di Walter Siti

 

[Questo saggio di Walter Siti è tratto dal quinto numero di «L’età del ferro» (Castelvecchi Editore), uscito lunedì].

 

1.

Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti. Mi sono domandato più volte se fosse il caso, oggi come oggi, di discutere pubblicamente il lavoro letterario di Roberto Saviano, ho anche interpellato amici comuni; il timore era che, criticandone alcuni aspetti, potessi oggettivamente dare una mano a chi lo odia e non perde occasione per screditarlo politicamente – insomma se queste mie opinioni potessero (come si diceva quand’ero giovane) essere strumentalizzate dalla destra. Dico subito, anche se non basterà, che stimo e ammiro il coraggio civile di Roberto, la sua dignità nel vivere sotto scorta, e che ritengo assurdi (oltre che moralmente sgradevoli) gli attacchi di chi lo accusa di essere un furbastro che si è arricchito denigrando la propria terra, un para-guru che spara sentenze buoniste dal suo attico di Manhattan[1], un plagiario, o velatamente minaccia di togliergli la protezione dello Stato. Ciò nonostante, è proprio per l’autorevolezza che Saviano si è conquistato col proprio coraggio che mi decido a intervenire: perché da tempo, con le sue dichiarazioni, Saviano ha preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile” – già in La bellezza e l’inferno dichiarava “preferirei non scrivere né assomigliare a queste persone” e nell’articolo sulla Politkovskaja si spingeva fino a un “non mi interessa la letteratura come vizio”; recentemente, di fronte all’emergenza dei migranti che rischiano di morire nel Mediterraneo, la sua insofferenza nei confronti dei ‘puri letterati’ si è fatta più acuta, fino a espliciti rimproveri di “codardia”.

 

Prendo sul serio la strigliata: personalmente mi ritengo piuttosto codardo, sono (quasi) sempre pronto al compromesso, preferisco l’eccepire al combattere – e poi sì, perdo molto tempo a “limare le parole”. Ma non credo che la letteratura sia mai stata ‘pura’ (che cosa è più ‘impuro’ della Divina Commedia ?), né che sia una faccenda di letterati ben pasciuti, che cincischiano coi soprammobili mentre la casa brucia o discutono sul sesso degli angeli mentre i turchi assediano le porte. O peggio, che dicono di sì al padrone di turno. Credo invece che la letteratura, come la intendo io, sia un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza; se sparisse dal mondo sarebbe come dover fare senza la chimica, o la storia. Ci sono emergenze sociali ed etiche, ma ci sono anche emergenze culturali. La mia paura (più forte di quella di essere strumentalizzato) è che Saviano, col fascino della sua personalità agonistica, con le sue teorie ma soprattutto con la sua pratica, contribuisca a formare un clima in cui la letteratura sia indotta ad abdicare a ciò che la rende più preziosa. Quindi riprendo in mano i miei attrezzi (un po’ arrugginiti) di critico letterario e comincio con l’analisi; doverosamente, dal principio.

 

2.

A leggere gli articoli che Saviano scriveva su riviste e giornali prima dell’esplosione di Gomorra, tre sono i filoni principali: il giornalismo d’inchiesta (col ricordo di Giancarlo Siani), l’elogio del cinema che amplifica le inchieste o le fa riaprire (come nel caso di Peppino Impastato), l’attrazione per il Male a largo spettro, dai demoni di Singer ai diari intimi di Baudelaire, risalendo fino al paradosso cabalistico di Sabbatai Zevi (“spingersi nel fondo più lercio dell’abiezione per lasciar emergere dall’abisso un mondo nuovo”). Questi interessi si ritrovano nel libro d’esordio, che prende il titolo da una frase di don Giuseppe Diana (“è giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra”). L’energia di questo libro non comune è soprattutto legata a un coinvolgimento autobiografico: è chiaro che il giovane protagonista, l’autore che dice io, si è sentito circondato dalla camorra (“sono nato e cresciuto”, dirà in un articolo due anni dopo, “in un territorio dove molte persone a me care sono poi finite nei gangli della camorra”), ne ha respirato la presenza fin quasi a soffocare (“era sui cantieri che sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza”), ne ha avvertito la subdola fascinazione fino a essere tentato di unirsi a loro (“ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri”). Il giornalismo d’inchiesta diventa un fatto personale, un’ossessione con oscure armoniche sessuali: il primo morto di camorra lo vede a tredici anni andando a scuola dopo essersi svegliato con una erezione mattutina, e il morto che vede ha a sua volta una sorprendente erezione; il distacco da quel mondo lo sancisce, adulto, estraendo il pene e pisciando nella vasca da bagno della villa hollywoodiana di Walter Schiavone. Ha una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia che gli permette di arrivare nei luoghi degli ammazzamenti prima dei giornalisti, vuole respirare “l’alito del reale, quello caldo”; infila le dita nei buchi lasciati dalle sventagliate dei mitra in una vetrina, rigira il dito fino a ferirselo contro i bordi taglienti e succhia il sangue. Tutto è corpo, carnalità, fegato, budelle: chiede di ricevere “la verità sullo stomaco” fino a procurarsi “una crisi asmatica di rabbia”. Suo padre, che ha abbandonato la madre e a cui crudamente si oppone, pretende di impartirgli una lezione di vita (“devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole”) – questa è la saggezza del luogo, e lui allora vuol far diventare cose le parole. A proposito di uno scritto di don Diana, padre elettivo, esalta la “parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone”; la parola deve “spaccare il miocardio dell’egemonia dei clan” – parola profetica più che di scrittore. Lo stile cerca di adeguarsi privilegiando metafore puntute, espressioniste, estreme nello sprezzo del ridicolo: il porto è un “ano di mare che si allarga con grande dolore degli sfinteri” ma anche una “appendice infetta mai degenerata in peritonite”; la questione delle armi è “tenuta nascosta, chiusa in un pancreas di silenzio”; in certi momenti “la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna”. Naturalmente c’è anche l’inchiesta in cui rivela situazioni che pochi conoscono: lo sfruttamento della manodopera tessile da parte delle grandi firme, la ‘democratizzazione’ dello spaccio a Secondigliano, il ruolo degli stakeholders nel business delle ecomafie eccetera. Ma tutto culmina in scene madri, icastiche, dove non è difficile scorgere la lezione di Malaparte: i cinesi congelati che cadono dai container, il copertone della Vespa trinciato per l’urto con un femore umano. Saviano è sempre presente, vibrante di furiosa curiosità, lì dove le cose accadono, col suo corpo e la sua voracità: si sente in guerra, è una guerra e lui vuole raccontarla come Michael Herr[2] in Dispacci o come l’Iliade; della scrittura epica ci sono gli elenchi (quaranta soprannomi di camorristi, uno dietro l’altro), ci sono le anafore; ma prende a prestito dai polizieschi hard boiled la sintassi franta, i punti fermi ogni due o tre parole – come se ogni punto fermo fosse un colpo di frusta. D’altra parte anche Schiavone “era un frequentatore della letteratura epica”; i camorristi modellano la propria immagine sui film americani di mafia, e Saviano chiude il libro con la battuta finale di Papillon (“maledetti bastardi, sono ancora vivo !”). Poco prima, in uno slancio di ingenuità, ha rifatto un famoso anaforico pezzo pasoliniano volgendolo all’attivo: “io so e ho le prove”, aggiungendo un baldanzoso “non faccio prigionieri”. Dichiara di voler “fare della mia vita un campo di battaglia”, forse anche qui pensando a Pasolini che voleva “gettare il suo corpo nella lotta”; ma Pasolini, sull’impotenza della parola di fronte all’enormità della vita, ci ha penato per anni, ci ha giocato il valore della sua stessa poesia, attraverso una continua dolorosa sperimentazione formale. Per Saviano sembra che basti ridurre la forma ai minimi termini; fedele al proprio imperativo vitalistico, si reca di persona a Casarsa sulla tomba di Pasolini, per “riflettere sulle possibilità della parola… senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura”. Visto che di metafore nel suo libro ce ne sono pure troppe, credo che qui “senza metafore” si debba interpretare “senza allusioni a più livelli”, quelle per esempio che consentono di raccontare una peste seicentesca pensando alla Rivoluzione Francese. Dunque qui, una volta per tutte, Saviano ripudia la profondità polisenso della scrittura a favore dell’efficacia immediata, dello shock cronachistico-politico, dello ‘sbattere in faccia’, del fare i nomi.

 

3.

Poi c’è la famosa presentazione di Gomorra nella piazza di Casal di Principe, e il coraggio raro di sfidare i camorristi appunto facendone i nomi, che in quel luogo erano sempre stati impronunciabili; Saviano gli grida “non valete niente !” e invita i giovani a cacciarli dal paese, a togliere il saluto alle loro famiglie. Quindi, come si sa, le minacce di morte e la necessità di vivere sotto scorta. Dal punto di vista letterario, è interessante cercare di capire cosa accade nella mente e nella psiche di Saviano tra la fine del 2006 e il 2009. Un giovane che aveva affidato la propria scrittura alla curiosità e al movimento, alla carnalità delle parole, al bisogno di essere presente quando accadono i fatti, si trova di colpo priva-to della possibilità di muoversi liberamente e quasi di usare il proprio corpo; lui stesso, in Gomorra, aveva scritto “i giornalisti che vanno con la scorta non possono che raccogliere con lo sguardo ciò che trovano in qualsiasi notizia battuta dalle agenzie”. Ogni luogo in cui vuole recarsi deve prima essere ‘bonificato’, nessuna sorpresa è possibile; cambia continuamente appartamenti o stanze d’albergo, è controllato a ogni passo; si sente castrato in una gabbia[3]. Quando si va a toccare l’estremo, di solito si perde libertà di movimento; dunque, per un processo elementare di logica inconscia, Saviano ne conclude che, avendo perso libertà di movimento, non può fare altro che insistere sull’estremo. Se non può più uscire, il suo esterno sarà la scrittura; se coloro da cui si sentiva oscuramente attratto (e a cui si opponeva) lo hanno condannato a morte, solo la morte sarà la misura della sua opposizione; “chi scrive, muore” dirà nel suo articolo sulla Politkovskaja. A Napoli lo accusano di essere un nemico della sua terra, si affiggono manifesti contro di lui, quando cammina per strada (scortato dai carabinieri) gli urlano contro; all’opposto, centinaia e poi migliaia di lettori lo sostengono, lo incitano “vai avanti”, lui sa che fin che avrà i riflettori puntati su di sé alla camorra non conviene ucciderlo – il suo orizzonte mentale si rafforza in senso manicheo, nel mondo non esistono che ammiratori o odiatori. Il pubblico è la sua unica difesa, il che inevitabilmente lo conduce a una sopravvalutazione dei lettori; e intanto rimprovera ai suoi paesani di volere “una vita semplice, normale, fatta di piccole cose” [quella che a lui è negata] mentre intorno a loro c’è “una guerra vera”. In una prospettiva bellica aveva auspicato che la sua vita diventasse “un campo di battaglia” ed eccolo accontentato. Ricordando l’approssimativa citazione da Teresa d’Avila che Truman Capote aveva posto in esergo al suo ultimo incompiuto romanzo (“si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”) Saviano riconosce che il proprio desiderio di influire con la scrittura sulla realtà si sta avverando, ma che in cambio “sono anche diventato altro da quel che avevo sempre immaginato”.

 

A leggere gli articoli scritti tra il 2007 e il 2009, poi raccolti in La bellezza e l’inferno, si ritrova intero questo groviglio di surdeterminazioni: Saviano proietta un ideale di sé come individuo “pericoloso” perché le sue parole lo sono, e cerca ovunque fratelli in eroismo – Miriam Makeba, Anna Politkovskaja, ma anche eroi sportivi come Lionel Messi e Clemente Russo, o il jazzista Michel Petrucciani. Tutte persone che in vario modo hanno rischiato il proprio corpo per una passione (Messi con le iniezioni di ormoni per la crescita, Petrucciani con la malattia che gli frattura le ossa a ogni movimento brusco, e così via), tutti alter ego da esaltare, messaggeri dell’esterno. Quanto a sé, si conferma nella postura agonistica, convincendosi che “più ricevo attacchi, più so di essere nel giusto” (pseudo-argomento caro agli autocrati di ogni stagione); molti nemici, molto onore. Se soltanto i lettori possono difenderlo, più aumenta il loro numero più la semplice difesa si trasformerà in consapevolezza del male e impegno nel combatterlo. Quando comincia ad apparire in televisione, pur avvertendo che il suo lavoro sta cambiando natura (“fare televisione è come cercare di respirare sott’acqua”), apprezza la possibilità di “arrivare a un pubblico più vasto”; dieci milioni di persone contemporaneamente, impensabile per qualunque testo solo scritto. Così Saviano riscopre, con ottimi risultati, un genere dell’oratoria antica, il demonstrativum o epidittico – le sue orazioni, su aspetti della politica e della società, si presentano come ‘pezzi chiusi’, senza mai alcun dialogo o contraddittorio; è particolarmente bravo nell’actio, cioè nell’arte essenzialmente teatrale di porgere il discorso utilizzando l’aura che si è creata intorno a lui, e perfino il proprio aspetto fisico (somiglia a Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo di Pasolini). Nel 2010 incassa il grande successo di Vieni via con me, il programma di Fabio Fazio a cui collabora come co-conduttore e con due monologhi a puntata; anche quella una piccola guerra, tra boicottaggi Rai e tentativi di censura, le polemiche sui compensi e lo scontro con la Lega Nord fino alla vittoria finale (il programma batte, in percentuali di audience, sia il Grande Fratello che una partita di Champions League). In quel periodo, fino al 2012 (anno dello spin-off Quello che non ho), la tivù funziona per Saviano come risarcimento della propria vita sacrificata e come certezza euforica del proprio potere comunicativo; già nel 2009 uno ‘speciale’ di Che tempo che fa (storico programma di Fazio) era stato registrato e pubblicato qualche mese dopo da Einaudi Stile Libero in un cofanetto completo di Dvd; Saviano è al suo meglio, splendido semiologo che mostra e commenta foto e titoli sui giornali campani aiutandoci e decifrarne i messaggi impliciti. Televisione, teatro, dvd, fotografie; se il criterio decisivo è l’efficacia, Saviano comincia a sentirsi stretto nelle maglie della letteratura e cerca di ibridarla con mezzi espressivi più potenti – anche per quello che riguarda l’epica, è convinto che solo la “potenza di fuoco della grande cinematografia americana” possa creare un’epica contemporanea. Nella lettera aperta che dalle pagine di “Repubblica” spedisce a Sandokan nel 2010 (lettera carica di un’oscura intimità, giocata sull’asse padre-figlio) c’è un passo che contiene in nuce la trama della prima stagione di Gomorra–La serie (“eppure i tuoi uomini, quelli che tuo figlio avrebbe ucciso, erano disposti a passare con lui [scil. Francesco Bidognetti] pur di non stare sotto il comando del tuo erede”. Il romanzo del 2006, ibrido tra letteratura e inchiesta giornalistica, si aggiorna cercando ossigeno e visibilità nella forma di narrazione audiovisiva che già negli Usa sta soppiantando il cinema, cioè la serie televisiva; il ragazzo che scriveva di sé e del proprio sentirsi soffocato comincia pian piano a immaginarsi come aedo popolare della criminalità, tanto più sicuro della sua missione quanto più è limitato nei movimenti.

 

4.

 

Al romanzo, comunque, continua a pensarci: il libro cartaceo ha il pregio della durata e il fascino della tradizione – rispetto all’oratoria, la narrazione presenta il vantaggio che spinge il lettore a identificarsi, gli dà l’impressione di ‘essere lì’. Sette anni dopo Gomorra, nel 2013 esce Zero zero zero, pubblicato da Feltrinelli nella collana Narratori. Il romanzo (anch’esso come Gomorra ibrido tra racconto e inchiesta) è dedicato alla cocaina e mira a creare un’epica del narcotraffico, coi suoi eroi negativi (el Chapo, la crudele Griselda). C’è anche qui la carnalità del conoscere (“i ricordi non stanno solo nel cervello… anche altri organi hanno una memoria, il fegato, i testicoli, le unghie, il costato”), ma l’espressionismo delle metafore si è impoverito (“un parco immenso violentato da una strada a quattro corsie”). Il problema fondamentale è che, a differenza che in Gomorra, stavolta Saviano non può essere testimone diretto: si è dovuto fare una competenza spaventosa leggendo, qualche rara volta intervistando, ma in ogni caso è sempre tutto di seconda mano, riferito o sentito riferire, riassunto e divulgazione. Il Messico di cui si parla, o la Colombia, non possono evitare di apparire stereotipi, mancano quei dettagli sorprendenti che conferivano a Gomorra il timbro dell’autenticità[4]. Lo stereotipo ambientale trascina con sé, vischiosamente, la sciatteria stilistica – il libro è pieno di espressioni corrive, da giornalismo svogliato: Como è “il capoluogo lariano”, Budapest “la capitale sul Danubio”; qualcuno “sprizza energia da tutti i pori”, le milanesi hanno “il cuore nascosto sotto le giacche aderenti dei tailleurs firmati”; e poi “la punta dell’iceberg”, “il tallone d’Achille”, “l’approdo più gettonato”, fino alle fantozziane “feste megagalattiche”. Si cerca di porre rimedio alla sciatteria enfatizzando la violenza (“voglio affondare le mani nella ferocia, rovistare dove fa più male e poi vedere cosa mi rimane appiccicato alle dita”), ma le scene splatter (“cinque teste decapitate sul pavimento della pista da ballo”), i soffocamenti, gli scuoiamenti, le seghe elettriche non impediscono un ron ron che tutto parifica in una noia diffusa o talvolta in un esotismo da feuilleton (“ormai Carlos Castaño è come un giaguaro ferito nella giungla colombiana”). Come per la criminalità, così nel mondo la cocaina è “una guerra”; non solo a Nueva Laredo, dove “per la strada è facile trovare cadaveri fatti a pezzi e gettati in sacchetti di plastica”, ma perfino Milano “è diventata zona di guerra”. Ciò che al lettore medio sembra esagerato e poco credibile, per l’autore (sia ben chiaro) è invece verità documentata e ossessiva; Saviano crede con tutte le sue forze che la cocaina determini i destini del mondo e che nella lotta contro il narcotraffico non si possa restare neutrali. (La soluzione politica che propone è “la legalizzazione totale delle droghe”).

 

Saviano deve essersi reso conto che la mancanza di coinvolgimento personale toglieva energia al libro; per questo ha deciso un incipit-shock: “Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio” – poi però, preso da uno scrupolo di verosimiglianza, è costretto a progressivi allontanamenti (“se non è tuo figlio, è il tuo capufficio…”) fino al “montatore venuto a casa tua a metter su l’armadio Ikea” o al “cantautore che stai ascoltando per rilassarti”. Chiunque, dunque nessuno di preciso. Verso la fine del romanzo prova un’altra strada, per via analogica: “la Colombia è un Aspromonte sconfinato” e “non mi sono mai mosso da Napoli” – le connessioni di camorra e ‘ndràngheta col narcotraffico sudamericano gli permettono di legare in qualche modo il secondo romanzo al primo, confessando il bisogno di “dare alla mia ossessione tutto lo spazio del pianeta”. Con la parola “ossessione” si avvicina a un nodo nevralgico: le ultime pagine di Zero zero zero segnano il massimo punto di introspezione a cui Saviano sia mai arrivato (e sono di gran lunga le più belle del libro). “Ho guardato nell’abisso e sono diventato un mostro… ora è l’abisso che vuole guardare dentro di me”, scrive parafrasando Nietzsche[5]. L’attrazione per il Male gli appare nella sua desolata nudità: dietro la denuncia c’era la paranoia – chi gli garantisce che chi gli sta intorno non somigli all’abisso ? Per raccontare l’abisso ha sacrificato tutto e ora si interroga se ne valeva la pena ma la risposta è spietata (“no”). Si è rovinato la vita per proclamare alta la verità, ma la verità “non si trova”; apparenta il proprio destino a quello di Christian Poveda (un giornalista giramondo ucciso dalle Maras salvadoregne che aveva ritratto in un documentario) e si domanda “per cosa sei morto, Christian ?” Dal fondo di questa disperazione è tutta la sua storia di scrittore che viene messa in dubbio; l’intima mostruosità si poteva forse affrontare dall’interno (“Racconta storie ispirate. Arrovèllati su stile e narrazione. Non l’ho saputo fare”). Qui è il turning point di tutta la successiva carriera di Saviano; la voce dell’abisso lo spaventa (“per me è troppo tardi”) e allora risolve con una capriola: “Sono un mostro, com’è mostro chiunque si è sacrificato per qualcosa che ha creduto superiore. Ma conservo ancora rispetto. Rispetto per chi legge” – e giù per il sentiero conosciuto, di quanto sia importante farsi leggere da molti (lettori, si noti, supposti indifferenti alle “storie ispirate” e allo “stile”), e di quanto le parole possano diventare azione, migliorando il mondo. Se poche pagine prima aveva ammesso che “l’unica fuga per me possibile è la fuga in avanti”, in termini di tecnica psicanalitica potremmo definirla una ‘fuga nella guarigione’ – rimuovere la crisi mediante un processo di esteriorizzazione e proiezione positiva; scegliere l’estensione invece della profondità, preferire il clamore dell’impegno pubblico alla (privata) vergogna dello stile. Da questo momento in poi, Saviano nelle sue opere non parlerà più di sé.

 

5.

 

Nel 2014 viene trasmessa su Sky Italia la prima stagione di Gomorra-La serie, “da un’idea di Roberto Saviano” ma anche con una concreta collaborazione di Saviano stesso alla sceneggiatura. La serie rispetta le leggi del genere (un ‘crime’, a metà tra il noir e la fiction di mafia): opposizioni nette e manichee, sia tra i clan rivali che tra bene e male; dialoghi unidimensionali, prossemica elementare, affrontamenti di visi a pochi centimetri, onnipresenza del buio per sottolineare la drammaticità; familismo tradizionale (santità delle madri, “ora papà sistema tutte cose”), uccisioni come punteggiatura, violenza che esplode improvvisa (sequenza abbraccio+sparo), colpi di scena obbligatori, finte morti alla fine delle puntate eccetera. La serie ottiene uno straordinario successo, con fenomeni di emulazione; è il romanzo popolare aumentato della potenza audiovisiva (l’ambientazione è perfetta, gli attori bravissimi, la musica dei rapper napoletani è coinvolgente). Saviano vede esaudita un’altra delle sue preghiere e torna a casa, in quel territorio in cui si muove con agio creativo. Quando nel 2016 esce da Feltrinelli La paranza dei bambini, si ha l’impressione che nella sua vita sacrificata abbia perfino ritrovato il dono della tenerezza; con un movimento psichico che potremmo chiamare ‘formazione di compromesso’, Saviano riesce a conciliare la denuncia sociale e l’amore inconscio per la camorra – chi non ama i ragazzini e la loro innocente vitalità, anche se sognano di trasformarsi in feroci criminali ? Valga per tutte la scena in cui la paranza si dota finalmente di un arsenale di armi e poi si addormenta “come si addormentano i bambini il 24 dicembre, sapendo che al risveglio troveranno i regali da scartare sotto l’albero”.

 

 

Per la prima volta Saviano si cimenta col romanzo-romanzo, per la prima volta scrive nella nota il fatidico “i fatti sono immaginari”; il modello sottotraccia è quello dei ‘ragazzi di vita’ di Pasolini: pasoliniano è l’uso di incastonare narrativamente dei ‘pezzi’ ritenuti sociologicamente significativi, pasoliniana la connessione tra emarginazione e sacralità, pasoliniano il divertimento nel notare la modernità tecnologica dei ragazzi, pasoliniana infine la vivacità magnetofonica di certi cazzeggi. Il libro ha momenti forti, l’epica si tinge di tenera ironia (“le gesta dei guerrieri passano di bocca in bocca, fanno notizia e poi fanno leggenda”), il finale è commovente (marcato, come tipicamente in Pasolini, dalla morte di un ragazzo); ma il punto debole è la scrittura. A un’analisi stilistica anche sommaria, il romanzo pare composto da mani diverse: c’è lo stile rapido e teso del noir, c’è il lirismo delle parti in corsivo, c’è il sentimentalismo di Moccia (“senza la sua dolcezza si sentiva vuoto”), c’è perfino un accenno di pornosoft (“vieni – disse infine lei e lo guidò dentro”), per non contare un ammiccamento alle riviste di moda (“Briatò aveva scelto una camicia blu navy… mentre Drone aveva optato per una T-shirt attillata”). Contrariamente a quanto accade in Pasolini, i diversi livelli stilistici non frizionano consapevolmente tra loro ma si giustappongono inerti, passivi; usa tutti gli stili e quindi non ne ha nessuno; nella testa di Saviano lo ‘stile’ è ormai gravato da uno stigma morale in quanto caratteristico di quel tipo di scrittore (“con le sue paturnie, le sue psicosi, la sua normalità”) che già in Zero zero zero dichiarava di non poter (leggi ‘voler’) essere. La noncuranza dello stile è quasi esibita, non c’è tempo per l’estetismo fatuo, maiora premunt. Paradossalmente però sono proprio la disattenzione e l’incoerenza formale a danneggiare il senso e il valore che Saviano intende dare al testo; il lettore esperto (élitario, ebbene sì) si accorge delle incoerenze e ne è infastidito, immagina revisioni editoriali non fatte (o fatte troppo) e si distrae dall’identificazione, da quel ‘sentirsi lì’ su cui Saviano fonda l’efficacia della denuncia. (Gli altri, i lettori di massa, sono contenti che il testo scivoli via liscio, assecondando la loro propria noncuranza formale; la lettura di un libro di Saviano diventa la buona azione che consente di godersi la spiaggia, o la cena in tavernetta, compiacendosi che i propri figlioli non somiglino a quelli descritti nel libro).

 

Bacio feroce, del 2017, si presenta come un ‘sequel’ secondo le regole cinematografiche o televisive; stessi personaggi di cui si racconta l’evoluzione e la fine e poi, didascalica, la formazione di una nuova paranza con colpevoli ancora più giovani e innocenti. Il ro-manzo è assai più debole del precedente, con meno autentica commozione e più attenzione al ‘prodotto’; è un campionario di situazioni tipiche, di gesti amplificati da una clamorosa teatralità. Tutti gli elementi visti fin qui (sciatteria stilistica, sentimentalismo, splatter, ritratti stereotipi, punte di iper-modernità, vivacità magnetofonica, colpi di scena ‘telefonati’) sono inseriti in un frullatore e compongono un testo in cui le sorprese stanno solo nella trama e mai nelle psicologie, puro manierismo savianesco. E’ evidente la stanchezza dell’ispirazione, come se si trattasse di un compito da assolvere con un po’ di fatica. Anche il programma televisivo Kings of Crime, condotto da Saviano nel 2017 e 2018 per la Nove, è apparso privo dell’energia dei vecchi interventi da Fazio; le storie degli eroi del Male, raccontate in un’aula universitaria davanti a studenti muti e ammirati, hanno rivelato la loro natura predicatoria sotto la consueta bravura nell’esposizione. Come se Saviano fosse diventato prigioniero del proprio personaggio, e lui è troppo intelligente per non capire che è necessario un nuovo balzo in avanti, un colpo di reni.

 

6.

 

Di fronte all’imponente fenomeno storico delle migrazioni dai Paesi poveri (o travolti dai conflitti), di fronte alla tragedia dei morti in mare nel Mediterraneo, la soluzione che Saviano suggerisce è come al solito radicale, “liberarsi delle frontiere”. In mare non esistono taxi è un suo testo del 2019 pubblicato da Contrasto, un editore specializzato in libri fotografici – il contributo di Saviano consiste di una introduzione, una serie di sue interviste a fotografi che sono stati nel deserto o sulle barche, un suo intermezzo lirico-oratorio ritmicamente fondato sulle anafore, alcune altre interviste a fotografi o operatori delle Ong, infine di un suo epilogo parenetico. Applicandosi a un nuovo soggetto, Saviano ritrova però i propri Leitmotive: “rendere di carne la propria conoscenza”, “una guerra che si combatte ogni giorno”, “l’epica della migrazione” – e proclama la necessità di rendere testimonianza. Siccome, a causa delle limitazioni di vita che gli sono imposte, lui sulle navi delle Ong non ci può salire, lascia l’onere delle testimonianza alle foto (alcune bellissime); le foto sono le vere protagoniste del libro, mentre alla letteratura è affidato un compito di supporto (“sottrarre la fotografia al tempo decretato dalla cronaca”, insomma dargli durata); al di là e indipendentemente dalle (notevoli) differenze di stile, la cosa più importante che le foto ci dicono è che loro “erano lì” – non c’è più bisogno di sforzarsi col mimetismo letterario, basta uno scatto.

 

Il ragionamento di Saviano si basa su un postulato tanto diffuso quanto indimostrabile: che l’immagine sia più efficace delle parole, che ‘prenda più allo stomaco’. Verso la fine del libro, per dimostrare quanto un’immagine divenuta ‘iconica’ possa “farci sentire coinvolti e responsabili”, Saviano riproduce una foto famosa, di un bambino africano rannicchiato e morente mentre un avvoltoio alle sue spalle sta sinistramente aspettando che il cadavere sia disponibile. Mi viene in mente un breve racconto di Parise, in Sillabario n.2, che si intitola Fame: siamo al tempo della guerra del Biafra, Parise inviato del “Corriere della Sera” descrive un altro bambino africano accoccolato e intento ad arrostire, con fatica, un topo che poi mangerà. C’è un momento del racconto in cui passa uno sguardo di reciproca vergogna tra il bambino e il reporter, e per tener fede a quella vergogna Parise lima il suo stile fino a una sobrietà nitida e disumana – non c’è immagine al mondo che possa valere questa meditazione sul mestiere. Come nessuna immagine di Auschwitz potrebbe aggiungere un grammo al peso di Se questo è un uomo. Parola letteraria e immagine sono attività indipendenti e sovrane ciascuna nel proprio ambito, mentre Saviano nel libro sembra riservare alla letteratura un ruolo ancillare. Ecco, se in queste pagine non mi sono sottratto alla figura un po’ patetica del letterato vecchio stampo, è perché avverto intorno a me un clima culturale che tende a svilire la letteratura, confinandola ai compiti di denuncia e di intrattenimento – se fosse solo quello, allora è ovvio che non potrebbe reggere il confronto con mezzi espressivi più ‘potenti’[6]. Volevo cercare di capire, nel caso specifico di un uomo che stimo, come quel progressivo svilimento fosse avvenuto: più Saviano acquistava ‘presenza’, più la letteratura è rimpicciolita dentro di lui.

 

“Quel che può ‘combinare’ la letteratura”, aveva detto durante un discorso a Stoccolma nella sala del Nobel, “si rivela spesso in situazioni estreme”; poi ha conservato questa convinzione, occupandosi solo di situazioni estreme – ma non è vero: si trovavano in situazioni estreme l’impiegato Kafka, la zitella Jane Austen, il rentier Proust ? Il maggiore obiettivo della letteratura non è la testimonianza ma l’avventura conoscitiva. E non è un problema di ‘purezza’ ma quasi il contrario, di ambiguità: soltanto la letteratura, tra i vari usi della parola, può affermare una cosa e contemporaneamente negarla; perché ambigua è la nostra psiche, ambiguo il nostro corpo – le ambiguità rimosse possono portare a esiti controproducenti, a discussioni sterili. L’ambiguità, lo spessore, la polisemia fanno emergere quel che non si sa ancora; per questo la letteratura non può prestarsi a fare da altoparlante a quel che già si crede giusto. La si umilia, così; per questo dare importanza allo stile non è diserzione – non tutte le battaglie si combattono con fucile ed elmetto. La mia paura è che Saviano, essendosi tirato indietro rispetto a quel che la letteratura gli chiedeva (l’abisso che pretendeva di guardare dentro di lui), se ne sia poi formato un simulacro di minori pretese, pronto a fare l’attendente di cinema e tivù. Dal basso del mio non essere un cittadino esemplare, e forse nemmeno una bella persona, formulo comunque l’ipotesi che un tipo oggi maggioritario di engagement, nell’ansia di andare oltre la letteratura, finisca invece per non sfruttarne a pieno le potenzialità, insomma per farle del male.

 

Note

[1] Che poi sarebbe un appartamento a Brooklyn, ma gli odiatori non badano a questi distinguo.

[2] Seguì per la rivista “Esquire” la guerra del Vietnam, ne trasse un libro che fu poi la base per le sceneggiature di Apo-calypse Now e Full Metal Jacket; il libro è stato un modello per il giovane Saviano, sia per la carnalità delle metafore che per la proclività al cinema.

[3] “Non sei più una tigre, sei un gatto rinchiuso e castrato” scriverà nel 2010 a Francesco Schiavone detto Sandokan.

[4] Per esempio la scena terribile, tratta dalla biografia paterna, dell’ambulanza su cui dev’essere caricato un ferito di camorra, mentre i barellieri pregano di aspettare che tornino i camorristi “a finire il lavoro”.

[5] Recentemente, in una conversazione su “Robinson” con Yuval Harari, Saviano ha declinato diversamente questa suggestione nietzscheana: “quando usiamo uno smartphone, non siamo solo noi a guardarlo ma è lo smartphone che sta guardando noi” – il processo di esteriorizzazione è compiuto, all’”abisso” si è sostituita l’utopia tecnologica.

[6] Al Festival del Cinema di Venezia (5 settembre 2019) sono state presentate in anteprima due delle otto puntate tratte da Zero zero zero, la nuova serie prodotta da Sky con un cast internazionale, che andranno in onda nel 2020. C’è da scommettere che dalla serie saranno scomparse proprio le pagine finali, autoanalitiche.

 

[Immagine: Foto di Maki Galimberti].

26 thoughts on “Preghiere esaudite. Saviano e l’abdicazione della letteratura

  1. Di Saviano ammiro soprattutto il coraggio. Qui non si tocca. Solidarietà nell’esprimere quotidianamente la necessità di combattere le Mafie. Poi vediamo cosa tutto ciò ha a che vedere con la sua espressione letteraria. Per me un po’ poco.
    La sua forma di linguaggio tende ad allontanarmi da lui. Soprattutto perchè è abbastanza lontana dalla sostanza. Il suo guscio letterario non mi induce ad arrivare al nocciolo. A pormi le mille domande che devono scaturire dai fatti narrati. Non può essere nè un nuovo D’Annunzio e nemmeno un nuovo Pasolini. Davanti ad ogni nuovo romanzo ho l’impressione , direi meglio la speranza, di trovarmi davanti al Capolavoro. Ogni volta ne esco regolarmente deluso. Non voglio sembrare presuntuoso. Probabilmente è il mio metodo che è sbagliato. Sono le mie aspirazioni che falliscono nella forma e nei contenuti l’oggetto dei miei desideri. Spero comunque per mio personale piacere intellettuale di incontrare tra la superficialità di Baricco e le esasperazioni di Saviano qualche autore che mi appassioni.

  2. “ Martedì 1 settembre 2009 – Luperini insiste: Saviano non è un letterato, è un « intellettuale ». Ed esattamente per questo lo approva, approva quello che fa. Luperini, si sa, non ama la letteratura: « 11 novembre 1992 – “ La letteratura non si salva con la letteratura “, scriveva nel 1988 Romano Luperini dando del “ solariano “ al Calvino delle Lezioni. Ma allora con che cosa si salva? Forse non si salva, ecco. ». Credo che per pensarla così lui abbia le sue buone ragioni, e anche che le sue buone ragioni siano migliori delle mie. Che non so bene quali siano, ma so che ci sono. Io, dopotutto, mi pento solo di non essere stato capace di essere fino in fondo il letterato che ero, che sono sempre stato. Ci voleva coraggio, ma, soprattutto, pazienza, cioè continuità, metodo, fedeltà. Cioè memoria, buona, costante memoria. E comunque Saviano non mi piace. E Luperini nemmeno. La verità è che la letteratura ha cessato di esistere. Esistono solo i professori. E i giornalisti. Che fanno a gara a chi parla di più. “. [*]
    [*] La verità è che Saviano non è nemmeno un giornalista. È un marchio, un brand, un logo. Una faccia. All’armi siam faccisti…

  3. “ Sabato 15 luglio 2006 – Poi esco e accendo la radio. C’è un giovane, anzi, giovanissimo scrittore di Napoli che parla di Napoli (Roberto Saviano, Gomorra). E, a un certo punto, dice che la camorra « ha rialzato la china ». Io ne deduco che la camorra c’è, anche là dove potrebbe sembrare che non ci sia. Poi dice anche che il porto di Napoli è « l’ano sfondato d’Europa ». Io ne deduco che la camorra ama le immagini forti ma non sa scriver(l)e. « Perché partire dal porto? », gli aveva chiesto il giornalista. Ma quelli, si sa, non sanno mai quello che dicono. “.

  4. Giovedì 3 febbraio 2011
    Da quali nemici e falsi amici si devono guardare i poeti (esodanti) [ 3 ottobre 2019:… e gli scrittori di romanzi; e i letterati]

    Stralcio:

    Essere capaci di attenzione verso la forma di una poesia è solo uno dei passi, necessari ma non sufficienti per intenderla davvero. Altri passi indispensabili riguardano anche il contenuto e il rapporto che in quel testo si stabilisce tra contenuto e forma. Voglio dire con questo, in contrasto con certe letture dominanti ancora oggi soprattutto negli ambienti universitari, che la  squalifica o la diffidenza da parte degli “esperti” nei confronti di poesie, nelle quali il contenuto appare più in vista e la forma pare vicinissima al linguaggio comune o alla prosa (mettiamo per questo blog la mia Cronaca di performer che ha suscitato l’indignazione di Terzo o alcune di Eugenio Grandinetti) è al minimo sospetta. Altrettanto prevenute e discutibili sono molte critiche verso le letture del testo dichiarate “ingenue”, “rozze”, “contenutistiche” e di solito censurate per far diventare canoniche, obbligatorie, “migliori” quelle formalistiche (più o meno esclusivamente attente alla forma).  Direi dunque che per me i primi passi per intendere una poesia debbano essere fatti sia in direzione della forma che in direzione del contenuto. Non si può avanzare con un piede soltanto. Fatto, dunque, il primo passo, che permette al lettore di distinguere una poesia da un articolo di giornale, accordata (senza esagerare come fanno i formalisti) la giusta attenzione alla forma, si fa anche l’altro per intendere bene il contenuto. Subito dopo ci si addentra in un terreno pieno di spinosi problemi e di possibili interpretazioni  del testo e di come gli artisti o i poeti hanno trasformato o “trasfigurato” quei «materiali che appartengono a tutti gli altri campi della realtà umana» (Terzo). E il discorso porterà anche lontano, ma esso va condotto con pazienza e coraggio.  Non ci sono ricette. Abbiamo spesso concordato anche sul fatto che oggi non ci sono – bene o male che sia – canoni.  La discussione dovrebbe essere perciò senza paletti e senza “scomuniche”.
    (https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/02/ennio-abate-da-quali-nemici-e-falsi.html#more )

    P.s.
    “ Martedì 1 settembre 2009 – Luperini insiste: Saviano non è un letterato, è un « intellettuale ». Ed esattamente per questo lo approva, approva quello che fa. Luperini, si sa, non ama la letteratura: « 11 novembre 1992 – “ La letteratura non si salva con la letteratura “, scriveva nel 1988 Romano Luperini dando del “ solariano “ al Calvino delle Lezioni. Ma allora con che cosa si salva? Forse non si salva, ecco. ». (Barra)

    E infatti, per salvarla =non tenerla bloccata , il Luperini sessantottino e marxista dei bei tempi pensava, come tanti, a una rivoluzione comunista. Non è stata – ancora una volta – possibile. Perciò abbiamo “le parole” da una parte e “le cose” dall’altra. Ovvero il solito braccio di ferro tra letterati apocalittici – oggi – alla Saviano e letterati integrati – oggi – alla Siti. E in giro troppi comunisti pentiti (anche letterati) che sanno solo difendere in blocco la letteratura, tutta la letteratura. Come se essa miracolosamente producesse ogni anno chissà quanti Kafka, Austen e Proust e sempre si dimostrasse « un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza».

  5. “ Giovedì 25 agosto 2016 – Il giornalismo: è un modo per fare della letteratura senza che a nessuno venga in mente di accusarti di essere un letterato. “.

  6. @ barra

    Se è nato il giornalismo, è perché la letteratura, che lo ha preceduto o conviveva con forme “pre- giornalistiche” (orali o scritte)*, per quel suo « modo di conoscere la realtà», non soddisfaceva più (da sola) certi bisogni conoscitivi. E poi c’è stato e c’è giornalismo e giornalismo. Come c’era e c’è letteratura e letteratura. Ed esistevano o esistono generi mix o intermedi ora a prevalenza giornalistica ora letteraria. Anche Dante fece un po’ il reporter dell’altro mondo, no?

    *Rivedere Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov”, Einaudi, Torino, 2011

  7. “ 31 luglio 1984 – L’atteggiamento « scientifico » nei confronti del testo letterario – fino all’instaurarsi di un vero e proprio tabù del contatto diretto con il medesimo per una moltitudine di lettori che con la letteratura sono riusciti a non avere nessun vero rapporto -, la lucidità analitica etc. non impediscono che la potenzialità mitico-allucinatoria della scrittura si ripropongano altrove che nei libri di letteratura propriamente detti, per esempio nelle letterature « minori » o minime e, soprattutto, nel giornalismo. “.
    Detto questo, caro Ennio, io non potrò mai scambiare un Carlos Castaneda con un Marcel Proust.

  8. “io non potrò mai scambiare un Carlos Castaneda con un Marcel Proust” (Barra)

    Castaneda come esempio di letteratura “minore” o di giornalismo?
    Nessuno qui spinge verso questa con-fusione, credo.
    Il punto controverso sembra essere, secondo me, la difesa *in blocco* della letteratura presente nello scritto di W. Siti.
    Su quello vorrei che ti/vi pronunciaste.

  9. Invece “l’attico a Nuova York” mi sembra il commento più giusto, il continuo ed ostentatissimo uso del linguaggio di propaganda potendo essere definito solo da un linguaggio ugualmente di propagandistico. L’articolo di Siti resterà tuttavia come una preziosa testimonianza storica sul propagandista ai tempi del regresso economico-democratico. Come vi ha partecipato, anche e soprattutto linguisticamente, credendo di opporivisi

  10. “ Mercoledì 11 novembre 2009 – Ieri sera ho visto Saviano, ma, nonostante l’abbia seguito con attenzione, non sono assolutamente riuscito a capire che cos’è la letteratura. Quello che ho capito è che la letteratura non è possibile. La televisione, invece, purtroppo, sì. “.

  11. “Quando lo scarto è alla moda, quando esso stesso è diventato tradizione, l’autore del ‘Grande Scarto’ non devia affatto: è Antonin Artaud, volens nolens, che figura quale eroe letterario, per il santificante privilegio della prova vissuta, per l’intensità dell’inibizione subita, per la violenza del grido che la sovrasta. Ancora, il successo di Artaud, la maniera in cui è accolto come ‘sciamano’ della nostra epoca, i commenti che lo circondano tenderebbero a provare che lo scandalo della sua apparizione risponde ad un’attesa generalmente avvertita. Il nostro gusto impone che lo scrittore abbia una propria voce e che la eserciti in una maniera senza possibilità di confronti: ci arrischiamo a sostenere che la nostra cultura ammette molto comunemente l’idea di una letteratura come perenne processo di ‘devianza’: la letteratura è il consesso discordante delle voci e delle scritture impareggiabili.”

    Jean Starobinski. Leo Spitzer et la lecture stylistique [1969], in L’oeil vivant II. La relation critique. Paris, Gallimard, 2001, p 82

  12. Non mi è chiaro come sia da intendere la citazione da Starobinski riportata da Taverna, ma mi pare che il saggio di Siti tenda a dimostrare (e ci riesca) che la scrittura di Saviano non ha niente di impareggiabile, anzi, che è pareggiabilissima.

  13. GLI SCIAMANI E IL LETTERATO. CON DANTE, FUORI DAL “LETARGO”…

    IL “SACCO DEL CLOWN” E UNA TERRA SENZA GRAZIA. In memoria di Elémire Zolla (“I letterati e lo sciamano”) …

    “Si immagini un clown imprigionato in un sacco senza aperture da cima a fondo. Tenta di divincolarsi come può, ora sbattendo il capo contro l’apice superiore, ora scalciando e perdendo l’equilibrio coi piedi impediti, ora sferrando pugni invano nella gabbia che lo soffoca. Zolla sapeva che il sapere è il sacco del clown: bisogna lacerarlo affinché la scrittura, anche la più erudita, ruscelli come una melodia.” (Grazia Marchianò, Nota al testo, in Elémire Zolla, “L’amante invisibile. L’erotica sciamanica nella letteratura e nella legittimazione politica”, Venezia, Marsilio, 2003. pp. 2-3).

    PER CHIAREZZA, sul tema del “sacco del clown” o, diversamente, del “cerchio” mediatico del circo di “Moira [Orphei]” (Parmenide), per cercare di uscire dal “letargo” ( http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908 ) o, se si vuole, dal “sonnambulismo”, segnalo questo breve testo su “LE “REGOLE DEL GIOCO” DELL’OCCIDENTE E IL DIVENIRE ACCOGLIENTE DELLA MENTE” (cfr.: “La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica”, Antonio Pellicani editore, Roma, 1991, pp. 162-189: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5556). E insieme, e ancora, gli appunti su “RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI: LA SCOPERTA DI UNA CAPPELLA SISTINA CON 12 SIBILLE” (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5195) .

    Federico La Sala

  14. Walter Siti ha speso la sua vita come docente universitario. Una scelta che – dal punto di vista umano – è più che comprensibile per chi ami la cultura e di cultura voglia vivere. Walter Siti è quindi un “intellettuale organico” alla cultura di questo Paese. Ha vissuto nei suoi palazzi. Non ne ha preso le distanze. Ne è rimasto, negli anni, servitore. Cioè, appunto, “organico”. Come dice Albinati, però, le due cose non possono stare insieme: “Il problema dell’attività intellettuale nel nostro paese consiste in questo, chiunque scriva non può fare a meno di considerare che siamo chiamati a una positività corrotta o a una negatività integra, o, se si preferisce, alla complicità o alla apocalissi.” (Cf. E. Albinati, Cuori fanatici, Rizzoli 2019, p. 94). Walter Siti che si esprime su Saviano fa l’effetto dell’Unione degli Scrittori che ai tempi di Chruscev o di Breznev si pronunciava su chi dovesse o non dovesse essere considerato “scrittore”, su cosa si potesse definire “Letteratura” e in cosa consistesse la “Letteratura”. Non può essere l’apparato burocratico – di “Palazzo” – della cultura di un Paese ad emettere un giudizio sullo stato di salute della propria attività culturale, perché si tratterebbe di pura tautologia, o, se si preferisce, di strada obbligata.
    Del giudizio di Siti su Saviano mi preoccupa pure una seconda cosa. Siti dichiara, in apertura, che “difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti”. Ora, premesso che – per fortuna – l’opzione non si pone, Siti affronta la questione come se il tema “migranti” dovesse restare estraneo alla “Letteratura”, quasi a voler rivendicare uno spazio neutro, dove viva la Letteratura. E’ poi Siti, però, a non voler restare confinato dentro a quel presunto spazio “neutro”, dialogando con scrittori che – forse non casualmente – hanno dei “migranti” e delle “migrazioni” un’idea ossessiva e negativa. Mi riferisco a Renaud Camus, lo scrittore che Siti ha fortemente voluto nella collana da lui diretta “I romanzi della realtà” (Textus). Renaud Camus è noto per la sua teoria su “Le Grand Remplacement”, secondo cui esisterebbe un piano per rimpiazzare la popolazione europea con migranti di fede islamica provenienti dall’Africa e dall’Asia. Nel 2014, Renaud Camus è stato condannato per incitamento all’odio razziale. La battaglia di Siti, dunque, non è neutra, non è una battaglia in nome della “Letteratura”, e per lasciare fuori dalla “Letteratura” Saviano e i migranti. Quella di Siti sembra piuttosto una battaglia che – proprio sul campo della Letteratura ( nulla in contrario!, ci mancherebbe!) – vuole opporre due visioni del mondo: una a favore dei migranti e una che i migranti vuole tenerli fuori dall’Europa.

  15. ” 2 gennaio 1987 – Non sono uno scrittore. Non sono neanche un letterato. Sto dalla parte della letteratura, ecco tutto. “. Cioè: starei, mi piacerebbe stare, mi piacerebbe restare, non emigrare. Emigrare è bruttissimo.

  16. Su, su, esiste anche una *letteratura migrante* e ha i suoi precursori anche da noi:

    — Sette paia di scarpe ho consumate
    Di tutto ferro per te ritrovare:
    Sette verghe di ferro ho logorate
    Per appoggiarmi nel fatale andare:

    Sette fiasche di lacrime ho colmate,
    Sette lunghi anni, di lacrime amare:
    Tu dormi a le mie grida disperate,
    E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

  17. E’ interessante come Valeria Mastroianni proceda in modo rigorosamente deduttivo, ricavando le possibilità da una (supposta) essenza: Siti si è guadagnato il pane quotidiano in un contesto accademico? Bene, allora da lui non può venire nulla di buono né alla, né per la letteratura. Non è nemmeno il caso di star lì a perder tempo per esaminare quello che dice: venendo da lui deve essere per forza sbagliato (non lumen de lumine ma tenebrae de tenebris – siamo nella pura teologia). Lo si assimila nientemeno che all’Unione degli Scrittori di Bulgakoviana memoria e via che si va.
    Un procedimento che per la sua rozzezza e dogmaticità si commenta da solo. Analogo all’ossessione di andar fiutando ovunque atteggiamenti pro o contro migranti da usare come strumenti esegetici a dispetto della loro generale inconsistenza.

  18. più che altro esemplifica bene una delle cose di cui parlava Siti nell’articolo, la malsana idea che la Letteratura è tale solo se parla di problemi sociali (quindi avremmo Unione degli Scrittori contro Zdanovismo, non male come cortocircuito)
    ma in realtà va pure oltre, è l’idea che basti guardare le idee politiche (vere o presunte) per capire se uno fa buona Letteratura o no
    e così ci siamo pure tolti il fastidio di doverli leggere per davvero, i libri, invece così bastano 2-3 post su Facebook e il giudizio è pronto

  19. «la malsana idea che la Letteratura è tale solo se parla di problemi sociali», «l’idea che basti guardare le idee politiche (vere o presunte) per capire se uno fa buona Letteratura o no» (Axel Shut)
    *
    RIPASSO E SUNTINO (PER GIOVIN SCRITTORI EMERGENTI)
    *
    F. Fortini, Letteratura (1979, Saggi italiani 2, pagg. 274- 312)
    *
    *

    1.
    «L’uso letterario del linguaggio» (letteratura) non nasce da una «attenzione» individuale ma da istituzioni sociali (è un’istituzione sociale) (276).

    2.
    Nella scuola e nelle università (fino all’Ottocento) «la letteratura era ancora quella del canone umanistico e classicistico». Solo nell’editoria di massa il canone era quello educativo-civico che operava a sostegno delle politiche liberali e nazionali (279) [«Se in una parte dell’università è ancora quello umanistico, l’editoria di massa è solo a servizio delle politiche dominanti»]

    3.
    Per Fortini nella contemporaneità tre sono i modi (in tensione fra loro) in cui la funzione della letteratura viene esercitata: – trasmissione (scolastica e universitaria); industria culturali (con livelli “alti” e “bassi”); avanguardie (281)

    4.
    Chi fa letteratura o se ne occupa (anche come semplice lettore) non può sfuggire alla domanda su cosa è *essenzialmente la letteratura, quali siano i suoi *limiti, doveri, forme, legittimità né trascurare le «risposte fornite dalle centrali di elaborazione e di potere ideologiche, politiche, economiche, di gusto, di tendenze» (281)

    5.
    Anzi il pubblico è più degli autori condizionato dall’ideologia della letteratura. «I latori di quelle teorie [della letteratura], docenti e critici, sono diventati mediatori privilegiati fra testo e lettore» (282). Questa «mediazione» non si abolisce. «Il rimpianto per un anarchico incontro tra autore e pubblico, fra testo e lettore […] come tutte le immediatezze, è ingannevole» (282) [Nota. La polemica di Luperini contro la “lettura selvaggia” è anche difesa di un potere (positivo) di mediazione del critico]. Certo Fortini non lo [il critico mediatore] esalta, né vuole conservarne il ruolo. Ma per sostituire o ridurre il potere del «ceto dei mediatori culturali» bisogna modificare «l’ordine, davvero extraletterario» che ha istituito quel ceto (282).

    6.
    Se la letteratura è un valore, quale valore è stato ad essa attribuito ad essa da parte dei vari gruppi che lo usavano (questo valore)?
    La letteratura calamitava una «costellazione di immagini, simboli, sentimenti e valori». Era il luogo sia di una «conflittualità di valori» (alto/basso) sia di una loro compresenza (282). Essa ha conservato anche la testimonianza di «un conflitto reale delle classi», rivelato proprio quando l’ha taciuto. («Quanto più l’operazione letteraria si vuole, ed anche è, gioco e liberazione, tanto più essa indica, oscure sul fondo, le potenze dispotiche che si credono sottratte al tempo» (288). [Non si dà letteratura senza terrore velato» (288)]. Proprio questa «latente situazione conflittuale» ha costretto scrittori e poeti a una «ininterrotta giustificazione» del ruolo da essi svolto. Specie nella nostra epoca. Il dibattito millenario fra «utilità» (moralità) e «diletto» (piacere) è rivelatore della «latente situazione conflittuale» (283). L’ideologia dominante faceva scelte drastiche a favore dell’uno o dell’altro. Nell’opera (per «l’ambiguità propria del testo letterario») i due momenti erano difficili a distinguersi.

    7.
    La letteratura sta nel testo, nel linguaggio? «La letteratura è un oggetto o una relazione?»(285). No. Con Sartre Fortini risponde che essa è «un rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà» (284). Nella letteratura si manifesta «sotto specie di comunicazione» [mentre si comunica, comunicando] «un determinato rapporto sociale» (285), che muta forme nel tempo e non ha bisogno necessariamente di certe «figure di discorso» elevato (284).

    8.
    Di che rapporto sociale si tratta? E’ il rapporto «culturale» scrittore/lettore? (285)

    A «doppia dimensione» è la letteratura («si fa nel linguaggio» ma non è riducibile ad esso). Come lo è il linguaggio (che è allo stesso tempo «relazione e segno, materia fonicamente segnata (o graficamente trascritta) e, come sul dirsi, pensiero» (284).

    9.
    Dire «tradizione letteraria « è dire ri-uso. La ripetizione di un testo induce autorità e sacralità (289).
    La letteratura è un’istituzione le cui forme sono fissate per essere ripetute (evocate) e questa ripetizione è socialmente importante. Sono forme sociali, non soltanto soggettive: anche la lirica, che sembra solo legata alla soggettività è «la forma di comunicazione nella quale l’autore *finge l’assenza del pubblico»(289)

    10.
    La letteratura porta con sé un «cono d’ombra», che viene dal passato (sedimento, dimenticanza, forme remote) ma rimanda [fa pensare] a «opacità e ombra» del presente (pulsioni dell’inconscio, rapporti di produzione, linguaggio) (291). Col tempo qualcosa (non «una sacra tenebra» né un ignoto prima o poi afferrabile con sicurezza) entra in questo «cono d’ombra» e altro ne esce: contenuti che si disfano e contenuti che si ripresentano irriconoscibili come «forme» (291)

  20. “ 25 aprile 1991 – Pare che Fortini ammetta la fine dello « stile sdegnato », ossia il rivelarsi dello « sdegno » essere un puro « stile ». In fondo il giornalismo è tutto qui. “.

  21. MITIDEOLOGIA: UNA STORIA DI LUNGHISSIMA DURATA. Note a margine …. *

    Un punto solo mi è maggior letargo / che venticinque secoli a la ‘mpresa / che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
    // Così la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta, / e sempre di mirar faceasi accesa (Paradiso XXXIII, 94-99).

    * “MITIDEOLOGIA”: MITO, FILOSOFIA, E TESSITURA … (https://www.alfabeta2.it/2019/03/31/marcel-detienne-memorie-felici-e-concetti-indelebili/#comment-639101)

  22. A BARRA

    Eh, sì: “Ma per sostituire o ridurre il potere del «ceto dei mediatori culturali [*sdegnati* o *sdentati*]» bisogna modificare «l’ordine, davvero extraletterario» che ha istituito quel ceto (282).

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