donne del soccer siano pagate un decimo rispetto ai colleghi maschi, seppur con risultati sportivi e di pubblico immensamente superiori. Una rivendicazione condivisibile, che però trascura un dato di fatto: sono le cifre astronomiche del calcio maschile mondiale a dare vantaggi anche a una Nazionale di poco conto come quella Usa, con una disparità dovuta al fatto che questi soldi e sponsor non ci sono nel femminile. Ma questa specificità statunitense non comporta che le rivendicazioni sindacali sul calcio femminile siano relegate ai soli Stati Uniti. Agli ultimi Mondiali l’attuale Pallone d’Oro femminile, la norvegese Ada Hegerberg, non ha preso parte per protesta contro la disparità salariale e contro le difficoltà organizzative che le calciatrici devono affrontare nel loro percorso sportivo. Altra protesta è partita prima del Mondiale dalla Professional Footballers Australia, il sindacato locale di calciatori e calciatrici, nei confronti della Fifa, denunciando la differenza dei premi (30.000.000 di dollari per la vincitrice della Coppa del Mondo femminile a fronte dei 400.000.000 del torneo maschile).

 

L’Italia e il professionismo.

Dopo l’ultima amichevole in casa delle Azzurre, a Ferrara, la difensore Elena Linari affermava di partire per il Mondiale con la voglia di far conoscere e apprezzare il suo sport «sano e pulito». Uno sport di prossimità, in cui le atlete vivono ancora in una dimensione terrena e umana, e in cui, come nel calcio dei primordi, sono ancora recenti le storie di chi va ad allenarsi dopo il lavoro (le stesse che nel maschile sorprendono, come nel caso dell’Islanda o delle Fær Øer, per chi le ricorda). Come trasportare uno sport radicato nel dilettantismo, che ambisce al riconoscimento di diritti paritari e che pertanto spinge a una battaglia collettiva sul riconoscimento del lavoro sportivo, è tema che riguarda anche il movimento italiano. Come farlo senza incorrere in tutte le deformazioni degli sport professionistici maschili, è la domanda chiave.

Vittoria per 2-0 contro la Cina il 25 giugno 2019 e prima volta per le Azzurre ai quarti di un Mondiale a 24 squadre

 

Gli ascolti che hanno caratterizzato l’ultimo Mondiale di Francia 2019 parlano di una grande attenzione verso questa disciplina, sicuramente aiutata dal fenomeno del grande evento (effetto Luna Rossa): un’audience globale di quasi un miliardo di persone e, in Italia, casi record come quello di Italia-Brasile del 18 giugno, con 6.525.000 persone a seguire il match sulla Rai e 778.000 su Sky. Anche altre partite in cui non era protagonista l’Italia hanno avuto ottimi ascolti, come per la finale, con 1.468.000 spettatori su Rai 2. Un’attenzione che ha determinato una crescita anche del potenziale delle sponsorizzazioni, salito su scala globale a 1,2 miliardi di dollari. «L’Italia deve organizzarsi per non perdere l’opportunità», ha commentato al riguardo Katia Serra. Ex giocatrice, allenatrice della Nazionale delle parlamentari, voce tecnica di Rai prima e di Sky oggi, ma soprattutto responsabile del calcio femminile nell’Associazione italiana calciatori (il sindacato del calcio) e da poco membro del Consiglio direttivo della Divisione Calcio Femminile, il tavolo della Figc incaricato dello sviluppo del settore, Serra è tra le persone che da anni, sia dietro le quinte che sotto i riflettori, lavora per la crescita di questo movimento sportivo in Italia. Ed è la testimone ideale per un’analisi del contesto italiano.

 

«L’attenzione c’è stata – dice – anche oltre le previsioni, in termini quantitativi. Ma se rifletto sulla natura di questa attenzione, ho l’impressione che si è troppo parlato del fenomeno socio-culturale del calcio femminile trascurando però gli aspetti di campo. Questo mi fa capire che siamo ancora allo step precedente dell’affermazione della nostra esistenza. E speriamo quindi che questo innamoramento non sia solo folgorazione, o meglio che sia una folgorazione che si tramuti in amore duraturo».

 

Le battaglie svolte insieme al sindacato dei calciatori e a larga parte del mondo associazionistico alla base del calcio dei dilettanti, in Italia, hanno una storia che in tempi recenti ha vissuto un’accelerazione. Il cui frutto è stato possibile rintracciare nel positivo exploit delle Azzurre ai Mondiali. «Con lo sciopero del 2015 che ci portò a non giocare la prima di campionato – racconta Serra – abbiamo conquistato accordi pluriennali e soprattutto la costituzione di un fondo, affinché in caso di fallimento societario le ragazze possano prendere un risarcimento. Durante il precedente Governo, grazie al lavoro fatto con il Ministero dello Sport, è arrivato il riconoscimento della maternità. Adesso la battaglia si sposta sul considerare lo sport come lavoro, il che vuol dire previdenza e tutele. Non esiste più un ministero ad hoc, che ci manca molto. Ci sono sicuramente difficoltà economiche, di sostenibilità. E l’onda mediatica porta molti a parlare di professionismo sportivo ormai prossimo. Ma la verità è che ci vorranno ancora almeno altri due anni. Noi come sindacato continuiamo intanto a muoverci, per garantire tutele che avvicinino queste ragazze al professionismo».

 

Il professionismo sportivo in Italia è in effetti il fulcro della questione. La materia è regolata da una vecchia legge, la n. 91 del 23 marzo 1981, che di fatto lascia a ciascuna società sportiva (e quindi a monte alle Federazioni di riferimento) la scelta di costituirsi in srl o spa per poter sottoporsi al regime del professionismo. Una scelta che ha dei costi notevoli, che spinge tutti a rimanere nel dilettantismo (tant’è che sono solo quattro gli sport professionistici in Italia: calcio, basket, ciclismo e golf). Generando però i corpi sportivi delle forze armate come soluzione per garantire stipendi e pensioni agli atleti. C’è in corso un tentativo di riforma complessiva dell’ordinamento sportivo, di recente passato alla Camera e che va ora al Senato. E al termine di questo iter ci vorrà un anno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per avere i decreti attuativi.

 

«È opportuno che il professionismo non arrivi solo per le calciatrici. Ma il cammino in questa direzione – sottolinea ancora Serra – è fatto di piccoli passi e di controllo. Con Aic, con la nuova stagione, abbiamo creato per le calciatrici di Serie A la possibilità di una polizza assicurativa che ha le stesse condizioni dei professionisti. La Figc ha introdotto le liberatorie come per i professionisti, per cui le squadre di A e di B con gli organici definiti al 31 luglio che vogliono iscriversi hanno l’obbligo di aver già sanato tutte le pendenze. Poi c’è l’indotto economico da sviluppare e la questione stadi: scordiamoci quelli di Francia, noi passiamo da 800 persone a 40.000. Adesso dobbiamo cercare di tenere viva l’attenzione, creando ogni mese un grande evento. Si aspetta il calendario maschile per poi costruire il calendario femminile. Ma mancano gli stadi di mezzo da 5.000 posti, gli unici adatti per la nostra Serie A femminile».

 

Mentre si discute di sport di vertice, il quadro da tenere monitorato per garantire sviluppi futuri al calcio femminile è quello delle società dilettantistiche del territorio, in cui ogni bambina muove i proverbiali “primi passi”. «La ricettività è ancora limitata nelle squadre dilettantistiche del territorio, non sempre pronte ad aprire alle ragazze. Parlano di boom di iscrizioni, ma lo capiremo a settembre che impatto c’è stato dal Mondiale. Qual è il difetto invece che noto? Che anche le società virtuose stanno facendo cose tipiche del calcio maschile: selezione, ricerca del risultato, deroghe per la selezione delle migliori, che vengono prese e spostate anche di 800 km per farle giocare dove fa comodo. La burocrazia del tesseramento e il vincolo sportivo sono poi aspetti chiave. Il Mondiale ha lasciato l’entusiasmo, ma senza questi strumenti e queste accortezze faticheremo. Dovremo lavorare senza imporre modelli maschili e senza pensare di avere quei numeri, che non avremo mai. Il paragone va eliminato, anche quello positivo. Il paragone deve trasformarsi in consapevolezza di quello che è questo sport. Cerchiamo di non spegnere l’entusiasmo ma di far emergere la realtà. Con la diplomazia delle battaglie, non solo l’irruenza».

 

È un quadro complesso e articolato, che come tutte le situazioni in crescita vede attori diversi in campo, ognuno con i propri obiettivi. Semplificando, la disputa ruota intorno al fatto che lo sport rimane sano, umano e popolare fino a quando non è soggetto alle logiche stringenti del mercato. Ma senza il suo inserimento in un quadro economico sicuro e prospero i diritti minimi vengono costantemente violati. La sfida del calcio femminile è quella di generare sviluppo economico e progresso sociale, senza perdite da nessun fronte. Se ci riuscirà, bisognerà essere pronti a raccontare questo successo a dovere. Magari non con uno spot Nike.

2 thoughts on “Le ombre rosse del calcio femminile

  1. Francamente non capisco perché lo sport femminile debba a tutti i costi generare lo stesso interesse -e quindi gli stessi soldi dello sport maschile. In molti casi è semplicemente meno bello da vedere e poco c’entrano la mancata pubblicità, il maschilismo, ecc. Basta vedere il tennis: sono decenni che le grandi tenniste sono famose quanto i i grandi tennisti ma è solo artatamente che il montepremi delle due categorie è stato pareggiato. Nei fatti, il tennis femminile continua a attirare la metà del pubblico, per il semplice fatto che non è altrettanto spettacolare. E quando le tenniste si trovano a scegliere un allenatore, cosa che fanno in tutta libertà, spesso scelgono un uomo. Che questa sia cosa di grande rilevanza, o che che il minor interesse del pubblico significhi disprezzo per lo sport femminile, mi sembra più che discutibile. Inutile dire che nessuna delle atlete osannate dai vari spot mercantili oserebbe rinunciare a un contratto con marche che, puta caso, sfruttassero bambini per la fabbricazione di scarpe e magliette. Questo tipo di progressismo è un teatrino dove il capitale punta i riflettori sull’area del palco che più gli fa comodo illuminare. Raramente vi si trovano lotte economiche di ampio respiro e urgente dolore umano.

  2. Caro Filou, rispondo da autore dell’articolo con una semplice dichiarazione: nessuno obbliga o vuole obbligare le persone a vedere gli sport femminili, quali essi siano. E nemmeno si crede qui che il disinteresse sia automaticamente disprezzo. Alle volte il disinteresse è solo quello, disinteresse, o mancanza di conoscenza di una cosa, della quale quindi non ci si cura. E va bene. Se uno trova bello il calcio maschile e solo quello, personalmente, non ne faccio un dramma (anche se mi dispiace un po’ per il curling). E nemmeno ritengo che per legge tutti gli atleti e le atlete debbano essere pagati allo stesso modo: è chiaro come il sole che questo dipende dal movimento in cui un o un’atleta si inserisce, dall’indotto che tale movimento è riuscito nel tempo a generare. In questo pezzo, semmai, si evidenziano alcune cose:
    1) C’è un mercato, che sì, illumina dove vuole. Ogni tanto è interessante scoprirne le contraddizioni interne (vedi Nike, che sostiene lo sport femminile salvo poi penalizzare le sue stesse atlete incinte).
    2) In alcuni luoghi lo sport femminile ha più successo di quello maschile, ma paga lo scotto del suo essere inserito in un indotto meno florido economicamente.
    3) Lo sport è materia di politiche pubbliche. La sua crescita non si può abbandonare alla sola gestione del mercato o di istituzioni private, salvo poi accettare come dato di fatto le diseguaglianze. E questo vale anche per uno sport maschile come la pallavolo.
    4) In Italia esiste un sistema di leggi che ha di fatto delegato la gestione dello sport, obbligando una marea di sportivi che pure portano medaglie al Paese – medaglie per cui in molti saltiamo dal divano – a vivere precariamente, o a entrare nelle forze armate (altra grande contraddizione).
    5) E’ legittimo che delle persone scontente della propria situazione facciano delle battaglie sindacali per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Può non piacere ma è legittimo. Anche qualora questo porti a contratti e sponsorizzazioni (è di oggi il lancio della campagna Sprite con il volto di Sara Gama).

    In conclusione, la cosa interessante del calcio femminile e della sua crescente visibilità, per me, sta nel suo raccontare come anche il mondo dello sport, sul piano del lavoro, sia pieno di contraddizioni e di ingiustizie. In questa battaglia, che in ogni luogo ha modi, toni e finalità diverse, il merito loro sta nell’aver mostrato criticità che, se risolte, faranno il bene di molti e molte, non solo delle calciatrici. Poi ognuno resta libero di amare solo Cristiano Ronaldo (o solo il curling).

    PS: secondo me un giorno qualcuno (maschio) che sceglierà Serena Williams come allenatrice credo ci sarà.

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