di Lucia Re

 

Qual è l’elemento fondamentale della dignità? La naturalezza. La grandiosità senza dignità incute piuttosto sgomento. Napoleone: Il n’y a qu’un pas du sublime au ridicule, giusto, ma per lui soltanto; la sua sublimità era così fatta da rasentare sempre il precipizio.

(Hugo Von Hofmannsthal, Il libro degli amici)

 

Scrivere o leggere per intrattenere e intrattenersi non credo sia qualcosa di sbagliato in sé. Penso a come leggeva mio nonno: leggeva per intrattenersi. Persona curiosa, vivace, oltremodo vitale. Di stare senza far nulla non se ne parlava, per cui, in mancanza di passatempi, ecco i libri. Quelli che c’erano, quelli che si scrivevano, che si vedevano in giro, quelli che si vendevano; i capolavori di quegli anni. Nessuna ricerca di chicche in librerie dell’usato. Non leggeva per un’idea precostituita sul leggere, o perché riconosceva a quest’azione un valore positivo/negativo, o politico, o militante, o pedagogico; mio nonno leggeva per motivi del tutto concreti: far passare il tempo immaginando una storia, esattamente come poteva fare vedendo un film: soddisfare curiosità, conoscere le cose, ma principalmente divertirsi. Amava divertirsi. Qualcuno mi ha fatto capire anche troppo. Gli piaceva conoscere i libri, poterne parlare con gli amici, ma senza nessuna passione o feticismo per il mondo dei libri – e chissà se qualcuno usava questa espressione o altre del genere “io sono un lettore vero, un lettore ossessivo, un lettore onnivoro, un lettore così, un lettore colì”. Conoscere i libri (e non il mondo dei libri) arrivava dopo, era una conseguenza data dalla frequentazione della lettura, qualcosa di molto concreto, forse anche molto meno magico. Non erano i libri a interessargli, dunque, ma leggere, semplicemente l’atto di leggere.

 

Tra i libri che in quegli anni venivano pubblicati c’erano anche quelli di Giuseppe Berto. Gli piaceva molto Giuseppe Berto. Li aveva quasi tutti. Immagino lo sentisse vicino, senza averne eccessiva consapevolezza, in maniera vaga, per sensibilità, visione dell’umano, immaginazione, classe sociale, pensiero politico, ma soprattutto per individualismo. Non ho fatto in tempo a chiederglielo, anche se ho avuto moltissimo tempo per farlo. Mi limitavo a prendere i libri dalla sua biblioteca una volta ogni tanto, lui mi diceva “prendili prendili”. E io li prendevo. Non era un lettore sofisticato, non aveva solo bei libri, aveva un po’ di tutto, quelli che si potevano trovare in edicola, che uscivano coi giornali, riconoscevo celebri collane dell’epoca. Non mi sembrava guardando quei titoli, che cercasse qualcosa di importante nel senso di rivelatore, esistenziale, epifanico nella lettura, ma che appunto si trovasse a leggerli come poi si sarebbe trovato a vedere la televisione, come si trovava da sempre a leggere i giornali. Abitudini culturali non rivestite da ideologie particolari, ma pura prosaicità del vivere. Neutralità, forse anche troppa, forse quella neutralità che poi l’avrebbe portato, lui come molti altri suoi contemporanei, a seguire acriticamente (forse colpevolmente?) il flusso degli eventi. Eppure, insieme alla colpa, qualcosa in questa neutralità, in questa assenza di pensiero critico, mi azzardo a pensare che sia da prendere, da riprendere. Il fatto è che adesso ci toccherebbe svuotare di significato qualcosa a cui ne abbiamo dato fin troppo; per lui era più semplice, non doveva togliere nulla; in partenza l’atto della lettura non aveva nessun significato che andasse tolto. Se “l’assenza di una cosa non è una semplice mancanza parziale, è uno sconvolgimento di tutto il resto, è uno stato nuovo che non si può prevedere in quello che precede” (Marcel Proust, Un amore di Swann), anche il movimento all’indietro nel tempo sarà impossibile, impossibile ritornare a quel momento: ora infatti dobbiamo ancora ragionare e pensare per arrivare a togliere altri ragionamenti e pensieri. E comunque non ritorneremmo mai a quello stato di cose, per lo stesso fatto che abbiamo agito per farlo. Movimenti contorti, forse perversi, inutili. Quello che sto facendo io qui, adesso, pensando a lui? In realtà vorrei procedere dal ricordo, dalle sensazioni, dalla sua specifica mancanza prima di perdermi nei meandri del mentalismo. Da quanto mi mancherà, rientrando a Palermo questa estate, quando mi toccherà rivedere i suoi libri, doverli scegliere in un modo e per un obiettivo diverso (dismettere una casa), doverli prendere e portare con me in un modo diverso, quanto mi mancherà sentirlo dire “prendili prendili” – qualcosa che, appunto, non potrò prevedere.

 

Oggi tendiamo a essere irritabili quando qualcuno ci dice che legge per intrattenersi o che scrive per intrattenere. Berto scriveva anche per lettori come mio nonno, non una mente intellettuale. Una persona molto comune per certi versi e per quei tempi, ma impensabile e del tutto fuori dall’ordinario sotto altri aspetti. Io sono la prima ad avere molte idiosincrasie, a deludermi se qualcuno mi dice che legge perché gli piace immedesimarsi nei personaggi, o perché gli tiene compagnia, o perché “non riesco ad addormentarmi se non leggendo”. Ma al netto delle nostre svariate sensibilità, credo vada fatto un discorso culturale sulle nostre attuali modalità di lettura. Discorso che può apparire contro la lettura stessa, intesa come attività collettiva.

 

La lettura non è un’attività di massa, anche se lo è. Lo può essere proprio fino a quando si mantiene privata, esattamente come la poesia. Non viviamo ai tempi dei greci, la poesia non ha più valore civile politico filosofico collettivamente e socialmente riconosciuto; né possiamo ritornare ai tempi di mio nonno, ragazzo palermitano, studente di giurisprudenza a Firenze negli anni Quaranta, che leggeva per far passare il tempo, dato che noi abbiamo fin troppi modi per farlo passare (e tuttavia non ci passa!).

 

Dobbiamo accettare che la nostra epoca non preveda questo genere di ascolto pubblico. Credo che finché le cose cambiano ci sia speranza. Mi spingo nel dire che l’importante è che cambino, e che il peggio e il meglio non esistono nel cambiamento. Tutto sta nel vedere se il cambiamento è effettivo e reale, o mascherato e apparente: mi sembra senza dubbio reale che il modo in cui leggiamo oggi non sia quello in cui lo facevano i nostri nonni (per dirne una, loro leggevano, si dice, per cercare stimoli; noi, se non li evitiamo del tutto, li selezioniamo drasticamente).

 

Se non possiamo tornare a quel momento è per vari motivi, e servirebbe molto più che un articolo per trattarli. Uno di questi riguarda lo spazio tra lettore e scrittore: sembra che la divisione tra chi leggeva e chi scriveva fosse ascrivibile quasi a uno stato di natura; come se fosse stato normale un ordine secondo il quale qualcuno viveva in un modo, quello del dire, e qualche altro in un altro modo, quello dell’ascoltare, e questi ruoli fossero consolidati, accettati: il dato di fatto è che non tutti volevano stare al centro nello stesso modo. Penso a Cesare Garboli quando nel 1997 diceva “perché tutti scrivono? Nella società di oggi tutti si sentono protagonisti, molto protagonisti, si scrive per protagonismo ma non si legge per protagonismo”. Ecco, era ancora così fino a quel momento, quando Garboli si deprimeva per la direzione verso cui si stava muovendo l’editoria, dalla parte di chi pubblicava e di chi scriveva. Senza immaginare che la stessa sorte sarebbe toccata a chi leggeva. Senza immaginare oltretutto che un giorno scrittore e lettore avrebbero potuto avvicinarsi così tanto da essere amici su facebook. Che si continuasse almeno dalla parte dei lettori a non – volere – essere protagonisti! Quello che le varie mode correlate alle campagne editoriali a favore della lettura stanno facendo, intuendo l’esigenza narcisistica di ognuno di mostrarsi e di dimostrare, va invece nella direzione opposta: anche tu, lettore, fatti vedere, mostrati in quanto lettore, di’ la tua, racconta cosa leggi, partecipa, manda la foto, metti l’hashtag, etc. Anche tu lettore, sii protagonista, comunica, vieni fuori dall’oblio, quell’oblio di sé e del mondo spesso condizione originaria della lettura, del formularsi di una domanda intesa come ricerca, per alcuni addirittura come emergenza. E se non è sempre una condizione estrema quella da cui il lettore dovrebbe venir fuori – un antro buio, un’emarginazione, un essere dimenticati – è certo che lo spazio per la lettura deve essere silenzioso (se si legge non si può parlare), una neutrale assenza di voci, quell’assenza che permette di creare spazi attraverso cui vagare, svagarsi, muoversi, divertirsi. Ricerca, emergenza o divertimento che sia, oggi il lettore deve uscire, parlare, farsi vedere: come allo scrittore, gli si chiede di essere protagonista. Con la differenza che per natura lo scrittore è, o suo malgrado diventa, protagonista (esibizionista o pudico che sia). La natura del lettore è invece ricettiva, silenziosa, domestica; la sua attività apparentemente passiva non chiede necessariamente un’espressione. Il lettore lo immagino romanticamente come una sposa un po’ antica, devota e continuamente traditrice, selvaggia e intelligentissima, fissa in una dimora, forse bloccata in quella dimora, secretata, anche per sua volontà; ma la casa è grande, forse è un castello, la sposa può girare molto per la casa, entrare e uscire da diverse stanze, con la mente perennemente altrove, con gli occhi spesso sgranati, a volte allucinati, attenta ma sempre taciturna. Il lettore è colui che ascolta, vede, conserva. Lo scrittore è colui che ascolta, vede, scrive. Spesso lo scrittore che scrive dall’oblio scrive per il lettore che nell’oblio vive, dimentico di sé. Spesso lo scrittore che vuole conoscere immaginando scrive per il lettore che vuole vedere immagini nuove. Scrittore e lettore possono essere persone similissime, che partono da sensibilità e visioni similissime. Ma uno, almeno a un certo punto, esce fuori, nel mondo, l’altro non esce mai, rimane dentro, invisibile. Sono dell’idea che la lettura possa esistere finché si mantiene questo disegno, una figura statica.

 

Per mio nonno era normale essere dalla parte di chi leggeva i libri; per Berto era normale scriverli. Insisto sull’aggettivo ‘normale’ anche se il suo referente semantico è pressoché inesistente ontologicamente. Intendo per normale, in questo caso, accettato come normale. Ovvio leggere per passare il tempo, da una parte; ovvio scrivere perché quell’attività – anche attraverso tormenti di varia natura – viene percepita come mestiere, vocazione, ruolo dall’altra. Molto probabilmente pecco di ingenuità (quella ingenuità intrinseca nello sguardo che si riferisce al passato) nel pensare che c’erano scrittori, non pochi, che scrivevano senza l’obiettivo di vincere premi. Magari sempre con l’ansia del riconoscimento, del protagonismo; un protagonismo forse giustificato? D’altronde c’era più spazio, meno affollamento.

 

Mi rendo conto che Berto non è l’esempio migliore per portare avanti un ragionamento sulla scrittura d’intrattenimento, ma è la prova che le categorie sia dalla parte degli scrittori che dalla parte dei lettori non esistono, o meglio, che quando non le facciamo esistere si arriva sempre un po’ più in là: Berto anche se scriveva da una condizione di tormento, riusciva a scrivere anche nel modo dell’intrattenimento, misto a tutto il resto. D’altronde non ha scritto solo quei capolavori oggi riconosciuti tali. Eppure mi sembra che, anche quando non scriveva Il male oscuro o La gloria, nel rapporto tra lo scrittore e il lettore si mantenesse una dignità, una sincerità, e una qualità di conoscenza. Mi pare che i libri che intrattengono oggi vengano spesso meno a queste caratteristiche anche artigianali; per questo motivo dicevo che non è la categoria dell’intrattenimento a essere in sé un fattore negativo. Berto, come altri dei tempi, faceva letteratura anche (non in primo luogo sicuramente) a partire dall’intenzione di intrattenere un tipo come mio nonno, che a sua volta leggeva letteratura principalmente con lo scopo di trascorrere qualche ora di un pomeriggio invernale a Firenze, nell’attesa di vedere qualche amico la sera a Santa Maria Novella. Lui e Berto si incontravano sia per caso che per scelta, e sempre in quel rapporto di dignità e sincerità. Era meglio?, era peggio? Non lo possiamo dire. Possiamo però farci suggerire un movimento: non dare significato a qualcosa che facciamo, specie se questo qualcosa avviene naturalmente; non agire a partire da un significato arrivato dopo, per emergenza (la tristezza delle campagne per la lettura!), per circostanza, per moda (una volta in una lista dal titolo “motivi per cui è bello leggere” uno di questi recitava “leggere è figo”). In ultimo, per morale: un significato che abbiamo pensato di dover dare alle nostre azioni, perché costretti dalla paura di non essere in un modo, o di non fare qualcosa, di giusto.

 

Considerando che le inclinazioni personali in questi tempi vengono inventate, e che il modo in cui leggere (il centro di questo discorso) dipende da un’inclinazione dell’individuo, allora è anche leggere per inclinazioni inventate (dagli altri o da sé stessi) quello che ci allontana dallo specifico valore della lettura, in quanto attività personale, originale. Se l’inclinazione quindi sarà naturale, corrispondente all’indole – fattore in sé originale – potremo leggere tutto e in qualsiasi quantità o non leggere mai: saremo comunque liberi, oltre che sinceri. (Conosco dei lettori di questo genere – e quando li conosco mi stanno simpatici qualsiasi cosa stiano leggendo o non abbiano mai letto – ovvero qualche persona che si comporta, che vive! così, e che così è anche quando legge: cioè è una persona che legge, non un lettore, o molto più di un lettore. Sicché non voglio lamentare tempi bui, perché ci sono sempre luci.)

 

Mio nonno a Firenze non era un lettore più nobile di un ragazzo che oggi, dopo aver comprato un libro, pubblica la foto della copertina sul suo profilo instagram per aumentare i suoi follower: anzi, ipotizzando una proporzione culturale, li vedo più o meno sullo stesso piano (con tantissimi e ovvi distinguo). Voglio dire che si può leggere per motivi e costrizioni di vario genere (noia o moda che sia), ma che si può anche non leggere. Voglio dire che mi manca quel rapporto sincero tra scrittore e lettore, quella qualità della lettura che è fatta di curiosità, di attenzione e divertimento, di sensibilità e stravaganza, di dignità. Voglio dire che mi manca quella dignità.

 

[Immagine: Orson Welles in La ricotta di Pier Paolo Pasolini (1963)].

5 thoughts on “La lettura al grado zero

  1. La cosiddetta normalità è quasi sempre un punto di arrivo.
    Spesso leggere è un modo di cercarsi. E ognuno ha diritto al proprio viaggio.
    Il tuo mi sembra interessante

  2. “Talvolta si ha la sensazione che i nostri padri, i contemporanei del giovane Offenbach e i nostri nonni, i contemporanei di Leopardi, […] ci abbiano lasciato come unica eredità due cose: mobili graziosi e nervi ultrasensibili.”

    Hugo von Hofmannsthal, Gesammelte Werke. Reden und Aufsätze. (1891 – 1913) . Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 1979 p.124

  3. Tema di grande interesse, dalle molteplici sfaccettature. Merita una riflessione che richiede tempo, da non esaurire rapidamente. Insieme, offre un’istanza di benessere, nella lettura così come nella non lettura, da cogliere con immediatezza. Come, per l’appunto, si coglie quel qualcosa di indefinibile contenuto nella parola “dignità”.

  4. Mi sembra comunque importante ritrovare una relazione tra scrittore e lettore, di qualsiasi tipo essa sia

  5. Ci sono così tante cose da fare, al giorno d’oggi, che leggere per passare il tempo può apparire addiritura ridicolo, per quanto il non protagonismo del nonno potrebbe pure rivelarsi, andando più a fondo, un tantino malizioso, una forma di protagonismo più raffinato. Bisogna insomma accettare che il mondo è cambiato e sono cambiati i modi di passare il tempo. Quello che invece non bisogna accettare è che i non lettori si ostinino a non leggere libri da schifo (altro che Berto!), bisogna cioè insegnargli che in fatto di non lettura si debbono evolvere. Quello che manca, insomma, in questo mondo nuovo dove giustamente nessuno più legge in maniera disinteressata, è il non lettore come si deve, il non lettore di qualità.

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