di Sabrina Ragucci

 

[Dal 1° al 25 agosto LPLC2 va in vacanza. In questi giorni ripubblicheremo alcuni articoli usciti da febbraio a oggi, con qualche sorpresa occasionale. Il post di oggi è uscito il 19 aprile 2019. Buone vacanze!].

 

Il profeta era colui che, tramite un sogno, e ancora di più, una visione, interpretava la parola di Dio, parlava dalla località-Dio, entrava dentro di essa attraverso un’immagine, e quell’immagine condensava non soltanto una singola parola, ma un discorso, una sequenza. La località-Dio poteva ricostruirsi in una mappatura di visioni differenti, compreso il mysterium iniquitatis che anticipava la distruzione. Forse non a caso, in Civilization, un libro collettivo curato da William A. Ewing e Holly Roussel, troviamo centoquarantré fotografi pronti a consegnarci un nuovo album fotografico del mondo, o come recita il sottotitolo, Immagini per il XXI secolo.

 

 

© Irene Kung, IAC, Frank Gehry, New York/2010

 

Questi artisti hanno lavorato per anni dentro spazi chiusi o aperti, luoghi pubblici o privati. Uno dei temi più ricorrenti è quello ben sintetizzato dalle parole dello storico Wilhem Mommsen (1892-1966): “Oggi è dovere dell’intera umanità assicurarsi che la civiltà non distrugga la cultura, né la tecnologia l’essere umano”. Cosa può raccontare un libro per immagini sulle condizioni animali e vegetali del nostro presente e quali spiragli aprire sul futuro, se compito dell’artista è dire la verità, pur non avendo egli alcun dovere nei confronti della società? Secondo Iris Murdoch, Dickens era uno scrittore notevole anche “grazie a profonde e terribili visioni di grande forza immaginativa che non avevano niente a che fare con le riforme sociali.” Il susseguirsi degli eventi presenti nel volume fungono spesso da immagini anticipatrici, parafrasando Jean-Jacques Wunenburger, e ci trasmettono un contenuto fenomenico nel costante registro del “come se”.

 

© Irene Kung, Torre Velasca, Milan/2010

 

È così, sfogliando Civilization, deduciamo che è successo davvero, sebbene non sappiamo definire cosa sia successo: siamo tanti e soli, l’umanità è un paradosso, è la stessa epoca che viviamo a volerci paradossali. La popolazione mondiale, nell’aprile 2018, ha raggiunto 7,6 miliardi di persone; talvolta siamo la folla compatta di Cyril Porchet, talvolta abitiamo la casa destinata ai poveri in futuro, descritta da Benny Lam: un cubicolo di 5 metri quadrati, spazio multifunzionale per la famiglia Leung. Nel 2100, l’Onu stima che il pianeta sarà abitato da 11,2 miliardi di persone, senza contare i prossimi umanoidi; uno di questi è una rockstar si chiama Joey Chaos e lo ha ritratto Max Aguilera. Il curatore William A. Ewing, si chiede: non dovremmo preoccuparci un po’ che il Joey Chaos di Aguilera abbia «opinioni politiche estremiste»? La fotografia ci descrive, usa il mezzo per parlare al posto di e svolgere la propria funzione profetica, di ciò che già esiste. Ewing, per introdurci al concetto di civiltà, cita lo storico dell’arte Kenneth Clark “Che cos’è la civiltà? Non lo so, ma credo di poterla riconoscere se ne vedo una: e ne sto guardando una adesso”. Così anche noi. Sfogliamo questo volume e attraversiamo l’intera tipologia di una vocazione onerosa, entriamo nel grande archivio planetario di artisti che cercano, studiano, documentano, interpretano soggetti e avvenimenti, si occupano di una civiltà che – come sottolinea Candida Höfer – è cumulativa. Tra questi non mancano: Lynne Cohen, Taryn Simon, Cindy Sherman, Olivo Barbieri, Edward Burtynsky, David Maisel, Vincent Fournier, Raimond Wouda, Walter Niedermayr, Peter Bialobrzeski, Mike Kelly, Chris Jordan, Hong Hao, Irene Kung, Sheng-Wen Lo, Thomas Struth, Larry Sultan, Mitch Epstein. Ma cosa chiarisce la fotografia? Cosa spiega, o meglio ancora, cosa è in grado di spiegare? Per esempio, Walter Niedermayr, con le sue stampe, ci ricorda che l’immagine sta sempre sul crinale di ciò che è possibile o impossibile vedere. Nel frammento 1159, Emily Dickinson, alla fine della sua epoca nel 1870 scriveva: “Gli orologi dicevano che era mattino/ a distanza le campane sollecitavano la notte – Qui tuttavia il tempo non aveva fondamento/Perché l’epoca si estingueva”. Penelope Umbrico, a pagina trecento del volume, sostiene che il “tempo su questo pianeta è praticamente un’anomalia statistica. Nessuno di noi si trova veramente qui, secondo il Tempo Profondo”. Nel 2012, l’artista Trevor Paglen, collaborando con i ricercatori del Massachusetts Institute Of Technology, ha sviluppato un disco con le microincisioni di cento fotografie; il disco, archiviato sul satellite EchoStar XVI, è stato lanciato in orbita affinché le immagini sopravvivano alle prossime civiltà umane, postrema traccia del nostro passaggio. Fotografie che, come sempre, parlano da quella sottile linea di confine tra tempo e spazio, ovvero, qui, pochi istanti fa.

 

© Irene Kung, Foster Building (Gherkin), London/2007

 

© Edward Burtynsky, Manufacturing #17, Deda Chicken Processing
Plant, Dehui City, Jilin Province, China/2005, courtesy Metivier
Gallery, Toronto / Flowers Gallery, London

 

© Max Aguilera-Hellweg, Joey Chaos, Android Head, Rock Star,
Extremely Opinionated on Political Issues, Especially Capitalism and
What It Means to be Punk. Hanson Robotics, Plano, Texas, from the
series Humanoid/2010

 

© Cyril Porchet, Untitled, from the series Crowd/2014

 

© Walter Niedermayr, Iran Isfahan 176/2008, courtesy Galerie
Nordenhake Berlin/ Stockholm e Galerie Johann Widauer Innsbruck

 

© Walter Niedermayr, Mer de Glace 8/2008, courtesy Galerie
Nordenhake Berlin/ Stockholm e Galerie Johann Widauer Innsbruck

 

© Olivo Barbieri, site specific_LONDON 12, 2012

 

 

[Questo pezzo è apparso su Alias de Il manifesto].

 

[Immagine di copertina: © Walter Niedermayr, Iran Isfahan 176/2008, courtesy Galerie  Nordenhake Berlin/ Stockholm e Galerie Johann Widauer Innsbruck].

 

 

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