di Paolo Costa

 

1. Non solo chi si è affacciato tardi e con diffidenza nel mondo dei social network come il sottoscritto, ma la maggioranza degli studiosi della sociabilità contemporanea danno per scontato che le interazioni «virtuali» siano mediamente meno gentili delle relazioni personali nella vita «reale». L’impressione, più precisamente, è che le stesse persone siano più brusche, sprezzanti, sbrigative che qui.

 

È evidente che questa affermazione, così com’è, fa acqua da tutte le parti. Per convincersene, basta probabilmente scorporare l’antitesi tra vita «reale» e «virtuale» e abbandonarla lì, senza chiose, in tutta la sua problematicità.

 

Eppure c’è un senso più specifico in cui la tesi sembra avere un fondamento. Provo a spiegarmi. Se immaginiamo la relazione che gli esseri umani intrattengono col mondo come un processo circolare in cui l’ambiente intenzionale opera come un disinibitore che innesca nel soggetto una risposta attiva (in inglese si parlerebbe di «affordances») possiamo forse immaginarci l’andamento regolare di tale processo come costituito da tre stadi sequenziali, tutti parimenti importanti. Il primo è il momento della percezione dell’importanza relativa dell’attivatore (a); con esso ha inizio poi il lavoro di articolazione (non solo proposizionale) di tale rilevanza (b); da cui scaturisce infine il «residuo» (in termini di affetti, conoscenza, memoria) della relazione responsiva (c).

 

Per motivi essenzialmente economici i social media, cela va sans dire, sono stati concepiti, costruiti e perfezionati per essere dei meri disinibitori. Ciò che importa, detto altrimenti, è provocare una reazione immediata quale che sia, da cui dipende ciò che per i proprietari del mezzo conta veramente, ossia il numero di contatti e dunque la merce che può generare i loro profitti. In questo senso, però, un mezzo che veicola contenuti mediante relazioni umane finisce per essere governato più dalla logica del riflesso che da quella della riflessione.

 

Ovviamente, questa non è una novità per la specie umana. La natura reattivo-compulsiva della nostra intelligenza è stata al centro della riflessione teologica e filosofica fin dagli albori della civiltà ed è l’aspetto che giustifica le definizioni canoniche dell’essere umano come un animale «qualificato» (cioè dotato di ragione, linguaggio, capacità di decentrarsi, cultura, umorismo, autocontrollo, ecc.). Resta nondimeno il fatto che quello che ho chiamato sopra il «residuo» dipende da un lento processo di elaborazione che tradizionalmente è stato agevolato dal funzionamento piuttosto macchinoso degli strumenti necessari per trasformare dei fatti privati in contenuti pubblici, consentendo così alle emozioni (cioè al senso intuitivo della rilevanza) di esprimersi in maniera meno automatica, articolarsi e, spesso (anche se non necessariamente), ingentilirsi.

 

2. Tutto ciò potrebbe contribuire a spiegare il carattere mediamente meno «gentile» delle interazioni sui social network. Qualcuno pubblica qualcosa che mi suscita un moto di stizza. Probabilmente se aspettassi un’ora prima di rispondere la stizza finirebbe per diluirsi in una sequenza di pensieri che lascerebbero dietro di sé un senso completamente diverso dell’importanza del commento (l’emozione residuale potrebbe essere, ad esempio, di indulgenza o insofferenza verso il mio dare importanza a quisquilie del genere). La possibilità di reagire immediatamente produce, invece, una dialettica simile a quella innescata dall’espressività corporea delle emozioni umane (se tu alzi la voce, per reazione dovrò alzarla anch’io e la prevedibile escalation è quasi inscritta fisicamente nell’involucro del giudizio di cui la collera è solo la manifestazione visibile). Alla fine la possibilità di ricavare qualcosa di positivo da un’esperienza di articolazione e scambio di vissuti va in fumo, incenerita dal nostro stesso desiderio di rivalsa. Fine della storia.

 

In questo modo, però, viene postulato un legame costitutivo tra gentilezza e mediazione riflessiva che vorrei provare a sondare, seppure solo sommariamente, nel poco spazio che mi rimane. In fondo, se ci si pensa bene, anche la gentilezza, l’amabilità, il garbo, la generosità, possono essere reazioni automatiche a un’«affordance» che emerge dall’ambiente circostante. Esiste in effetti una lunga e raffinata scuola di pensiero, oggi minoritaria, che va da Aristotele a Rousseau (per tacere del cristianesimo), che ha tematizzato e descritto la simpatia, la benevolenza, lo slancio premuroso come reazioni emotive viscerali che infondono in chi le sperimenta un piacere non meno spontaneo e non meno intenso di quello suscitato da uno sfogo di collera o indignazione.[1] Gli stessi social network che da un certo punto di vista possono legittimamente apparire come il brodo di coltura degli haters, sotto altri riguardi sono uno spazio dove ha luogo una sorta di incessante grooming virtuale, a base di like ed emoticon, con cui persone che si stimano, anche se magari si conoscono solo superficialmente, soddisfano reciprocamente il proprio bisogno di vivere in un mondo accogliente, amichevole, caloroso, dove non sia necessario stare sempre sul chi va là. In fondo è questo uno dei significati che attribuiamo alle metafore intercambiabili della echo-chamber o della «bolla» autoreferenziale, che vengono spesso impiegate per illustrare il senso profondo della forza seduttiva delle nuove comunità virtuali.

 

Rispetto a queste manifestazioni esteriori di un senso germinale di ciò che conta veramente nella vita antitetiche a quelle degli indignati in pianta stabile (anche se non meno compulsive), l’incivilimento si manifesta non di rado oggi nella forma di una coscienza blasé o sprezzante che si sottrae preventivamente a qualsiasi scambio di effusioni rivendicando tacitamente, o meglio espressivamente, la superiorità culturale di un atteggiamento distaccato, ironico, freddo, cinico, schermato – «cool», per l’appunto. Questa coolness si traduce anzitutto in un rifiuto sistematico del sentimentalismo tipico di ogni habitus benevolo perché kitsch, pacchiano. In quest’ottica, detto altrimenti, la gentilezza appare o come il sintomo di uno stato di falsa coscienza (ossia di cecità autoindotta rispetto ai reali moventi e scopi del comportamento umano) oppure come l’effetto collaterale di una condizione di impotenza, che incentiva una puerile compensazione con i prodotti di un’immaginazione ristretta.

 

Trattandosi di dinamiche che conosciamo tutti per esperienza, non vale la pena dilungarsi più di tanto sulla fenomenologia di questi modi opposti di coltivare relazioni umane in uno spazio di interazione ed esibizione reciproca che ostacola sistematicamente il completamento del processo di bilanciamento con l’ambiente intenzionale descritto sopra. Qui mi preme piuttosto richiamare l’attenzione sul fatto che, a prescindere dagli argomenti (deboli) dell’antibuonismo per ragioni di stile, è vero che una forma di gentilezza compulsiva, sebbene meno dannosa, è potenzialmente tanto poco trasformativa quanto l’escalation di aggressività provocata dai commenti a caldo degli haters. Ma allora qual è l’atteggiamento giusto per sfruttare al meglio le potenzialità insite nella struttura a spirale della responsività emo-cognitiva umana?

 

3. Per dare un senso compiuto al ragionamento appena abbozzato, bisognerebbe almeno dissipare i dubbi in cui l’argomento rischia di incagliarsi. Dietro tali dubbi ci sono però quesiti troppo impegnativi perché si possa rendere loro giustizia con argomenti in miniatura. Mancando lo spazio per le risposte, vorrei comunque provare a formulare le domande che si fanno, suppongo, coloro che, come me, considerano la gentilezza, se non proprio una dote personale rivoluzionaria, una componente irrinunciabile delle relazioni umane: una di quelle cose che ti aspetti dagli altri e la cui assenza, quando si fa notare, ti intristisce, delude o fa infuriare.

 

Per cominciare, se quella virtù vaga che in italiano chiamiamo gentilezza – in inglese «kindness», in tedesco «Freundlichkeit», in spagnolo «amabilidad», in portoghese «bontade» (più o meno lo stesso significato che ha il termine «dobrota» nelle lingue slave) – non è un prodotto diretto ed esclusivo del processo (individuale e sociale) di incivilimento, in che cosa consiste, allora, e da dove trae il suo valore? Insomma, perché mai dovrebbe essere preferibile (cioè più ragionevole o morale o utile) comportarsi gentilmente anziché bruscamente o con freddezza verso gli altri, in particolare quando questi «altri», pur essendo estranei, non ci sono indifferenti perché appartengono, di fatto o di diritto, alla nostra comunità politica, e se non politica morale? In che cosa la gentilezza, pur non essendo quel gesto rivoluzionario che alcuni pretendono che sia, è pur sempre una risorsa relazionale imprescindibile? Ed è davvero alla portata di tutti?

 

La mia sensazione – al momento, non ho in effetti molto di più da offrire se non un’intuizione semilavorata – è che gli argomenti migliori per affrontare questioni così difficili andrebbero cercati in quello che si potrebbe definire il «potenziale trasformativo» della gentilezza in condizioni di ambivalenza emotiva, quando cioè il nostro rapporto con gli altri si trova ancora in uno stadio iniziale o esplorativo. È soprattutto in simili circostanze, infatti, che ci rendiamo conto che coltivare la gentilezza non significa solo dedicare tempo e attenzione a una dote umana superficiale o strumentale, ossia a un cosmetico o lubrificante delle relazioni sociali. Oltre a una gentilezza meccanica o «cerimoniale» esiste infatti anche un altro tipo di gentilezza che potremmo definire «operosa». Quest’ultima è esattamente il contrario dei conversation stoppers: incarna ed esprime, cioè, la disponibilità a proseguire il più a lungo possibile e, se le circostanze lo consentono, a compiere insieme il lavoro di articolazione del senso della rilevanza personale di ciò che è in gioco nella relazione.

 

Questa fiducia nella possibilità di essere trasformati dalle ragioni degli altri (la convinzione cioè che persone con opinioni diverse dalla propria le hanno maturate spesso sulla base di buone ragioni, anche quando si tratta di opinioni sbagliate), è sicuramente allenabile, ma dipende prima di tutto dall’adesione sincera a due habitus relazionali che devono essere introiettati a fondo. Il primo è il principio di carità ermeneutica, secondo il quale bisogna sempre privilegiare l’interpretazione più generosa di ciò che ci viene comunicato dagli altri. Il secondo è il postulato personalista secondo cui ogni persona è per definizione più della somma dei suoi gesti, atti, omissioni e parole.

 

C’è effettivamente qualcosa di sovversivo nell’applicazione sistematica di questi due principi ai rapporti umani. Entrambi, dischiudendo nuove possibilità, destabilizzano la relazione e possono tirare fuori dal loro guscio anche gli interlocutori apparentemente più ostili e tetragoni. In questo senso, la gentilezza operosa procede in genere contro corrente e le sue manifestazioni hanno spesso una valenza esemplare.

 

Mancando di argomenti risolutivi, vorrei concludere il ragionamento con due esempi di gentilezza operosa in cui mi sono imbattuto sul web negli ultimi mesi. Di per sé non dimostrano nulla, ma illustrano efficacemente, credo, i motivi che stanno alla base della scelta di distinguere due tipi di gentilezza e giustificano l’insistenza sulla capacità della gentilezza di aprire nuove possibilità relazionali con un semplice sovrappiù di comprensione e apertura all’altro. In un mondo in cui i rentiers del risentimento sociale manovrano le persone come burattini, quasi che bastasse premere un pulsante per produrre l’effetto desiderato, solo nuovi strumenti giuridici e nuovi habitus comunicativi potranno infatti salvarci dalla catastrofe.

 

Il primo esempio viene dal mondo dello sport. Il contesto è il seguente. Sono passate poche ore dalla conclusione della seconda partita della serie finale dei playoff del Campionato italiano di basket 2019 che vede fronteggiarsi Venezia e Sassari – una serie che si annuncia combattutissima. Ha vinto Sassari 80 a 66. Sul profilo Instagram di Bruno Cerella, giocatore italo-argentino della Reyer, un tifoso di Sassari commenta: «Ti è andata male oggi coglione. FORZA DINAMOO». La risposta di Cerella all’insulto è sorprendente. Scrive infatti: «Oggi è andata male a noi e bene a voi, complimenti! Però una cosa mi permetto di dirti. Bisogna essere consapevoli e responsabili quando si scrive e cosa si scrive; non c’è motivo per insultare una persona a gratis senza motivo. Comprendo il tuo entusiasmo, e la voglia di festeggiare uno scudetto, ma nella VITA bisogna rispettare le persone perché anche a te piacerà essere rispettato nello stesso modo! Un abbraccio e in bocca al lupo. P.S. Non rispondo a tutti, ma penso che possa essere un messaggio utile per te in un mondo pieno di gente con odio e cattiveria». Malgrado l’italiano traballante, l’effetto della replica di Cerella è eclatante. Nel giro di pochi secondi il tifoso di Sassari cambia completamente atteggiamento e il tono della sua risposta è disarmante: «Hai ragione, scusami mi sono fatto prendere dall’entusiasmo, mi pento di quello che ti ho scritto, un abbraccio anche a te e auguri perché siete veramente una bella squadra».

 

Il secondo esempio lo ricavo dal Blog di Nick Cave, «The Red Hand Files», dove da alcuni mesi il musicista australiano intreccia dialoghi confidenziali con i suoi fan sui temi più disparati. Nel file #52 del luglio 2019 Cave risponde simultaneamente a due domande dei suoi lettori. La prima arriva dalla Germania ed è opera di Jessica. Il tono è cordiale e il contenuto inoffensivo: «Ti arrivano mai commenti e domande cattive o fastidiose sui “Red Hand Files”? Spero di no! Grazie di cuore per questo progetto e la tua musica!» (Qui siamo nel campo di quello che sopra ho definito grooming virtuale). Il secondo quesito, invece, è posto da George, che scrive dall’Alabama, ed è un perfetto esempio dei «nasty or annoying comments and questions» evocati da Jessica: «Non ti stufi mai di tutte quelle boriose ciccione lesbiche che amano la tua musica? Personalmente mi piacciono un sacco di cose della tua musica. Quello che proprio non sopporto sono molti dei tuoi fan. Mi chiedevo solo se sei sulla mia stessa lunghezza d’onda o no».

 

Questo è il bell’esempio di gentilezza operosa offerto da Cave nella sua risposta, che contiene sufficienti spunti di riflessione per lasciare a lui l’ultima parola. (Almeno per ora.)

 

«Cari Jessica e George, Gesù ha detto sulla croce: “Perdonali perché non sanno quello che fanno”. Penso che Gesù si stesse rivolgendo direttamente a te, George. Alcune settimane fa ho risposto a una domanda in uno dei miei eventi della serie “In Conversation” e ho difeso il diritto delle persone a dire ciò che vogliono. In breve, ho difeso il diritto alla libertà di parola. Sembra che ultimamente questo diritto non navighi in buone acque. Il concetto ha subito un processo di polarizzazione e oggi un difensore della libertà di parola appare spesso – e ai miei occhi bizzarramente – come un fiancheggiatore dell’estrema destra. In ogni caso, io credo sinceramente che, sebbene sia giusto che tutti abbiano il diritto di dire ciò che pensano, le cose che diciamo hanno delle conseguenze e il fatto che godiamo della libertà di dire ciò che ci pare non ci mette al riparo – e non dovrebbe metterci al riparo – da tali conseguenze.

 

Questo è il motivo per cui è importante riflettere a fondo prima di far circolare le proprie idee nel mondo. Quando mi preparo a rispondere a una domanda sui “Red Hand Files” trovo utile mettere i miei pensieri nero su bianco prima di formularli in una risposta. Questo controllo preventivo ha uno scopo preciso: mi aiuta cioè a capire dove la mia riflessione potrebbe essere disonesta, inutile e dannosa.

 

Perciò, nell’interesse della libertà di parola, ti ho offerto un megafono, George. Tuttavia, ora azzardo un’ipotesi, credo che probabilmente il novantanove per cento delle persone che leggeranno la tua domanda penseranno che tu sia, beh, un po’ stronzo. Potrei sbagliarmi. Potrebbero anche essere di più. Ora, tu potresti obiettare: “E chi se ne frega? Nessuno sa chi sono. Di che cosa dovrei preoccuparmi?” Potresti dirlo, sì, ma sbaglieresti. Non credo che l’anonimato ti protegga, così come non credo che l’anonimato protegga gli haters sui social network. La mia impressione è che tra di noi esistano canali psichici e che alla fine la negatività che creiamo si ripercuota su di noi.

 

L’opportunità di agire in modo migliore ci viene offerta di continuo – parlo della chance di provare a trasformare la prossima cosa che faremo nella nostra azione migliore, anziché nella peggiore, quella più distruttiva. Nel tuo caso, George, non è troppo tardi. Se chiudi gli occhi e chiedi scusa ai miei fan, forse quella attenzione negativa comincerà a dileguarsi. Credo che i miei fan siano abbastanza intelligenti e sufficientemente comprensivi da capire che le tue parole arrivano solo fino ai margini della tua evoluzione individuale.

 

Quando Gesù ha detto “perdonali perché non sanno quello che fanno” intendeva dire che tutti hanno la possibilità di diventare migliori, nessuno escluso, perché tutti noi effettivamente “non sappiamo quello che facciamo”. Noi ci comprendiamo solo entro i limiti del nostro sviluppo personale in quanto esseri umani. Ma possiamo spingerci oltre. C’è sempre spazio per evolvere, per diventare essere umani migliori e far progredire la causa comune dell’umanità e civiltà – questo non vale solo per te, George, ma anche per me e, in effetti, per tutti noi.

Con affetto, Nick»

 

 

[1] Sulla riscoperta di questa tradizione si basa il libro di Adam Phillips e Barbara Taylor, On Kindness, Hamish Hamilton, London 2009 (trad. it. Elogio della gentilezza. Breve storia di un valore in disuso, Ponte alle Grazie, Firenze 2013).

 

[Immagine: Nick Cave vicino e una Red Hand].

1 thought on “Sulla gentilezza. Una cartolina da Berlino

  1. Beh, io direi che la distanza e l’anonimato fanno sentire protetti parecchi bulletti vigliacchi.

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