di Gianluigi Simonetti

Scappare fortissimo di Stefano Moretti (Einaudi 2011) si apre con l’avvertenza canonica: nessun riferimento, nel racconto, a fatti o persone reali. Di solito in casi del genere si può star certi che la componente autobiografica risulterà elevata, e così sembra che sia in questo libro, pensato come resoconto di un weekend nella vita di Giovanni Prati, protagonista e narratore in prima persona, in un momento delicato della sua esistenza: dopo avere abbandonato il suo posto di dirigente in una multinazionale del marketing aeronautico, Giovanni si prepara a prendere le redini di una nuova società, in competizione con la precedente. Nei tre giorni in cui si snoda la storia, il nostro eroe, vincente in crisi, se ne starà sostanzialmente barricato in casa, occupato soprattutto a bere, a occuparsi dei suoi gatti e a tirare un bilancio del passato, disponendo i ricordi lungo due serie che si intrecciano: quella dei sentimenti, affollata di amanti e di amicizie, e quella della carriera, non meno movimentata dell’altra, data la grande varietà di mestieri con cui il protagonista ormai più che cinquantenne ha dovuto misurarsi, in giro per il mondo, nel corso della propria esistenza (è proprio a questa seconda serie, che culmina in alcuni istruttivi ‘interni’ del capitalismo globale, che si devono le pagine forse più riuscite del libro). Al di là delle cose in comune tra narratore e autore, oggettivamente biografica e del tutto verosimile è la forma del racconto, autenticata tra l’altro da alcuni specifici ‘effetti di realtà’, peculiari anche dal punto di vista grafico, come gli sms o le chat con cui Giovanni comunica con l’esterno; eppure Moretti definisce il suo come un “romanzo ubriaco” – “Questo perché all’autore piacciono gli eccessi, e fantastica in questo racconto di fare o che qualcuno faccia cose distanti dalla realtà e dalla verità”. E’ interessante che l’avvertenza colleghi la negazione di una peraltro evidente matrice autobiografica a una poetica della fantasia, della trasgressione, dell’ebbrezza: ed è interessante che il protagonista si presenti in questa chiave e giustifichi così la propria voglia di espressione (“Ho sempre trovato exciting ballare sull’orlo del baratro. Adesso però, col rischio di cadere, senza nessuna rete là sotto, sento il bisogno di dire qualcosa, di spiegare ciò che ho fatto”).

In effetti, Scappare fortissimo racconta soprattutto il contrasto tra una vita diurna, apparentemente normale, fatta di mediazioni, e una dimensione notturna, e intima, fatta quasi esclusivamente di trasgressioni. Nel caso di Giovanni Prati, la prima e più importante trasgressione è stata quella sessuale: la passione per i ragazzi, cioè per giovani maschi di circa vent’anni (e in particolare per uno, Manu, che sembra incarnarli tutti) è stata e resta la più forte della sua vita, capace di opporsi al lavoro stesso, alla mondanità, alla cultura e naturalmente all’età: Giovanni è e si sente sempre più vecchio ma questo non fa che aumentare il suo interesse per la bellezza, l’immaturità e la gioventù, contrapposti alla noia di tutto ciò che è adulto e maturo. La seconda trasgressione è quella delle sostanze: cocaina, psicofarmaci e farmaci vari, ma soprattutto alcool, amministrati più o meno oculatamente per stare meglio in compagnia (“sono un tiratore sociale, come definivano in America certi bevitori”) o al contrario per accettare il fatto di essere solo (“stasera non ho nessuno”). La terza trasgressione è appunto la scelta della solitudine, in un mondo dove tutti cercano conformisticamente di formare una famiglia, o almeno una coppia stabile (poco importa se etero o omo). La quarta trasgressione, quella che forse include tutte le altre, è allora la ferma volontà di non essere normale, di non essere cioè come tutti i borghesi adulti, “noiosi e stupidi”; la disperazione non esclude la gioia di vivere e la felicità di alcuni singoli momenti o incontri, e d’altra parte resta l’unico vero antidoto alla mediocrità degli “altri”; la rispettabilità borghese di Giovanni Prati è solo un involucro, il nucleo è una differenza sensuale e mai doma, non priva di lati sgradevoli ed egoistici, certo, ma sempre libera, sempre in movimento, là dove gli “altri” non arrivano (di qui, anche, l’incessante dinamismo turistico che anima il protagonista). L’insofferenza del narratore per l’ipoteca realistica affonda probabilmente in questo rifiuto di misurarsi con la miseria quotidiana di tutti, e con la paura di vederci riflessa la propria; ‘trasgredire’ significa così soprattutto ‘inventare’, e l’invenzione è il centro pulsante della scrittura: “A me le balle vengono meglio che la verità, e mi prendono di più, mi aiutano a creare qualche storia non troppo noiosa. E a crederci”.

Giovanni Prati sembra far proprio un distico famoso di Penna: “Forse la giovinezza è solo questo/perenne amare i sensi e non pentirsi”. Ma proprio Penna aggiunge un importante corollario: “Felice chi è diverso/ essendo egli diverso/ ma guai a chi è diverso/ essendo egli comune”. E’ veramente ‘diverso’ Giovanni Prati? C’è un punto, più o meno a metà del libro, in cui la contraddizione sembra sfuggirgli di mano, forse involontariamente: da un lato rivendica un gusto estetico personale, recalcitrante all’omologazione borghese: “ho gusti strani, talmente strani che non mi permettono di capire le scelte degli altri. La gente trova belli quelli che a me non piacciono. E ci passano anni, la vita”; dall’altro ammette un conformismo proprio al livello del gusto: “mi piace quello che piace agli altri, a tutti, direi, indipendentemente dai gusti – quando, guarda caso, tutti concordano: mamme, segretarie, signore, uomini etero con e senza dubbi, figli, figlie e nonne: «Quel bel ragazzo…»”. Per Giovanni il piacere più grande non viene dall’emozione per ciò che sente, ma dall’emozione per ciò che vede: ma questo non vale per tutti, nell’epoca dell’estetizzazione di massa?

Scappare fortissimo va incluso, e in un certo senso chiede di esserlo, in un filone narrativo di materia omosessuale che ormai da decenni ci regala i romanzi più belli e forti della nostra letteratura: sono chiari nel libro i rimandi ad Arbasino (nell’ironia verso i ‘normali’), a Tondelli (soprattutto Camere separate), a Busi (specie Seminario sulla gioventù e Vita standard) e a Siti (Scuola di nudo e Troppi paradisi, esplicitamente citato). In tutti questi autori il desiderio, e un desiderio per eccellenza perverso come quello omosessuale, viene utilizzato come grimaldello conoscitivo, oltre che come materiale narrativo interessante in sé, e proprio perché inconsueto e socialmente trasgressivo. Ma in tutti questi autori il desiderio è anche sottoposto più o meno esplicitamente alla prova demistificante del romanzo, e dunque alla fine rivelato nei suoi aspetti inautentici. L’eroe omosessuale si scopre “come tutti”; l’eccezionalità di partenza deve fare i conti con la mediocrità, l’esclusione venire a patti con l’integrazione; la trasgressione si rivela il modello della nuova omologazione inconsapevole. Per Giovanni Prati, invece, il desiderio resta “l’unica salvezza” e l’amore voyeuristico per i ragazzi una irriducibile fonte di alterità. In questo somiglia soprattutto a Pasolini (nonostante si professi antipasoliniano): un modello nobile quanto si vuole, ma non certo romanzesco in senso classico. Soprattutto, un modello remoto, legato a un immaginario di sdoppiamento (penso soprattutto a Petrolio, giocato anch’esso sul racconto di una scissione) che i tempi  hanno in parte consumato; la contraddizione resta, ma non è più percepita come contraddizione – per essere un eroe intellettuale, Giovanni Prati manca di lucidità. L’impressione è che i valori trasgressivi di Scappare fortissimo abbiano smesso da tempo – e negli ultimi dieci anni in particolare – di essere tali. Questa scissione è diventata la regola, questa trasgressione è diventata di massa (sarebbe più giusto dire di nicchia; ma si sa che i gusti di nicchia sono destinati a diventare di massa). Forse Moretti ha impiegato troppi anni nella stesura del suo romanzo: la coscienza del suo personaggio parla di un presente che nel frattempo è diventato passato.

Stefano Moretti, Scappare fortissimo, Einaudi, Torino 2011.

[Questo articolo è uscito sull’ «Indice dei Libri del Mese»].

[Immagine: Robert Mapplethorpe, Thomas (1987), particolare (gm)].

10 thoughts on “La trasgressione di massa

  1. Interessante recensione. Le trasgressioni che si accumulano fanno riflettere sulle metamorfosi della fenomenologia del desiderio.

  2. @alessandro bandini

    “E tu cosa faresti se avessi un lavoro?” (Don Draper)

  3. Una recensione molto interessante. Concordo in pieno con l’assunto e il finale della lettura di Simonetti. Leggendo buona parte della narrativa gay degli ultimi anni si ha come l’impressione di essere di fronte a un’involontaria parodia della trasgressione, una trasgressione da salotto. Non basta più essere gay per essere trasgressivi. O almeno non soltanto. Si finisce talvolta per diventare santi e ricevere l’estremo saluto in cattedrali in pompa magna. Ma il punto è un altro, i gay (glbtq) vogliono essere davvero ancora trasgressivi, fuori dall’ordine prestabilito? E ancora, ha senso parlare di trasgressione dopo l’avvento di Silvio berlusconi, l’ultimo vero queer italiano?

  4. non concordo affatto circa l’ultima affermazione dell’ultimo commento: Berlusconi l’ultimo vero queer italiano? non mi risulta che Berlusconi fosse frocio. Mi sono perso qualcosa?

    trasgressione poi? mi domando se sia ancora necessario trasgredire in un mondo senza regole…

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