di Ugo Fracassa

 

E quale sogno è stato mai più folle di quello di Theodore Herzl, il grande padre del ritorno alla terra degli antenati? […] Cosa c’è di meglio di un albero per commemorare la sua figura? E poiché Herzl è un grande, anche gli alberi dovranno essere grandi e forti. E tanti. Centinaia e centinaia. Vengono scelti gli ulivi, perché adatti a questa terra. Forti, frondosi, contorti e ben radicati al suolo, com’era, agli occhi del movimento, il popolo ebraico […] Ma se a piantare tali alberi erano gli arabi non sarebbe diventato un uliveto qualunque, come tutti quelli che crescevano su questa terra? Alcuni di loro, più radicali di altri, strappano alla terra gli ulivi piantati dai vicini arabi e li ripiantano qualche metro più in là.

Si può scegliere di leggere un libro su Israele e la Palestina alla ricerca di ulivi? Delle occorrenze del lemma mediterraneo per eccellenza (ulivo/olivo e derivati lessicali), intendo? Io l’ho fatto, per motivi che qui sarebbe complicato e forse inutile spiegare, smarrendo per di più quella provvisoria chiave di lettura nel momento stesso in cui mi addentravo nell’intrico narrativo del “romanzo”. Ad ogni modo, Viaggio in terra compromessa (Mimesis, 2019), di Chiara Basso Milanesi, è pieno di storie di olivi (e conflitti) secolari, talvolta innescati dalla neutrale presenza dell’arbusto, simbolo di pace veterotestamentario.

 

Incontro Tsippura per la prima volta al calar del sole, poco prima che la notte scenda su Hebron […] Mi indica un triangolo di terra, cinque metri per quattro, su cui crescono tre splendidi ulivi dai tronchi contorti. Grosse olive nere giacciono sul terreno ai piedi degli alberi. Non le possono raccogliere loro, a cui quella terra appartiene per volere di Dio, mi spiega Tsippura. Ma nemmeno le famiglie arabe le cui case confinano con quel campo.

 

Il reportage che Chiara Basso Milanesi ha tratto da quattro anni di lunghi soggiorni in Palestina, del resto, è scaturito inopinatamente da un trasferimento, di anni precedente, attraverso il confine che separa Nepal e Tibet (per dire l’imprevedibilità dell’esperienza letteraria). Otto giorni in un furgone traballante in compagnia di quattro ragazzi israeliani – Gili, Adi, Noah e Barak – reduci dal servizio militare. L’antefatto himalayano alla collana di storie inanellate dall’autrice in poco meno di 300 pagine, raccolte in occasione dei soggiorni a Gerusalemme dalla viva voce di chi nella terra compromessa è nato o ha deciso di stabilirsi, è richiamato nella breve introduzione a ciò che l’editore, per non sapere né leggere né scrivere, ha deciso di licenziare come romanzo (la parte più viva della nostra narrativa prospera oggi sul confine che separa romanzo da saggio, biografia, autofiction, reportage, fototesto ecc.). Nella disagevole sospensione di un tragitto nell’altrove oggi assediato dal turismo globale, Chiara Basso Milanesi scopre il tempo dell’ascolto – “il periplo attraverso le vette himalayane si era trasformato in un’arena in cui i ragazzi israeliani smontavano le mie prese di posizione a colpi di storie individuali e di esempi concreti” – e, con quello, l’inaffidabilità o almeno l’inconsistenza di conoscenze libresche e di letture accademiche. L’autrice, per anni docente in Francia in una facoltà di Scienze politiche, verifica progressivamente la natura friabile di quelle “prese di posizione ideologiche” che negli anni Settanta rendevano intuitivo, per una giovane studiosa in procinto di discutere una tesi foucaultiana (relatore il prof. Antonio Negri), “da che parte stare”. La voce narrante sceglie perciò di non prendere partito, assume per sé la parte dell’ascolto e lascia al lettore di decidere, eventualmente, da che parte stare.

 

È la stessa domanda che mi rivolge Israel. “Da che parte saliresti oggi?”. E insiste “Da che parte?”

 

Il quesito, apparentemente geografico – quale percorso per arrivare alla città? – lascia trasparire nell’iterazione scorciata della seconda interrogativa, un doppio fondo metanarrativo. Siamo nelle pagine centrali del libro, e non solo dal punto di vista numerico, quelle intitolate alle “strade che portano a Gerusalemme” (nel quarto capitolo, di sette). L’autrice incontra Israel (Zelig di secondo nome), lord londinese, diplomatico in Egitto, buddista in Inghilterra e ciclista a Gerusalemme dove “si ritira” periodicamente. L’ennesimo racconto che ci disponiamo ad ascoltare, per tramite della scrittrice che ha appena finito di rievocare il suo primo, impoetico arrivo in città, origina dalla voce di questo zelig chiamato Israel e si produce, nei pressi di Masada, in una sospensione del viaggio di avvicinamento alla capitale, ma contiene almeno altri due livelli narrativi en abyme: quello che fa capo al “cugino Simon”, col quale Israel aveva percorso da bambino la stessa strada, e quello che rimanda a Flavio Giuseppe (Yosef Ben-Matityahu, “ebreo al soldo dei romani”) che l’assedio di Masada e la presa della fortezza di Erode nell’a.d. 70 ha documentato da storico. In fondo a questa successione di scatole cinesi il “cugino Simon” è ritratto nell’atto di chiedersi “da che parte stesse Flavio Giuseppe […] Chissà, chissà da che parte stava…”, ciò che consente (inavvertitamente?) a Chiara Basso Milanesi di rilasciare tra le righe una vera e propria dichiarazione di poetica. Il rovello del narratore di turno, forse condiviso dal narratario, infatti, è verosimilmente lo stesso che assilla il lettore di questo Viaggio in terra compromessa, spesso indotto a domandarsi quale sia il posizionamento dell’autrice. Fare racconto del racconto conferisce una dimensione smaccatamente metanarrativa al reportage (espediente condiviso, su un registro di commedia, dal recente Tel Aviv on fire del regista palestinese Sameh Zoabi che riesce così ad offrire un punto di vista originale sulla vita nei “territori”), dimensione costantemente richiamata dal repertorio di modi e formule dell’affabulazione di cui il testo è disseminato: “Non ci sono automobili che passano e siamo soli. Capisco che ha voglia di raccontare” / “E poi questa storia te la voglio raccontare io” Ride, si allaccia una scarpa e aggiunge: “Se no per quale motivo ti avrei accompagnata a fare questa camminata?”/ “Per un paio di minuti si era limitato a sorseggiare il suo tè e a scrutare il deserto. Poi aveva cominciato a raccontare” / “Uri, mentre racconta, tiene gli occhi chiusi”. Nelle pagine di questo Viaggio in terra compromessa, l’impulso stesso che spinge i personaggi a raccontare è colto a partire dalla sua dimensione quasi fisiologica, dalla corporeità di chi si accinge ad affabulare, dalla sua postura oltre che dalle condizioni, atmosferiche si direbbe, che ne favoriscono l’innesco, complice la disposizione maieutica dell’ascoltatrice. Tutto ciò non è senza ragione, ma anzi fornisce una chiave di accesso al testo se non corretta, di certo più pertinente di quella botanica che pure mi ha permesso di iniziare la lettura. A Chiara Basso Milanesi, dismessa la veste accademica, va infatti il merito di aver cercato, in qualità di scrittrice, la verità delle storie e non nelle storie che si affollano intorno al conflitto israelo-palestinese. Per fare ciò si astiene dal giudizio di fronte ai suoi interlocutori, e non ne fornisce di gratuiti ad uso del lettore. Perfino di fronte al virologo Steve, australiano inurbatosi da oltre mezzo secolo a Gerusalemme, vero “ambasciatore” della causa del popolo ebraico per il turista di turno, imbattibile nel non avere dubbi circa la legittimità degli insediamenti nel West Bank e nel tentare di fugare quelli del malcapitato, l’autrice non si sente di appesantire il sottile velo di ironia che sceglie come registro per l’episodio. Perfino l’ultima storia annotata, quella di Marcus e di sua figlia avvicinatasi al gruppo oltranzista del “blocco della fede”, manca di qualsivoglia clausola o morale, sebbene con essa si chiuda, come in levare e non senza produrre un effetto straniante, il libro stesso (ciò che un editing più invasivo avrebbe probabilmente impedito). Lo stato di eccezione che caratterizza la vita in questa terra compromessa non manca di produrre effetti linguistici nell’unico Stato che non tollera articolo (Israele) e in un paese dove perfino la parola normalità “è andata via via assumendo una connotazione negativa”. In città, anche soltanto la scelta di nominare i luoghi produce dissidio e costringe a prendere partito, così per la “spianata delle moschee”, altrimenti detta “Monte del Tempio”. Per “Maya, la misteriosa”, però, i toponimi sono intercambiabili. Alla frequentatrice abituale del Workshop, un locale del centro di Gerusalemme, la narratrice si lega “di una strana amicizia, fatta di titoli, di frasi, di trame” di letture insomma. E sarà lei a condurla sulla spianata dove “qualcosa succede […] qualcosa che ha a che fare con l’illuminazione”, col divino: “E poco le importa che il Dio a cui lei crede sia quello degli ebrei, degli arabi o dei cristiani”. Maya però non si reca al Monte del Tempio per pregare, ciò che “le mussulmane di guardia al santuario” le impedirebbero comunque di fare, ma soltanto per leggere:

 

Ogni volta che inizia un nuovo libro sale sulla spianata e ne legge mentalmente la prima pagina. Il suo, mi confida, è un modo di raccontare delle storie a Dio. Chi lo dice che a Dio non interessano i romanzi?

 

[Immagine: Foto di Chiara Basso Milanesi (particolare)].

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