di Antonio Tricomi

 

I forse inevitabili omaggi a 2001: Odissea nello spazio risultano evidenti. Ma se Kubrick riattraversava il mito per ricavarne un ineguagliato valzer epico pronto a tradursi in sofisticato apologo morale, Ad Astra reinterpreta invece il destino tragico di Edipo in chiave principalmente introspettiva, anzitutto offrendoci un sobrio dramma psicologico. E torna altresì alla mente, più che l’arruffato Gravity di Cuarón, Interstellar. Solo che, nella raffinata partitura figurativa del laicissimo film di Gray, nulla c’è della compiaciuta maniera apoditticamente spettacolare o della ruffiana cifra di posticcio spiritualismo postmoderno che segnavano la pellicola di Nolan. Anche perché Ad Astra sceglie semmai di presentarsi come un’ideale ripresa della riflessione sull’ambiguità delle umane aspirazioni all’assoluto consegnataci, più che da Cuore di tenebra, da Apocalypse Now, il celebre, e libero, adattamento cinematografico del capolavoro di Conrad magistralmente realizzato da Coppola.

 

Se diviene oltranzistica, ogni nostra pur legittima pretesa di conoscenza, di verità, di bellezza o persino di giustizia è condannata a rovesciarsi – intende insomma ricordarci Gray – in cieca ossessione distruttiva e autodistruttiva, in paradossale abiura del sapere e in cronico malfunzionamento dei vari nostri processi intellettivi, spingendoci, in nome del non ancora esplorato o, addirittura, del mai verificabile, a tradire il reale e il già dimostrato. Detto altrimenti, a immolare ciascuna interpretazione materialistica dell’esistente sull’altare di forsennate ideologie anti-illuministiche, o di travolgenti fanatismi pseudoreligiosi, o di funesti deliri psicotici. E ciò ogniqualvolta si tratti, per noi, di disquisire sulla miglior forma possibile di società, o di interrogarci su Dio e sugli extraterrestri, o di sondare la nostra stessa identità di uomini e donne.

 

Roy McBride, il protagonista di Ad Astra, è sì un astronauta assai stimato dai superiori appunto perché sempre razionale quando indossa la divisa, ma appare anche un individuo incline, quasi egli fosse in verità posseduto da un demone, a sacrificare insensatamente se stesso e i propri affetti a un lavoro da lui vissuto, persino suo malgrado e tuttavia irresistibilmente, come una missione. A turbarne, pur in segreto, il dunque fragile equilibrio emotivo è, in sostanza, la smania di conoscenza ereditata dal padre: un pioniere dei viaggi nello spazio ormai da tempo scomparso, assieme al suo equipaggio, nei pressi del pianeta Nettuno, verso cui egli era diretto col fermo proposito di rinvenire forme intelligenti di vita aliena; creduto a lungo morto dalle autorità militari; in seguito però considerato, da queste ultime, il responsabile di una serie di scariche elettriche capaci di provocare blackout e deflagrazioni sulla Terra. Proprio al figlio sarà affidato il compito di scovare, e ridurre all’impotenza, un simile eroe del progresso, tutto a un tratto divenuto una minaccia per il genere umano. E allora, quello effettivamente affrontato da Roy nel cosmo si rivelerà subito, per lui, anche un viaggio dentro se stesso e in una dimensione squisitamente metastorica. Egli dovrà infatti intraprendere sia un pellegrinaggio nella sofferta memoria del proprio controverso romanzo famigliare e tra i suoi deleteri fantasmi interiori, sia una dolorosa ricognizione delle logiche e degli esiti di un percorso di civilizzazione non sempre tradottosi, per gli esseri umani, in un accrescimento delle loro facoltà di vita.

 

Roy troverà infatti il genitore. Lo sentirà dire di non aver mai provato nostalgia, nei molti anni trascorsi lontano da casa, per la moglie o per lui. Renderà il padre innocuo per la Terra, ma non potrà salvarlo da quella sua inscalfibile certezza – gli alieni esistono, urge solo rintracciarli – dimostratasi infine tanto letale, anzitutto per l’ormai anziano e folle astronauta, quanto infondata. E non meno capirà, il protagonista di Ad Astra, perché, durante i propri scali in quei pianeti del sistema solare vieppiù colonizzati da un genere umano pronto a renderli meri duplicati di una civiltà terrestre costantemente a rischio di implodere, egli abbia via via acquisito la consapevolezza di appartenere a una specie di insaziabili «divoratori di mondi». Non solo suo padre, ma gli individui tutti – di ciò prenderà insomma pian piano coscienza Roy – tendono da sempre a rifiutare qualsiasi vincolo etico, o persino pratico, possa suggerire loro di educare, o meglio di sottomettere a valutazioni esclusivamente realistiche, i propri desideri di autoaffermazione. E un simile atteggiamento – arguirà infine l’astronauta – ha precocemente indotto negli esseri umani quell’incrollabile fede collettiva nell’incondizionato avanzamento tecnologico, in una spasmodica produzione di beni e in un furioso sfruttamento delle risorse naturali che, se non disciplinata per tempo, rischierà prima o poi di sancire l’Apocalisse.

 

Eppure, il film di Gray somiglia a una distopia propensa, per così dire, a convertirsi in utopia, appunto perché ci indica la strada per salvarci dall’estinzione o, almeno, per non affrettarla. Intanto, prendere atto, al pari di Roy, della necessità di emanciparci da qualunque mitologia incline a celebrare la possibilità di uno smisurato godimento per ciascuno di noi o di un illimitato sviluppo per la società. In seconda battuta, impegnarci, come s’impone in ultimo di fare il cosmonauta non appena tornato sulla Terra, a vivere senza nutrire fantasie faustiane e, invece, accettando la nostra finitezza e quella del mondo, sì da apprezzare le peculiari situazioni che essa ci consente di esperire. Perché Ad Astra non ci invita a rinnegare i padri, ossia – fuor di metafora – la civiltà: prima di ritrovarsi faccia a faccia col genitore, Roy non può affermare di conoscere realmente se stesso o la cultura che lo ha formato. Né la pellicola di Gray ci esorta a rifiutare il ruolo di padri, cioè di nomoteti: l’astronauta ha semplicemente bisogno, anche solo per immaginare di assumere siffatta identità, di non ritenersi però fisiologicamente chiamato, in virtù di essa, a vestire i panni di Crono, a tal punto geloso della propria primazia da sbranare ogni suo rampollo. Invece, Ad Astra vuol giusto ricordarci che l’effettiva salute di una società dipende, in non piccola parte, anche dalla disponibilità dei figli ad affrontare un’intensa, precipua sofferenza: quella non già di uccidere i padri, ma di imparare a scoprirli imperfetti o, addirittura, censurabili, sì da non feticizzare lo loro autorità solo per dissacrarla in maniera aprioristica o, al contrario, per pretendersene meccanicamente eredi. Giacché sussiste, la civiltà, solo fin quando ciascun tragitto individuale può ancora rivelarsi una storia nuova, in dialogo o persino in conflitto con le precedenti, e però mai da queste predeterminata o su queste impersonalmente modellata.

 

Avvertimento ricorrente nella filmografia di Gray. D’altro canto, Roy sconta a lungo una condizione di impasse psicologica simile, per esempio, a quella patita dal protagonista di Two Lovers. Che tuttavia, a differenza dell’astronauta, non trova il coraggio di evadere dalla gabbia di retaggi, obblighi, conformismi famigliari finemente ritratta da una pellicola delicatissima nel restituirci il senso di claustrofobia percepito da chi tali vincoli introietti. E conferma, una simile contiguità tematica tra due opere tanto diverse, che il cineasta statunitense è solito accostare i vari generi cinematografici solo per piegarne le interne logiche espressive o le tradizionali intenzioni di messaggio alla propria poetica coerentemente autoriale.

2 thoughts on “Tornare con i piedi sulla terra: “Ad Astra” di James Gray

  1. PIANETA TERRA. Al di là di Edipo e Ulisse, con Dante …

    AD ASTRA “vuol giusto ricordarci che l’effettiva *salute* di una società dipende, in non piccola parte, anche dalla disponibilità dei figli ad affrontare un’intensa, precipua sofferenza: quella non già di uccidere i padri, ma di imparare a scoprirli imperfetti o, addirittura, censurabili, sì da non feticizzare lo loro autorità… ” (A. Tricomi, sopra)

    IL PESO DEI PADRI: “Erede è nome di una relazione massimamente pericolosa, il cui senso è oggi soffocato tra impotenti nostalgie conservatrici, quasi a voler fare del figlio l’automatico erede, e idee sradicanti, se non deliranti, di libertà, e cioè di un essere liberi in quanto assolutamente non destinati alla ricerca di essere eredi, di un necessario rapporto con l’altro da sé. Non solo non cerchiamo di essere eredi, ma accogliamo soltanto eredità che non impegnino, che non obblighino, che ci rassicurino ancor più nella nostra pretesa “autonomia” – quando qualsiasi eredità è “partecipabile” per definizione. Ma ciò che è dimenticato non per questo è morto, e nessun destino impedisce di riascoltare il nome di “erede” in tutta la pregnanza che nella nostra lingua, ancora, nonostante tutto, si custodisce” (M. Cacciari, “Il peso dei padri. Che cosa significa ereditare il passato”: cfr. http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5188).

    “TORNARE COI PIEDI PER TERRA”: VENTICINQUE SECOLI DI LETARGO ! DANTE, ERNST R. CURTIUS E LA CRISI DELL’EUROPA. Note per una riflessione storiografica (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908).

    Federico La Sala

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