di Valentino Ronchi

 

[Esce oggi per Fazi Editore Buongiorno ragazzi, di Valentino Ronchi. Anticipiamo alcuni testi].

 

(L’impiegatina e altre ricerche)

 

Così, già che ci sono, en passant, mi son
messo a farle la posta, a fare la strada
sua, quella che fa verso il centro ogni
santa mattina schivando la gente
le macchine, la pioggia, la noia. In effetti
non lo so se sto facendo realmente
la posta a lei, occhi azzurrini impiegatina
sulle nuvole che ancora dobbiamo parlarci,
o alla vita. Comunque sia, metto i libri
sul tavolo e aspetto: dovrebbero passare
entrambe da qui prima o poi. E nel tempo
che resta invece ho deciso: andrò in cerca
di voi, vecchie immagini, vecchie realtà,
fantasmini da fotografia, belle creature
di un tempo, passeggere ancora e sempre
…………………….per le vie di questo mondo.

*

(Discorsi con A. C.)

 

Hai fatto della nostalgia un oggetto
dici a me, e raddrizzi gli occhiali.
Proprio tu, che hai scelto di fare
il pane, la notte, per vedere le ultime
luci e le prime e maneggiare farine
nello stanzone a mezza via
scambiare quattro parole, talvolta
le stesse di qualche giorno prima,
chiosare la radio che la notte fa
la sua compagnia nel sottoscala
bianco, illuminato appena. Tu,
che la mattina rientri dalla giovane
sposa nel letto e i libri ti osservano
dagli scaffali levarti la giacca di velluto
scuro a coste (esattamente la stessa
di quando leggevi scrivevi e studiavi)
mentre il giorno degli altri comincia.

*

(Il primo giorno del mondo)

 

Le sedie accatastate al muro, poggiate
a Mac Mahon deserta, il pizzaiolo nel cappotto
fuma, guarda dalla soglia i resti di Milano,
città che aspetta la fine di febbraio dietro
gli abbaini mezzi chiusi. In un soggiorno
dalla televisione arriva la benedizione
del papa. Solo noi tre siamo in strada
le mani nelle tasche l’un dell’altro
divertiti come il primo giorno del mondo

che il pizzaiolo pure è rientrato all’interno
domandandosi una volta di più cosa
aprono a fare la domenica l’inverno
che non c’è in giro neanche un cane
neanche zoppo, tirandosi dietro la porta
e misurando un po’ scocciato quanta febbre
…………………………………………..con la mano.

 

*

 

(Pasqua allo stadio)

 

La strada verso lo stadio nel primo sole,
più frugale del solito il pranzo di Pasqua.
Io e mio padre siamo passati a prendere
Hélène, è scesa vestita di rosso, colore
della squadra. Andare a vedere i campioni
di Francia giocare con l’Agen solo per noi
un’amichevole che altro senso non ha
che questo, di un non dimenticabile
giorno di festa, io che tengo la mano
sulla gamba di Hélène e commentiamo
la touche, ci abbracciamo alla meta ininfluente
mio padre in là, appena distante, in bocca
la sigaretta che riflette sul futuro. E
la squadra del Lou intanto si pavoneggia,
zeppa di riserve di belle speranze, ragazzotti
forti e piantati che forse nel prosieguo
– è lungo il campionato ancora – verranno
buoni per tappare qualche infortunio.
In attesa del loro definitivo momento.

*

Caro amico del bar, conosciuto stasera,
ti dirò: alla fine si sta bene scrivendo,
lo ammetto, dev’essere per questo
che mi ostino, continuo. Dà una certa
pace, e passano così le epoche
e ancora mi piace – scusa la rima.
In piazza a Tarragona, ai giardini
di Milano, negli angoli dei chiostri.
Che bei dilettanti che siamo – sai,
io o te o altri ancora – così compìti
e svagati assieme, talvolta seriosi
sicuramente a buon diritto trascurabili.
Eppure, eppure, vorrei aggiungere…

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