di Federico Di Vita

 

[Pubblichiamo, su gentile concessione dell’editore, la prefazione di Federico Di Vita a Il cibo degli dei di Terence McKenna, uscito per Piano B il 28 novembre].

 

I. Terence McKenna

 

Anche se non conoscete Terence McKenna, potrebbe esservi capitato di imbattervi su Internet in qualche meme in cui abbinate alle immagini del suo volto più o meno giovane, più o meno barbuto, con i riccioli più o meno folti e vaporosi, compaiono dichiarazioni folgoranti: A mystery will not collapse into solution – Nature is not mute; it is man who is deaf – Time is a fractal – I am not an advocate of drugs, I am an advocate of psychedelics – Absolutely no one is in control. Le prime volte si pensa un momento a quello che vorrebbe dirci questo strambo (spesso lo si vede emergere da uno sfondo boschivo) e ispirato signore, per poi passare oltre. Qualche tempo dopo capita di trovare di nuovo il suo faccione pensoso associato a sentenze più elaborate, barocche talvolta, lievemente allucinanti, piuttosto disparate e senz’altro profonde:

 

Il mondo che percepiamo è una piccola frazione del mondo che possiamo percepire, che è una piccola frazione del mondo percepibile.
 
La mia tecnica, che vi consiglio, è di non credere a nulla. Se credete in qualcosa, vi viene automaticamente impedito di credere al suo contrario.
 
Devi prendere sul serio l’idea che la comprensione dell’universo è una tua responsabilità, perché l’unica comprensione dell’universo che ti sarà utile è la tua.
 
Una volta chiesi al Fungo: Perché proprio io? Perché mi stai dicendo tutte queste cose? E quello, senza esitazioni, Perché tu non credi a niente.
 

Potrei andare avanti a lungo, se ne trovano centinaia e sono il modo in cui al giorno d’oggi la maggior parte dei lettori fa la prima e spesso unica conoscenza di McKenna, intuendone forse nient’altro che il ruolo di punto di riferimento della controcultura psichedelica statunitense negli anni Ottanta e Novanta. Che l’epoca fosse quella è chiarito più che altro dalla qualità degli scatti, piuttosto bassa, e dall’abbigliamento (che non è un segnale di per sè infallibile ma chi riconoscesse una marca temporale in certe t-shirt di un paio di taglie più grandi in questo caso non sbaglierebbe: Terence McKenna è morto nel 2000). La sua vocazione a farsi meme – e dunque viralissimo, ancorché per molti spesso latore di messaggi oscuri – è del resto esplicita e invocata dallo stesso McKenna, che di sovente definiva i meme come «la più piccola unità di un’idea dotata di coerenza», aggiungendo che secondo lui i meme stanno all’ideologia come i geni alla biologia, sulla scorta di quanto sostenuto dal neodarwinista Richard Dawkins.
«La Madonna è un meme – diceva McKenna nel 1996 – il cattolicesimo è un meme, il marxismo è un meme, i maglioni gialli sono un meme […], i dreadlocks color arcobaleno sono un meme. Lancia il tuo meme con audacia e vedi se si replicherà». Oggi, come spiega Alessandro Lolli, autore della Guerra dei meme, li consideriamo un «contenuto virale che non mira semplicemente a riprodursi ma a essere reinventato», tuttavia perché continuasse a esserci sempre qualcuno, ai quattro angoli del mondo, che si dedicasse a sovrapporre citazioni di McKenna alle sue foto sempre più cariche di effetti, era davvero necessario che l’autore lanciasse le sue idee con una convinzione tale da perforare il muro dei decenni.
Ma quali erano queste idee? Prima di arrivarci vediamo da dove veniva lui: Terence McKenna, nato il 16 novembre 1946 a Paonia, uno sperduto villaggio del Colorado popolato da appena 1500 persone, dedite principalmente all’allevamento del bestiame e al lavoro nelle miniere di carbone (una città che l’autore descrisse così: «Volevano chiamarla peonia ma non sapevano scriverlo correttamente». Ed è quel tipo di posto in cui «Nel tuo ultimo anno di scuola hai messo incinta la fidanzata, l’hai sposata, sei andato a lavorare in miniera e sei un intellettuale se leggi il “Time”»).
McKenna, dicevamo, è stato un naturalista e un filosofo statunitense, erede ideale di Timothy Leary – data la radicalità degli approcci e la fermezza della vocazione psichedelica –, tanto da esser stato indicato dallo stesso padre putativo come «il vero Tim Leary». Accennavamo alle sue idee – così varie eppure organicamente orientate –, il modo più efficace di riassumerle è citare Tao Lin, un altro scrittore statunitense che si è molto occupato di psichedelia, e che in Trip: Psychedelics, Alienation, and Change scrive lungamente del suo rapporto con la voce di McKenna, che ascoltava ossessivamente nei lunghissimi video caricati su YouTube e tratti dalle conferenze che il collega tenne lungo gli ultimi vent’anni della sua vita (sono state una delle sue principali fonti di reddito ed è da lì che vengono molte delle citazioni successivamente destinate a trasformarsi in meme). Tao Lin, inoltre, nel 2014 ha dedicato a McKenna una serie di dodici articoli raccolti sotto il nome di Tao of Terence, pubblicati sull’edizione americana di «Vice». Ecco come lo presenta in quella sede:

 

“[McKenna] Ha parlato di una miriade di cose più o meno disparate o interdisciplinari, connesse a un set di argomenti mirato, interconnesso, in via di sviluppo. Si è occupato di coscienza, lingua, immaginazione, letteratura, arte, memoria, tempo, religione, sogni, polpi, matematica, alieni, origini ed evoluzione della vita, alchimia, sciamanesimo, schizofrenia, psicoterapia, alienazione, cultura, sesso, luce, morte, DNA, informazioni, computer, Internet, realtà virtuale, nanotecnologia, biologia, botanica, chimica, famiglia, storia, farfalle, ologrammi, fantascienza, autorappresentazione – e al centro di tutto, a dare sostegno alla tessitura e all’elaborazione della sua rete di interessi, è stata l’esperienza psichedelica, in particolare gli effetti della DMT e della psilocibina.”

 

Dopo essersi trasferito a San Francisco nel 1967 per frequentare l’università di Berkeley, Terence McKenna cominciò a viaggiare frequentemente. Tra la fine degli anni Sessanta e quella degli anni Ottanta condusse una vita movimentata, spesso in compagnia del fratello Dennis, che lo portava dall’insegnare inglese in Giappone, al contrabbandare hashish in India (il tutto mentre raccoglieva farfalle per una società di forniture biologiche), fino ad arrivare nel cuore dell’Amazzonia colombiana alla ricerca dell’Oo-koo-hé, estratto di un’essenza contenente DMT. Visse soprattutto in California, a Occidental, una piccola città immersa tra i parchi di sequoie della Sonoma County, prima di trasferirsi definitivamente alle Hawaii, dove con Kathleen Harrison avviò il Botanical Dimensions, una riserva etno-botanica, tutt’ora attiva, in cui si dedicò alla coltivazione di piante e funghi e al loro rapporto con gli esseri umani. Nel corso delle sue peregrinazioni Terence McKenna ha avuto modo di pubblicare diversi libri, i tre principali sono The Archaic Revival (1992), Food of the Gods (1992) e True Hallucinations (1993 – uscito dieci anni dopo in Italia come Vere allucinazioni per Shake Edizioni); a questi sono da aggiungersi i volumi che ha firmato insieme a suo fratello Dennis: The Invisible Landscape (1975) e Psilocybin: Magic Mushroom Grower’s Guide (1976), e i dialoghi con Ralph Abraham e Rupert Sheldrake, pubblicati in forma di volume con i titoli: Chaos, Creativity and Cosmic Consciousness (1992) e The Evolutionary Mind (1998). Notevoli – oltre alle centinaia di interviste e discorsi pubblici rilasciati tra i primi anni Ottanta e la fine dei Novanta – sono anche alcuni suoi saggi su argomenti che spaziano dall’ayahuasca, al manoscritto Voynich, al Finnegans Wake e a Philip K. Dick.

 

In questo spazio è impossibile sintetizzare la quantità di spunti e interessi squadernati dal corpus dei suoi scritti ma – oltre a quanto accennato prima – è necessario citare almeno un paio delle sue teorie sulla natura del tempo. La prima, marcatamente frattale, è imbevuta tanto di lampi lisergici quanto di un’altra delle sue passioni, quella per l’I Ching – eccola esposta in The Archaic Revival:

 

“L’I Ching interpreta il tempo come un numero finito di elementi distinti e irriducibili, allo stesso modo in cui gli elementi chimici compongono il mondo della materia. Per i saggi taoisti della Cina pre-Han, il tempo era composto da sessantaquattro elementi irriducibili.”

 

La seconda è forse la più audace e improbabile delle sue intuizioni, parlo della Novelty Theory, formulata negli anni Settanta insieme al fratello Dennis. Secondo questa Teoria della Novità, le onde di materia possono essere connesse da rapporti di mutua interferenza quantistica, cui l’immaginazione umana in certe circostanze è in grado di connettersi: «L’immaginazione è una dimensione dell’informazione non-locale» in cui «le novità equivalgono a densità di connessione». L’Universo, secondo questa ardita supposizione, lavora come una sorta di «attrattore teleologico», circostanza che consentirebbe non solo di immaginare ma anche di calcolare una «fine dei giorni». Il punto di fuga della singolarità si sarebbe dovuto verificare, in virtù del vertiginoso aumentare dell’interconnessione tra i viventi, verso la fine del 2012.
Be’, vi avevo detto che era stramba. Più che l’intuizione di un filosofo sembra quella di un romanziere fantascientifico, qualche idea del genere avrebbe potuto saltar fuori dai romanzi di Philip K. Dick. In ogni caso McKenna non ebbe modo di constatare l’errore presente nei suoi calcoli: nel settembre del 1999 durante una conferenza psichedelica a Kona, nelle Hawaii, rivolgendosi al pubblico disse «Cercherò di stare in giro», ma già sapeva che avrebbe potuto non accadere: «Se non succederà – continuò – sappiate che sarò dietro le vostre palpebre, ci vedremo lì». Aveva infatti contratto da pochi mesi un glioblastoma multiforme, un aggressivo tumore cerebrale, che ne causò la morte il 3 aprile del 2000.

 

II. Rinascimento psichedelico

 

“Lo sciamanesimo non è una curiosa preoccupazione degli antropologi culturali: lo sciamanesimo è il modo in cui la religione è stata praticata nei suoi primi milioni di anni. Fino a circa 12.000 anni fa, non esisteva altra forma di religione su questo pianeta; era così che le persone raggiungevano un qualche tipo di accesso al sacro.”

 

Molto più edibili della Novelty Theory sono le idee esposte da McKenna nel Cibo degli Dei, la cui nuova edizione italiana esce in un momento perfetto (lui avrebbe parlato di sincronicità, o magari di “densità di connessione”). Il volume manca dalle nostre librerie da ormai quasi vent’anni, durante i quali lo scenario culturale circa la considerazione delle istanze psichedeliche è mutato radicalmente. Oggi finalmente a McKenna può essere riconosciuto a pieno diritto il ruolo che gli è proprio: quello di alfiere della psichedelia capace di tenerne viva la fiamma iridescente nei lunghi decenni in cui il parlare degli effetti di certe sostanze era da un lato impossibile (come sulla stampa generalista, dove le rarissime volte che giungeva qualche notizia al riguardo ci arrivava per essere stigmatizzata sulla scorta di false dicerie ormai incancrenite), o addirittura professionalmente deleterio (i ricercatori universitari stavano alla larga da questi interessi per non veder screditata la loro autorevolezza). Da qualche anno al contrario viviamo una congiuntura in cui il rinnovato interesse circa gli effetti delle molecole psicotrope è tale da essere riconosciuto col nome di Rinascimento psichedelico. Il fenomeno è dovuto principalmente a tre fattori: i risultati raggiunti dalla ricerca medica, a partire dai primi anni del nuovo millennio, sull’impiego di sostanze psichedeliche, risultati che paiono decisamente promettenti nel trattamento di diverse patologie (Sindrome da stress post-traumatico, ansia di morte nei malati terminali, dipendenze da sostanze tossiche come l’alcol, depressione, persino cefalea a grappolo); la diffusione sempre più vasta dei riti neo-sciamanici a base di ayahuasca; e la pratica del microdosing di LSD come coadiuvante dell’umore e della produttività, un uso ormai molto diffuso nella Silicon Valley, nonché una moda che si fa largo anche tra le classi creative delle città occidentali. Sulla scorta di tutto ci capita così di veder parlare (in modo finalmente scevro di pregiudizi) delle sostanze psichedeliche su giornali e magazine perfino mainstream. Addirittura in Italia – magari in concomitanza con l’uscita di volumi significativi come LSD di Agnese Codignola o Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (volumi pubblicati da Utet e Adelphi: anche a livello editoriale la psichedelia sembra finalmente aver oltrepassato il recinto delle pubblicazioni controculturali nel quale è rimasta confinata per decenni) – articoli che trattano questi temi hanno cominciato a comparire su quotidiani e magazine di amplissima diffusione: dal «Corriere della Sera», a «Repubblica», passando per «Il Foglio», «Internazionale», «L’Espresso», «Linus», «Esquire», «Il Sole 24 ore», fino ad arrivare addirittura a «Vogue» o «Dagospia». Può non sembrarlo a un primo colpo d’occhio ma anche solo cinque anni fa tutto ciò sarebbe stato semplicemente impensabile.
Ed è in questo momento che l’uscita del Cibo degli Dei avviene in un contesto finalmente ricettivo, in cui il pubblico italiano potrà apprezzare il volume come uno dei più alti risultati speculativi raggiunti da quello che è stato uno dei pensatori di riferimento in quest’ambito nell’ultimo ventennio del Ventesimo secolo. Si tratta di un testo audace, ricco di spunti e misurato, un libro dal taglio raffinatamente antropologico in cui McKenna espone una teoria che pur essendo indimostrabile prova a spiegare in modo originale la dinamica alla base di uno dei più grandi interrogativi della storia scientifica: la rapidità dell’evoluzione del cervello nella specie sapiens.

 

“Riflettendo sul corso seguito dall’evoluzione umana, alcuni studiosi hanno messo in discussione lo scenario presentatoci dagli antropologi fisici. L’evoluzione negli animali superiori richiede tempi lunghissimi […]. Alla fine di questi tre milioni di anni – anni davvero sbalorditivi per quanto riguarda l’evoluzione della specie – le dimensioni del cervello umano si erano triplicate! Lumsden e Wilson ne parlano come «il progresso più rapido mai verificatosi per qualsiasi organo complesso in tutta la storia della vita». […] La mia ipotesi è che i composti chimici mutageni e psicoattivi presenti nella dieta dei primi umani esercitarono un’influenza diretta sulla rapida riorganizzazione della capacità del cervello di elaborare le informazioni […] contribuendo così all’improvvisa espansione della massa cerebrale.”

 

Oltre a questo, il libro costituisce un’appassionante indagine sulle sostanze psicotrope usate dalle popolazioni più diverse nel corso dei millenni, mettendoci sotto gli occhi nozioni certe (basate su rilievi archeologici) e osservazioni acutissime. Non vi sottraggo altro spazio, se non il poco necessario per rilevare come nella biblioteca di qualunque lettore italiano interessato alla psichedelia è finalmente tornata l’opera più importante di Terence McKenna, in grado di ricaricare di un significato pieno e consapevole tutti quei meme in cui vi sarà capitato di imbattervi aprendo un qualunque social network. Al di là dell’allusivo gioco di citazioni il cui senso era colto da poche persone in più rispetto ai creatori dei meme, c’è molto altro. Per scoprirlo non vi resta che leggere questo libro.

 


 
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Federico Di Vita (1982), collabora con Esquire, Il Foglio, L’Indiscreto, Dissapore. È autore dei libri-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012 – Premio Speciale Fiesole 2013); e I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016).

 

[Immagine: Ayahuasca dream, © Robert Venosa 1996]

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