di Nicoletta Vallorani

 

Pensare obliquo, rubrica a cura di Nicoletta Vallorani

 

All’inizio di ottobre di quest’anno, quando il governo turco lanciava l’operazione “Peace Spring”, eravamo tutti distratti dall’ipotetica invasione di migranti che avrebbe dovuto rubarci l’identità, i soldi e le famiglie, oltre che il nostro dio. Così non abbiamo commentato quello che stava accadendo sul confine siriano, e soprattutto non abbiamo avuto contezza di quante volte questa triste recita, in replica con attori sempre diversi, si sia ripetuta, in tempi recenti e in un passato più remoto. “Peace Spring” è decollata nel silenzio ufficiale e si è consolidata nei fatti senza troppe fioriture retoriche, semplicemente col linguaggio non ambiguo delle armi. Intanto, a noi che con quella strana primavera armata non avevamo a che fare in alcun modo diretto, arrivava a stento la profonda ironia di una denominazione bellica di tipologia familiare, una tipologia che rimbalza nelle cronache di guerra dell’occidente, in sfilate di carrarmati e rosari di bombe, da innumerevoli anni. Non c’è distanza semantica, per esempio, tra la primavera di pace di Erdogan e la retorica mussoliniana che ha accompagnato un’altra guerra, la nostra, contro l’Etiopia: l’aggressione mai riconosciuta a uno stato sovrano, del quale sono stati varcati i confini in una precisa azione aggressiva. In quel caso, era stato Mussolini stesso, dopo aver asfaltato il paese col sangue, a definire un’impresa bellica di gravità indicibile nella missione – così raccontata – di portare in Africa “la nostra pace, la pace romana”. Chissà se Roma, di questa impresa eroica fatta nel suo nome, si ricorda ora. Forse un’ombra di consapevolezza splendidamente raccontata affiora tra le pagine di Elsa Morante, tra il concepimento di Useppe e la sua morte, in quel capolavoro indimenticato che La storia (1974). Raccontare quegli anni al di fuori di ogni retorica mussoliniana è atto complesso, e ancora fatichiamo a farlo. Nel 2019, per un analogo desiderio di trovare le parole giuste per raccontare i fatti, Bompiani ha pubblicato, in tempi recentissimi, le Cronache della polvere, di Zoya Barontini: un “mosaic novel” ideato da Jadel Andreeto e illustrato da Alberto Merlin, che ricapitola, attraverso voci diverse, i momenti successivi all’attentato a Graziani e racconta, per giovani lettori e non solo, che cosa fosse, esattamente e in pratica, questa “pace romana”, col suo corollario di omicidi di massa, stupri e violazioni assortite. Però, nel senso comune, quella gigantesca operazione di rimozione culturale pace romana era e pace romana resta, e il significato storico di cui essa si riempie risemantizza una parola che siamo abituati a pensare come la negazione di ogni forma di violenza. I campi di significato vengono sovrapposti forzatamente, la correttezza del resoconto verbale è violato, e quand’è così, esso serve a poco, perché dipinge una realtà immaginaria quanto l’isola di Peter Pan.

 

Insomma, non se ne esce. Le parole sono vestiti stretti, certe volte, che non riescono a modellarsi bene sui fatti, su oggetti di guerra che resistono al mascheramento e alla cancellazione e che, in certi rari e fortunati casi, guadagnano una qualità irredentista. Più spesso però esse si stendono male a coprire certi fatti che non sono celabili, e vengono usate per definizioni liriche che non designano né connotano la sostanza che esse declinano. “Peace Spring” è quindi come la foto di Rita Hayworth che si dice fosse orgogliosamente incollata sull’ordigno nucleare sganciato sull’atollo di Bikini nel 1946: confonde le carte, trasforma la morte in una faccenda poetica e da donne. E usa le parole a sproposito non per quello per cui sono fatte: svelare, non velare. E non è un velo leggero, come quello che poeticamente ammanta il corpo del Cristo velato di Giuseppe Sammartino, nella Cappella di Sansevero a Napoli. Piuttosto somiglia a una trapunta di piombo, occasionalmente ammaccata dai segni della battaglia.

 

Nel 1991, sulle pagine del quotidiano The Guardian, Tony Harrison racconta appunto i segni della battaglia da un punto di vista obliquo, quando si confronta ,con la foto famosissima del soldato iracheno arso vivo nella sua jeep sulla cosiddetta “autostrada della morte” da Kuwait a Basra. “A Cold Coming” (“Un freddo venire”) – che forse oggi verrebbe interpretata come una rappresentazione sospetta del nemico dell’occidente – sceglie un fatto di cronaca documentato nel corso della ritirata dell’esercito iracheno, bombardato dall’aviazione americana. Nei versi impietosi del poeta laureato, un teschio malamente coperto da pelle bruciata racconta la verità marginale della guerra, che è poi una sola: tutti pagano, e non c’è ombra di pace, dopo. Qualunque spiegazione assolutoria fa acqua.

 

Non ci possono essere resoconti assolutori, per esempio, per l’uccisione – appunto durante la primavera di pace, di Hevrin Khalaf, la trentacinquenne segretario generale del Future Syria Party (Partito futuro siriano), energica sostenitrice della possibile coesistenza pacifica tra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Il 12 ottobre 2019, Hevrin, insieme ad altri otto civili, viene trascinata fuori dalla Toyota in cui viaggia e uccisa. Chi racconta questa storia? Chi racconta le altre vicende analoghe e appartenenti a profili più oscuri in una guerra travestita da missione di pace? Nel suo coraggiosissimo diario siriano, Benedetta Argentieri riporta la sua versione della situazione nel linguaggio dei fatti, inconfutabili e cristallini. Dal 13 ottobre in avanti, il suo diario di guerra costruisce una memoria difficile, fatta di piccole storie violate, di civili, soprattutto donne e bambini. La cifra del racconto è l’insensatezza: solo quella va riportata, e con la chiarezza che merita (https://www.tpi.it/esteri/guerra-turchia-curdi-siria-diario-rojava-27-ottobre-2019-20191027483494/). In quale punto della storia italiana, esattamente, questo tipo di giornalismo è andato smarrito e abbiamo preso ad ascoltare personaggi come, per esempio, Vittorio Feltri, considerandoli attendibili?

 

Dunque, la ricostruzione dei fatti attraverso uno sguardo nuovo – non perché originale ma perché finalmente fedele alla genealogia effettiva delle parole – sembra tornare con sempre maggiore frequenza all’azione delle donne. Tra i materiali messi a disposizione sul ricchissimo sito online, la Rete Jin – l’organismo internazionale di donne che coordina voci diverse e coese – integra La rivoluzione delle donne, il pamphlet di Ocalan che spiega, articolo per articolo, come la liberazione femminile sia essenziale alla costruzione di una democrazia partecipata, solidamente basata sul rispetto delle libertà di ciascuno. Non troppo tempo fa, nel corso di un convegno di anglistica, una giovane e brillante studiosa woolfiana rilevava una serie di analogie tra “A Room of One’s Own” e i principi sui quali si basa la democrazia del Rojava. Nel discorso di Elisa Bolchi, mi colpiva la possibilità di ricostruire una rete carsica e solidissima nel pensiero delle donne, con un metodo che non aggira il senso delle parole, ma lo ricostituisce, riconsegnando al linguaggio la sua poetica sicurezza.

 

Così torno al punto da cui sono partita: il Rojava, Erdogan e le retoriche politiche che manipolano i fatti. La primavera presunta che azzera le speranze e riscrive il significato delle parole. Il linguaggio che usiamo a vanvera, sprecando non una, ma mille possibilità.

 

Anni fa, ai tempi della guerra in Iraq, insegnavo Lingua inglese e tentavo di agganciare la mia lezione alla contingenza bellica che, tanto per cambiare, si stava vivendo in medio oriente. Per spiegare un concetto linguistico – la differenza tra denotazione e connotazione – decisi di servirmi dell’espressione “Cluster Bombs”. In sostanza, si trattava di dire quello che una “cluster bomb” è (una bomba a grappolo, appunto, formata da BLU-97/B, piccole bombe pronte ad esplodere a contatto), e l’effetto che essa concretamente produce nella realtà storicamente circostanziata di una guerra (generalmente, questi oggetti colorati vengono raccolti da bambini e li fanno saltare in aria). In una lingua che non è la mia, in un’aula strapiena, la discussione aveva un’aria surreale. Le parole riacquisivano il loro senso originario, un senso che nella comunicazione ufficiale avevano perso. Spaventavano, ma non disobbedivano. Corrispondevano ai fatti di una guerra, che sono terribili, sanguinari e ingiusti, non primavere o paci romane e neanche tempeste nel deserto. Penso che lì, in quell’aula, abbiamo imparato tutti a chiamare le cose con il loro nome. E penso che sia stato terribilmente importante e terribilmente scomodo. E questa consapevolezza è, nella storia e il più delle volte, una faccenda da donne.

 

[Immagine: Manifestazione per Hevrin Khalaf, dopo la sua morte].

 

Pensare obliquo, rubrica a cura di Nicoletta Vallorani

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