di Vladislav Chodasevič

 

[E’ uscito da poco per Bompiani, nella nuova collana «Capoversi», Non è tempo di essere di Vladislav F. Chodasevič, a cura di Caterina Graziadei. Pubblichiamo alcune traduzioni].

 

LA PIOGGIA

 

Di tutto sono felice: della città fradicia,

dei tetti, fino a ieri polverosi,

che oggi, lustri come seta lucida,

brillano in rivoli d’argento.

 

Felice della mia passione spenta,

guardo dalla finestra sorridendo,

mentre passi oltre veloce

per la strada scivolosa, sola.

 

Felice che più forte cada la pioggia,

mentre, riparata in un androne altrui,

tu rovesci l’ombrello bagnato,

sgrullandoti dalla pioggia.

 

Felice che tu mi abbia dimenticato

quando esci da quel portico,

senza uno sguardo alla mia finestra,

senza rivolgermi il viso.

 

Felice che sia tu a passare oltre,

eppure che io possa vederti,

che tanto magnifica e innocente

passi col suo ardore la primavera.

 

*

 

IL PARADISO

 

 

Ecco, apro il negozio di giocattoli:

nastri, bambole, maschere, ninnoli…

dal mattino presto sistemo in vetrina

animali di peluche d’oltremare.

 

E dal mattino si affollano al vetro

vecchie, vecchi, bambini…

mette gioia – eppure c’è malinconia:

un giorno dopo l’altro, oggi come ieri.

 

Il leprotto suona il suo tamburo,

cinque topi fanno batteria,

mai smetterò di amare questo mondo,

sto bene nella terrena oscurità!

 

Fiocchi di neve vorticano dietro la vetrina

nella luce ardente di gialli lampioni…

Sera d’inverno, lunga, quanto lunga!

Mite riflesso della mia eternità!

 

Cala la notte – chiudo il negozio,

conto il ricavo (certo non mi affretto!)

poi, coperti i giocattoli di mussola leggera,

spengo pian piano tutte le luci.

 

Ricordando la lunga giornata, mi stendo in pace,

nella sospirata berretta da notte, – ma nell’ultimo sonno

attraverso la tenda rabescata, al sommo dell’etere

mi appaia in sogno un angelo dalle ali d’oro!

 

Dicembre 1913

 

*

 

BRENTA

 

Adriatici flutti! Oh, Brenta!…

Puškin, Evgenij Onegin

 

Brenta, rossiccia riviera!

Quante volte già cantata,

e quanti sogni

hai saputo ispirare

solo per il nome sonoro,

Brenta, rossiccia riviera,

posticcia immagine di beltà!

 

Un tempo anche io accorsi

a scrutare i tuoi riflessi,

felice metteva ali

l’ispirazione amorosa.3

Amaro ne fu il prezzo.

Un tempo, Brenta, sbirciai

la tua torbida corrente.

 

Da allora mi è caro, Brenta,

il vagabondare solitario,

il gocciolio fitto della pioggia

e sulle spalle curve l’umida

mantella di brezent.4

 

Da allora, io amo, o Brenta,

la prosa nei versi e nella vita.

 

 

Primavera 1920, Mosca

1921, Pietroburgo

17 maggio 1923, Saarow

 

*

 

Care ragazze, lo crediate o no,

il cuore canta solo voi e la primavera.

Ma già da tempo la morte mi prende,

come voi a sera prende il sonno.

 

Chinata la testa sul braccio rosato,

dormite, ma – laggiù – un usignolo

fino all’alba cinguetta e rintocca

sul disperato affanno della vita.

 

Insonne vago per la terra fra voi,

invisibile brucio in fuoco leggero,

con le parole più dolci vi narrerò

tutto quello che ho già preso a sognare.

 

1912, 5 agosto 1916

 

*

UN EPISODIO

 

…………………………………………..… Accadde

un triste mattino d’inverno e nevischio,

dell’anno millenovecentoquindici.

Spossato da quel languore opaco

che allora mi tormentava, solo

ero nella mia stanza. Intanto

dalle spalle e dal capo, alle braccia, alle gambe

un fluire indistinto

scorreva palpitante e continuo –

sfuggendo dalle dita proseguiva

ormai fuori di me. Eppure dovevo

fermarlo, al mio interno; mi abbandonava

la volontà… Insensato fissavo

il ripiano dei libri, i gialli parati,

la maschera di Puškin dagli occhi chiusi.

Tutto impietriva nel rosso dell’alba.

Di là dai vetri gridano i bambini. Stridono

i pattini sul monte; pure quei suoni

giungevano a me come attraverso spesse

acque profonde…

Così immerso nel gorgo il palombaro

ode l’andirivieni sulla tolda e le grida

dei marinai.

E d’un tratto – quasi una spinta – cauta, leggera –

e tutto di nuovo mi riapparve, solo

in aspetto mutato. Come accade

quando col remo stacchiamo la barca

dalla riva sabbiosa; ancora il piede

tocca netta la terra sotto la chiglia,

e vicino appare il verde della riva,

la catasta di legna; poi una scossa –

e la riva si allontana; più piccolo

si fa il boschetto dove noi vagavamo;

sale dal bosco un fumo; ed ecco – oltre

gli alberi già la radura appare col rosso

capanno termale.

………………………………………..Così me stesso

vidi in quell’istante, come quella riva;

vedevo d’un tratto di lato, quasi

guardassi un poco dall’alto, a sinistra.

Sedevo, le gambe incrociate, sprofondato

nel divano, la sigaretta ormai spenta

tra le dita, pallido e smagrito.

Gli occhi erano aperti, ma la loro

espressione non potevo vedere.

L’altro me stesso, seduto di fronte,

non percepivo. Mentre chi mi guardava,

con occhi forse incorporei, a suo agio

sembrava, leggero e tranquillo.

E l’altro, seduto sul divano,

mi apparve soltanto un amico di sempre,

estenuato da un lungo viaggiare.

Quasi fosse venuto mio ospite,

e di colpo ammutolito nel quieto discorso,

scuotendosi, morisse in un solo sospiro.

L’amaro sorriso abbandonava il volto

rasserenato.

Così vidi me stesso per poco: certo

la lancetta dei secondi non aveva

compiuto un quarto del giro dovuto.

E come prima non per mio volere

avevo abbandonato quell’involucro –

così di nuovo vi tornai. Pure

duravo pena e fatica al ritorno,

sgradito persino allo stesso ricordo.

Non diversa angustia patisce e pena

il serpente costretto a inguainare

di nuovo la pelle appena scrollata…

………………………………………..Di nuovo

rividi innanzi a me i libri,

riudii le voci. Mi era fatica

ancora sentire quel corpo, le mani…

Così, lasciati i remi e balzando a riva,

ci sentiamo a un tratto più gravi.

Fluiva in me nuovamente il languore

come di un lungo remare, – nell’orecchio

suonava indistinto un rumore, un’eco

prigioniera di vento lacustre o di mare.

 

25-28 gennaio 1918

 

 

1 thought on “Non è tempo di essere

  1. Come sempre, Gaterina, le Tue traduzioni sono impeccabili e ne gusto il sapore dell’epoca dalle atmosfere che riesci a tradurre/a trasferire, ecc. in lingua italiana; talvolta non è necessario essere poeti per tradurre un poeta, ma è dunque sufficiente la passione, la sensibilità e tant’altro per la parola originiraria in altra parola corrispondente; è davvero una gioia intuire e constatare quando una traduzione non è più una traduzione, ma è come se Chosadevič avesse scritto direttamnet in lingua italiana i suoi versi.
    Ti saluto con affetto
    antonio sagredo

    —-.————————————————————————————-
    Quanto al fiume Brenta così nel
    “Molte volte il motivo dell’Adriatico viene unito, nella letteratura russa, col fiume Brenta, tanto è vero che c’è un poeta moderno, Chosadevič, che è stupito di questo, dopo aver visto il Brenta e ha scritto:”Brenta, rossiccio fiumiciattolo./Quante volte ti hanno esaltato./Quante volte sono volati da te i sogni ispirati”.
    Non si capisce perché, non si sa l’origine per cui, moltissime volte, nei poeti russi dell’800, l’Adriatico viene collegato al Brenta, ma è ormai un motivo di strategia letteraria.”
    (dal Corso di Ripellino dell’anno 1974-75 :
    ———————————————————————-
    (mia nota 161, pag. 60 allo setsso Coprso) :

    “Forse l’accostamento, per Mandel’štam, proviene direttamente da Dante (dal suo studio : Discorso su Dante); poi dal Petrarca, di cui tradusse quattro sonetti; dall’Ariosto, a cui dedicò due poesie; e dal Tasso, che viene ricordato in una poesia dedicata al poeta neoclassico Batjuškov (1781-1855), che fu fautore della poesia leggera a cui attinse pure Puškin. Mandel’štam è conoscitore profondo di Dante, che più volte nell’Inferno scrive dell’Adriatico e del Brenta! “

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