di Vittorio Martone

 

[Un anno fa Bafode, ventiduenne della Guinea, era tra le vittime dell’incidente in Puglia in cui morirono dodici braccianti agricoli immigrati. Oggi la sua squadra di calcio popolare lo ricorda, con un percorso di battaglie per i diritti dei lavoratori.]

 

«Non andare a Foggia a lavorare, ci sono brutte condizioni!».

«Quando riesci, mandaci soldi, per favore».

«Devo guadagnare. Non ce la faccio più a vivere così. Niente lavoro, niente futuro».

Senza fonti dirette, provo a immaginare le voci nella testa di un ragazzo di 22 anni, quando in primavera gli si prospetta l’ennesima estate di sospensione e lui deve decidere cosa fare della propria vita, come imprimere una svolta a un percorso di smarrimento che gli pesa davanti. Sono come sirene che risuonano vaghe, come le voci immaginate da Boltanski per i passeggeri del DC 9 di Ustica (per chi conosce quell’opera travolgente ospitata a Bologna nei vecchi depositi dei tram della Bolognina).

Sono le voci che risuonavano nella testa di Bafoudi Cammara, da tutti conosciuto come Bafode, nell’aprile 2018. Lui era un immigrato, in cerca di stanzialità, che tentava con ostinazione di lasciarsi alle spalle la condizione transitoria di migrante. Era arrivato in Italia ventenne, nel 2016, dalla Guinea, uno dei paesi più segnati dalla tratta degli schiavi, che dopo il colonialismo è rimasto soggetto a dittatura fino al 2008. «Era rimasto orfano di entrambi i genitori da ragazzino. Non aveva fatto le scuole, sapeva un po’ leggere. Era arrivato nel 2016, partito con un amico, con il viaggio classico, le varie tappe dal Mali, poi il deserto, il Niger per arrivare in Libia, per poi imbarcarsi. È arrivato quasi subito a Rimini. Aveva una sorellina che non sapeva più dov’era. Gli era stata riconosciuta una protezione umanitaria nel 2017, poi questa cosa l’ha portato a uscire dal progetto di accoglienza ed è entrato nella Casa Don Gallo, in quanto in mezzo a una strada. Dopo la richiesta nel progetto Sprar ha passato sei mesi, frequentando la scuola, dei corsi, e l’ultimo progetto è finito a febbraio 2018. Frequentandoci ogni settimana conoscevamo la sua situazione. E ci chiese di rientrare a febbraio a Casa Don Gallo, per partire poi a metà aprile per la Puglia».

 

A raccontare e ricostruire i passaggi, non sempre lineari, della storia di Bafode è Federico Colomo, un educatore, pisano di origine, che da circa dieci anni ha raggiunto la sua compagna a Rimini, dove lavora nell’ambito della disabilità e allena la squadra di calcio della Polisportiva AutSide. «È un progetto attivo dal 2012 – racconta Colomo – con un impegno chiaro sull’antirazzismo. Partecipiamo ai campionati Uisp e promuoviamo tornei. È un modo per conoscere ragazzi, richiedenti asilo, migranti, precari e coinvolgerli in un’esperienza condivisa di sport sociale e popolare. In questi sei anni abbiamo avuto 100 tesserati».

 

Bafode giocava come difensore in questa squadra, e dopo una sola stagione ne era diventato capitano. «Era un calciatore vero, centrale fisso, una sicurezza», dice di lui l’allenatore. «Lui era molto atletico, il mago degli anticipi secchi. Molto corretto, non ha mai fatto falli. Giocava un calcio genuino, senza fronzoli. Una cosa riconosciuta anche dai compagni. Rappresentava lo spirito dello sport come lo intendiamo noi. Aveva addirittura trovato la possibilità di giocare in promozione, ma aveva preferito giocare nella nostra squadra. Un ragazzo molto serio, con difficoltà nell’imparare la lingua, perché non aveva studiato in Guinea. Uscito dal luogo dell’accoglienza, in privato mi disse di questo problema. Ne parlai con gli altri e decidemmo di farlo entrare a Casa Don Gallo».

 

Quella cui accenna Colomo è una struttura di accoglienza per senzatetto autogestita, la Casa Don Andrea Gallo, nata nel dicembre 2015 come spazio per la gestione dell’emergenza freddo. «Un modello, alternativo a quello classico di Caritas, riconosciuto oggi anche dal Comune. Uno spazio – spiega questo militante riminese – in cui ospitiamo attualmente circa 40 persone, che arrivano tramite uno sportello per il diritto ad abitare, tramite passaparola o tramite nostra segnalazione». Entrambi sono progetti di Casa Madiba Network, un progetto di recupero di spazi in disuso nella città di Rimini, con annessi orto sociale, ciclo-officina, scuola di formazione e movimento politico.

 

È questo alveo che Bafode decide di lasciare nell’aprile 2018, è da questo collettivo di voci che gli viene sconsigliato vivamente di andare a lavorare in Puglia per la raccolta dei pomodori. Poi l’incidente. Il 6 agosto 2018 sono più o meno le tre del pomeriggio. Lungo la statale 16 all’altezza del paese di Lesina, nel foggiano, un furgone con targa bulgara si scontra con un tir. Delle 14 persone a bordo, tutti immigrati regolari, impiegati come braccianti agricoli stagionali nelle campagne pugliesi, dodici muoiono mentre due rimangono gravemente feriti. A bordo ci sono quattro giovani che vengono da Rimini: uno è Alagie Saho (34 anni, del Gambia), che sopravvive allo scontro (e che oggi rischia di perdere il permesso di soggiorno); gli altri, che non ce la faranno, sono Ebere Ujunwa (21 anni, della Nigeria), Romanus Mbeke (28 anni, della Nigeria) e Bafode (al centro con i suoi compagni nella foto che apre questo articolo).

 

La tragedia rientra nelle conseguenze ovvie di una situazione di sfruttamento che caratterizza il lavoro agricolo stagionale nel sud Italia. Lavoratori stipati in bidonville di lamiera, plastica e vecchie roulotte come quella di Rignano Garganico (sgomberata e sequestrata dalla magistratura nel maggio 2017 e ricostruita nella primavera del 2018 poco lontano), turni di lavoro estenuanti con misere paghe (elargite alle volte ogni due mesi), servizi come il trasporto dalle abitazioni ai campi che vanno pagati ai caporali. «Si calcola che in Puglia lavorino circa 180.000 braccianti stagionali, di cui 40.000 stranieri. Secondo le stime dei sindacati, altri 50.000 sono irregolari, pagati in nero e senza alcun tipo di tutela», scriveva “il Post” un anno fa raccontando la strage.

 

Dopo questo tempo le comunità riminesi della Polisportiva AutSide e della Casa Don Andrea Gallo non hanno dimenticato la tragedia di Lesina. Dopo il “Memorial Bafode Camara” del 22 giugno, il 6 agosto 2019 alle ore 20, sulla scia di quanto fatto un anno fa, nel centro di Rimini si è tenuta una manifestazione in ricordo di Bafode, Ebere e Romanus, denominata “Dalle radici alle stelle. Marcia per i diritti contro lo sfruttamento”. «Abbiamo pensato alla data del 6 agosto non solo in ricordo di Bafode e degli altri ma come segno di una battaglia più ampia, fatta in un percorso di partecipazione con tante associazioni e realtà sindacali come Cigl e Cobas», racconta Federico Colomo. «Vogliamo costruire un percorso territoriale sullo sfruttamento lavorativo, per collegare quello che accade sia nelle campagne che nell’industria turistica. Gli obiettivi sono tre: strutturare una piattaforma condivisa sul rispetto dei contratti collettivi; iniziare un lavoro d’inchiesta tra i lavoratori della Riviera romagnola, sia in campagna che nel turismo; avviare una formazione indirizzata in particolare a richiedenti asilo e lavoratori stranieri, per spiegare quali sono i diritti e le garanzie dei contratti collettivi. Con il contributo sia dell’Ispettorato del Lavoro che dei sindacati».

 

Una reazione costruttiva, come quella della Regione Puglia, che tramite il suo presidente Michele Emiliano ha annunciato, a un anno dalla strage, il lancio di una linea di bus dedicata al trasporto dei lavoratori agricoli, unitamente alla costruzione di foresterie che sostituiscano i ghetti. Questo nel mentre, a pochi chilometri di distanza ma in territorio lucano, il 7 agosto 2019 moriva una donna nigeriana nel rogo di un altro ghetto di lavoratori stagionali delle campagne, quello dell’ex zona industriale della Felandina, a Metaponto di Bernalda, vicino Matera.

 

Indietro di un anno, il 7 agosto, in un commosso messaggio di addio la Casa Don Andrea Gallo salutava Bafode con un brano di Bob Dylan, Forever Young: una canzone dedicata a un giovane, che era il più piccolo ospite della casa di accoglienza e della squadra dell’AutSide, ma anche un leader sul campo. Una canzone, una dedica, che in maniera beffarda risulta quasi una condanna per chi è andato di fronte alla morte semplicemente per la necessaria e condivisibile voglia di crescere. Una voglia irrefrenabile, che dovrebbe contagiare sempre più un Paese che ha disperato bisogno di invecchiare bene, imparando a rinunciare alle nostalgie giovanilistiche.

 

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