di Maria Anna Mariani

 

[È appena uscito per Mucchi Voci da Uber di Maria Anna Mariani. Il libro contamina la narrativa e la saggistica per riflettere sul fenomeno Uber. Proponiamo due estratti del libro, ringraziando l’editore].

 

MALEDETTA MEMORIA: DAVID

 

Tragitto: University of Chicago – Ukrainian Village

Durata: 35 minuti

Traffico: accondiscendente

Macchina: Nissan Sintra bianca

Media delle valutazioni: 4.72

 

Lo seguo ansiosa mentre arranca, isolato dopo isolato, sul rettangolo del cellulare: i tre minuti promessi dall’applicazione si sfilacciano in cinque, sei, non so nemmeno più quanti, ma finalmente adesso arriva, arriva. Maria? domanda lui, David? rispondo io, ed ecco qui: basta incrociarci i nomi per suggellare il patto di Uber, per dare inizio a questo viaggio. Comincia sempre così un tragitto con Uber: lo sguardo millimetra il percorso dell’auto che ti è stata assegnata, ne segue le giravolte, gli arresti al semaforo, le soste che si dilatano misteriose su segmenti di strada all’apparenza liquida e così ti inducono in tentazione: vorresti cancellare la corsa, troppo snervante l’attesa – ma quei cinque dollari di penale rabboniscono l’indice insofferente, e allora continui ad aspettare, a incoraggiare sbattendo le ciglia quella macchinina che striscia sul nastro grigio, a incitarla col pensiero, dai dai arriva, fino a che non è lì, davanti a te: ora sei tu che devi far scattare il riconoscimento e autorizzare l’incontro, ovvero il tragitto.

 

Salita in macchina, di David vedo solo una sezione orizzontale di volto, quella rilasciata dallo specchietto: una striscia di fronte sormontata da un punteruolo di capelli nerissimi – anche se alla fine della corsa, al momento della valutazione, potrò osservarlo meglio: la foto del suo profilo sporgerà dallo schermo del cellulare, mi inviterà a votarlo a colpi di stelle, e allora forse è per sembrare più giudizioso che ha scelto quel ritratto angelicato, davanti a una finestra che occlude ogni paesaggio e lascia emanare solo un alone abbacinante. L’applicazione mi chiederà di abbinare a quello sfolgorio d’aura e a quel volto placido un complimento, scegliendolo tra una gamma predefinita di qualità superlative: conversazione fantastica, musica strepitosa, navigazione esperta, pulizia dell’auto sopraffina. Da cui si deduce, e basta un lampo, che è una miscela armoniosa di professionalità e personalità a dare forma all’en plein stellato della reputazione impeccabile. Ma insomma, questo David com’è?

 

David cosa dice purtroppo non lo capisco bene: interferisce la radio, interferisce pure il fuori che erompe dal finestrino abbassato, perché dopo giorni e giorni di neve d’aprile oggi finalmente sembra che il meteo non sia più asincrono al mese e allora via atti simbolici: sciarpa abbandonata nell’armadio, calze trenta denari e abitacolo in simbiosi con l’autostrada, trafitto di clacson e impastato di smog. Così per sentire quello che dice David mi devo sporgere tutta in avanti, quasi gli vedo il profilo, gli scruto le labbra che articolano una voce di cartavetrata, dall’accento vistoso. È un accento del Guatemala: aveva diciannove anni David quando è emigrato, per problemi di soldi, così mi risponde, planando sul vago nonostante i miei tentativi di sdrucire il sipario della chiacchiera da intrattenimento. Ma niente, David non scava, forse perché è uno studente di macroeconomia e allora è abituato a squadrare la realtà per sistemi, per aggregati. Vede grandi campiture, non dettagli, e questa rappresentazione macroeconomica del mondo penetra anche la sua parola, la rende incline alla generalizzazione. Però quando gli chiedo se attraverso questo lavoro ha mai fatto incontri bizzarri, pericolosi o esaltanti lui con un balzo passa alla microeconomia e mi squaderna la sua analisi comportamentale dei singoli operatori che scelgono Uber. Quando i clienti salgono in macchina, spiega, cerca di capire chi sono e cosa vogliono, se sono disponibili a fare conversazione oppure no. La maggior parte delle persone usa Uber come uno spazio per eclissarsi dalla giornata, come un buco nero dove far sparire un pezzo di quotidiano. Salgono in macchina muti, oltre alla bocca chiudono pure gli occhi, si appisolano sul poggiatesta e per venti-trenta minuti non esistono più. Per altri invece prendere Uber è un modo per trasportare il lavoro con sé, per telefonare senza sosta, e intanto disintegrare sul cellulare, scivolamento di dita dopo scivolamento di dita, la quindicina di email che si è affastellata durante la riunione. Per altri ancora, ma sono pochi, è un modo per dialogare, per aprirsi al mondo. Io, continua David, devo capire i miei clienti e i loro desideri, decifrare subito che tipo ho preso su: tu sei una che vuole parlare.

 

Al che io devo stare attenta, perché questo mio esperimento funziona fino a quando lo avviluppa il mistero, non devo mai e poi mai fargli indovinare la mia idea, che sarebbe poi quella di sfruttare le potenzialità discorsive di Uber, di farlo agire come un confessionale a motore in cui due perfetti sconosciuti d’un tratto si trovano a condividere un preciso spazio-tempo e si accorgono che sembra fatto apposta per pullulare di sfoghi, ricordi e segreti. Ma David sospetta qualcosa, accidenti a me, questo non è più un dialogo ma un interrogatorio e lui si starà chiedendo come mai non gli svelo nulla di mio, perché faccio lo slalom tra le sue domande e gliele rimbalzo sempre addosso. Forse dovrei parlare di più, ma ci vuole cautela, cautela, non posso schiudere livelli di confidenza troppo disarmanti: si sentono tutte quelle storie di donne stuprate dagli autisti di Uber che mi fanno venire la tachicardia e certe volte mi infilano guardinga dentro un autobus.

 

Così cerco di andare sul sicuro, di srotolare la conversazione sulla superficie e chiedo a David perché ha scelto di fare questo lavoro. Scopro che è così che si paga i corsi di macroeconomia, perché le tasse universitarie scorticano; ma lo fa volentieri, mi assicura, guidare Uber gli piace: esplora tutta la città e poi è contento di assistere alle metamorfosi del cielo, accorgersi di come la luce trascolora assieme al tempo che scorre, mentre in ufficio non vedi niente, il giorno ti è precluso, ci sono solo le nove di mattina e le sei del pomeriggio. E poi Uber gli ha insegnato a conoscere meglio il suo corpo, a scandagliarne azioni e reazioni. Quando guidi sei tutto il giorno seduto, le cosce ti si allargano sul sedile, le vedi in tutta la loro estensione lipidica: fa effetto sai. E poi lo stomaco, soprattutto lo stomaco: ne senti tutti i rumori, proprio lo ausculti. E allora capisci davvero cosa vuol dire mangiare cibi iper-processati, che spendi tanta energia solo per digerire, invece se succhi bicchieri di smoothies rimani leggero, ti divincoli nel traffico come una saetta e intanto hai la pancia tutta trepidante di vitamine e antiossidanti, la pelle è dissetata, sperimenti alchimie di fragole e broccoli e ripassi aggregati sistemici nel cervello, il giorno prima dell’esame.

 

Ha una memoria a breve termine David, però: e questo lo inquieta. Già tra un mese non si ricorderà più nulla di quello che ha studiato ieri, puff, tutto polverizzato: così mi ha detto, con la bocca indecisa tra un sorriso e una smorfia – e forse questa è la cosa sua più intima che mi ha lasciato trattenere, prima di farmi scendere all’Ukrainian Village, davanti alla Saint Helene Catholique Church, dove uno schermo proietta a intermittenza aforismi di fede. Run from Satan, walk with God, comanda il primo. E il secondo: Live as if Jesus will be back in a minute.

 

 

DIPENDE DAL SESSO: MIGUEL

 

Tragitto: casa – aeroporto O’Hare

Durata: un’ora e 39 minuti

Traffico: imbestialito

Macchina: Honda Accord grigia

Media delle valutazioni: 4.96

 

Aveva proprie quelle sopracciglia irsute, nere nere e attaccate tra loro, gli occhi nocciola enormi, la bocca larga e rossa con un po’ di peluria tutta attorno, e poi le roselline annidate tra i capelli intrecciati, neri neri come le sopracciglia: insomma era proprio Frida Kahlo, la sua faccia bella, solo che era di pastafrolla, profumava di limone e di vaniglia e io non sapevo cosa fare, se mangiarlo o no questo biscotto che biscotto mica tanto lo era, era un medaglione, un’icona da appendere in salotto o in cucina, un gioiello per gli occhi. Alla fine però avevo fame e allora ho detto a mia moglie: dai aiutami a mangiarlo, aiutami che da solo faccio peccato se mi mangio le guance di Frida Kahlo nostra, e così la moglie ha spezzato il biscotto e lui ha rosicchiato via le sopracciglia, erano di cioccolato al latte buonissimo, già si stavano un po’ sciogliendo e si sarebbero sciolte comunque, quindi tanto valeva mangiarle, far lievitare all’unisono le pance coniugali e custodire quel tesoro nell’intestino.

 

Una volta però col mangiare ci era rimasto traumatizzato. Era bambino e per il suo compleanno sua madre gli aveva regalato un maialino da latte. Era bellissimo e lui ci giocava tutto il tempo, lo stringeva forte e rideva dei suoi piccoli grugniti-vagiti, della sua cacca, della sua coda elastica e riccioluta. Poi una mattina sente degli strilli che fanno a pezzi l’aria, gli prende tutto un tremore e subito capisce che stavano scannando il suo maialino. Non si capacita, pensa sia una follia, comincia a correre a destra e a sinistra e a urlare perché perché, ma ormai il maialino è morto e già gli stanno lavando via il sangue e riempiendo di cipolle e patate e peperoncini la cavità dove prima se ne stavano attorcigliate le viscere. Ora le viscere non ci sono più, sono estroflesse, sistemate accanto alla schiena del maialino, accanto alle orecchie appuntite e croccanti di calore sprigionato dal forno; la pelle sgocciola grasso, è luccicante e brunita, e intanto le cipolle profumano dolci insieme ai peperoncini che profumano acuti, le patate si rosolano e si fondono con la carne. Miguel ha fame, è di nuovo il giorno della sua festa, è passato un anno esatto e il maialino al forno è il suo piatto preferito, è per questo che gliel’avevano comprato, cosa credeva; e Miguel nonostante tutto continua a essere arrabbiato e incredulo, ma aveva fame, tanta, e questa fame spietata ha vinto e lui si è mangiato il suo maialino.

 

È una storia agghiacciante. Miguel racconta e intanto a me torna in mente tutta la saga degli Atridi, scena dopo scena, vendetta incatenata a vendetta: Atreo che allestisce il banchetto tremendo, Tieste che si siede a tavola e mangia e beve contento, ancora Atreo che mentre il fratello mastica lo spia con l’occhio torvo e a pasto finito gli mostra le teste mozzate dei tre figli, la carne della sua carne di cui si è appena cibato. Scuoto la testa, scaccio via queste immagini obbrobriose e ne cerco altre fuori dal finestrino, ma c’è solo biancore pastoso di smog e pioggia scrosciante furibonda, e allora faccio vagare gli occhi dentro l’abitacolo finché non vedo una mano sagomata nella carta a quadretti, appoggiata sul cruscotto.

 

Miguel non vedeva l’ora di parlarne: è un regalo di sua figlia, è il contorno della sua manina paffuta, e quando lui si sente solo se la appoggia sul cuore, è così che gli ha detto lei, gli ha detto proprio Daddy, when you feel lonely put this on your heart. È molto preoccupata che suo padre soffra di solitudine, a stare tutto il giorno lontano da lei, e infatti un po’ di tempo fa gli aveva infilato in macchina il suo leoncino di peluche, e poi una pecorella, e poi tre Barbie, e poi un Minipony, tutti sul cruscotto accatastati insieme, e allora Miguel ha dovuto dirle di togliergli, perché se la polizia lo avesse visto col vetro tutto intasato di oggetti l’avrebbe messo in prigione in un lampo. Do you want me to go to jail? le aveva chiesto e lei si era messa a strillare no, no, daddy no! e aveva riportato subito in camera tutti i giocattoli.

 

Certe volte deve dirgliele queste bugie, perché è tanto attaccata a lui quella bambina, non lo lascerebbe neppure andare a lavoro se potesse. E se potesse lui ci resterebbe a casa con lei, con la sua bambina adorata. Ha sempre voluto essere padre, anche da piccolo, anche quando aveva otto anni. Tutti i suoi amichetti da grandi volevano fare mestieri da eroi, diventare che so: piloti, poliziotti, pompieri; e lui invece no, lui sempre diceva I want to be a father. Il perché, ora che me l’ha spiegato, suona così affettivamente logico: quel desiderio era il riempimento di un vuoto, una reazione istintiva a quel papà latitante che abbandonò Miguel, sua sorella piccola e sua madre tanti anni fa. Miguel ha di lui un solo ricordo intermittente, ogni tanto rivede il corpo grosso addormentato sull’amaca e se stesso piccolino appoggiato su quel petto che si gonfiava e sgonfiava, assecondando il respiro.

 

Miguel parla, e intanto penso che per me invece è l’esatto contrario, che l’assenza di mia madre mi fa essere figlia permanente, annulla ogni desiderio di reversibilità. Glielo dico. Miguel ascolta attento e sembra stia per venirsene fuori con qualcosa come mi dispiace o non pensare così, non è detto, vedrai; e invece quel che dice è proprio tutt’altro, e racconta che quando era bambino e voleva essere padre si metteva a pensare coi se, sul tragitto da casa a scuola faceva viaggiare la mente in un futuro popolato di neonati, e certe volte cercava pure di mettersi nei panni di sua sorella: dentro il cervello vedeva quel pancino crescere e crescere e poi scoppiare di sangue e riempirsi di cicatrici, e allora rabbrividiva e si diceva che era fortunato a essere maschio perché lui voleva solo fare il padre, ma la madre no, il figlio che sbuca dalla pancia per carità no. I understand you, mi fa.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *