di Tommaso Di Dio

 

[Questo testo riproduce, con alcune correzioni e aggiunte, quanto è stato pronunciato dall’autore nella sessione inaugurale di Magma – Meeting Nazionale dei Giovani Poeti dal titolo Ancora la Lirica? L’incontro si è tenuto il 6 Giugno 2019 presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna, durante i giorni del festival internazionale di poesia Oven, a cura del Centro di poesia contemporanea di Bologna sotto la direzione di Riccardo Frolloni].

 

Proverò in questi pochi minuti a proporvi qualche idea sul senso e sul valore dell’esperienza della poesia in questo scorcio di millennio, senza alcuna pretesa di esaurire nulla, anzi: spero di suscitare qualche riflessione e, perché no, qualche correzione e smentita. Innanzitutto non vi nascondo un certo imbarazzo. L’imbarazzo deriva dalla sempre maggiore difficoltà che avverto a parlare della poesia in astratto, come se un genere letterario avesse un’esistenza propria. Su questa questione vorrei dirvi che ho maturato un atteggiamento pienamente darwiniano. Secondo infatti la dottrina dell’evoluzionismo, la specie non è che un oggetto teorico, ciò che è reale è il movimento continuo che si dà visibile soltanto nella concretezza dei suoi individui, ovvero – fuori dalla metafora – nei singoli testi[1]. Mi trovo molto più a mio agio a parlare delle poesie di per esempio Ida Travi o Umberto Fiori o di Milo De Angelis, che a parlare in astratto della “poesia lirica”, come se esistesse, veramente, qualcosa che corrispondesse puramente a questa idea culturale, e non si trovasse invece sempre bastarda, meticcia, in un inestricabile nodo con altre suggestioni e forme. Ecco, a me interessano sempre di meno le idee generali e pure, e sempre di più gli effetti che la tradizione poetica trova nella strozzatura di certi autori, dei loro singoli testi. Degli autori mi interessano i loro risultati irriducibili, piuttosto che le astrazioni o le correnti a cui possiamo farli corrispondere. Così le intenzioni che li mossero mi paiono interessanti (e sì, mi piace molto la teoria dei poeti) soltanto però a posteriori, soltanto dopo che ho potuto apprezzarne gli effetti concreti. Mi sento a favore di una radicale rivoluzione darwiniana e pragmatista degli studi di letteratura. Si inizi a parlare di individui, di genealogie (di parentele), di effetti: di quello che una certa poesia fa o produce, a quale insieme di testi è più prossima, da quali altri testi (o non testi) può essere gemmata, piuttosto che quello che una certa poesia è o pretende di essere.

 

Superato questo imbarazzo ontologico, devo aggiungere un’altra cautela: è inevitabile che parlando, vi sembrerà che io prenda con sicurezza certe posizioni. Sappiate che non è vero: a discapito del tono che userò, niente di quello che vi dico è certo. Faccio mio il celebre verso di Fortini: «nulla è sicuro, ma scrivi»[2]. Sono anch’io in ricerca. Sto anch’io, quando scrivo, quando parlo, attraversando da rabdomante la tradizione millenaria della poesia e dei saperi e provo a trovare un senso precario per una parola che adesso possa dirsi contemporanea, che abbia un senso, ovvero che mostri una direzione da dove ripartire. Mi piace immaginare i poeti come dei navigatori, dei logonauti o qualcosa del genere: bizzarri viaggiatori che percorrono il mare dei linguaggi e, invece di essere contenti di arrivare da qualche parte, sono tutti concentrati a costruire, a distruggere e ricostruire la propria imbarcazione mentre navigano; e la assemblano e la rappezzano non solo con frammenti che hanno avuto premura di riporre nella stiva al porto da cui partirono, ma anche con ciò che sono in grado di raccogliere durante il viaggio, soprattuto con ciò che è stato deliberatamente abbandonato da altri viaggiatori, del presente e del passato, senza mai far sì che questi mezzi di trasporto diventino per loro ideologie in cui sentirsi stabili: la nave, per essere una nave della poesia, per paradosso, deve sempre imbarcare acqua. Immagino i poeti capaci, attraverso l’espressione linguistica, di movimentare tutto il linguaggio umano e ricollocarlo alla sua sorgente prima: tornare a farlo diventare un’esperienza; o per dirla diversamente, capaci di mozzare il capo al linguaggio del mondo. «Soleil cou coupé», così termina una celebre poesia di Apollinaire[3]; con questo capo mozzo, i poeti provano a fare qualcosa “di nuovo”: a trovargli nuovamente un corpo provvisorio. Non vi sorprenda troppo il richiamo un po’ macabro alla testa mozzata. Sappiamo che la poesia ha a che fare fin dall’origine con le teste che si staccano[4]. Ricorderete che è proprio la testa mozzata di Orfeo quella che continua a cantare. E ricorderete la celebre espressione di Montale, che mostra una continuità curiosa con questo mito della poesia occidentale: «All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo»[5]. Il poeta è dunque quella forza che è capace di torcere, fino a recidere, il capo del linguaggio ordinario, fare a pezzi il (proprio) corpo unitario del dire feriale, opaco e ottuso, e farlo roteare, una volta di più, nel cielo azzurro del mondo, trasformando l’urlo e lo sguardo di quel movimento in un canto, foss’anche un fischio, come quello di Giuseppina nel celebre racconto di Kafka. C’è una bellissima poesia di Mallarmé, Cantique de Saint Jean, che descrive esattamente questo movimento: la testa del battista è colta nell’attimo in cui la spada la recide e spicca nel vuoto. Il poeta scrive: «che potesse, di digiuni ebbra,/ testarda la mia testa seguire/ in qualche stravolto legame/ il suo puro sguardo»[6]. Una sospensione felice, qualcuno direbbe; in cui il linguaggio e il locutore si confondono, si specchiano, sono se stessi e sono «altro», fedeli al battesimo della falce, in uno «stravolto legame».

 

So bene, e credo sappiate anche voi, quanto per compiere questo viaggio, oggi la sociologia non ci aiuti. Credo che una riflessione che si arresti alla ripetizione dell’adagio per cui oggi la poesia non vende, che trova pochi lettori e non riesca a sfondare nei grandi circuiti della comunicazione vada subito accantonata. I dati e la sociologia letteraria ci servono sì, li ringraziamo, calorosamente, ma non ci devono appassionare. Il tema della marginalità della poesia, fosse o non fosse vero, al poeta poco cale. Non credo fossero queste le domande che attanagliavano Virgilio, o quelle che turbavano il sonno di Osip Mandel’stam o che rendevano inquieta e viva la sintassi di Leopardi. Dobbiamo dire che al poeta, forse, non interessa neanche la letteratura: la letteratura in quanto “cosa” fatta di lettere, che sta stampata sulla carta o stava scritta sulla pergamena; che ha una tradizione precisa, quella umanistica, e prima quella delle humane litterae: una straordinaria tradizione, vertiginosa e bellissima, ma che è solo una piccola porzione della ben più vasta tradizione della parola poetica, la parola creatrice, la parola che – secondo l’etimo – è capace di fare un mondo e di trasmettere un valore. Ecco, questa è molto più antica, direi più arcaica, più primitiva. E secondo me oggi (anche per una certa modificazione della gerarchia dei media) lo vediamo sempre meglio. Nessuno ne ha scritto così bene in Italia di quanto ha fatto Gabriele Frasca nel suo La lettera che muore; e forse dovremmo con lui dismettere il termine “letteratura” e riprendere quello più libero, più aperto, più dinamico di arte del discorso. Una poesia che non riconosca questo aspetto storico-mediale è una poesia che – come largamente già accade – non distingue più le frasi dai versi: non trova più differenza fra qualcosa che è stampato e che va letto mentalmente per cogliere solo un significato logico, da qualcosa che è fiato che finisce, rievocato dunque perché il suo significato sia fisicamente compreso. Dire che la poesia è più antica della stampa non significa rifiutare la tradizione umanistica (sarebbe impossibile e folle), ma significa, oggi, farsi carico anche di questo problema[7].

 

Così come oggi il poeta non più stare accomodato sullo scranno dell’umanesimo, dobbiamo oggi aggiungere che il poeta può, e forse anzi deve, provare a prescindere dalla sociologia del suo tempo. Ma attenzione: non intendo che il poeta debba sottrarsi dalla Realtà. Capite bene la differenza: la sociologia è per me un certo tipo di disciplina pseudoscientifica, con il suo lessico e i suoi adagi, i suoi stereotipi; mentre invece con la parola Realtà vorrei intendere un’esperienza aperta, di radicale alterità: una totalità a venire, qualcosa che ancora non c’è. La poesia deve stare dalla parte della Realtà, ovvero di una parola capace di costruire mondi, a partire sì dalla tradizione dei resti che ha disposizione (non solo dunque quelli letterari); ma dovrebbe ritenere privi di valore (o di valore minore) quei tentativi che si gingillano con i pezzi inerti di un mondo già dato: qui la poesia rimastica ciò che altre discipline hanno già detto. La poesia deve essere invece un gesto di apertura, di accoglienza, di sbalordimento del linguaggio e della vita umana: un gesto di presenza. C’è, e sempre c’è stata, una poesia che si chiude nella ricerca breve del consenso dei suoi prossimi. E oggi, come ieri, abbiamo continuamente esempi di una poesia che si accontenta del gusto dei più, di stare in uno stereotipo inerte: di essere paga di sé, se immediata e condivisa. Ecco, una poesia così fatta è una poesia che cede alla Rettorica, come ha scritto Carlo Michelstaedter, ovvero al callopismata orfnes: alla decorazione dell’oscuro[8]. Lo scrittore W.C. Williams, dall’altra parte del mondo, nell’America del 1923, aveva scritto: «I don’t want to decorate my age»[9]. Questo dovrebbe essere l’unica vera paura del poeta: diventare un decoratore, ovvero piegarsi allo status quo del linguaggio, adagiarsi passivamente ai discorsi del proprio tempo. Ciò vorrebbe dire non trasformare il linguaggio incarnandolo, ma adoperare un linguaggio come se il linguaggio umano fosse una “cosa”. Insomma: è necessario fuggire l’hype, fuggire la parola slogan e la parola morta del consenso, così come la parola già approvata e reificata dal lessico dei saperi costituiti. Tutte queste forme cancellano la profondità della parola umana, la sua possibilità di testimoniare ciò che è vita, movimento, trasformazione. Una poesia invece che si apre alla realtà è una poesia che accetta ogni rischio, persino il rischio di non essere condivisibile immediatamente dai suoi prossimi; che si ripete quel che scrisse Fortini nel 1956, ovvero: «Esiste nella poesia una possibilità»[10]. E non smette di dirselo, non smette di pensare che nell’esperienza della poesia, ovvero nell’esperienza più potente che in Occidente abbiamo del linguaggio, ci sia la possibilità di ricomprendere una volta di più quella soglia che ci fa umani. Perché la poesia è quel linguaggio, o meglio – correggiamoci, una volta per tutte – quell’uso del linguaggio che rende gli umani sensibili al fatto che parlino; e che, amici, parlando, muoiono.

 

Questi due elementi sono, a mio modo di vedere, irrinunciabili per una poesia che non voglia essere letteratura, intrattenimento, decorazione, ma voglia essere esperienza: infinita esperienza. A volte dimentichiamo che noi umani non parliamo dalla nascita. Parlare non è come abbaiare (con tutto il rispetto per i cani). Il bambino, per iniziare a parlare, ha bisogno di un’introduzione alla parola che è comunitaria e culturale. Questa soglia non è data una volta per tutte: l’uomo è quell’animale che ha bisogno sempre di traguardare la soglia della propria infanzia. Ovvero ha infinita necessità di ripetere quella soglia che rende umani gli animali che siamo, ovvero animali parlanti e che, parlando, imparano a morire. Questo è l’effetto che cerco dall’esperienza della poesia. Non è la bellezza, non è l’equilibrio; ma può essere anche tutto questo se trovo davanti a me una parola che mi rende consapevole e mortale: questo mi sbalordisce.

 

Se mi state seguendo fino a qui, secondo me possiamo anche sgombrare il campo da una serie di equivoci. Sempre meno a me interessa non solo la discussione sui generi letterari (che una poesia sia lirica, sia in prosa o meno: non mi interessa in astratto); sempre meno mi interessa anche a quale corrente si possa ascrivere: poesia orale, poesia in prosa, poesia tergale, poesia laterale, formale, sperimentale, informale in rima o no. Davanti ad un’opera di linguaggio, mi chiedo: che effetto fa? Mi rende consapevole, ovvero umano e mortale? Mi fa scendere nell’abisso della mia natura e mi porta a confrontarmi con quel limite che fa di me un “me”? Oppure usa il linguaggio come se fosse una cosa inerte e fa di me dunque soltanto un ripetitore di cose morte: un utente? Potrei scrivere così: quello che è ho davanti è un’opera che mi concentra o mi distrae? Mi fa presente a me (mi sdoppia), o mi intrattiene? Bisogna rendersi conto che, a disposizione in Occidente, ci sono sempre meno strumenti che producono la consapevolezza di cui stiamo parlando: la poesia può essere uno degli ultimi[11]. Per lo più siamo attorniati da device che distraggono, che estetizzano, che intrattengono: e tanta parte di quella che chiamiamo “arte contemporanea” è di fatto arte della distrazione[12].

 

Eppure, sempre meno mi interessa anche una discussione che parli della poesia senza contemplarla all’interno della sfera delle altre forme di figurazione, come se la poesia fosse una sorta di nicchia a tenuta stagna. Ogni qualvolta io scrivo un verso, lo penso e lo metto alla prova con un’installazione, un quadro, una canzone; e mi chiedo: regge? L’esperienza che produco è più o meno potente di questa altra? È più o meno densa? È più o meno significativa? Vi confesso che a volte certi libri di poesia sembrano soltanto frutto della pigrizia, o, non so, della inesperienza dell’autore. Non dico che non siano interessanti. Ma li leggo e penso: questa idea avrebbe potuto svilupparsi in maniera più potente e più efficace come un cortometraggio, come un’istallazione ecc. di quanto faccia in questa forma, come “libro di poesia”. Che senso ha lasciarla in questo formato? Non sto parlando dei fenomeni di ibridismo, che sono così importanti e da cui anche recentemente sono nate opere di grande sbalordimento. Ma anche qui, guardo sempre agli effetti più che ai presupposti: l’ibridazione non è interessante in sé. È interessante soltanto se funziona, ovvero se mi aiuta a traguardare l’infanzia una volta di più. Se il risultato è qualcosa di meno di quanto un’altra arte ha già pienamente raggiunto, perché dovrebbe interessarmi?[13] Lo dico provocatoriamente: la poesia deve essere un’esperienza più coinvolgente e potente di un action movie; più radicale, complessa e immersiva (abbiamo parlato di abisso) di un qualsiasi video game. Altrimenti non ha senso produrla nello spettro del contemporaneo, meglio trattenerla presso di sé, come diario, materiale privato. Tanta poesia che oggi si legge sugli schermi (di carta o digitali) è così scarsa negli effetti che qualsiasi altra forma estetica a disposizione nei nostri smartphone la supera. Chiudo il libro e vado a teatro, chiudo lo schermo e vado al cinema, chiudo il libro e vado alla performance o accendo la playstation. A me sembra che la discussione fra i poeti e gli artisti delle altre discipline stia progressivamente venendo a mancare; ed è un peccato perché invece rappresenta una delle più vitali eredità del ‘900 a cui a mio parere non dobbiamo rinunciare: anzi, dovremmo promuovere incontri che vedono le forme più disparate in dialogo, in confronto, in disaccordo. Pena: il ritorno ad un’arcadia allucinata. Il rischio è infatti la cronicità di un fenomeno che già è evidente: l’esaltazione periodica per alcune esperienze la cui potenza è nettamente inferiore a qualsiasi altra che è a disposizione altrove nel contemporaneo. I poeti – quando non si confrontano – rischiano di appassionarsi ad un micro trend formale o contenutistico che si dimostra, nel medio lungo periodo, ad una lettura meno precipitosa, quasi irrilevante. È ovvio poi che tante persone non si interessano alla poesia, anche perché molti poeti non sembrano avere riguardo per ciò che il mondo delle arti è già capace di suscitare. Il poeta deve sapere che le parole sono povere e potentissime, ma sono un limitato ambito fra gli strumenti umani; e quando si scrive poesia, si deve conoscere il potere e la debolezza della parola e sapere anche umilmente decidere che, forse, un progetto o un’esperienza non hanno bisogno della parola poetica perché possono oggi essere meglio espresse da altre (o con altre) forme della rappresentazione: abbiamo bisogno di questa ecologia della parola poetica. Che ognuno si impegni a questa umiltà.

 

Ci sembra impossibile che le parole da sole possano così tanto: può la scrittura di un poeta reggere al confronto di un grande film, di una video istallazione, di un video game? Ci sembra impossibile, sì; fin quando non incontriamo un poeta: un poeta vero. Allora tutto torna chiaro. Quando lo leggiamo, lo ascoltiamo, quando attraverso la voce (poiché è la voce lo strumento primo della poesia, come proprio la storia del genere lirico insegna) rievochiamo quello spartito di segni, qualcosa accade: una potenza, un trasferimento di energia per unità di tempo, un passaggio, una trasformazione. La poesia, quando accade nella voce, diventa un’azione, un’azione che si attua mediante il linguaggio. Qualcosa che ci sembra potesse succedere nel paleolitico e può così accadere anche oggi. Questo è il valore politico che la parola poetica può avere. Non ci serve un “poeta militante”: partecipare attivamente alla cosa pubblica è il compito di ogni cittadino. Ma abbiamo ancora bisogno di una parola che sia attenta al mondo, che sia fatta di mondo, perché agisce nel mondo e lo trasforma, ovvero è capace di trasformare primariamente chi la fa.

 

La poesia può essere, sul bordo della storia occidentale, al margine e proprio in virtù del suo margine, uno strumento per conoscere se stessi e il mondo, non solo razionalmente, ma paticamente. Imparare a stare attenti, come diceva Simone Weil, non è altro che imparare a soffrire con gli altri, per gli altri[14]. Contro la parola vuota degli slogan, la parola dell’hype, la parola che lascia chi la pronuncia solo e sola la “cosa” pronunciata, dobbiamo provare a rianimare una parola capace di promettere: che non abbandona chi dice, né il come e il “cosa” dice. Friedrich Nietzsche ha scritto che l’uomo è l’animale che sa fare promesse[15]; possiamo pensare il poeta come l’uomo che custodisce questo valore: custodisce la promessa eterotopica della parola. Che non ha paura di dire: «io darò veramente seguito alle mie false parole». Poiché è promessa e trasformazione, la parola del poeta può essere pensata forse come capace di dare senso, valore alle azioni vane della ferialità. Oggi dovremmo provare a ripensare la capacità della poesia di far combaciare la dimensione artistica della parola, ovvero la capacità di immaginare mondi possibili, di affidare agli uomini il sogno o il mito di un mondo che ancora non c’è, con la dimensione rituale della parola: la parola che fa realtà, psicagogica, che promette, giura che questo mondo è vero, che questo mondo non è un delirio dei social, non è un’allucinazione di odio e rancore, ma c’è, esiste[16]; e può esistere «buonamente»[17].

 

 

Note

[1]   Sul tema, si veda il capitolo Un quahog è un quahog, in Stephen J. Gould, Il pollice del panda, Il Saggiatore, Milano 2016; in particolare a p. 196 è riportata una citazione di Darwin: «Dobbiamo considerare le specie (…) come semplici combinazioni artificiali create per convenienza. Questo può non essere piacevole, ma saremo almeno liberi dalla vana ricerca di un’essenza naturale del termine specie che è impossibile da scoprire».

[2]   Franco Fortini, Traducendo Brecht, in Una volta per sempre, Einaudi, 1978.

[3]   Zone in Guillaume Apollinaire, Alcools, 1913.

[4]   Si veda, fra gli ultimi, Julia Kristeva, La testa senza il corpo, Donzelli, Roma, 2009.

[5]   Da Eugenio Montale, Intenzioni (Intervista immaginaria) del 1946; ma cita da Paul Verlaine, Ars poetique: «Prends l’éloquence et tords-lui son cou!»

[6]   Così l’originale: «Qu’elle de jeûnes ivre/ S’opiniâtre à suivre/ En quelque bond hagard/ Son pur regard». La traduzione è mia.

[7]   Ne ha scritto egregiamente Alessandro Carrera nel saggio I poeti e la prosa del mondo, in I poeti sono impossibili, Luca Sossella editore, Roma 2016.

[8]   Si veda Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano, p. 173.

[9]   Da W.C. Williams, Spring and all, 1923.

[10] Franco Fortini, Altra arte poetica, in Poesia e errore, 1959.

[11] Su questo mi permetto di rimandare al mio L’esperienza della poesia in Ultima Eden, 2018; per un approfondimento rimando al sito: https://www.ultimaspazio.com/ultima.

[12] Tanto che in un testo un po’ datato ma sempre attualissimo Baudrillard aveva parlato di «sparizione dell’arte». Si veda Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte, SE, Milano 2012.

[13] Ma si deve tenere presente anche il rischio che questo confronto comporta. Si pensi alle parole di Vittorio Sereni: «il confronto tra poesia e letteratura in genere e altre arti, quali la musica o la pittura, supposte di “essere andate più avanti”, di avere carte per presentarsi come “progressiste” al confronto della letteratura, che sarebbe rimasta “melodica” e magari “atonale” rispetto al dovere di adeguazione in senso “elettronico” (già immediatamente dopo il ’45 proprio la poesia ha dovuto fare le spese di questa mentalità comparativa e subirne il primo urto: l’accusa di non essere neo-realista come il cinema aveva dimostrato di saper fare). Anche questo tipo di discorso finisce col mirare più che altro ai moventi di una “operazione” letteraria (o, sia pure, culturale) e alle relative motivazioni, a esaurirsi cioè nelle premesse e nelle categorizzazioni: e dunque in un processo alle intenzioni, prescindendo dal terreno specifico sul quale questa o quella poesia è nata e dalla fisionomia per cui essa esiste e rappresenta un’esistenza tra altre esistenze, un organismo tra altri organismi (cosa ben diversa dall’essere un’Entità, un Valore, un culto, una religione, un “unicum”).» da Vittorio Sereni, Poesie e prose, Mondadori, Milano, p. 27.

[14] Lo ricorda anche Cristina Campo in Poesia e attenzione, in Gli imperdonabili, Adelphi, Milano, 1987, p. 165.

[15] Si veda il celebre attacco di Nietzsche del Saggio Secondo, «Colpa», «Cattiva coscienza» e simili, in Genealogia della morale: «Allevare un animale che “possa fare delle promesse” – non è proprio questo il compito paradossale che la natura si è imposto nei confronti dell’uomo? Non è questo, in realtà, il vero problema dell’uomo?»

[16] Su questo si veda Agamben, Il sacramento del linguaggio, Laterza, Bari, 2008.

[17] Andrea Zanzotto, Al mondo, in La beltà (1968), così inizia: «Mondo, sii, e buono; / esisti buonamente».

 

[Immagine: Lorna Simpson, Blue Dark, 2018].

10 thoughts on “Piccolo discorso sulla poesia

  1. La poesia è anche rapporto con l’ alterita’, regno della differenza e della contaminazione, scelta di disarmo nell’ uso del linguaggio e il dono di guardare il mondo con stupore e simpatia.

  2. Caro Tommaso,
    Trovo la tua analisi incompleta e un po’ fuorviante, permettimi. Dici che la poesia deve “buonamente “ creare mondi e dici pure che non occorre “militare. Mi sembra un atteggiamento passivo e di attesa che che non porta la parola a trasgredire (come dici? Traguardarsi?). A me il tuo discorso che tenta di farla finita con le poetiche , mi sembra definitivamente “di” poetica. Dici non occorre parlare in astratto di poesia e poi parli in astratto. Ecco, secondo me dovremmo essere ancora più umili e capire che in corso è sempre un agone è uno scontro di poetiche, riconoscibili attraverso i testi e non attraverso i proclami (su questo concordo con quello che dici. Solo che anche il tuo è un proclama , ma spacciato per antiproclama). A parte questo, a emergere da quanto dici è una visione sciatta della funzione della parola in questi (nostri e non altri) tempi: parli di presenza e, allo stesso tempo, del dovete di farsi da parte, tutto troppo contraddittorio. Parli di una poesia (o parola, o altro linguaggio) umile e “buona” e, allo stesso tempo, annacqui il tutto parlando delle capacità “trasformative “ della stessa. Insomma dove stai? Su un versante conservatore o progressista? Forse nessuno dei due, forse tutti e due?

  3. Trovo molto interessante l’insistenza sul concetto di “efficacia” della poesia, la quale passa attraverso il confronto con altre possibili modalità espressive diverse dal linguaggio (come la pittura, il cinema, la multimedialità fino ai videogames). Sempre più quello che cerca il lettore di poesia è una poesia che lo sorprenda, senza però voler stupire, e soprattutto un linguaggio altro che rappresenti una cesura rispetto al linguaggio frusto della comunicazione quotidiana. La vera impresa è questa: una poesia che possa ancora mettere al tappeto il lettore, inchiodarlo alla sua responsabilità di uomo come soggetto e come membro di una collettività. E credo che in questo senso molto di ciò che viene qui discusso sia condivisibile e spunto per un maggiore impegno nella scrittura, da parte di chi la pratica.

  4. SEGNALAZIONE
    PSICHICITÀ: IL LINGUAGGIO COMUNE COME DIFESA DALLE ANSIE
    di GIORGIO MAJORINO
    5 giugno 2019
    https://www.glistatigenerali.com/psicologia/psichicitail-linguaggio-comune-come-difesa-ansie/

    Stralcio:

    Che ci fosse qualcosa nel linguaggio comune che non andava però è sempre stato percepito. Da qui la cura del discorso, la retorica, la letteratura, i linguaggi cosiddetti specialistici, per arrivare ai tentativi di stravolgimento del discorso tramite i cosiddetti metalinguaggi, visivi,sonori, motori, che canti, danze, performances teatrali, arti visive e acustiche e simili hanno invaso il mondo umano. In genere, la giustificazione o meglio la necessità di superare i limiti del linguaggio comune, è data dalla inadeguatezza espressiva del discorso quotidiano. Quindi i poemi, i gorgheggi, le performances corporeo-motorie, i manufatti cromaticamente ricchi. Coloro che creano tutto questo, appaiono come più liberi dai vincoli impoveriti del linguaggio comune, ma qualche volta, anzi spesso, si crogiolano nell’affermazione che tutto questo finalmente ha toccato il limite dell’”essere” o altre entità para-metafisiche o metafisiche tout court.
    Noi che invece siamo stati indirizzati sulla cattiva strada da quel pantoclastico di Freud, con i paraocchi del nostro vedere medico-clinico, riteniamo che tutto questo faccia parte di una densa struttura difensiva del nostro noi stessi. Magari con l’aggiunta premiante di un poco di piacere: Eros sembra che voglia essere sempre presente.

  5. Prendo nuovamente la parola soltanto per ringraziare chi abbia dedicato del tempo a questo mio breve articolo: sia chi l’abbia letto nel silenzio della propria personale ruminazione, sia chi abbia voluto lasciare qui, fra i commenti, un segno del suo passaggio. Colgo e ringrazio allora il trasporto di Francesco Bray e quello di Massimiliano, come ringrazio il suggerimento di Ennio Abate: indica una via di lettura della nascita della retorica che mi interessa sicuramente. Fabrizio Bregoli poi sottolineando il termine “efficacia” coglie secondo me un termine essenziale di quanto ho provato a scrivere: ma è un lavoro molto problematico, tutto ancora da verificare in sede analitica. Ringrazio infine Gianluca D’Andrea per il rilievo di alcune contraddizioni, in parte dovute alla brevità dello scritto e alla sua conseguente “contrazione” in alcuni passaggi. Rispondere per punti porterebbe alla scrittura di un altro saggio. Nondimeno, mi incuriosisce il rilievo e mi spinge a pensare qualcosa a cui non avevo dato pensiero mentre scrivevo quelle righe. La pratica della poesia credo abbia qualcosa a che fare con il tentativo di conciliare forme antitetiche in una più larga tenuta, in un’armonia più vasta, la cui la comprensione è davvero un matrimonio di prospettive divergenti, più che un agone di logiche. Insomma: come si sta in una contraddizione? Che aria si respira? Ha “senso” una proposta che sia stata preventivamente sterilizzata e resa priva di contraddizioni? In questo senso, proprio qualche giorno fa, mi sono imbattuto in un saggio scritto da Stefano Dal Bianco nel 1987, nel numero I della rivista “Scarto minimo”. Le occasioni sono ovviamente diverse e per la brevità anche queste righe possono sembrare contraddittorie. Eppure mi sento di ricopiarla qui sotto perché mi sembra possa offrire spunto per una ulteriore riflessione, per tutti i lettori, più che una risposta puntuale (che forse rimandiamo ad altro tempo, ad altro spazio).
    Eccola:
    “Non tutto è rappresentabile. Spesso chi si affanna a trovare contraddizioni è schiavo delle rappresentazioni e manca di intelligenza sensibile. Le contraddizioni non esistono. Bisogna sempre sforzarsi di annullarle senza doversi aggrappare ad una rappresentazione. C’è sempre un indicibile che rende conto della qualità apparente dell’antitesi. Ciò che unisce in un punto i due estremi di una contraddizione è spesso una motivazione profonda che non tollera di passare attraverso una rappresentazione.”

  6. Avendo “militato” una decina d’anni con grande gusto a cavallo d’inizio secolo e dibattuto grossomodo con tutti i versanti e le poetiche attive in quegli anni, leggendo questo intervento di un poeta ormai non piu’ giovane ma ancora strutturalmente giovane credo che la questione autoriale sia infine sempre tra pubblico e privato, se cioe’ rivolta all’esterno (relazione con altre persone, ossia comunicazione & prassi attraverso tutte le maniere piu’ o meno recenti in cui la parola si estrinseca) o verso l’interno (relazione univoca con altri testi scritti e quindi atemporale, assenza dalla scena letteraria o civile e godimento privato dell’attivita’). Resto dell’opinione che la modalita’ privata consenta gli esiti migliori, se non altro in termini di comprensione, in quanto libera dagli obblighi e dalle forzature insite nella presenza attiva. Saluti e buon lavoro.

  7. “Resto dell’opinione che la modalita’ privata consenta gli esiti migliori, se non altro in termini di comprensione, in quanto libera dagli obblighi e dalle forzature insite nella presenza attiva” (Il fu GiusCo)

    Malgrado le “forzature” o le vere e proprie batoste che si prendono in tutte le iniziative che cercano di costruire un *noi* (di poeti, di intellettuali o semplicemente di gente che non si arrende all’esistente ) – una delle mie l’ho riferita di recente qui (http://www.poliscritture.it/2019/09/09/il-dilemma-irrisolto-di-una-rivista-di-poesia/) – , ritengo irrinunciabile agire nelle dimensioni del *noi*, anche le più contraffatte. E invito i più giovani a insistere.
    Bisogna ” uscire e fare uscire molti dalle proprie solitudini e confrontarsi con altri/e”. Perché “solipsismo e burocratizzazione non hanno nulla a che fare con la dialettica inquieta ma costruttiva tra la ricerca poetica più orientata allo scavo nell’interiorità, nell’inconscio, nell’esistenziale o nella dimensione metafisica e ricerca proiettata verso la storicità, la socialità, la materialità e quotidianità del vivere. Questa dialettica ha caratterizzato la poesia per tutto il Novecento. Noi la ereditiamo e la dobbiamo vivere a fondo e, se possibile, oltrepassare.”

  8. Caro Ennio, Se la poesia oggi possa essere piu’ di una auto-formazione o una auto-educazione, non so. E’ possibile che l’aspetto comunitario avesse un senso in epoca pre internet ed ancora prima pre televisione. Ci sono talmente tanti modi di auto-formarsi oggi, che uno sostanzialmente vale l’altro, in ognuno troverete persone piu’ o meno dotate, piu’ o meno generose, piu’ o meno interessate. Se le dinamiche umane sono identiche in ogni ambito, restano da un lato pubblico i rapporti personali che si formano inevitabilmente, dall’altro gli studi e le ricerche sui materiali prodotti. Indole e volonta’ orientino verso l’uno o l’altro lato. PS: l’archivio completo di Ennio Abate sarebbe una notevole fonte documentale di attivismo poetico-civile pluridecennale ed ostinatamente plurale dal basso, una mole di documenti scritti che probabilmente interesserebbe agli omologhi di Di Dio in cerca di senso e tendenti al lato privato del lavorio, per cui mi auguro che qualcheduno si prenda la briga di farne uno studio e magari una tesi universitaria formale. Saluti.

  9. Il tuo discorso è generoso e sentito, eppure è minato da troppe incongruità per suscitare generosità e sentimento. Dici:
    “Mi sento a favore di una radicale rivoluzione darwiniana e pragmatista degli studi di letteratura. Si inizi a parlare di individui, di genealogie (di parentele), di effetti: di quello che una certa poesia fa o produce, a quale insieme di testi è più prossima, da quali altri testi (o non testi) può essere gemmata, piuttosto che quello che una certa poesia è o pretende di essere.”
    Nel 2019 il darwinismo letterario, sia pure metaforico, è una rivoluzione un po’ ammuffita. Confronti tra insiemi di testi, tra genealogie, linee, parentele, e misurazioni degli effetti di poesia sono approcci analitici più che rodati, quasi consumati, e in Italia anche abusati. Non sei interessato a quello che una certa poesia è o pretende di essere, ma il tuo discorso è fondato su una visione normativa del poeta e della poesia. “La poesia deve stare dalla parte della Realtà”, “La poesia deve essere invece un gesto di apertura, di accoglienza, di sbalordimento del linguaggio e della vita umana”. “la poesia deve essere un’esperienza più coinvolgente e potente di un action movie; più radicale, complessa e immersiva (abbiamo parlato di abisso) di un qualsiasi video game.”
    Hai individuato, per logoramento, forse per eccesso di frequentazione, un paio di comportamenti che non ti vanno più giù: la divisione per generi, il sociologismo stanco, la distrazione continua dovuta ai nostri devices elettronici. Ma forse hai dipinto i tuoi nemici più brutti di quello che sono. Gli hai resi astratti: sono rarissime, e trascurabili, le persone che credono davvero nell’idea di poesia pura, o nelle idee pure. Hai preso soltanto gli aspetti più scazzottabili dei tuoi nemici, e in discorso che punta alla brevità e all’efficacia si potrebbe trascurare del tutto la descrizione dei nemici: un testo concreto ed efficace ci dice già che è nemico dell’astrattezza e della vacuità. I generi servono, ieri più di oggi, ma ancora oggi servono: nel senso che li puoi usare concretamente, puoi vedere che effetto fanno. C’è un modo pragmatico di usare le idee. E’ un modo pericoloso, come tutte le idee, tutta la teoria che s’incarna nella pratica senza mediazioni e ignorando le contraddizioni.

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