di Filippo Tuena

 

Questo pezzo fa parte di una serie di esercizi di riscrittura che periodicamente affronto con l’intenzione sia di comprendere meglio il classico che traduco o riscrivo sia di approfondire i meccanismi della lettura di un classico. Segue quello pubblicato alcuni anni fa in un volume collettivo Nulla da ridire (Corrimano, Palermo 2015) intitolato La scena del duello dall’Eugenio Onegin di Puskin. (L’aggetttivo numerale del titolo è puramente indicativo tanto impossibile appare attribuire un numero alle infinite possibilità d’intendere e comprendere un testo scritto.)

 

 

Non pare sia stato il gelso contorto che affronta la casa o il faggio citato più oltre quanto piuttosto un pruno di minore antichità ora non più identificabile a ospitare il nido dell’usignolo e a fornire riparo al poeta seduto all’ombra dei rami – sdoppiato tra questa ambientazione e l’altra notturna all’interno della sua camera da letto nel momento di scrittura di questo poemetto. Il lettore non dimentichi mai l’indeterminatezza non solo dell’origine del canto ma anche del luogo d’ascolto.

 

 

L’usignolo notturno si oppone all’allodola del mattino in questo giardino di Hampstead; la chioma degli alberi nasconde il nido e come Shakespeare racconta – Fairy Queen attend and mark/ I do hear the morning lark – è il passaggio dall’usignolo all’allodola a segnare il margine estremo dell’intervallo della notte. Altrove Romeo e Giulietta disquisiscono sull’origine del canto che ascoltano al termine della notte. Parole non ignorate dal poeta.

 

Per certi versi simile è il canto dei due messaggeri delle due metà del giorno. L’usignolo segmenta in canto in una serie articolatissima di fonemi di breve durata e grande diversità che danno vita a un alfabeto assai variegato e tutto incentrato sui richiami sessuali. Il canto dell’allodola è meno stupefacente, più monosillabico e apparentemente più monocorde. Poiché tuttavia anch’esso allude all’esperienza sessuale è altrettanto seducente di quello dell’usignolo.

 

Dunque circoscriviamo il tempo dell’usignolo: dal tramonto l’alba di una notte d’aprile o maggio del 1819; il luogo: Hampstead, villaggio a nord di Londra. Circoscriviamo il doppio tempo del poeta: un qualsiasi mattino luminoso di aprile del 1819/ una notte di quello stesso mese; la corteccia di un pruno a cui appoggiarsi oppure la finestra aperta della stanza da letto al primo piano. Come accade sovente all’ascoltatore anche Keats non individua il nido dell’usignolo. Lo indovina. Va a tentoni. Così il lettore nel determinare il luogo dove il poeta ascolta che non è detto sia anche quello dove scrive. Le due azioni potrebbero non coincidere e far slittare il poema in almeno due piani temporali, oltre a quello infinito del canto dell’eterno usignolo.

 

Dodicesima stesura in prosa di ‘Ode a un usignolo’ di John Keats

 

Soffre il cuore e un ottenebrato torpore (certamente prima del tramonto) scuote i miei sensi come se avessi bevuto cicuta o ingollato poco fa’ un oppiaceo sino al fondo (all’ultima goccia) e fossi per (colpa di) questo tossico precipitato nel Lete; a tanto mi sono ridotto non perché invidio il tuo felice destino ma perché sono persino troppo felice di questa tua felicità – che tu leggera alata driade ninfa dei boschi (ah, dell’Elicona a volte mi prende nostaglia irrefrenabile di quel che non ho mai veduto e dei canti delle Muse e della fonte che sgorga) nell’armonia degli alberi da un certo nascondiglio tra i faggi verdi e le ombre innumerevoli canti l’estate a voce spiegata.

 

O per una stilla della nuova vendemmia messo in fresco così a lungo nella profonda terra che sa di Flora e dell’erba di campagna che profuma delle danze e dei canti di Provenza e del mosto cotto dal sole o per un boccale colmo del caldo Sud e colmo della vera e rossa fonte d’Ippocrene (ancora torna Elicona, ancora) che trasuda perle sull’orlo e per la bocca bagnata di porpora che lo sfiora. Potessi bere e lasciare il mondo non visto e scomparire con te nel profondo di questa foresta.

 

Scomparire dissolvermi e forse dimenticare quello che vivendo tra i rami e le foglie hai sempre ignorato: l’ansia la stanchezza l’agitazione di qui dove gli uomini ascoltano a vicenda il loro pianto (tuttavia sarebbe sbagliato attribuire agli uomini una qualsiasi vicendevole attenzione gli uni verso gli altri); dove qualcosa d’immobile invade gli ultimi pochi tristi capelli grigi e la giovinezza impallidisce scheletrica e muore (sottolineare la fragilità dei capelli dei vecchi e dei morti, soprattutto, visti come sono visti da un ventiduenne); dove al solo pensare si viene travolti dalla tristezza e svaniscono gli sguardi intensi così che la Bellezza non può nemmeno proteggere gli occhi luminosi o un nuovo Amore consumarsi per loro più a lungo dell’indomani che avanza.

 

Via! via perché vorrei volare a te e non sul carro di Bacco trascinato dai suoi leopardi ma volare con gli occhi bendati della Poesia anche se la mente torpida mi rende lento e perplesso; (lento e perplesso sempre più lento e perplesso in questo buio) sempre vorrei stare con te. Tenera è la notte e forse la Regina Luna siede sul trono circondata da tutte le sue fate stellate; non c’è altra luce qui se non quella che viene dal cielo attraverso le verdi ombre e i muschi del sentiero percorsi dal vento.

 

Non vedo fiori ai miei piedi né l’incenso delicato profuma sospeso sui rami ma in questa oscurità leggera so indovinare tutte le dolcezze con cui il mese della stagione orna l’erba la siepe e il selvaggio albero da frutta e il biancospino e la rustica englantina e le violette che appassiscono rapide sommerse dalle foglie e tra tutte la figlia maggiore, la rosa muschiata che sboccia a metà maggio bagnata dal vino della rugiada e che si apre e offre rumoroso riparo agli insetti delle sere d’estate (tutto origina da questi petali infestati di insetti, da queste ali che ronzano sempre accanto al fiore profumato, ai suoi petali rancidi).

 

E’ all’imbrunire che mi trovo ad ascoltare e quante volte mi sono quasi mezzo innamorato di questa dolce Morte e l’ho chiamata con nomi soavi e con molte rime accoglienti sperando che confondesse o disperdesse nell’aria il mio quieto respiro. Ora più che mai sembra giusto morire e finire nel cuore della notte senza dolore mentre tu diffondi qui attorno la tua anima in qualcosa che assomiglia all’estasi (l’avessi mai provata). Canteresti ancora e qualcuno considererebbe inutili le mie orecchie per ascoltare il tuo irraggiugnibile requiem (da dove mi trovo, pressappoco) dall’altezza di una zolla.

 

Uccello immortale (usignolo senza fine), non credo che tu sia nato per morire; non ti attraversano generazioni voraci e la voce che ascolto in questa notte che avanza l’hanno ascoltata imperatori e pagliacci di giorni trascorsi; forse è la stessa canzone che trovò il sentiero nel cuore triste di Ruth quando la nostalgia si fermò a farla piangere in terra altrui; la stessa che sovente ha incantato finestre magiche che si affacciavano sulle onde di mari in tempesta e in una fantastica terra solitaria.

 

Terra solitaria! Sono state queste le parole che come un rintocco di campana mi hanno portato via da te sino a ritornare alla mia solitudine. Adieu! La fantasia non può ingannare quanto si dice che sarebbe in suo potere fare, elfo delle bugie. Adieu adieu. Il lamento che intoni si fa tenue appena supera (qui le due interpretazioni; andandomene o andandosene) i prati vicini e il ruscello quieto e il declivio del colle; adieu; e ora il lamento è sepolto nei boschi della valle (mi volto e la osservo) sempre più lontana. Adieu. E’ stata una visione o un sogno apparso al risveglio? La musica finisce (è finita, finirà). Ora mi sveglio? sogno?

 

[Immagine: Joseph Severn, Keats Listening to a Nightingale on Hampstead Heath]

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