di Alberto Russo Previtali

 

Per gli studenti e gli insegnanti il calendario scolastico ritaglia all’interno del calendario annuale una seconda e più vera partizione del tempo. Il vero inizio e la vera fine dell’anno non avvengono tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, ma in settembre e in giugno: nel primo e nell’ultimo giorno di scuola. Questi due giorni, separati dal tempo sospeso delle vacanze estive, segnano l’apertura e la conclusione della breve lunghissima storia di un anno di scuola.

 

Così, se l’ultimo giorno porta con sé la malinconia o la gioia per la separazione da un’esperienza e da un modo di essere sé stessi con gli altri che non si ripeteranno mai più, il primo giorno è portatore di un groviglio di sentimenti legati all’attesa e all’incertezza sul proprio destino prossimo. È il momento in cui avviene il rimescolamento dei rapporti all’interno delle mura impassibili degli istituti, in cui ognuno torna ad assumere la sua parte, mai la stessa, persino per coloro che sono considerati da tutti i “pilastri” o le “colonne” dell’istituto, i “predestinati” o gli “incorreggibili” della classe. Un altro anno inizia a scriversi.

 

Il primo giorno di scuola non è però solo un momento significativo nella storia di ogni discente e di ogni insegnante, è anche il momento in cui si rivela la vocazione profonda della scuola come istituzione, momento in cui l’insegnante può entrare in contatto con il senso ultimo del suo essere di fronte ai ragazzi. Tutte le contraddizioni su cui la scuola è costruita e da cui è attraversata precipitano nel momento decisivo dell’inizio.

 

I giovani vengono chiamati di nuovo a sedersi dietro ai banchi, a sottomettersi alle regole e alla disciplina, nel nome della missione educativa che la comunità si impone. Vi è dunque, nel ritorno nelle aule, il rinnovamento di tutte le attese positive, talvolta utopiche, che la comunità tacitamente riversa sulla scuola: progresso sociale ed economico, rapporto di eredità tra le generazioni, preparazione del futuro e di un mondo più civile. Ma il primo giorno rende anche più percepibile il rovescio delle attese positive: il vuoto angosciante, l’assenza di fondamento e di certezze su cui la scuola è costruita, presa nella stretta invincibile dei discorsi e degli interessi dominanti, e annichilita dagli orrori della storia in atto.

 

Per l’insegnante che non vuole chiudere gli occhi sulla menzogna fondante dell’insegnamento, che non vuole rifugiarsi nel ventre caldo e mistificante dell’abitudine e della routine istituzionale, il primo giorno è quello che lo rimette di fronte alla sua scelta; non è l’eccezione rispetto ai giorni di scuola “normali”, ma è il modello di ogni giorno di scuola: riprendere di nuovo la posizione di chi tenta di educare e far apprendere, di fronte e in mezzo agli alunni (ma anche contro, oltre gli alunni), nel vuoto di valori e di certezze; riscoprire di nuovo i discenti nella loro essenza di giovani, ovvero di individui in cerca di un destino e di un’identità. Avere una speranza disincantata nel futuro che essi incarnano qui e ora, una speranza spesso cinica e amara.

 

In uno dei momenti più alti del suo percorso poetico, l’Ecloga IX., intitolata Scolastica, Andrea Zanzotto è riuscito a dare parola in modo insuperabile a questo gorgo di sentimenti discordanti che si apre nel tempo pedagogico dell’inizio: “È questa, in tanto ingiusta posizione, / l’ora, l’inizio?”[1]. Il momento inaugurale mette a nudo l’arbitrarietà della posizione del docente, che non è sostenuta da nessuna norma, da nessuna garanzia di giustezza o verità, delle quali è però paradossalmente chiamata a farsi portatrice, costringendo chi la occupa a tenere sulle proprie spalle il fardello della menzogna: “Vengono i bimbi, ma nessuna parola / troveranno, nessun segno del vero. / Mentiremo. Mentirà il mondo in noi”[2]. Il docente, ambasciatore ufficiale della collettività presso i giovani, non ha nessuna parola vera da offrire loro, ma deve fingere di possederla, deve fingersi padrone e custode di essa: “Necessità e finzione: / ché nulla, nulla dal profondo autunno, / dall’alto cielo verrà, nessun maestro. Nessun giusto rito / comincerà domani sulla terra”[3]. Eppure, è proprio al fondo della laicità, della terrestrità immodificabile del vivere insieme scolastico, che il docente può cercare le ragioni della propria ricerca di una possibilità di insegnamento. Egli deve non solo assumere l’inconsistenza del proprio ruolo, ma cercare di far esistere la relazione pedagogica a partire dal proprio riconoscersi come umile creatura pensante:

 

io sia colui che ‘io’

‘io’ dire, almeno, può, nel vuoto,

può, nell’immenso scotoma,

‘io’, più che la pietra, la foglia, il cielo, ‘io’:

e, in questo, essere indizio, dono,

dono tuo, agli altri donato.[4]

 

È proprio nella prospettiva del dono di sé che l’insegnante deve iniziare a porsi nell’imminenza del primo giorno di scuola. Egli deve uscire da sé stesso, in due direzioni divergenti. Innanzitutto, egli è chiamato a incarnare la funzione educativa, a porsi come adulto mosso dal desiderio di fare avanzare il discente nel suo percorso di crescita. Ciò significa far tacere e controllare le emozioni e le pulsioni del proprio sé infantile e adolescente, non prendere parte al richiamo del gruppo, al gioco della trasgressione e della seduzione; significa vedere senza guardare la sensualità dei giovani corpi. D’altro lato però, dalla faticosa posizione di personificazione del limite che conferma la sua età adulta, il docente non può che ritornare in contatto con i tempi fondanti della sua storia. Nei comportamenti, nelle parole, nei corpi degli alunni, egli rivede sé stesso e i suoi compagni, ricorda situazioni, interessi, ossessioni del suo passato, e si reimmerge nella rivisitazione di quei momenti che, accaduti in un tempo aperto su ogni possibile, non hanno mai smesso di pulsare, di aprire il dialogo interiore, chiedendo interpretazione, senso, scrittura.

 

Milo De Angelis è stato un infaticabile esploratore di questi momenti, attorno ai quali è riuscito ad apporre parole preziose. Egli è ossessionato dall’“attimo destinale”, quello che “raccoglie in sé le stagioni, fa convergere in sé stesso il tempo che precede e quello che segue”[5]. Il primo giorno di scuola è sempre, per l’insegnante che si assume ancora il rischio di osservare i ragazzi, di esporsi alla loro alterità, un momento dominato dal sentimento del kairòs: “questo congiungersi delle epoche, questo movimento centripeto con cui il passato e il futuro confluiscono nell’attimo”[6]. Questo sentimento è ancora più intenso per l’insegnante a cui sono affidati alunni adolescenti. Attraverso i ragazzi, egli accarezza di nuovo quel tempo assoluto “che rifiuta la misura, si nutre di sfide, coraggio […] pathos della banda e pathos della solitudine”[7] e il cui luogo per eccellenza è il cortile, quello spazio “intermedio tra la casa e il mondo dove si eleggono i propri compagni di avventura, alleati di un patto che rimane incomprensibile al buon senso dello sguardo adulto”[8]. Questo buon senso è precluso all’insegnante proprio perché egli è chiamato, come da un esilio, a volgersi indietro verso i suoi tempi fondanti, verso le sue età di transizione: “all’improvviso una voce / rimasta sola ci invoca, noi l’udiamo: / oh deus absconditus, custodisci / la gemella, l’assente, la bravissima / del liceo, custodisci quel tumore / che diventò poesia”.[9]

 

In quanto personificazione del limite, il docente deve essere il più separato da quei tempi, ma al tempo stesso deve essere il più esposto ad essi, in quanto guida e accompagnatore dei ragazzi. Esporsi a quell’alterità che sfugge al buon senso è infatti l’unica via per poter dare un senso davvero pedagogico alla propria parola e al proprio agire.

 

Così quest’anno mi sono preparato al mio decimo ritorno a scuola da docente: ripetendo, da uomo novecentesco, il rituale della lettura dei testi più amati di due grandi autori, cercando in loro, poeti e insegnanti, dei maestri, ovvero “dei padri adottivi ma anche padri adottati… adottati per insegnarci a essere padri… per insegnarci a insegnare…”[10].

 

 

Note

 

[1] Andrea Zanzotto, Ecloga IX. Scolastica, in IX Ecloghe, in Id., Le poesie e prose scelte, Mondadori, Milano, 1999, p. 254.

[2] op. cit., p. 255.

[3] Ibidem.

[4] op. cit., p. 257.

[5] Milo De Angelis, La parola data. Interviste 2008-2016, Mimeis, Milano, 2017, p. 78.

[6] op. cit., pp. 78-79.

[7] op cit., p. 124.

[8] Ibid.

[9] Milo De Angelis, L’oceano intorno a Milano X, in Biografia sommaria, in Id., Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2017, p. 253.

[10] Milo De Angelis, La parola data, op. cit., p. 29.

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